giovedì 27 ottobre 2016

King Crimson > Radical Action


I King Crimson sono la più intellettuale delle band britanniche. La rivista Allaboutjazz ha definito  Robert Fripp il Miles Davis del rock, e ci sono buoni motivi per essere d'accordo. Pur avendo coperto nel loro lungo cammino praticamente tutta la storia del rock inglese, o poco ci manca, non sono un gruppo di revivalisti, e si sono sottratti alla regola aurea che la creatività dura dieci anni, per merito di un susseguirsi di resurrrezioni dalle proprie ceneri, come la mitica fenice.
Almeno quattro sono state le incarnazioni del Re Cremisi (nome che, non a caso, si riferisce all'infamato principe delle tenebre). Quella seminale con cui la band ha dettato le regole del progressive sinfonico, quella jazz non jazz elettrica, quella new wave del quartetto dei Discipline, quella post industriale della dura chitarra elettrica di Fripp. A cui vanno aggiunti questi inaspettati King Crimson Mark V, on the road ormai da tre anni.
Inaspettati perché era da un decennio che il mercuriale Fripp, induscusso padre padrone, dava il marchio di fabbrica archiviato per sempre. Ma poi è successo qualcosa, di inaspettato appunto, sotto forma dell'incontro con Jakko Jakszyk, cantante e leader di una tribute band dei KC. A logica, la persona più lontana dalla filosofia di Fripp, nemico giurato della nostalgia e del revival. Ma nei fatti Jakko è stato in grado di mostrare a Fripp il valore della storia della band, e l'importanza nel cuore dei tanti estimatori ancora sparsi per i cinque continenti. Tanto da indurlo a far pace con il proprio passato, conducendolo non solo a riprenderne le fila, ma, per la prima volta, a riconsiderare l'intero repertorio come un tutt'uno ancora vivo e vegeto.

La formazione convocata per il ritorno sui palchi è singolare. Il cuore pulsante è rappresentato dalla presenza di ben tre batteristi (che, come ha scritto scherzando un fan, assieme fanno un Bill Bruford - ormai ritiratosi dalle scene). Pat Mastellotto è l'arrangiatore ed il mastro di cerimonia. Gavin Harrison faceva parte dei Porcupine Tree. Jeremy Stacey in realtà suona anche le tastiere, contribuendo a recuperare il mellotron che tanto a lungo ha caratterizzato il suono del gruppo.
Mel Collins è il sassofonista, presente sin dal lontano 1970. Fripp è la primadonna (che si infuria se qualcuno del pubblico osa esibire uno smartphone durante lo show, al punto di minacciare di lasciare il palco e di ritirarsi a vita privata).
Jakko Jakszyk è il Jolly, a cui va il merito del ritorno. Dotato di indubbio talento, non è il migliore cantante che il gruppo abbia avuto; o meglio, canta molto bene, e riesce ad adattarsi senza danni a tutto il repertorio. Solo i più noiosi fra i critici potrebbero obbiettare che difetta della personalità dei suoi predecessori, cosa che può essere ribadita anche per il suo stile alla chitarra elettrica. Ma il suo merito non va ascritto al suo talento, ma al fatto di rappresentare il catalizzatore di questi KC olistici.
Pochi anni fa è stato l'autore di un album attribuito ai King Crimson ProjeKct, dal titolo A Scarcity Of Miracles, in cui eccedeva di sciroppo ma recuperava l'elemento melodico assente da tempo nel sound della band. Un album il cui livello non arrivava ad entrare di diritto nella discografia della prima squadra, ma che ha costituito la scintilla del ritorno del gruppo.

