mercoledì 21 dicembre 2016

Il meglio del 2016 (it's closing time)


Nell'opinione comune questo 2016 è stato un anno sfortunato, perché si è portato via una bella fetta dei nostri artisti* più amati. La realtà è che stanno scorrendo i titoli di coda: The End. Abbiamo una buona ragione per rattristarci, perché noi facciamo parte di questo film.
Il rock degli anni duemila è nostalgia. Non è più lo specchio di questo mondo, non ne è più la colonna sonora. I dischi che ascoltiamo, i concerti a cui assistiamo, sono le extra tracks. I bis, gli echi di quello che è stato: la musica e la cultura dei giovani della seconda metà del XX secolo, la musica che doveva cambiare il mondo, ed almeno gli ha dato colore.
La musica che accompagna questi titoli di coda è quella di Blackstar di Bowie.

Blackstar è in effetti il primo disco degli anni duemila, l'unico che mostra una discontinuità, una novità rispetto a quelli che ascoltavamo nel novecento. Purtroppo resterà anche un episodio isolato; il suo autore se n'è andato, e non mi pare che ci siano musicisti che se ne sono lasciati influenzare. Da come la vivo io, Blackstar chiude la storia del rock.
L'unico altro disco che quest'anno ci si avvicina, è Post Pop Depression di Iggy Pop. È curioso, perché si tratta di una specie di involontario omaggio a Bowie. Scrivo involontario perché è stato registrato quando non si poteva immaginare la sua morte. È un omaggio perché si ispira ai due dischi registrati da Iggy Pop e David Bowie nel periodo berlinese, The Idiot e Lust For Life, chiudendone la trilogia (Bowie e Pop avevano registrato un terzo disco, Blah blah blah nel 1986, ma non riuscito, e perciò da ignorare).
Ancora più bello, il disco dal vivo ricavato dal tour di Post Pop Depression, intitolato Post Pop Depression Live, che è anche il miglior live della carriera dell'ex Stooge.

Al di fuori di questi due (tre) album, ognuno ricavi i propri personali dischi preferiti di questo 2016, legati alle proprie personali nostalgie. Io potrei limitarmi a citare il disco finale di Leonard Cohen ed una trilogia di album newyorchesi vintage, da Dion, Darlene Love e Southside Johnny & The Asbury Jukes ed uno un po' meno vintage di Peter Wolf. C'è anche un omaggio, questa volta voluto, a Bowie ad opera del grande Ian Hunter, che gli ha dedicato la canzone Dandy, finita in classifica in UK, e l'album relativo, il migliore fra quelli, già belli, degli ultimi decenni.

