Note per il mio biografo


«Visto dalla superficie il mio può apparire come un caso disperato di sdoppiamento della personalità. Una personalità è Blue Bottazzi, hacker e creativo del computer, unofficial evangelist di Macintosh, rock’n’roll fan, collaboratore di innumerevoli testate, ma in particolare de il Mucchio Selvaggio da più di dieci anni, scrittore a tempo perso. L’altra è Gaetano Bottazzi, medico (cardiologo e diabetologo) ed esperto “serio” di informatica. Attualmente cura una rubrica di programmazione sulle pagine di M, Macintosh Magazine; ha scritto un paio di manuali su HyperTalk, il linguaggio di programmazione di HyperCard; tiene corsi agli utenti di Mac. Entrambi hanno trentatré anni e in realtà, naturalmente, ognuna delle due metà inquina un poco l’altra».

Queste sono le parole con cui mi presentavo sul libro Scuola di Macintosh, che nel 1990 scrissi per la Franco Muzzio Editore. Come molti appassionati di rock degli anni settanta, negli ottanta ero diventato un fan dell’informatica, nei giorni in cui i computer personali (in particolare il Macintosh della Apple di Steve Jobs) non erano ancora prodotti di multinazionali ma sembravano una prosecuzione dell’utopia hippie di cambiare il mondo.


Non ebbi il coraggio di fare una professione del lato creativo del mio carattere: né del cronista musicale, né dell’autore di software. Da come sono andate le cose per i creativi, non posso dire con certezza che sia stato un male, ma di sicuro ne nutro un rimpianto. Scelsi invece di fare il medico. Non fu una scelta campata per aria: avevo sempre avuto una inclinazione per le scienze biologiche. Da bambino una zia, che insegnava matematica, mi dava da leggere i libri di biologia, che mi appassionavano, anche perché li leggevo in un giardino di cui posso rievocare i profumi, di una casa in stile deco sulla pianura del Po.
Ho sempre pensato di aver vissuto un’infanzia felice, anche se fra chi mi ha conosciuto bene c’è chi lo mette in dubbio. La parte più bella è quella che ho vissuto in campagna, nelle grande casa colonica dei nonni, che ha segnato il mio imprinting. Mia madre era molto giovane quando nacqui, e lo stesso mio padre. Come i padri di quegli anni, era abbastanza assente, mentre mia madre era una donna fantasiosa (probabilmente la parte creativa della famiglia) ma complicata, perché aveva la tendenza di confondere le sue fantasie con la realtà, il che non la rendeva una persona migliore. Entrambi avevano in comune il fatto di essere cresciuti senza padre, e questa esperienza aveva segnato la loro capacità di esprimere l’amore. Erano accomunati anche dalla bellezza e dalla giovinezza, durante quei magici anni sessanta. Mia madre era il tipo Florinda Bolkan, e più di un mio compagno di classe del liceo si sarebbe innamorato di lei. Vestiva con gusto quei vestiti optical inglesi e francesi degli anni sessanta, e per un periodo gestì anche un elegante negozio di vestiti di una marca francese. Leggeva Moravia, ed aveva studiato un po’ psicologia all’Università. Mio padre era quello che ascoltava musica, da Patty Pravo a Fabrizio De André (ma forse quel disco era stato il dono di un’amore clandestino), da Be Bop A Lula a Sympathy. Vestiva di quell’eleganza mod a la Jean Louis Trintignant, e per un certo periodo aveva guidato una Giulietta sprint azzurra.