I tre batteristi e le due chitarre elettriche conferiscono al suono live una potenza, una profondità, una tridimensionalità senza precedenti, che fanno scintillare tutto il repertorio come mai prima. Da questo punto di vista questi King Crimson Mark V possono fregiarsi del titolo di migliore incarnazione di sempre della band - non come creatività ma come potenza di fuoco. Il gioco delle batterie evoca nella mia memoria il drumming del grande Jake Liebezeit dei Can, ed anche suggestioni orchestrali, senza cadere nel pacchiano o nel sopra le righe. A tutt'oggi questa magia è stata rappresentata da più di una testimonianza, fra cui spicca questo triplo CD registrato dal vivo nel tour del 2015, in particolare in Giappone, ed una versione ridotta registrata nel 2014 a San Francisco, Live At The Orpheum.
Il repertorio è una "sublime ricapitolazione", da In The Court Of Crimson King del 1969 a Scarcity Of Miracle del nuovo millennio. Manca solo la trilogia di Discipline, che in effetti rappresenta uno spin off new wave (per quanto mai abbastanza rimpianto) dal percorso della band.
Ogni brano è dato al suo meglio, e gli strumentali industriali delle chitarre elettriche si alternano con sapienza alle canzoni melodiche. Forse a sorpresa, lo zenit si raggiunge nel repertorio di Island, in brani come The Letter e Sailor's Tale, e ancora più sorprendentemente in Peace e Pictures Of A City da In The Wake Of Poseidon - probabilmente perché i dischi originali avevano sofferto di un gruppo meno potente. Da questo punto di vista si prende una bella rivincita anche The ConstruKction of Light. Irresistibili, ma come si poteva dubitarne, Starless e Epitaph (quest'ultima l'unica in cui la voce di Jakko non può non far rimpiangere  la potenza dell'ugola di Greg Lake, il Roy Orbison inglese). E l'assolo di sax di Mel Collins in 21st Century Schizoid Man è adrenalinico.

Insomma, questo è un disco importante. Come un disco jazz di Miles, appunto. Non a caso quello di Bob Fripp l'ho sempre definito un jazz non jazz: "non jazz" perché non è swing (e nemmeno fusion), jazz per il modo con cui il gruppo è libero di interpretare le melodie.
Radical Action è un capitolo essenziale per tutti i fan dei King Crimson. Ai curiosi, suggerirei il compendio di Live At The Orpheum. Per me, spero che questi KC vivano ancora a lungo sui palchi di tutto il mondo; e che non cerchino mai di realizzare un disco in studio di nuovo materiale.





domenica 9 ottobre 2016

VDGG Do Not Disturb


Do Not Disturb è un disco anacronistico. Un disco che sa di anni '70. Il che fa parte del gioco, naturalmente. Per una serie di motivi.
Motivo numero 1: perché i VDGG sono un gruppo degli anni settanta.
Numero 2: perché i tre musicisti vivono la seconda metà della loro sesta decade. Lo stesso Hammill ha ammesso di non ascoltare molta (o affatto) musica altrui, negli ultimi anni. Il che lo pone in una specie di bolla temporale.
Numero 3: perché anche per il gruppo Do Not Disturb è un capitolo particolare.
Già questi VDGG Mk III si erano rimessi assieme all'inizio del nuovo millennio dopo che i musicisti si erano resi conto di incontrarsi ormai troppo spesso in occasione dei funerali. “Ora o mai più” avevano pensato. Nel 2005, poi, il gruppo si era ridotto ad un trio, dopo aver perso il sassofonista David Jackson, la persona che più si avvicinava ad un secondo leader della formazione. Questa reincarnazione dei VDGG si sarebbe dimostrata, a sorpresa, la più longeva di tutte.

Nel raccogliere le idee per Do Not Disturb, Peter Hammill ha realizzato che, per motivi anagrafici, c'è una possibilità che ogni album possa essere l'ultimo. E così ha cominciato ad lavorare ad un possibile capitolo conclusivo di una storia tanto leggendaria.
I testi sono tutti rivolti al passato, al ricordo se non al rimpianto. Ma lo sono anche le musiche e le atmosfere: mentre i recenti lavori del trio, Trisector e ancora di più A Grounding In Numbers, si sforzavano di costruire un suono in qualche modo contemporaneo, che appoggiandosi alle tastiere di Hugh Banton non facesse percepire troppo la mancanza del sax di Jaxon (impresa titanica), Do Not Disturb vive nel passato. In effetti pare proprio il seguito naturale di World Record, del 1976, più di qualsiasi altra cosa registrata nel frattempo. Questo è una buona ragione per comprendere com'è che il disco sia stato presentato con tanto entusiasmo da Hammill, e accolto con pari entusiasmo dai fan.

