lunedì 27 marzo 2017

Long Playing Tom Petty & the Heartbreakers


Bob Dylan definì gli Heartbreakers l’ultima grande American band. Tom Petty & the Heartbreakers venivano dalla Florida, come Gram Parsons, e crebbero a Los Angeles. Per molti anni furono i figli migliori del rock americano. Il leader del gruppo, Tom Petty, era nato a Gainsville, in Florida, il 20 ottobre 1950 da una tipica famiglia blue collar americana. Per un quarto di sangue nativo americano (da parte della nonna paterna), Tom era l’unico della sua famiglia ad essere biondo e con gli occhi chiari. Non era un ragazzo come gli altri: Tom Petty era letteralmente chiamato dalla vocazione del rock’n’roll. Non faceva parte di nessuna squadra sportiva, non conosceva il nome di nessun giocatore di baseball, si lasciava crescere i capelli, il che a Gainsville faceva di lui un outsider, e raccoglieva tutti i 45 giri di Elvis su cui riusciva a mettere le mani. Quando i soldi per acquistarli non gli bastavano, li comperava da un amico che li rubava alla sorella maggiore. Tutto aveva avuto inizio a undici anni, quando uno zio che lavorava nel cinema lo aveva invitato ad assistere ad un ciak di Follow That Dream, il film con Elvis Presley. Nel momento stesso in cui il giovane Petty vide Elvis scendere dall’automobile, fu conquistato dalla sua personalità, dal modo in cui spiccava fra chi lo circondava. Da quel giorno Tom non ebbe altro interesse che il rock’n’roll. La sua tipica routine quotidiana era far suonare tutto il giorno i 45 giri nella sua stanza, per la costernazione del padre. 
L’epifania sopraggiunse il 9 febbraio 1964, la sera in cui i Beatles furono trasmessi dalla TV americana all’Ed Sullivan Show, di fronte a Tom Petty ed altri 73 milioni di spettatori. Quella sera Petty comprese con chiarezza che quello che voleva dalla vita era far parte di una rock band. I Beatles diedero ai teenager la consapevolezza che era possibile farlo (una decade dopo lo stesso compito di evangelismo sarebbe toccato ai Sex Pistols). Così Tom ricevette in regalo la sua prima chitarra elettrica, una economica Kay su cui imparò a formare gli accordi e a metterli assieme per suonare canzoni come Woolly Bully. Si lasciò crescere i capelli, si mise a frequentare gli altri ragazzi con i capelli lunghi e imparò da essi tutto quello che sapevano su come si suona una chitarra. Assieme a tre amici mise assieme la prima band, con una batteria, tre chitarre e un piccolo amplificatore Fender, per suonare brani strumentali come Walk Don’t Run dei Ventures. La band trovò da subito degli ingaggi pagati, e siccome serviva un bassista, decise di farlo lui stesso. La scuola fu dimenticata. Chiese alla famiglia di aiutarlo ad acquistare un economico basso Silvertone, ed il padre tornò a casa con un Gibson: può darsi che non condividesse l’idea del figlio di diventare musicista, ma se doveva provarci, che almeno lo facesse nel modo migliore! Mentre imparava a suonare il basso, Petty prese per sé anche la parte di cantante. Nell’immaginario di Petty (e di tutti i teenager americani) i Beatles avevano eclissato Elvis: il repertorio del gruppo erano i dischi della British Invasion. Più Stones e Animals che Beatles, per la difficoltà di imitare le armonie vocali dei Fab Four. 
Gainsville era una città musicale: ci crebbero fra gli altri Don Felder e Bernie Leadon, degli Eagles e dei Flying Burrito Brothers, e Stephen Stills. Ovunque c’era abbondanza di club in cui suonare. A sedici anni Petty era già un musicista professionista. Prima con i Sundowners, poi con gli Epics, non ebbe mai difficoltà a trovare ingaggi e a conquistare il pubblico. Fin da quando aveva imparato i primi accordi, si era reso conto di essere in grado di comporre canzoni sue, però le scritture per il gruppo richiedevano invariabilmente cover dei successi della classifica.
Per un periodo lavorò come commesso in un negozio di strumenti musicali assieme a Don Felder. Fu qui che conobbe Mike Campbell e Tom Leadon (fratello di Bernie), oltre a Benmont Tench, il più giovane di tutti loro, un piccolo Mozart capace di suonare al piano l’intero Sgt.Pepper. Assieme fondarono i Mudcrutch, in un primo momento con un cantante, Jim Lenehan, che poi fu rimpiazzato dallo stesso Tom. Il primo ingaggio fu in un club di strip-tease, dove suonavano le canzoni di Petty spacciandole al proprietario come gli hit del momento. I Mudcrutch erano con evidenza destinati al successo, ci volle poco perché divenissero gli eroi locali. A Gainsville erano così popolari che riuscì loro di organizzare, per ben tre volte, un festival locale, un love-in a cui parteciparono fino a quindici band, e che attirava pubblico persino dagli stati confinanti. Un coltivatore di pepe produsse loro un singolo, Up In Mississippi Tonight, che fu stampato come Pepper Records. I loro tour arrivarono fino a Macon, in Georgia, patria degli Allman Brothers Band, all’epoca il gruppo più popolare di tutta la Cotton Belt. 