Per quello che mi riguarda, la novità del mio 2016 è che mi sono convertito alla musica liquida. I dischi (in vinile) sono stati importanti in tutta la mia vita. I CD, quando sono arrivati, sono stati per me importanti quanto i long playing - anzi, li ho accolti a braccia aperte, perché un'altra mia passione è stata a lungo la tecnologia. Musica liquida significa che da quest'anno ascolto i dischi non infilandoli in un lettore, ma scegliendoli su Spotify, dal telefono o dall'iPad. Le canzoni calano dal web e tramite il wi-fi raggiungono l'impianto hi-fi nella stanza della musica, o un amplificatore Marshall disposto in un'altra stanza, su un altro piano. Posso anche scaricare un disco sull'iPhone, ed ascoltarlo in auto tramite la connessione bluetooth.
Preparare playlist è il nuovo registrare una C90 per l'auto.
Rispetto ai dischi, l'ascolto in streaming presenta differenze sostanziali, che condizionano l'ascolto e lo rendono un'esperienza piuttosto diversa. Per esempio, pago un (modesto) abbonamento e non ogni singolo disco. Il che si traduce nel fatto che sono più elastico e flessibile nel giudicarne la qualità rispetto a quando mi costavano del denaro. Ascoltare musica liquida mi riporta un po' ai tempi della Radio, quando la radio valeva la pena ascoltarla (Pop Off, Per Voi Giovani), con la differenza che questa volta i brani li scelgo io.
Difficilmente mi succede di lasciar suonare le stesse canzoni per giorni e giorni, come poteva capitare quando acquistavo un nuovo disco particolarmente bello. Avere a disposizione (quasi) tutti i dischi del mondo senza neppure fare la fatica di doverli cercare, rende molto più immediato cambiare musica, seguendo il flusso delle libere associazioni. In pratica, ascolto musica molto più varia, mentre ascolto meno ogni singolo disco.
Su Spotify mancano le note di copertina ed i testi. Entrambe le cose possono essere recuperate sul web, ma ne faccio meno un'abitudine di quando ascoltavo il disco nuovo con la copertina in mano. Siccome le abitudini sono difficili da perdere, ammetto di aver comunque acquistato un certo numero di compact disc, e qualche vinile. Perché? Non lo so bene. Alcuni artisti (pochi) non pubblicano il nuovo album su Spotify, ma solo un singolo. Se vuoi tutto il long playing, lo devi comprare in negozio. Per esempio, lo hanno fatto Lucinda Williams, Van Morrison ed i King Crimson. Neil Young invece si è arreso allo streaming, in attesa di proporre un servizio suo ad altissima definizione (una derivazione dell'idea di Pono).
Ma non ho acquistato solo questi, ma anche dischi che su Spotify ci sono. Per esempio Bowie, Iggy Pop, Cohen, Southside Johnny e molti altri. Perché? Forse per l'abitudine di tenere fisicamente in mano i miei dischi preferiti, forse per sdebitarmi verso l'artista pagandolo di più del poco che ricava dal servizio in streaming, forse infine per leggere i testi. Ma immagino si tratti solo di abituarsi alla transizione.

Continuo a pubblicare libri stampati. Li pubblico anche in formato e-book, ma al contrario delle mie previsioni, vendono meno di quelli tradizionali. Non esiste ancora un vero mercato per i libri digitali di musica rock, mentre al contrario esiste un mercato pirata di e-book, da cui, ovviamente, l'autore non ricava né euri né soddisfazioni. Non ho invece ancora aderito allo streaming dei libri digitali, cioè alla possibilità di lasciarli leggere a costo zero in cambio di un piccolo abbonamento; l'equivalente di Spotify per i libri. Mancanza di coerenza? Suppongo di sì.
Personalmente leggo molti e-book, perché sono più facili da reperire (leggo spesso biografie in inglese) e costano meno. Ma, ancora una volta, quando un libro mi piace davvero, dopo averlo letto su Kindle me lo vado a comperare di carta nel negozio di libri. Mi piace infilarlo in libreria di fianco ai suoi fratelli. Sono un uomo degli anni settanta, dopo tutto.


(*) R.I.P. David Bowie, Prince, Paul Kanter, Glenn Frey, Keith Emerson, Greg Lake, George Martin, Mose Allison, Leon Russell, Muhammad Ali, Guy Clark, Merle Haggard... 

P.S.: i dischi che mi sono piaciuti quest'anno: 

David Bowie: Blackstar
Iggy Pop: Post Pop Depression + Live
Ian Hunter & the Rant Band: Finger Crossed
Leonard Cohen: You Want It Darker
Peter Wolf: A Cure For Loneliness
Dion: New York Is My Home
Southside Johnny & The Asbury Jukes: Soultime!
Darlene Love: Forbidden Nights
King Crimson: Radical Action
Lucinda Williams: The Ghosts Of Highway 20
Santana IV