Dal lato mio, ebbi la fortuna di ricevere amore dai nonni paterni. Potevo contare sull’amore incondizionato di zii e zie, nonno e nonna. La famiglia di benestanti agricoltori delle campagne sul Po che si era fusa con quella di semplici carrettieri delle stesse terre. Porto il nome del nonno, Gaetano Bottazzi. Il nome era esotico, ed era una tradizione che venisse tramandato di nipote in nipote, mentre il cognome era assolutamente padano, quello del sindaco del Mondo Piccolo di Guareschi. E proprio come il sindaco Peppone, lo zio si chiamava Giuseppe Bottazzi. Un pezzo d’uomo grande e grosso con due baffi alla Errol Flynn, a cui alla domenica piaceva vestirsi elegante, mettere il dopo barba profumato e sparire in una nuvola di fumo lungo la strada sterrata. Abitavano in una grande casa colonica, di cui ho ricordi da piccolo principe, dalle grandi tavolate con i contadini alle aie piene di persone vocianti e felici. E una gang di bambini che mi chiamavano Ivanoe (pronunciato proprio così), l’eroe della serie televisiva del momento. Vendemmie, mietiture, trattori, mucche, campi, il grande fiume. La geografia ci aiutava, circondati per tre lati da un’ansa del Po, e chiusi dal rimanente da un bosco che per uscire bisognava attraversare, di modo che sembrava di essere confinati in un paradiso terrestre. Una comunità viva, di cui conservo una miniera di ricordi. Come quella volta che lo zio mi caricò in auto, per andare in paese ad acquistare una bicicletta rossa. Sfortuna volle che in quello stesso giorno ricevessimo in campagna la visita dei miei genitori, che mi sequestrarono la bici rossa per cambiarla con una più grande (e colorata di blu), con la motivazione che sarei cresciuto alla svelta, ma così alta da togliermi il piacere di usarla. Una metafora della mia infanzia.
Con i miei genitori non mi capii mai, e dopo aver subito mia madre negli anni del liceo, lasciai casa per iscrivermi all’università di Parma (in verità sempre sponsorizzato completamente da loro) e non farci più ritorno.
Negli anni del liceo, spesi nella noiosa provincia (ma non tanto noiosa quanto lo è oggi), avevo coltivato il sogno di diventare regista di cinema. Sin da bambino ogni mia domenica era segnata da un rito. Dopo il pranzo, invariabilmente a base di anolini in brodo e cappone ripieno, mentre lo zio con i baffetti spariva verso qualche avventura, io ed l’omonimo nonno andavamo al cinema. Lui non aveva gusti cinematografici particolari, perché appena si spegnevano le luci del cinema si addormentava, per svegliarsi quando lo chiamavo a film finito. A volte lasciavo passare persino due proiezioni prima di farlo. Così toccava a me la scelta del film, e penso di aver visto tutto quanto negli anni sessanta e settanta fu girato a Hollywood e a Cinecittà.
Da adolescente il posto del nonno fu preso dagli amici. Alle medie con un amico in particolare ci eravamo appassionati dei film di Trinità: io ero Terence Hill, lui Bud Spencer. A sedici anni, capitava che mia madre ci tenesse a vedere qualche film, ma per l’assenza cronica di mio padre portava me ad accompagnarla. Ricordo così film più adulti, come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Morte a Venezia, Il Dottor Zivago, e anche Malizia, con Laura Antonelli. Con i compagni del liceo si vedeva invece i noir francesi con Alain Delon, i film di Joe D’Alessandro, e quelli di Fellini e di Pasolini. Per vedere Ultimo Tango a Parigi organizzammo una gita scolastica in treno, verso un cinema di provincia dove ci avrebbero lasciati entrare anche se non avevamo ancora raggiunto la maggiore età. A parte le rotonde nudità di Maria Schneider, non ci capii molto, fino a quando me lo spiegò una compagna: le femmine erano sempre più mature dei maschietti. Noi maschi in effetti eravamo stati colpiti soprattutto dal trailer di Quel gran pezzo dell’Ubalda, con Edwige Fenech, che tornammo a vedere, sempre in treno, la domenica successiva. Erano tempi in cui il testosterone traboccava dalle orecchie…
La scoperta della sessualità della mia generazione coincise con la liberazione sessuale del Paese, e probabilmente del mondo. Una interessante coincidenza. A New York i cinema proiettavano Gola Profonda, che un pubblico borghese, se non addirittura intellettuale, faceva la coda per vedere. Da noi il primo segno fu la pubblicazione di Playboy, con il servizio fotografico di Sabina Ciuffini per il paginone centrale. Era la valletta televisiva di Mike Bongiorno, e non c’era un maschio adulto che non ne tenesse una copia nella scrivania sul lavoro, compreso mio padre in ufficio. Negli anni del Liceo, Playboy costava 1500 lire. Eravamo in tre amici: ognuno ce ne metteva 500, e poi si tirava a sorte su chi lo avrebbe portato a casa per primo. In realtà ero quasi sempre io, perché la mia famiglia era quella di più larghe vedute. Erano gli anni dopo la pillola anticoncezionale e prima dell’AIDS. Con gli stessi due amici frequentavamo una compagnia teatrale, la Canea, ma con scarsi risultati.
Ai tempi del Liceo, la più grossa influenza nella mia vita furono le vacanze estive in Inghilterra. Di tutto il resto che ci insegnavano, nulla aveva a che fare né con la mia vita, né con gli anni che vivevamo, ribollenti di energia culturale e sociale. Di Beatles e Rolling Stones, di Picasso e Andy Warhol, di Fellini e Pasolini, nessuno degli insegnanti doveva aver sentito parlare. Ignoravano quel fermento culturale, accontentandosi di seguitare a declinare lingue morte. Il dramma è che a tutt’oggi la scuola è ancora così.


