lunedì 30 maggio 2016

Memory Motel


Anna era dolce come una pesca 
i suoi occhi nocciola 
e il naso appena un po’ aquilino
Abbiamo passato una notte soli al Memory Hotel 
è sull’oceano, immagino che tu sappia dove, 
c’era una stellata da togliere il respiro 
e giù sulla spiaggia 
i suoi capelli erano fradici di schiuma
Ha preso la mia chitarra ed ha iniziato a suonare 
ha cantato una canzone per me 
che mi è andata dritta in testa: 

“Tu sei solo il ricordo di un amore 
un amore che avevo 
un amore che significava molto per me”

Guidava un pick up verde e blu 
con le gomme consumate 
dopo un paio di miglia le chiesi dove stesse andando 
“Torno a Boston, canto in un bar 
Oggi devo volare fino a Baton Rouge”
Ero nervoso, la strada non era un velluto
dall’altra parte del Texas c’è la rosa di San Antone 
mi sentivo strano fin dentro le ossa
Al settimo giorno i miei occhi erano appannati 
avevamo già fatto diecimila miglia 
avanti ed indietro per quindici stati 
confondevo il volto di ogni donna 
ho gettato la bottiglia, 
ho buttato il bagaglio e mi sono messo a piangere
mentre gli amici facevano baldoria al ventiduesimo piano 
cercando di buttare giù la porta… 
era stata una notte solitaria al Memory Motel 

“Sei solo il ricordo di un amore 
un amore che avevo 
un amore che significava molto per me”

(testo di Mick Jagger) 

domenica 29 maggio 2016

Elvis Costello Musica Infedele & inchiostro simpatico


Per usare un'espressione abusata, Elvis Costello è stato uno dei musicisti più geniali venuti fuori con la new wave. Un interprete sopraffino, una voce suadente, una gran band (gli Attractions) e soprattutto magnifiche canzoni. Non tutte magnifiche, perché Costello è sicuramente un logorroico, per cui di canzoni ne ha scritte a centinaia; però quelle belle sono dei veri e propri classici, sparsi su tutti quanti i suoi dischi, da quelli memorabili a quelli più noiosi.
Musica Infedele ecc. ecc. è la sua autobiografia. Adoro le autobiografie dei musicisti, non perché svelino segreti straordinari o siano sincere o anche solo attendibili, ma perché aiutano molto a inquadrare la personalità di musicisti che per lo più conosciamo solo attraverso i loro dischi. Certo, siccome il talento è specifico, salta fuori che la maggior parte dei musicisti non sa scrivere in prosa, e quasi sempre si fanno aiutare nella loro impresa da ghost writer o, peggio, da scrittori professionisti americani di biografie, la cui scrittura è eccitante quanto una ragazza fredda e una birra calda.
A volte ti rendi conto che il musicista è un idiota, altre volte il contrario. Un musicista che ha scritto di proprio pugno la sua autobiografia è Chuck Berry, probabilmente soprattutto perché non voleva pagare nessuno che lo facesse. Berry è il poeta laureato del rock'n'roll, e le sue liriche sono da antologia. Nel libro si dimostra al contrario una persona molto semplice, e questo è una conferma di più della mia teoria che il talento è estremamente specifico, e largamente indipendente dal livello di cultura.
L'unico musicista di cui ho letto una autobiografia memorabile e sicuramente autografa è Bob Dylan, che scrive in prosa con il medesimo talento che ci mette nelle liriche.
Anche il libro di Costello è sicuramente scritto da lui, perché non segue nessuno dei cliché dei ghost writer di professione. D'altra parte Costello è britannico e non americano, e questo qualche cosa vorrà ben dire.

