lunedì 26 settembre 2016

In una stanza di fantasmi: Ian Hunter & the Rant Band, Finger Crossed


You Can Never Go Back, Yesterday's Gone, You Can't Live In The Past 

Il rock degli anni duemila è nostalgia. Non è lo specchio di questo mondo, tanto meno la sua colonna sonora. È nostalgia di un mondo ottimista, di una musica fantasiosa. Nostalgia di noi da giovani. Nostalgia di artisti leggendari e di dischi magnifici.

My brother's says you're better than the Beatles and the Stones, Saturday Night 'til Sunday Morning you turned us into heroes, Dandy, you're the prettiest star...  

Io sono stato svezzato dal glam rock. Il Bowie di Ziggy Stardust, PinUps e Jean Genie. Lou Reed di Transformer. Gli Stones di It's Only Rock'n'roll. Lessi per la prima volta dei Mott The Hoople sulle pagine di Ciao 2001. Era una corrispondenza da Londra, forse di Michael Pergolani, ricordo la frase: “... e lei che mi prendeva in giro perché a me piacevano i King Crimson”. Erano una lucida band di RnR, fu capita da un pubblico ristretto, ma molte loro canzoni sono capolavori. Il disco migliore dove recuperarli è Mott Live (il doppio CD, perché il vinile originale era troppo avaro di brani).
Gli album solisti di Ian Hunter, che dei Mott era il cantante, erano leggendari. Un cross over fra Stones e Dylan, le ballate di Ian Hunter (1975), All American Alien Boy (1976), You're Never Alone with a Schizophrenic (1979), il doppio live Welcome to the Club (1980), Short Back 'n' Sides (1981) con i Clash, All of the Good Ones Are Taken (1983) con la E street, sono da brivido.
Da qualche anno ha messo assieme la Runt Band, un gruppo di drughi con cui gira i club per suonare il suo rock'n'roll (li abbiamo ascoltati anche all'Alcatraz a Milano). I suoi ultimi dischi sono di ottimo livello, ma nessuno tanto quanto questo Finger Crossed.

I am standing in a roomfull of ghosts, turntables spinning round 

Finger Crossed è un disco di nostalgia. Un'apologia dell'epopea del glam rock. Non un disco lagnoso, ma una sano e solido disco rock, magari di rimpianto, ma senza pianti. Ian Hunter è al cospetto dei fantasmi degli artisti che ha amato, e che ancora oggi celebra nei bis di ogni concerto che esegue: David Bowie e Lou Reed. Dandy è una gioiosa ballata su quello che significava Bowie per lui, per i ragazzi, per me. Ma tutto il disco racconta degli anni maiuscoli del rock. E lo fa con grandi canzoni, che alla fine è quello che conta. In questo mi ricorda un altro recente grande tributo al glam rock, Modern Blues dei Waterboys (anno 2015) di Mike Scott, un altro cantante che è sul palco dagli anni settanta.

Almeno sei canzoni di Finger Crossed sono a livello delle cose migliori scritte da Hunter.
Dandy è il singolo dedicato a Bowie, e per la prima volta in anni ha trascinato in classifica un disco di Hunter.
Ghosts, sui fantasmi che circondano Hunter, e che circondano noi rockers, è un affilato rock dylaniano.
Finger Crossed è una gran ballata cantata da un pirata che ricorda tempi di leggenda.
White House un rock'n'roll felice su un futuro ancora da vivere.
You Can't Live In The Past un reggae lento da brivido, sciabolate di emozioni e di nostalgia.
Long Time un boogie per chiudere, i ricordi felici di un cattivo soggetto chiamato The Idiot.

Per me, un capolavoro. È solo rock'n'roll, è solo nostalgia, ma è la mia anima.


mercoledì 21 settembre 2016

The Beatles Eight Days A Week


Ho visto i Beatles dal vivo. Mi mancavano, ed ora non dovrò più soffrire di complessi di inferiorità nei confronti di chi poteva raccontarmi di aver assistito negli anni sessanta a un concerto di Beatles, Who o Rolling Stones. Li ho visti il 15 agosto 1965 allo Shea Stadium di NYC; eravamo in 55.000 spettatori, più una dozzina dentro il cinema. Le ragazze urlavano da sentirsi male, ed i poliziotti si davano da fare per mantenere l'ordine attorno al piccolo palco. Facevano un po' tenerezza: si fossero trovati dietro le transenne di uno show di Iggy Pop probabilmente si sarebbero messi a piangere. Gli amplificatori erano da 100 Watt, come un buon impianto domestico. Il che significa che io e gli altri undici nel cinema abbiamo sentito le canzoni enormemente meglio di ogni altra persona nello stadio.
I Fab Four hanno suonato per 30 minuti; non ho contato le canzoni, probabilmente sono state una decina o una dozzina al massimo, suonate molto veloci, tanto da risolversi spesso in due minuti.
Però i Beatles erano molto simpatici, coinvolgenti e al pieno dell'energia, con quel groove che li contraddistingueva da ogni altra band della British Invasion (i loro cinici cugini, i Rolling Stones, esclusi).
Hanno però fatto bene a lasciare le scene un anno dopo, al termine dello show il 29 agosto 1966 al Candlestick Park di San Francisco. Non l'avessero fatto dubito che avrebbero mai registrato un disco come Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.

Questi trenta minuti dal vivo allo Shea Stadium sono stati il bis del film di Ron Howard (quello di Happy Days) sui Beatles in concerto, nei cinema italiani questa settimana: Eight Days a Week, The Touring Years. 
Un film molto carino, simpatico, molto ben montato, che offre una bella idea di cosa fu la Beatlemania  e di chi furono John, Paul, George e Ringo. Non un film realizzato per i fan, nel senso che non è un film che racconta la storia, ma una bella cosa divulgativa, magari per le nuove generazioni. Che però nel cinema in cui ero seduto io non c'erano, anzi, io ero probabilmente il più giovane degli spettatori. Pazienza, magari in USA è andata diversamente.
La storia va dall'esordio discografico della band nel 1962 al ritiro dai concerti nel 1966, senza dimenticare una scena dal concerto sul tetto della Apple in Savile Row il 30 gennaio 1969.
Ce n'è abbastanza da essere soddisfatti, anche se Howard si è concentrato talmente sui quattro da aver escluso del tutto il contesto. C'è la Beatlemania, ma non sono mostrati neppure sullo sfondo la Swinging London, la British Invasion, gli altri gruppi, i Rolling Stones. Non è affatto citato l'incontro con Bob Dylan (e con The Freewheelin'), che tanto influenzò la band, almeno quanto loro influenzarono Dylan, realizzando assieme la sintassi della musica rock.
Ecco, un giovane che veda Eight Days a Week potrebbe non avere un indizio dell'esistenza della musica rock; potrebbe pensare piuttosto ad un documentario su un fenomenale gruppo di musicisti per teenager.
Avrei dovuto fare il regista.