Noi leggevamo Porci con le ali e Ciao 2001, ci scambiavamo vinili di Pink Floyd e Bob Dylan, ascoltavamo alla radio Alto Gradimento e Pop Off (il rock del mediterraneo), e durante l’estate, chi poteva andava a scoprire la capitale del mondo, Londra. La mia cultura ed i miei sogni sono tutti legati a quel periodo. Avessi saputo allora quello che so oggi, dopo la maturità sarei entrato negli uffici della Stiff Records, ed avrei implorato Jake Riviera di offrirmi un lavoro. Invece, dopo aver tanto fantasticato di fare il regista, l’ultimo giorno valido per le iscrizioni universitarie mi iscrissi a Medicina.


Non voglio accampare scuse, ma l’ambiente vischioso della provincia ebbe il suo peso. Ero troppo avvezzo alle comodità e vivevo troppo lontano dalla capitale per buttarmi allo sbaraglio. Avevo invece davanti agli occhi un esempio di vita che mi sembrava desiderabile: il dottor Tubi, medico di famiglia, bonario, apparentemente sereno, vedovo e con una bella figlia, una villa con giardino, una roulotte per le vacanze, mi sembrava un buon esempio di vita. E così, seguire la sua strada mi sembrò un’idea confortevole. E per un po’ lo fu. Medicina mi piaceva, e la frequentai con profitto. Vivevo a Parma, la capitale del Ducato, assai più elegante e vivace della mia hometown, e mi infilai da subito nelle corsie dell’ospedale (anche se di sera si andava a ballare la musica del dj Roby Bonardi). Nei primi anni frequentai da studente interno l’Istituto di Fisiologia del Prof. Rizzolatti (dall’aspetto di Einstein; oggi è in odore di Nobel per la scoperta dei neuroni a specchio). Nell’istituto si respirava libertà e cultura, con le riunioni del giovedì in cui ognuno, persino noi matricole, era libero di parlare dell'argomento che riteneva. Nell’istituto avrei incrociato il mio primo computer, un grande ed inefficiente Tektronic. Nello stesso momento in California nascevano i personal computer e l’Apple II. Un docente americano mi insegnò a programmare in BASIC, e con l’informatica fu amore a prima vista. Allora programmare dava la sensazione di creare. C’era molta filosofia sociale in quella cosa, e persino un pizzico di flower power. Quando anni dopo un amico che vendeva computer (un’attività all’epoca dal sapore fantascientifico) mi mostrò un Apple Lisa, avvertii il languore dell’innamoramento. Grazie a lui riuscii ad avere prima un Apple //c, poi un Fat Mac ed infine il Re dei Re, il Macintosh Plus. Il computer mi emozionava, e non solo a me. C’era tutta una devota comunità, che girava attorno ai negozi di informatica (che allora non erano né eleganti, né centri commerciali), alle riviste del settore, alle fiere. Ogni utente informatico era anche un po’ programmatore, e leggevo un sacco di riviste, che riportavano i listati dei programmi, cioè il codice da trascrivere sul proprio computer. Dopo aver giocato all’Avventura nel Castello di Enrico Colombini, ed aver messo le mani sul suo libro con il modulo per scrivere avventure, realizzai l’Avventura di Cappuccetto Rosso (più tardi lo resi grafico per il Mac, con disegni miei realizzati sullo schermo con il mouse, pixel per pixel, e lo ribattezzai In Compagni dei Lupi, prendendo in prestito il titolo di un film di Neil Jordan). Fu pubblicato dalla rivista Apple Soft, mentre un altro gioco fu pubblicato in Inghilterra dalla rivista MacUser.