giovedì 15 dicembre 2016

Neil Young Peace Trail


Neil Young un tipo originale lo è sempre stato, anche da giovane, figuriamoci adesso che è vecchio e non ha certo bisogno di vendere dischi. Da anni la sua produzione si è fatta a dir poco eccentrica. Non ha più voglia il Neil di affilare le canzoni, abbellirle, arrangiarle, registrarle come si deve. Piuttosto, butta lì le canzoni una sull'altra, con tante parole e accordi un po' sempre quelli, le registra di corsa dal vivo in studio in pochi giorni, buona la prima e senza sovraincisioni, e li fa uscire tutti, i dischi che registra, fosse anche in una cabina del telefono, in una produzione che definire ridondante è poco.
Così ogni volta che esce un disco nuovo, bisogna capire se omologarlo come tale, o ignorarlo come esperimento. Il fascino non viene mai meno, ma a volte è dura.
Peace Trail non fa eccezione, registrato in quattro giorni o giù di li, dal vivo in studio in trio, con un grande Jim Keltner che in mancanza di istruzioni inventa il ritmo come un jazzista free. E sì, è un disco omologabile, il primo dopo Psychedelic Pills e Americana. Un paio di brani sono da scartare, ma la maggior parte sono affascinanti, le solite cavalcate elettriche sognanti di Young con le liriche battagliere come negli anni sessanta.
Lo ammetto, non mi dispiacerebbe che per una volta ci fosse un produttore, e che il disco venisse abbellito un poco come ai tempi di After The Gold Rush. Ma Neil Young è così, grezzo e da scoprire, e Peace Trail è molto piacevole, a lasciarlo correre sullo stereo di casa o dell'auto.

★★★

Long may you run, Neil. 

The Rolling Stones Blue & Lonesome


Sono tempi incerti, sono tempi in cui il pubblico ha un gran bisogno di eroi. Di qualche nome solido, universale ed omologato a cui aggrapparsi come all'ultima spiaggia.  Ha bisogno di Rolling Stones, Springsteen, Pink Floyd, U2 da celebrare. Ha bisogno di VIP approvati dai media.
Il nuovo disco degli Stones ha mosso le acque come non faceva da tempo, in qualità di "disco del ritorno al blues", della "riscoperta delle radici"...
Già la copertina, da un gruppo che negli anni buoni se le faceva disegnare da Andy Warhol, si presenta malino, e decisamente contemporanea: più che blues, sembra l'icona di una app di iPhone.
Poi basta ascoltarlo, il disco: un suono fastidioso, una voce che strilla sempre sopra le righe, una band anonima, a parte la chitarra solista di Eric Clapton che si riconosce qua e la (pare che il vecchio manolenta stesse registrando nello studio accanto).
Oscuri blues suonati senza groove. Non c'è un brano che anche sforzandomi, io riesca ad ascoltare senza passare oltre con il telecomando dopo meno di un minuto.
Le considerazioni sono due. La prima è che non importa cosa suoni, ma come. Non è il blues che ti rende importante, o il folk degli Appalachi, o il jazz o la musica sinfonica. I Beach Boys erano pop ma non li batteva nessuno. Le canzoni sono belle o brutte a prescindere dal genere.
La seconda è che con Blue & Lonesome sono trentotto anni che gli Stones non registrano un bel disco. Ma non mancano mai di riempire gli stadi. Il pubblico ha un gran bisogno di eroi.

★ 

P.S.: vi do, a braccio, il titolo di qualche disco di blues bianco, o quasi, che mi piace ascoltare. Aggiungete i vostri...

  • I dischi degli Stones per la Decca / London
  • John Mayall, i dischi per la Decca, + Jazz Blues Fusion
  • Howlin Wolf London Sessions
  • Jimmy Page, Brian Auger e Sonny Boy Williamson
  • Eric Clapton Was Here
  • Peter Green Soho Sessions
  • The Original Animals Before We Were So Rudely... 
  • George Thorogood & the Destroyers, i primi due per la Rounder
  • Captain Beefheart Live In London
  • Kevin Coyne Marjory Razorblade Suite

...

lunedì 5 dicembre 2016

John Hiatt: il songwriter dei songwriter


“Non sono mai salito su un palco senza l’aiuto di cocaina o di alcool”

