Johnny B. Goode


Chuck Berry è passato alla storia come il poeta del rock and roll.
Nato a St.Louis nel Missouri, cantava ai party scolastici già nella High School, dove riusciva a conquistare il cuore delle compagne con canzoni melodiche come Confessin’ The Blues. A diciott’anni finì il riformatorio per rapina a mano armata e furto d’auto, per la quale un giudice del mid-west dalla mano pesante lo condannò a dieci anni di galera. In prigione mise assieme un quartetto vocale che diventò così popolare da guadagnarsi il permesso di esibirsi al di fuori dalle mura del carcere. Il talento di cantante gli conquistò anche la libertà dopo tre anni di pena.
Uscito di prigione trovò lavoro ad una stazione radio, dove da una celebrità locale comprò una chitarra elettrica usata per trenta dollari, pagati in rate settimanale da cinque. Con la chitarra si fece notare nei club suonando sia brani blues che country, una singolarità per un artista nero, che gli procurò una fama locale di black hillbillie.
Nel ’52 Berry fu invitato dal pianista Johnnie Johnson a tenere uno show di capodanno in un prestigioso locale a East St.Louis, il Cosmopolitan, appena oltre il ponte sul Mississippi ma per questo già in Illinois, lo Stato del divertimento. Berry sorprese la platea con il proprio repertorio e con una gestualità sul palco che già comprendeva il duck walk, cioè la mossa di abbassarsi sulle gambe e camminare come un papero durante l’assolo. Finì che il proprietario del locale lo assunse come musicista fisso e che Berry scelse come backin’ band proprio Johnson ed il suo trio. Nei club di East St.Louis, Berry si fece i denti fino a che nel ’55 decise di cercare un contratto discografico a Chicago. Appena arrivato in città andò a vedere lo spettacolo di Muddy Waters e colse il suo consiglio di bussare alla porta dei fratelli Leonard e Phil Chess.
Il lunedì mattina all’orario di apertura l’auto di Berry era già parcheggiata davanti alla Chess Records. A Leonard propose il brano blues Wee Wee Hours, ma dei quattro pezzi registrati su un nastro, Mr. Chess si mostrò molto più colpito da Ida Red, un’inusuale hillbilly con un formidabile testo. C’era qualche cosa di contagioso in quel brano che pareva tagliato su misura per la nuova scena di cat-music che stava prendendo piede. Chuck aveva un suono assimilabile ad un altro artista della Chess, Bo Diddley, ma era persino più travolgente.
Leonard offrì a Berry un contratto e lo portò in sala d’incisione assieme al pianista Johnnie Johnson. Siccome non era convinto del titolo Ida Red, che sapeva di un blues già sentito, gli propose di cambiarlo su due piedi con il nome della marca del mascara Maybellene della segretaria. Dalle incisioni di quel giorno venne fuori un rock and roll seminale dal ritmo selvaggio e dai testi onomatopeici:


«As I was motivatin’ over the hill 
I saw Maybellene in a coup de ville. 
A cadillac a-rollin’ on the open road, 
Nothin’ will outrun my v8 ford. 
The cadillac doin’ ‘bout ninety-five, 
She’s bumper to bumber rollin’ side by side»