Scrissi libri e firmai rubriche sulle riviste Mac, fra cui Applicando e l'edizione italiana di MacWorld. Erano decisamente altri tempi. Realizzavo software multimediale, come si chiamava allora. Nei primi anni novanta curai quella che probabilmente fu la prima rivista digitale del commercio, HyperGazette, che veniva venduta su floppy disc. Lo zenit fu rappresentato da un villaggio virtuale battezzato Medicopoli. Una mia versione multimediale del test neurologico Mini Mental State fu distribuito per gli istituti neurologici della nazione.

Per tornare ai giorni dell’Università, nell’Istituto di Fisiologia mancavano i pazienti, che della medicina sono il motivo d’essere. Così al terzo anno, forte del mio libretto, fui accettato in Medicina Interna nella squadra del fascinoso Prof. Delsignore. Le infermiere facevano a gara per andare in visita con lui, e la sua squadra era la più bella del reparto. Avrei passato con lui una decina d’anni, ricchi di promesse. La medicina allora era bella, ed ancora continuava ad esserlo quando, appena laureato, fui chiamato a sostituire per le vacanze estive il medico condotto di un paese sul Po. Sapete, quelle storie del giovane medico che arriva in paese in scooter, e che nel corso della sua carriera arriva ad acquistare la villa liberty in fondo alla strada principale? È la sua storia, non la mia: fui il primo della generazione dei medici che non guadagnarono; sarebbe stato assai meglio essere l’ultimo dei precedenti.


La medicina di quei giorni era a misura d’uomo, paternalistica, e girava attorno alla rispettata figura del dottore, che nell’ecosistema se la giocava con il parroco ed il sindaco, una spanna sopra il farmacista. Quello di cui allora non mi rendevo conto appieno era che l’essere medico mi avrebbe messo in contatto con la malattia, il dolore e la morte per tutta la mia carriera. Ai tempi l’idea non mi spaventava perché ero giovane, arrogante e lontano dalla scoperta di essere anch’io mortale.
Negli anni ottanta eravamo ottimisti, e nessuno aveva idea della decadenza in cui stava per sprofondare la società capitalistica. Anzi, allora sembrò che il collasso del comunismo, rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino, fosse una promessa di pace e di prosperità.
Quello che non potevo sapere è che l’anno professionale che avrei ricordato con più nostalgia sarebbe stato quello da ufficiale medico. A dispetto dei luoghi comuni, l’esercito funzionava decisamente meglio delle strutture sanitarie pubbliche che avrei conosciuto in seguito. La scuola allievi ufficiali di complemento era in una location da favola, a Firenze sulla Costa San Giorgio. Noi allievi si faceva la sentinella sul Giardino dei Boboli. La mia destinazione fu la Milano degli anni ottanta che, a dispetto della disonestà del craxismo, era la Milano da bere, quella pulita ed ottimista, dopo la Milano grigia degli anni di piombo e prima della perdita di identità che sarebbe seguita. Ricevevo il primo stipendio (1.250.000 lire che ritiravo di persona ogni mese allo sportello della banca), una Golf diesel bianca che mi rendeva libero, e il primo amore, dolce e poetico, proprio a Milano. Fu l’anno della grande nevicata: un inverno nella metropoli sommersa dalla neve che sembrava una favola di Calvino.


