Long Playing Clash


Se i Pistols erano gli Elvis Presley del punk, i Beatles ne furono i Clash. Joe Strummer era figlio di un diplomatico inglese, ed era cresciuto fra Turchia, Egitto, Messico e Germania. A nove anni fu mandato in un collegio inglese assieme al fratello maggiore. Quando il fratello se ne andò di casa, per essere ritrovato suicida, anche Joe prese la decisione di lasciare il rifugio borghese e soffocante della famiglia, per vivere sulla strada. Acquistato un ukulele, imparò a suonarci Johnny B Goode e intraprese una vita da busker, dormendo, come molti giovani disoccupati nell’era Thatcher, in case abbandonate. Nel 1976 era il cantante di un  gruppo pub rock chiamato 101ers, per i quali aveva scritto la canzone Keys To Your Heart, dedicata alla fidanzata Palmolive, futura batterista del gruppo punk femminile delle Slits. Il 3 aprile il concerto dei 101ers era aperto dagli esordienti Sex Pistols. Strummer rimase molto più colpito dei suoi compagni dal suono furioso della band. Ebbe la percezione che in quella furia stesse il futuro, e voleva farne parte. Nonostante i 101ers fossero prossimi all’esordio discografico, quando Bernie Rhodes (un ex collaboratore dei Pistols dei primi giorni che stava cercando di diventare il manager di un gruppo punk) gli diede 48 ore di tempo per decidere se voleva diventarne il cantante, Strummer accettò nel giro di 24. Forse si chiese se aveva fatto la scelta giusta quando Rhodes lo introdusse agli altri due membri del gruppo, il chitarrista Mick Jones, un fan di Johnny Thunders che aveva fatto voto solenne di diventare una rock star, ed il suo amico Paul Simonon, che stava cercando di imparare a suonare il basso. Joe aveva infatti incrociato i due nella coda per il ritiro del sussidio di disoccupazione, e si era sfiorata la rissa. Per i Clash, Rhodes bruciò le tappe: fissato il quartier generale delle prove nel quartiere multietnico di Camden Town, trovò un batterista in Terry Chimes. Mick scriveva le musiche per il repertorio originale, mentre Joe ci metteva le parole, su temi sociali e politici. Non per caso il suo nome d’arte nei giorni di musicista di strada era stato Woody (da Woody Guthrie; Simonon credeva invece da Woody Woodpecker, il cartone animato, per via della somiglianza fisica).
Dopo un mese di prove il gruppo era pronto al debutto, che avvenne aprendo proprio ai Sex Pistols. Charles Murray del New Musical Express recensì uno dei loro primi show con le parole: “I Clash sono il tipo di garage band che dovrebbe velocemente tornare nei garage, preferibilmente senza spegnere il motore”. Ma il gruppo migliorò rapidamente le proprie performance, e in settembre già suonavano al 100 Club per il punk festival, assieme a una ganga di gruppi tutti nuovi di zecca: Sex Pistols, Damned, Buzzcocks, Siouxsie, Vibrators. In dicembre accompagnavano i Pistols nel famigerato Anarchy Tour organizzato da Malcolm McLaren, assieme ai Damned che furono buttati fuori dopo la prima data.
All’inizio del 1977 Rhodes firmò un contratto discografico con una major, la CBS, dopo essere stato in trattativa con la Polydor. Le case discografiche annusavano il girare del vento, e nessuna voleva trovarsi senza un gruppo della new wave in catalogo. La firma per la CBS, anziché per un’etichetta indipendente, apparve a qualcuno fra i fan una sorta di commercializzazione. In realtà non si sarebbe rivelato un contratto economicamente remunerativo, ma si trattava pur sempre l’etichetta di Dylan e di Springsteen. Ciò nonostante in USA il primo album non fu stampato, e quelli successivi lo furono dalla sotto etichetta Epic. Come ebbe a dire Strummer, gli investimenti su di loro furono tanto modesti da lasciar ben intendere quanto poco la casa discografica ci credesse.
In febbraio erano in studio per registrare il disco d’esordio, nella sala più minuscola dei CBS Studios di Londra, con il più giovane tecnico del suono dell’etichetta, che in precedenza aveva lavorato con gli Abba. Il batterista Terry Chimes già era in uscita dal gruppo, ed infatti nelle note di copertina il suo nome viene modificato in Tory Chrimes, “i crimini dei conservatori”. Il suo problema erano che non condivideva i temi militanti delle liriche. Gli faceva piacere suonare White Riot battendo sui tamburi come il suo idolo John Bonham degli Zeppelin, ma la cosa della rivolta bianca non lo convinceva per niente.
In compenso Mick Jones e Joe Strummer ci diedero dentro come se non ci fosse un domani. Come prima cosa registrarono e diedero alle stampe il singolo, con White Riot sul lato A. Poi registrarono 13 brani autografi, in cui Jones diede prova di un talento naturale di arrangiatore (insegnò tutte le parti di basso a Simonon e in pratica si fece carico della produzione), e sfoderò un bel suono di chitarra. Usando l’anticipo della CBS, andò in un negozio a comperarsi una Gibson Les Paul Junior nera ed un amplificatore Marshall. Praticamente tutte le parti di chitarra sono le sue. Strummer si occupò dei testi e di sovraincidere la maggior parte delle parti vocali. Cantava con una tale naturalezza che, quando il tecnico si rese conto che il cantato era identico ad ogni take, iniziò a dar buona la prima. Anche in studio cantava con la Fender Telecaster a tracolla, perché era così che aveva sempre fatto, ma per la maggior parte delle volte lo spinotto era staccato dall’amplificatore. La chitarra era talmente malconcia che la CBS gliene regalò una nuova identica, che però rimase in un angolo dello studio. A Jones invece capitò di inciampare sulla sua amata Les Paul nera e di fracassarla, cosa che, a detta degli altri, gli spezzò il cuore.