Il suo libro è un investimento, perché costa più della media, ma d'altra parte è anche decisamente più spesso della media: un bel mattone di quasi novecento pagine.
Sfortunatamente è anche molto noioso. Almeno, lo è nelle prime 200 pagine, perché è li che sono arrivato fino ad ora, e non sono sicuro che resisterò ancora molto. Costello è un uomo riservato, per cui sembra restio a raccontare fatti privati che vadano più in la della adolescenza; resta dunque da domandarsi cosa lo abbia spinto a scrivere il libro. Tutta la conversazione delle prime duecento pagine ricorda il dialogo di un ubriaco: storie fumose mal definite che spuntano dal nulla e ne escono senza che si riesca a comprenderne la morale. È come avere la fortuna di sedere al pub con un musicista che adori, disposti a distillare il massimo dalle sue incerte confidenze, senza però riuscire a venirne a capo. Quello che salta fuori è che per essere il talento che è, pare non esserne molto sicuro; di certo è una persona molto più modesta dell'arrogante personaggio che metteva in scena nei giorni del punk. Offre l'impressione di una persona dolce e piacevole, e alquanto sfuggente. Ma quello che a Costello sembra sfuggire è che un libro deve avere una storia da raccontare, e che le parole a ruota libera alla fine diventano soporifere.

Facciamo così: mi metterò a leggerne qualche pagina a caso molto più avanti; se la cosa si fa interessante tornerò a correggere la recensione. Intanto mi accontento di riascoltare le sue canzoni, che sono davvero belle, e superbamente arrangiate.


sabato 28 maggio 2016

My Oh My


La differenza fra la poesia e la prosa sta nella sua essenzialità. Non ci vogliono mille parole, bastano due pennellate per evocare le emozioni in chi legge, o ascolta.
Le liriche delle canzoni non sono poesie, o almeno non lo sono spesso, perché hanno bisogno della musica per funzionare. Le liriche di Lou Reed talvolta sono poesie. Le liriche di Leonard Cohen sono poesie.
C'è una canzone d'amore bellissima che ha solo tre versi, ma racconta una storia completa. Persino il titolo è minimale: My Oh My.

Non è stato difficile amarti, non ho neppure dovuto provarci 
Ti ho accompagnata alla stazione, non ti ho mai chiesto il perché 
Tutti i ragazzi si sbracciano, cercano di farsi vedere da te 
Non è stato difficile amarti, non ho neppure dovuto provarci 



lunedì 23 maggio 2016

Eleonora Bagarotti > 4EVER John Paul George Ringo


Nel panorama del giornalismo musicale italiano, Eleonora è un po' un'altra categoria. Mentre dalle nostre parti, qui alla periferia dell'impero, chi scrive di musica si è indottrinato ascoltando dischi acquistati nel negozio sotto casa (quando non, peggio, appartiene al mondo effimero della musica leggera), Eleonora è cresciuta in mezzo alla scena musicale rock. Ha vissuto a Londra, a Dublino ed a New York ed ha conosciuto di persona la maggior parte dei vostri idoli musicali, alcuni persino in modo intimo; con qualcuno è stata in sala d'incisione, con altri infine ha condiviso il palco (Eleonora è infatti anche musicista: suona l'arpa).
Pete Townshend, Roger Daltrey, David Bowie, Lou Reed, Paul McCartney, Ringo Starr, il suo è un lungo elenco che arriva fino ai giorni nostri con i fratelli Robinson.
Oltre a questo, o forse proprio per questo, scrive molto bene, ma soprattutto scrive con amore; non le interessa la parte di critico musicale con la penna rossa e blu, preferisce raccontare la musica come è vissuta in prima persona dal musicista stesso.

A suo tempo, fra i ringraziamenti della mia storia del Rock, Long Playing, accanto a nomi come Lester Bangs ("per l'integrità"), Nick Kent ("per la consapevolezza") ed Arrigo Polillo ("per l'esempio"), ho messo il suo ("per l'amore"), perché da lei ho imparato a scrivere dei musicisti appunto con amore.