Il songwriter dei songwriter, è così che chiamano John Hiatt. Un musicista che ad una potente voce da nero aggiunge uno straordinario talento di autore. Le sue canzoni hanno conosciuto una innumerevole quantità di cover da un esercito di musicista, paragonabile come numero a quelle firmate da Bob Dylan, Lennon/McCartney o Randy Newman.
Classe 1952, di Indianapolis nel midwest, Hiatt crebbe con la sua dose di difficoltà. Un fratello suicida, un padre morto di malattia e qualche guaio passato per una Ford Thunderbird rubata. A undici anni, dopo aver ascoltato Stevie Wonder alla radio, perse ogni interesse per la scuola, lo studio, il baseball e tutto quello che in generale interessava i suoi coetanei, coltivando l’unico obiettivo di diventare un cantante di successo. Scrisse la prima canzone a dodici anni su una Gibson Lady Guitar del ’47, chiuso in una stanza di casa. A tredici anni cominciò a bere alcolici. Scoprì il blues vedendo i bianchi ed inglesi Yardbirds all’Ed Sullivan Show in TV. Iniziò a suonare nel giro dei club locali, fino a quando a diciott’anni, rendendosi conto della facilità con cui gli riusciva di scrivere canzoni, comprò un’auto usata e la guidò fino a Nashville.
A Nashville lavorò come autore per un salario di 25 dollari alla settimana. Scrisse almeno duecento canzoni, si mise a suonare con un gruppo chiamato The White Duke, e gli riuscì di firmare un contratto con la Epic. Con l’anticipo ricevuto per un singolo, registrò un intero album, dalle venature country, intitolato Hangin’ Around the Observatory. Né quel disco né il successivo ebbero successo, e anche se i Three Dogs Night registrarono una cover di Sure, I’m Sitting Here e Conway Titty fece Haevy Tears, la casa discografica lo scaricò.
Si entrava nella seconda metà degli anni settanta e l’America era sotto attacco: era giunta la seconda British Invasion, quella della new wave. Hiatt rimase colpito da This Year's Model di Elvis Costello, ed adeguò il proprio stile a quello nervoso e vivace dell’artista inglese. Da Nashville si trasferì sulla costa occidentale, a San Francisco, dove Leo Kottke, per cui apriva i concerti, gli procurò un contratto con la MCA.
Le canzoni del nuovo disco, Slug Line, erano belle ed energiche, lucide ed asciutte, e non mancavano le intense ballate soul, che sarebbero diventate la sua cifra stilistica. I Neville Brothers fecero una magnifica cover di Washable Ink, mentre un’altra canzone finì in American Gigolò. Nel 1980 uscì il film Cruising di William Friedklin, un torbido noir poliziesco con Al Pacino, ambientato nel mondo gay di NYC, con una colonna sonora notevole, in cui facevano bella mostra alcuni brani dei Mink DeVille, Germs e Mutiny. Una potente canzone dark, Spy Boy, era di John Hiatt, mentre un’altra sul nuovo Two Bit Monster si intitolava I Spy (For The FBI). Due canzoni, It Hasn’t Happened Yet e I Look For Love, vennero registrata da Rosanne Cash, la figlia di Johnny Cash, che l’anno successivo fece anche Pink Bedroom. La Cash era cognata di Nick Lowe (che ne aveva sposato la sorella Carlene Carter), e la situazione mise Hiatt in contatto con Nick, che fra l’altro era il produttore di Costello. Nick produsse per Hiatt la seconda facciata dello splendido Riding With The King, registrata a Londra con i Rockpile, uno scintillante disco di soul bianco che John canta con una magnifica voce da nero. La title track verrà addirittura ripresa in un duetto da B.B. King con Eric Clapton. Non male per un bianco dell’Indiana che scrive ballate.
Nel successivo Warming Up to the Ice Age, Hiatt duettava con Elvis Costello. Registrò un duetto anche con Rosanne Cash, The Way We Make a Broken Heart, ma la Geffen non lo fece uscire, ed anzi lo scaricò sciogliendo il contratto. Era la terza casa discografica a licenziarlo. La Cash registrò la canzone per sé, arrivando al numero uno della classifica country.
Confuso, deluso, schiavo della vodka e della cocaina, Hiatt lasciò la casa di Topanga Valley, Los Angeles, abbandonando la moglie con una figlia Lily di un anno, per andarsene in giro ad autodistruggersi su una Camaro nera, in compagnia di una ragazza olandese. In quei giorni anche il suo analista lo liquidò: “Mi disse che non poteva fare niente per me, che ero un drogato e avevo bisogno di una comunità”.
La moglie Isabella si suicidò, lasciandolo solo ad allevare Lily. Un’esperienza tragica che lo forzò a ripulirsi da alcool e droghe. Fu il primo tour affrontato da sobrio, un’esperienza che Hiatt descrisse come terrorizzante.
Hiatt aveva sempre scritto delle splendide canzoni, ma quelle che scrisse in quei giorni erano speciali. Intime, profonde, biografiche, toccanti. Nick Lowe gli procurò trentamila dollari dalla britannica Demon Records di Jake Riviera per registrare un disco. Arrivò Ry Cooder, uno dei migliori chitarristi americani, che aveva eseguito Across The Borderline di Hiatt per il film The Border, e nella band del quale Hiatt aveva suonato a Los Angeles, e portò il mitico batterista Jim Keltner. Con quella cifra la band poteva permettersi di pagare soli quattro giorni di affitto degli Ocean Way Studios. Registrarono una dietro l’altra dieci canzoni, che finirono tutte in Bring The Family. Il suono era sincero, essenziale, puro, le canzoni mostravano l’anima senza trucchi né belletto né arrangiamenti, la voce era drammatica e profonda. Semplicemente un capolavoro, che finalmente fu premiato anche dal mercato americano. Quattro canzoni del disco conobbero cover di molti artisti, fra cui soprattutto Have A Little Faith In Me, che in America divenne una specie di inno non ufficiale dei matrimoni: “Potessi avere un dollaro per ogni volta che qualcuno mi ha detto che quella canzone è stata suonata al suo matrimonio, sarei un uomo ricco”. 
Quattro anni dopo quel quartetto si sarebbe ricreato per fondare un gruppo, i Little Village, per un tour ed un disco, che però non funzionarono. Pare che i quattro non andassero più d'accordo.
Il periodo magico durò per una trilogia di dischi, i suoi migliori, che proseguì nello stile asciutto, intenso ed autobiografico di Bring The Family con Slow Turning e Stolen Moments. Grandi canzoni, intense, sincere ed al tempo con un background di letteratura americana. In Stolen Moments si respirava una nuova tranquillità, momenti rubati di felicità. La canzone Georgia Rae era dedicato alla nuova moglie.
«Devo iniziare a trasformare quello che rimasto congelato per anni, in un fiume di lacrime?» 