Ma al netto di ogni premessa, desiderio, speranza, com'è davvero DND nella lunga e leggendaria storia dei Van Der Graaf Generator?
Un disco tanto difficile quanto intrigante. I VDGG non sono tagliati per il successo: se DND può essere il loro commiato, non è stato realizzato per lasciarsi ascoltare da chi la band non l'ha voluta udire (ed amare) in tutti questi anni.
Il disco è un labirinto oscuro di magia nera, nei suoi momenti migliori un criptico gioiello di musica gotica. Lirico come World Record, complesso come Pawn Hearts.
Già la registrazione: non c'è il suono moderno, l'apertura dinamica dei dischi del duemila. Al contrario è tanto essenziale quanto chiusa e claustrofobica, non rifinita. Si avverte spesso la necessità di aggrapparsi ad un sax, ad un violino, che aiuti l'ascoltatore: ma niente, non ci sono, al massimo ad aiuto dell'organo di Banton intervengono la chitarra elettrica o una fisarmonica. Qualche coro, un tappeto di tastiere, ritmi dispari. Non è musica per principianti, né da ascoltare in auto.
È un viaggio, un maelstrom sonoro, un signore degli anelli (il libro, non il film) che si dipana per nove lunghe tracce per la durata complessiva di un'ora (sul vinile due brani sono tagliati), un incantesimo che vive dal tramonto all'alba. Un disco fuori dal tempo e fuori dalle mappe tracciate.

È inutile descrivere i brani uno per uno, giacché sono tutti elementi di un solo percorso (tranne forse l'orecchiabile Alfa Berlina, dedicata all'auto con cui il tour manager italiano Maurizio Salvadori portava a spasso il gruppo nei tour dei primi anni settanta; una canzone che potrebbe passare in radio). Un percorso che cresce dall'apertura di Aloft fino alle canzoni finali, le più intense, ed il commiato di Go: “in the end it's all behind you / it's time to let go”.
È un peccato che non sia stato compiuto lo sforzo di produzione di farne una suite unica senza soluzione di continuo.

Alla fine della storia, ancora una volta un disco per pochi, come per pochi sono stati e rimarranno i Van Der Graaf Generator.


P.S. su Peter Hammill ed i VDGG sono autore di un sito, intitolato PH VDGG. Per chi è curioso di saperne di più. 

sabato 1 ottobre 2016

L'autobiografia di Springsteen, Nato per Correre


Era il 1980 quando ho letto un libro intitolato Born to Run. Era la prima biografia di Springsteen e l'autore era Dave Marsh, il giornalista di Rolling Stone. Come sua abitudine inveterata, Bruce gli ha copiato il titolo. Che d'altra parte Marsh aveva indubbiamente copiato a lui.
L'incipit, le prime cinque pagine, sono grandi. Praticamente una canzone di Greetings. Da farmi pentire di non aver acquistato l'edizione inglese; non perché quella italiana non sia ben tradotta (la è), ma perché così mi sarebbe parso ancora di più un album di canzoni.
Ma dopo molte ore passate incollato alle pagine, mi sono sorpreso a saltare i paragrafi (specie quelli sulla famiglia; dopo tutto ognuno ha la sua).
L'impressione è che l'epopea del Boss, del grande sacerdote del RnR, sia alla fine un po' la storia di un ragazzo di campagna. Born To Run non è intellettuale ed enigmatico come Chronicles (l'autobiografia di Dylan), non ha il furore artistico di Just Kids (quella di Patti smith). È una storia semplice, in cui Bruce racconta quello che sappiamo già, specie i primi anni. I segreti rimangono segreti. Gli anni novanta restano nell'oscurità. Per quello che speravo, Bruce parla poco di dischi (tranne i primi) e di canzoni, poco o niente degli altri musicisti che ha incontrato lungo la strada, e alla fine la lettura si fa un po' piatta. È tutto qui? Il musicista che ci ha mostrato il rock'n'roll, e che per un decennio buono è stato la nostra bussola musicale, i nostri Beatles e Rolling Stones?

Forse il segreto di Bruce Springsteen e la E Street Band è tutto lì: che non c'è segreto. Un paio di passaggi raccontano la storia:

“Ci sono artisti dei quali adoro l'aura misteriosa, ma noi non siamo così. Vogliamo essere comprensibili ed accessibili, come una band locale ma su scala mondiale”. 

“Il prato era un oceano di sorrisi e corpi che ondeggiavano. Anch'io so farlo, pensai, anch'io so regalare questa felicità, questi sorrisi. Tornato a casa, chiamai la E Street Band”. 

È tutto, folks!