giovedì 23 marzo 2017

È arrivato il lato B di Long Playing, il ritorno del Rock!


Ci siamo. Ho finito il lato B di Long Playing, una storia del Rock, sottotitolato Il ritorno del Rock (è in vendita qui). Per me non è solo la fine di un libro, ma del progetto di una vita. Il mio magnum opus.
Avrei desiderato leggere il mio libro nel 1974, quando acquistai Guida alla Musica Pop di Rolf-Ulrich Kaiser, che poi si dimostrò non essere davvero una guida alla musica pop (allora in Italia ci si riferiva così al rock) ma una raccolta di qualche articolo, soprattutto su Frank Zappa.
Iniziai a scriverlo negli anni ottanta, nei giorni in cui ero un giovane ed entusiasta collaboratore del Mucchio Selvaggio, su un Fat Macintosh che mi portavo in giro nel suo borsone. Allora non ero ancora in grado di portarlo a termine, ma nel frattempo divenni un Mac guru al punto da pubblicare tre manuali sull’argomento (uno si intitolava A scuola di Macintosh).
Diversi appassionati di rock degli anni settanta, parteciparono del decennio successivo alla rivoluzione informatica, che conservava la missione hippie di voler cambiare il mondo.

All’inizio degli anni ’10 ricominciai a scriverlo da zero (o forse “da tre”) e alla fine del 2013 diedi alle stampe il primo volume che, dal momento che il titolo era Long Playing - come i vinili, fu battezzato lato A. Immaginavo di pubblicare il lato B già nel 2014, ma mi illudevo. Finirlo mi ha preso altri tre anni.
C’è una differenza di timbro fra i due volumi. Lo stile è sempre il mio, quello che Mauro Zambellini ha definito l'equivalente in caratteri di stampa dei disegni di Guy Peellaert (Rock Dreams). La differenza è che nell’anno che fa da confine fra il lato A (“anni sessanta e dintorni”) e il lato B (“il ritorno del Rock”), grosso modo il 1973, arrivai io. Nel senso che mi affacciai al mondo del rock, iniziando ad acquistare i miei primi 33 giri. Il lato A è dunque la storia dei mitici anni classici della nostra musica, così come la scoprii. È scritto come la sceneggiatura di un film sulla nostra musica. Il lato B è un diario, del mio viaggio musicale attraverso tutti questi anni.