Subito dopo gli Who, il gruppo preferito di Eleonora sono i Beatles. Questo già dovrebbe darci un'idea di come abbia affrontato questo libro sui fab four, raccontati come singole persone, e per la carriera solista che hanno affrontato dopo lo scioglimento del gruppo più influente degli anni sessanta. Ognuna delle quattro parti in cui è diviso il libro non è trattata in modo accademico o storiografico, ma è un lungo accattivante racconto free form sulla personalità di ogni Beatle, sulla propria storia personale e sulle sue canzoni. Per questo 4Ever è un racconto (anzi 4) che avvince, che evoca nostalgia di tempi migliori e che stimola la voglia di riascoltare i loro dischi, che tutti noi rockettari, chi più o chi meno, abbiamo in qualche angolo della nostra discoteca.

Come l'ho definita in un'occasione, Eleonora è la scrittrice BEAT del nuovo millennio. 4Ever è uno dei suoi scritti migliori, assieme a The Who Pure and Easy e l'autobiografico Magic Bus: Diario di una Rock Girl.


sabato 21 maggio 2016

Lillian Roxon > Rock Encyclopedia


Questo è uno dei miei libri musicali preferiti di sempre; al pari di un Lester Bangs, per dire. È stato scritto nel 1969, vale a dire l'anno di Woodstock. Anzi, direi che è stato scritto prima del festival di Woodstock.

Lillian Roxon è (era) una giornalista cosmopolita. Nata a Savona, la madre era il medico di Alassio. Fuggita durante il fascismo (era ebrea) in Australia, dove ha frequentato scuole superiori e università, si è poi spostata a vivere ed a lavorare (come giornalista) nella bollente New York City degli anni sessanta, dove ha scoperto la musica rock nel suo pieno rinascimento. Una delle migliori penne in circolazione, se non la migliore, del rock ha vissuto solo lo zenit, perché è morta di un attacco di asma bronchiale nel 1973.

Rock Encyclopedia è una lucida testimonianza fotografica di quel periodo eseguita con le parole. Mi spiego meglio: non c'è una sola foto nel libro, le istantanee sono tutte realizzate con le parole, tanto il suo scrivere è lucido, preciso, essenziale, a fuoco e soprattutto ricco di entusiasmo contagioso. Poche parole bastano per dipingere in modo indelebile ogni artista. Esaltanti le pagine su Dylan, Beatles, Stones, Velvet Underground... Il bello è che erano tutti nei loro giorni migliori, se non essenziali, ed erano tutti vivi. Anche Hendrix e Jim Morrison e Janis Joplin.

Non ho mai letto niente di migliore. La mia missione, nella vita, è di lasciare in eredità un libro come questo, e come Guida Ragionevole al frastuono più atroce di Lester Bangs.


domenica 15 maggio 2016

Blackstar: Donny McCaslin Fast Future


A novembre dello scorso anno, Bowie pubblicò on line il video del suo nuovo singolo, Blackstar, uno spiazzante ed affasciante film in miniatura della durata di dieci minuti, su una musica persino più affascinante e più spiazzante. Quando lo mostrai alla mia ragazza, alla vista del teschio nel casco dell’astronauta, commentò: “Bowie si mostra morto”.
Con la supponenza dell’esperto, le spiegai come l’astronauta non fosse Bowie, ma il Major Tom di Space Oddity, la canzone del 1969 che evidentemente Bowie stava citando in questo cupo seguito.
Quando si dice rifiutarsi di vedere.
Nè io né gli altri fan lo ascoltammo quando in Blackstar ci cantò della sua malattia, della sua sofferenza, della sua morte, dello spegnersi della sua stella terrena, per trasformarsi in una stella nera. E ci siamo lasciati prendere di sorpresa dall’evento mediatico della sua fine.
Blackstar prendeva commiato da noi, e lo faceva in chiaro, a tutte lettere. Forse addirittura l’album migliore di Bowie, persino con una incredibile carriera lunga cinque decenni alle spalle, Blackstar era il dono di Bowie per tutti noi, suoi orfani. Un album di commiato, che chiude il cerchio della narrazione partita appunta con Space Oddity; ma al tempo stesso una rinascita, così carico di nuove vibrazioni da apparire come la promessa di un futuro a venire (nella recensione scritta di getto lo definii “il primo album del XXI secolo”) - una contraddizione spiazzante per un disco d’addio.