Dopo il primo, ho avuto altri amori: c’è sempre del magico nel vivere un amore, ma lo si paga ogni volta con il rimpianto del perderlo e lasciarlo per strada. Il mio sogno di realizzare una grande famiglia in una grande casa come quella dei nonni sarebbe naufragato nel mare della mia irrequietezza.
Persino la strada fra casa ed il lavoro non riesco a tenerla costante: l’idea di ripetere all’infinito il già vissuto mi soffoca, al punto che certi giorni mi sobbarco il doppio dei chilometri solo per percorrere un tragitto diverso.

La musica è stata la grande passione della mia vita. Paradossalmente non ho mai imparato a suonare uno strumento: mi accorsi presto di non avere orecchio musicale. È un fatto genetico, una mancanza di un talento specifico. In compenso mi accorsi che sapevo raccontare della musica che ascoltavo. Così sarei divenuto un cronista musicale. Avevo sempre letto riviste, e scritto attorno a quello che leggevo. Da bambino avevo partecipato ad un concorso sul Corriere dei Piccoli per dare i testi ad una storia dei Puffi. Da adolescente avevo intervistato gli Area di Demetrio Stratos per una rivista, o forse per una radio libera. Partecipai ad un concorso per scrivere le parole italiane della canzone Sex & Drugs & Rock & Roll di Ian Dury. Un giorno scrissi una cosa su Tom Waits e la spedii al direttore de Il Mucchio Selvaggio, che era la rivista di musica rock più autorevole del momento, l’equivalente culturale di quello che era stata Rolling Stone in California una decade prima. Fui accettato, allora succedeva, e iniziai la mia carriera di cronista raccontando di Graham Parker, Joe Jackson, Tom Petty, Greg Kihn, JJ Cale, Bruce Springsteen, Mink DeVille, Del Fuegos. Come per l’informatica qualche anno dopo, non avrei trovato il coraggio di farne una carriera.


Negli anni settanta ero stato inglese, negli ottanta milanese. Nei novanta fui americano. Nel corso di un viaggio coast to coast in auto, conobbi Kim, che mi rubò il cuore. Era bellissima, l’impersonificazione della ragazza dei 45 giri che ascoltavo: la ragazza del mid west dei Beach Boys e di Tom Petty. Vissi con lei per tre anni, e per altri tre feci il pendolare dell’amore. Amavo il rock dei Little Feat, degli Allman Brothers, dei Neville, e naturalmente di Petty e di Springsteen. A New Orleans ho speso alcuni dei giorni più belli della mia vita.


A quarant’anni mi accorsi che mentre continuavo a sognare, la vita scorreva veloce. Accolsi il nuovo millenio in un week-end a letto con una ragazza, con tre videocassette affittate da Blockbuster e qualche spaghettata. Nel giorno di San Valentino di quell’anno baciai la ragazza che sarebbe diventata mia moglie (e che mi avrebbe donato una figlia). Ma non ci capimmo mai, e ci trovammo separati prima di riuscire a sintonizzarci. Ancora una volta, non ero riuscito a diventare l’adulto che avevo immaginato.