Un duro dall’animo fragile, un artista unico, un songwriter sopraffino e di culto. Un piccolo grande eroe laureato del rock’n’roll. I dischi successivi proseguirono con con un robusto mix di rock del sud, soul nero e canzoni d’autore. Più che gli album, si ricordano canzoni come Perfectly Good Guitar, I’ll Never Get Over You, Native Son, I Can’t Wait, Graduated. Bob Dylan, Bruce Springsteen, Willie Nelson e Willy DeVille cantarono le sue canzoni, Bonnie Raitt andò in classifica con la sua Thing Called Love, e fece un duetto in I Can’t Wait.

Negli anni duemila, Hiatt cedette un po’ il passo, registrando dischi di cui vendeva i diritti a label indipendenti, per guadagnare il denaro per registrare il lavoro successivo. Ora abitava in un ranch in Tennessee, e gli ultimi dischi erano orientati alle radici del rock americano, blues, folk ed ancora, di quando in quando, qualche ballata commovente. Non c’era più traccia del soul di cui era stato maestro. In Master Of Disaster era prodotto dal mitico Jim Dickinson dei Muscle Shoals Studios, ed accompagnato dai The North Mississippi All-Stars dei suoi figli Luther e Cody.
E la figlia Lily è diventata una musicista.


(tratto da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) di Blue Bottazzi - in uscita © 2016