Alla fine decisero di registrare anche una cover. Ce n’erano due che usavano quasi come jam negli show. La prima era la potente Roadrunner dei Modern Lovers. La seconda, un reggae di Junior Murvin, Police and Thieves, che usavano per riscaldarsi ogni giorno in studio. Quando Jones ne reinventò le parti di chitarra, decisero che era il pezzo giusto per l’album.
Si instaurò da subito quel mix fra la musica punk, lo ska ed il reggae, che erano le musiche che echeggiavano nelle strade della suburbia giamaicana londinese. Il ritmo del reggae sarebbe diventato una cifra stilistica dei gruppi della new wave, e fu uno dei motivi del successo di Police, Madness e Specials. Sulla copertina del disco appariva una fotografia del gruppo scattata sulla scalinata del Camden Market, di fronte alla piccola sala di prova, sul retro un’immagine dei white riot, le rivolte del carnevale di Notting Hill.
Nel 1977, mentre i Sex Pistols imbarcavano Sid Vicious dirigendosi a tutta velocità verso il naufragio, i Clash si guadagnavano la fama del gruppo punk più autorevole della città. Non solo i temi delle loro canzoni erano sociali e politici, ma anziché piccoli punk esibizionisti come i Pistols, i Clash si distinguevano per il rispetto nei confronti dei propri fan. Lontani dall’assumere atteggiamenti da star, si mostravano disponibili tanto dietro le quinte, che fuori dalla porta degli alberghi. Quando Lester Bangs li conobbe di persona, spedito nel ’77 dagli USA per un reportage sul punk britannico, la sua diffidenza per la scena si trasformò in  pura passione. I Clash avevano fatto presa sotto la sua dura e cinica scorza. Viceversa di Rotten scrisse: «ne ho piene le tasche dei bulletti, già era abbastanza fastidioso a scuola». 
Il disco sfiorò la top ten inglese e fece il disco d’oro, sorprendendo tutti tranne il gruppo.
Sul secondo long playing suonava il batterista definitivo, Topper Headon. Questa volta la casa discografica aveva deciso che voleva fare breccia sul mercato americano, ed impose un proprio produttore, newyorchese e specializzato in hard rock. Il suono di Give ‘Em Enough Rope risultò così troppo lucido e muscoloso, perdendo la sua grezza verginità punk.
Il tour alla conquista dell’America si sarebbe intitolato provocatoriamente Pearl Harbour Tour.
La fiammata del punk dei tre accordi si stava esaurendo: mentre i gruppi da un singolo chiudevano bottega, sarebbero sopravvissuti solo quelli che riuscivano ad evolvere, come era successo ai gruppi beat del decennio precedente. Nel 1979 i Clash entrarono ai Wessex Sound Studios di Londra determinati a realizzare il loro disco migliore. La scelta per il produttore cadde sul britannico Guy Stevens, che all’epoca aveva già 36 anni, e perciò non apparteneva alla nuova scena, ma aveva prodotto i Mott The Hoople. La prima canzone che il gruppo registrò in studio, per riscaldarsi, fu una cover di Brand New Cadillac di Vince Taylor. Dopo di che fu un diluvio di canzoni, registrate per sei settimane consecutive, per diciotto ore al giorno. Il suono era secco, essenziale e decisamente pulito, con il supporto delle tastiere di Mike Gallagher e di una sezione di fiati, mentre le canzoni superavano i cliché del punk per sbizzarrirsi fra rock’n’roll, ballate, ska e jazz. Molti brani hanno un’aria epica, pescando dallo spirito di Woody Guthrie, di Jimmy Cliff e degli eroi del rockabilly. London Calling era un inno, con il suo verso «London is drowning, and I live by the river» (Londra sta annegando, ed io vivo sul fiume), così come il reggae serrato di The Guns Of Brixton, scritta e cantata dal bassista Paul Simonon. Registrarono diciannove canzoni che furono pubblicate su un disco doppio, esattamente allo scoccare del nuovo decennio. Quando comparve nelle vetrine dei negozi di dischi, quel doppio vinile intitolato London Calling fu uno shock culturale, fin dalla copertina che nella significativa cornice grafica del primo album di Elvis Presley per la RCA, fotografava Paul Simonon intento a fracassare sul palco un Fender Jazz Precision. Un album bianco che espandeva il linguaggio del punk e ne faceva definitivamente la voce musicale di una generazione, al pari degli storici doppi di Beatles, Stones, Dylan e Who.
L’album, che i Clash imposero di vendere al prezzo di un singolo vinile, rimettendoci di tasca propria i diritti d’autore, vendette cinque milioni di copie. Ai vertici della creatività, il gruppo pensò di continuare facendo uscire un singolo ogni mese. La scelta fu avversata dalla CBS, così che dopo un solo extendend play reggae (Black Market), tutto il materiale registrato uscì sotto forma di un album triplo di 36 canzoni, registrate da un gruppo che comprendeva Norman Watt Roy, il favoloso bassista jazz dei Blockheads (mentre Simonon girava un film) e di nuovo Mickey Gallagher alle tastiere...

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