Un testo che sembra un film, con grosse automobili americane che salgono rombando e saltellando per la Blueberry Hill di St.Louis. Chess sapeva di avere per le mani qualche cosa di vincente, al punto di non riuscire ad aspettare che il nuovo disco arrivasse per posta all’influente disc jockey della radio Alan Freed. Andò a finire che glielo portò di persona guidando la sua Cadillac da Chicago a New York City - e questa storia racconta quanto i discografici di una volta fossero coinvolti emotivamente nel loro lavoro.
Come Leonard aveva previsto, Freed ne rimase entusiasta ed iniziò da subito a trasmetterlo a ripetizione nel suo programma dedicato al rhythm & blues ed alla cat-music. Fu un successo istantaneo. Negli stessi giorni l’altro fratello Chess, Phil, era in vacanza nel Wisconsin con la famiglia e non aveva ancora sentito parlare di Chuck Berry. Fu con sorpresa che udì uscire da una radio locale le note di una canzone intitolata Maybellene, registrata per la Chess Records e di cui non sapeva nulla.
Quando si rese conto che tutte le stazioni stavano in effetti trasmettendo Maybellene, saltò sull’auto e guidò dritto filato fino agli uffici di Chicago: era evidente che qualche cosa di molto grosso stava succedendo. Fu il primo singolo della Chess a vendere un milione di copie ed il primo ad andare oltre alla abituale classifica rhythm & blues per entrare nella top ten dei singoli pop.
Dopo Thirty Days, il nuovo hit nazionale fu Roll Over Beethoven, un brano che definì le regole dello stile di Chuck Berry:
«Roll over Beethoven, andatelo a dire a Tschaikowsky». 

Nelle sue canzoni Berry annuncia l’era del rock’n’roll e ne scrive la sua mitologia.
In Sweet Little Sixteen canta dei cats:
«Fanno davvero del rock a Boston e a Pittsburgh P.A., dal cuore del Texas alla Frisco Bay, da sopra St.Louis giù a New Orleans, tutti i gatti vogliono ballare con Sweet Little Sixteen». 
E canta delle fan, se non già le groupie:
«Sweet Little Sixteen vuole avere almeno mezzo milione di autografi incorniciati e il suo portafogli è pieno di foto conquistate una ad una, è così eccitata, guarda come corre loro dietro». 
Hail Hail Rock’n’roll era un inno programmatico:
«Hail, hail rock and roll, liberami dai vecchi tempi, batti forte il tamburo, il senso è questo: anima e corpo». 
Johnny B. Goode era la storia autobiografica del chitarrista che va a cercare successo in città, replicato anni dopo da Promised Land, la storia di un musicista che parte da «Norfolk Virginia con la California in mente» e che si chiude con una telefonata dalla terra promessa:
«Los Angeles chiama Norfolk Virginia, Tidewater 41009, dì ai ragazzi a casa che è una chiamata dalla terra promessa, al telefono c’è quel ragazzo che era partito povero…» 

Nelle sue canzoni Berry dipinge l’iconografia dell’America on the road, ma anche la vita quotidiana delle persone e non mancano piccole storie umane neorealiste, come nel capolavoro di Memphis Tennessee: 
«Centralino, passami Memphis Tennessee, devi aiutarmi a trovarla, mi ha cercato al telefono e non ha lasciato il suo numero, ma so da dove ha chiamato perché mio zio ha preso il messaggio e l’ha scritto sul muro… Aiutami a rintracciare la mia Marie, è l’unica che mi può chiamare da Memphis Tennessee. Lei abita nel south side, in alto sulla collina più o meno a mezzo miglio dal ponte sul Mississippi. 
Mi manca lei e quanto siamo stati bene assieme, ma ci hanno separati perché a sua madre non piacevo, e hanno distrutto la nostra casa felice a Memphis Tennessee. 
L’ultima volta che ho visto Marie mi faceva ciao con la manina e goccioloni le scivolavano sulle guance, perché Marie ha solo sei anni, aiutami a parlarle a Memphis Tennessee…» 
Una canzone dedicata a tutti i padri separati, di cui scrisse anni dopo il seguito con Little Marie.