La separazione da un matrimonio non è un gioco. Lasciai la città di provincia per la campagna. La Val Trebbia, uno dei punti più belli del mondo, che mi ricordava dell’amata Provenza (sì, perché negli anni duemila ero diventato francese, e già che il capitalismo aveva lasciato cadere la maschera per mostrarci la sua brutta faccia, anche un descamisado, un discepolo del mio collega il Che). Ho trovato casa in un borghetto di fronte ad un castello con una torre che risale al medioevo ed una al rinascimento. Un borgo nato sulle fondamenta della fattoria dove da ragazzo venivo a cavalcare. Era stato ricostruito per i turisti, ma i turisti non erano arrivati, e nel primo inverno che passai li ci vivevamo in pochi, nascosti l'un l'altro dalla neve e dalla nebbia. In ogni caso tornare al tramonto dal lavoro per ritrovarmi in quel paradiso terrestre mi sorprende ogni volta per la sua bellezza, anche se mi pareva di essere uno di quegli outsider che in America vivono nei villaggi di roulotte.


Un’altra grande passione recuperata è stata quella per la motocicletta. A quattordici anni acquistare il cinquantino era un passaggio della crescita, un momento fondamentale nel diventare adolescente. Io ebbi un Moto Guzzi Dingo Cross giallo, una moto non troppo moderna neppure per quei tempi. Andavano di moda le moto da fuoristrada, o meglio da cross, come le si chiamava. A 16 anni, se eri abbastanza fortunato, potevi passare al 125, che con i motori a due tempi erano dei veri bolidi, marchiati KTM, SWM, Zundapp, Puch. Io avevo una moto svedese, Husqvarna, con il bel serbatoio cromato, ma troppo ruvida. Veramente già allora mi attiravano di più le moto da strada, ma non erano di moda. A diciotto anni si passava all’auto, e solo i figli di papà potevano sperare anche in una moto, magari una Morini 3½ o una Honda 400 Four SS (che stava per Super Sport).
Per sentirci liberi ci bastava una Fiat 500, una Mini, una Dyane o una 2CV, ed alla moto non ci pensai più per molto tempo, neanche quando una usata sarei magari riuscito a comprarla.


Ho preso tante curve, tanti cambiamenti. Voglia di assaggiare tutto e il rimpianto per gli amori lasciati indietro. Rimpianto per ogni presente che è diventato passato prima che avessi finito di viverlo. Ho sognato tanti sogni, che si sono realizzati solo a spizzichi e bocconi. Ho percorso tante strade, che pure ancora mi sembrano poche rispetto alle infinite vie del mondo.
In amore sono stato fortunato e sfortunato. Non mi sono accasato nel paese alla Guareschi o alla Piero Chiara che le mie radici avrebbero voluto, ma neanche sono riuscito a fare il giro del mondo. Ho vissuto come ho potuto e non ho mai smesso di desiderare l’orizzonte. E di certo non mi sono ancora fermato. Chissà, forse ho preso più amore di quello che ho dato, e di questo immagino dovrò rispondere alla fine al mastro di chiavi.
L’unico rimpianto vero è di non aver abbastanza tempo. Tante cose da fare ed una vita così breve. Come diceva il sergente Lorusso, ogni volta che vedo un tramonto mi girano le balle. Perché è passato un altro giorno.

Quello che vorrei fare adesso è scrivere. Uno scrittore ha detto che si scrive per farsi trovare. Forse per lasciare qualche cosa, che vive dentro la nostra testa, o la nostra anima. Vorrei fare solo quello. Magari quello e viaggiare. Scrivere mentre viaggio. Potessi, mi piacerebbe andare nei posti, e scriverne.
La lista di libri da scrivere è lunga: dopo Long Playing (sto scrivendone la seconda parte) e Perché non lo facciamo per la strada, vogliono essere scritti Blue Motel, Il TAO della Motocicletta, I furiosi anni settanta, Il futuro non è mai come te lo saresti aspettato, e altri ancora. It's my last chance, baby. The last call.