L’ho finito. Nel frattempo non esiste più Il Mucchio Selvaggio così come lo conoscevamo, i dischi sono diventati merce da carbonari, gran parte degli artisti di cui ho scritto non ci sono più, e la stessa musica Rock ha concluso il suo ciclo.
Io sono finalmente libero di dedicarmi ai libri di argomento diverso che ho abbozzato in questi anni, e che attendevano in coda.
Sono un padre geloso, al punto di aver preferito stampare Long Playing in autoproduzione per non perderne la proprietà. L’esperienza del primo volume mi ha insegnato che senza una casa editrice alle spalle non si riesce ad accedere alla distribuzione capillare nelle librerie; ciò nonostante, non fosse che per amore di simmetria, ho prodotto il secondo volume nello stesso modo. Ho dato ai due volumi gli stessi colori, rosso e blu, della storica antologia in vinile dei Beatles, il red album (1962-1966) ed il blue album (1967-1970).

Il libro è distribuito in eBook per Kindle su Amazon (le vendite su Apple iBook e attraverso gli altri distributori sono state trascurabili) e in carta, in edizione “da collezione” limitata, numerata e firmata in sole 200 copie. Le venderò di persona, alle presentazioni e sul web. Finite quelle, si vedrà.
Lo passerei solo ad una casa editrice veramente maggiore, come quella che ha stampato la storia della Musica Jazz di Enrico Polillo, ma naturalmente bisogna vedere se ne trovo una interessata, in questi tempi in cui il rock non vende nemmeno come musica, figuriamoci come parole.
Ma voi non perdetelo. Ne vale la pena. E poi, questa edizione numerata è un pezzo da collezione.

Long Playing, una storia del Rock.


domenica 19 marzo 2017

Johnny B. Goode


Chuck Berry è passato alla storia come il poeta del rock and roll.
Nato a St.Louis nel Missouri, cantava ai party scolastici già nella High School, dove riusciva a conquistare il cuore delle compagne con canzoni melodiche come Confessin’ The Blues. A diciott’anni finì il riformatorio per rapina a mano armata e furto d’auto, per la quale un giudice del mid-west dalla mano pesante lo condannò a dieci anni di galera. In prigione mise assieme un quartetto vocale che diventò così popolare da guadagnarsi il permesso di esibirsi al di fuori dalle mura del carcere. Il talento di cantante gli conquistò anche la libertà dopo tre anni di pena.
Uscito di prigione trovò lavoro ad una stazione radio, dove da una celebrità locale comprò una chitarra elettrica usata per trenta dollari, pagati in rate settimanale da cinque. Con la chitarra si fece notare nei club suonando sia brani blues che country, una singolarità per un artista nero, che gli procurò una fama locale di black hillbillie.
Nel ’52 Berry fu invitato dal pianista Johnnie Johnson a tenere uno show di capodanno in un prestigioso locale a East St.Louis, il Cosmopolitan, appena oltre il ponte sul Mississippi ma per questo già in Illinois, lo Stato del divertimento. Berry sorprese la platea con il proprio repertorio e con una gestualità sul palco che già comprendeva il duck walk, cioè la mossa di abbassarsi sulle gambe e camminare come un papero durante l’assolo. Finì che il proprietario del locale lo assunse come musicista fisso e che Berry scelse come backin’ band proprio Johnson ed il suo trio. Nei club di East St.Louis, Berry si fece i denti fino a che nel ’55 decise di cercare un contratto discografico a Chicago. Appena arrivato in città andò a vedere lo spettacolo di Muddy Waters e colse il suo consiglio di bussare alla porta dei fratelli Leonard e Phil Chess.
Il lunedì mattina all’orario di apertura l’auto di Berry era già parcheggiata davanti alla Chess Records. A Leonard propose il brano blues Wee Wee Hours, ma dei quattro pezzi registrati su un nastro, Mr. Chess si mostrò molto più colpito da Ida Red, un’inusuale hillbilly con un formidabile testo. C’era qualche cosa di contagioso in quel brano che pareva tagliato su misura per la nuova scena di cat-music che stava prendendo piede. Chuck aveva un suono assimilabile ad un altro artista della Chess, Bo Diddley, ma era persino più travolgente.
Leonard offrì a Berry un contratto e lo portò in sala d’incisione assieme al pianista Johnnie Johnson. Siccome non era convinto del titolo Ida Red, che sapeva di un blues già sentito, gli propose di cambiarlo su due piedi con il nome della marca del mascara Maybellene della segretaria. Dalle incisioni di quel giorno venne fuori un rock and roll seminale dal ritmo selvaggio e dai testi onomatopeici:

venerdì 3 marzo 2017

Storia brevissima della musica Rock (concentrata in un post)


Gli anni cinquanta si erano aperti in bianco e nero. La seconda guerra mondiale era finita solo da un lustro. Erano gli anni del maccartismo, della caccia alle streghe, della bomba atomica, della guerra fredda. La musica jazz si era fatta intellettuale ed aveva consumato il divorzio dalle masse. La musica leggera era una tale lagna che le vendite dei dischi delle major discografiche americane (Columbia, RCA Victor e Capitol) erano in caduta libera.
Ma nelle strade del Southside di Chicago qualche cosa di estremamente vivace stava accadendo. I neri che erano immigrati in città, provenienti dagli stati razzisti del sud ed in cerca di lavoro nell’industria, danzavano ad un ritmo nuovo, quello del rhythm & blues elettrico di Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf, Sonny Boy Williamson e Willie Dixon. La massa critica fu raggiunta quando il rhythm & blues arrivò il pubblico bianco: il blues ebbe un figlio, ed il suo nome era rock’n’roll.
Il ritmo del rock’n’roll arrivava dai dischi delle etichette indipendenti sparse per tutto il mid-west: dalla Sun di Memphis attraverso cantanti bianchi come Elvis Presley, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Johnny Cash, come da cantanti neri come Chuck Berry della Chess di Chicago, o ancora da Little Richard in Louisiana, Buddy Holly in Texas, Dion & the Belmonts a New York, Ritchie Valens a Los Angeles.
Quando nel 1956 il contratto di Presley venne rilevato da una major, la RCA, il fenomeno divenne nazionale, e poi mondiale. A vedere Elvis in TV all’Ed Sullivan Show c’erano sessanta milioni di americani. A tutti quelli che non avevano ancora compiuto vent’anni, Elvis quella sera cambiò la vita.
Il rock’n’roll diventò la musica della nuova generazione e consumava una frattura definitiva con la generazione precedente. Il big bang di quella esplosione non durò più di un pugno di anni. Alla fine del ’57 Little Richard dichiarò che si ritirava dalla vita di peccato della pop star. Nel marzo del ’58 Elvis partì per il servizio di leva in Europa, durato tre anni; al suo ritorno era un artista convenzionale. In maggio Jerry Lee Lewis venne travolto dallo scandalo del matrimonio con la cugina tredicenne Myra Gale e fu boicottato dall’industria musicale. Nel febbraio ’59 l’aereo con a bordo Buddy Holly e Ritchie Valens precipitò durante un tour, in quello che sarebbe passato alla leggenda come the day that music died. Nel dicembre del ’59 Chuck Berry fu condannato a tre anni di carcere per una accusa di istigazione alla prostituzione legata alla vicenda di una cameriera minorenne Apache.


Naturalmente non fu la fine del rock’n’roll. Sedati i suoi elementi più destabilizzanti, l’industria musicale propose nuovi idoli ai teenager. I primi anni sessanta rappresentarono gli happy days, i giorni in cui vennero registrati molti dei classici a 45 giri della musica rock. A Memphis ed a Detroit nasceva la musica Soul, che più di ogni altro avvenimento sociale avrebbe contribuito ad abbattere le differenze razziali fra bianchi e neri. Sulla west coast i Beach Boys inventavano la California del surf.