Il successo di Berry alla fine degli anni cinquanta era enorme, secondo nel rock solo a quello del bianco Elvis Presley. Partecipò a show nazionali come quello di Alan Freed, e a programmi televisivi ed a film come Rock Rock Rock e Jazz On A Summer Night, l’imperdibile documentario del Newport Jazz Festival del ’58.
Aprì un suo locale a St.Louis, chiamato Berry’s Club Bandstand, dove il rock’n’roll spianava le barriere razziali ad un pubblico misto di giovani bianchi e neri.
La cosa dovette dare qualche fastidio alle autorità, come doveva infastidire il fatto che dopo gli show fossero molte le ragazze bianche che cercavano di incontrarlo. La storia è raccontata in Brown Eyed Handsome Man, un bell’uomo dagli occhi scuri (dove occhi è in realtà una metafora per skinned, di pelle scura), dove Berry informa i bianchi che è lui che le loro donne vogliono.
Fu proprio il rock’n’roll ad abbattere le barriere di apartheid che fino a quel momento erano ancora la regola in America, e non solo quella degli stati del sud, dove bianchi e neri non si frequentavano e ascoltavano musica differente in locali differenti.
A gran parte dell’America conservatrice, compresa la polizia, non andava giù quella comunanza interrazziale legata alla musica rock, allo stesso modo di come dieci anni dopo avrebbero dato fastidio i capelli lunghi degli hippie: alla fine del ’59 Chuck Berry fu arrestato con l’accusa di aver fatto attraversare il confine di Stato ad una minorenne pellerossa, a cui lui sostenne di aver solamente offerto un passaggio.
Un giudice bianco lo condannò a tre anni di prigione, alla fine di un processo che fu contestato per pregiudizi razziali. La sentenza fu confermata in appello e Berry, all’apice del successo, dovette scontare un altro anno e mezzo di prigione. Prima di essere rinchiuso registrò Come On, che due anni dopo sarebbe diventata la canzone di debutto dei Rolling Stones.
Quando nel ’63 uscì di galera, l’America era sotto l’attacco della British Invasion, ma Berry scoprì che le sue canzoni era state registrate dai Beatles e dagli Stones ed erano state addirittura copiate dai Beach Boys, che sarebbe stati condannati in tribunale per il plagio di Surfin’ USA.
Tenne nel ’64 un tour inglese di successo e registrò No Particular Place To Go e You Never Can Tell, quest’ultima ripresa dal registra Quentin Tarantino per la colonna sonora del cult movie Pulp Fiction. I titoli degli album di quel periodo sono St.Louis To Liverpool e Chuck Berry in London, oltre a Two Great Guitars in coppia con Bo Diddley, che comprende Liverpool Drive ed una Chuck’s Beat lunga dieci minuti.

Negli anni settanta registrò Back Home e The London Chuck Berry Sessions e tornò al numero 1 delle classifiche con My Ding-a-Ling.
Quando Johnny Carson lo invitò in TV al Tonight Show, Berry aprì la trasmissione. Il pubblico non lasciò più scendere dal palco e fra canzoni e domande rimase il protagonista dell’intero spettacolo, mentre gli altri ospiti furono rimandati alla serata successiva. Fu l’unica volta che accadde in tutta la storia dello show di Carson.
Per il suo sessantesimo compleanno il suo fan Keith Richards gli produsse il film in concerto Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll.

Berry rimase negli anni un cattivo soggetto ed un brutto carattere.
Noti sono i suoi scazzi con Keith Richards, come noto è il fatto che suonasse rigorosamente solo dopo essere stato pagato e che non facesse uso di una propria band per risparmiarne gli stipendi, facendosi accompagnare da piccoli gruppi locali (anche in Italia) con cui di regola non si degnava neanche di provare. Springsteen ricorda che all’inizio della carriera gli capitò di accompagnare Berry in concerto: il cantante arrivò all’ultimo minuto, si ritirò nell’ufficio del promoter per riscuotere il pagamento, suonò senza provare e si eclissò senza ricompensare nessuno.
Non gli vennero mai meno i problemi con la legge, tanto per motivi piccanti che per problemi fiscali o semplicemente per possesso di marijuana, e non smise mai di tenere concerti.

(Blue Bottazzi - Long Playing, una storia del Rock)

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