L’ascolto di Fast Future, il più recente album di Donny McCaslin (uscito nel 2015, prima dunque di Blackstar) ci regala qualche indizio in più sulla natura di Blackstar.
Donny McCaslin, un nome così alieno per il pubblico rock che non l’ho ancora mandato a memoria, è la quarantanovenne stella del nuovo jazz di New York, e suona il sassofono in Blackstar. Meglio ancora, è il leader dell’intero gruppo che accompagna Bowie in Blackstar, gli altri essendo Jason Lidner ai synt e tastiere, Tim Levebre al basso e Mark Guiliana alla batteria. Donny suonava con la Maria Schneider Orchestra anche nel singolo precedente di Bowie, il cinematografico Sue (Or In A Season Of Chryme) del 2014.
Nel corso della sua carriera Bowie ci ha sorpresi molte volte. Inventando di fatto Glam Rock ed Art Rock nel giorni di Ziggy Stardust, inglobando il soul di Philadelphia in quelli di Young Americans, con il rock deco della trilogia Low / The Idiot / “Heroes” (no, non mi sto confondendo) riecheggiata mirabilmente in The Next Day. Battendo talvolta persino vicoli ciechi come con i Tin Machine. L’asso nella manica in ognuna di quelle occasioni è stata lo spazio che l’artista ha concesso ai grandi musicisti che gli hanno fatto da gregari, come per esempio Mick Ronson, Carlos Alomar, Iggy Pop, Brian Eno, Reeves Gabrels.
Il genio musicale si circonda di grandi partner: pensate a Miles Davis con John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Art Blakey… Il grande musicista assorbe dall’ambiente, e funziona da catalizzatore e da direttore d’orchestra. Donny è stato per Blackstar quello che Mick Ronson fu per Ziggy Stardust.

L’ascolto di Fast Future, il disco di McCaslin, è struggente, perché il suono del sassofono di Donny ha un suono molto personale, ed è il suono che amiamo in Blackstar. È da Fast Future, o meglio da Donny e la sua ganga, che si sprigiona gran parte della sensazione di novità dell’ultimo disco di Bowie. Ho creato una playlist formata dall’alternanza dei brani di uno e dell’altro disco (con l’accortezza di lasciare la lugubre canzone Blackstar in chiusura e commiato) e il risultato è straordinario: una sorta di Blackstar extended.
Non che si tratti di dischi simili, anzi. Blackstar è fantascientifico, notturno, malinconico, tetro. Fast Future è solare e in qualche modo persino world. Non perché risuonino tamburi o nenie orientali, ma per un suo echeggiare il più grande dei gruppi di fusion jazz e rock, ovvero i Weather Report di Zawinul e Wayne Shorter. Dei Weather Report, Donny ha preso la capacità di utilizzare l’elettronica, ed il fraseggio malinconico del sassofono di Wayne Shorter.
Fast Future porta in grembo il sapore di jazz metropolitano e contemporaneo che rappresenta l’elemento di novità di Blackstar, che Bowie ha fuso con le melodie di Hunky Dory per generare il capolavoro d’addio.

I brani sono dieci, tutti strumentali e tutti praticamente perfetti. A partire dall’affascinante title track, all’elettronica No Eyes, la più vicina alle suggestioni rock, la lunga Love and Living, che pare proprio un tributo ai Weather Report, Love What Is Mortal, una ballata d’amore.

Un disco che mi ha stregato.