domenica 20 marzo 2016

Iggy Pop Post Pop Depression


Dei propri ricordi non ci si può fidare ciecamente, ma a memoria direi che The Idiot, all’inizio del 1977, costituì con ogni probabilità il mio incontro con la new wave, la nuova ondata che portava il punk e tutto il resto. Quell’estate seguirono la scoperta dei Sex Pistols, Dr. Feelgood, Eddie & The Hot Rods, Jam, Blondie, Ramones, Television & compagnia. Nessuno conosceva Iggy Pop (ne avevo già letto il nome su una noiosa biografia di Mick Jagger, che lo liquidava come una brutta copia del cantante degli Stones). Nessuno conosceva Iggy Pop, dicevo, ma quel disco non passò inosservato perché era prodotto da David Bowie, la cui stella era appena tornata a splendere grazie alla registrazione di Low. Fu shock, fu amore a prima vista: andai a scavare nel suo passato, mi procurai Stooges, Fun House, il bootleg Metallic KO, Raw Power; quando uscirono Lust For Life e Kill City la mia ammirazione non aveva confini. Lo vidi in concerto nel ’79, occasione in cui ebbi anche l’occasione per una turbolenta intervista, molto ingenua - da parte mia (dopo tutto avevo vent’anni).
Quello che non potevo sapere che da quel momento il meglio di Iggy era stato già scritto. New Values, per la nuova casa discografica, era appena non male, il live TV Eye penalizzato da una registrazione di qualità illegale, Party doveva essere prodotto da Phil Spector (come End Of The Century dei Ramones), ma la cosa non si realizzò. Blah Blah Blah era di nuovo prodotto da Bowie, ma non funzionava. Un po’ alla volta Iggy tornò in ombra, o quasi. American Cesar aveva qualcosa, ma era prolisso. Avenue B, un'inedita versione crooner di Iggy, mi piacque, ma non incontrò.

Intanto gli anni sono passati velocemente, il millenio si è esaurito, il rock’n’roll pure. Lou Reed se n’è andato, David Bowie anche. Il fato deve aver deciso di essere un po’ in debito con noi rocker, se ha fatto incontrare Iggy Pop con Josh Homme (il leader di un gruppo haevy metal di Palm Desert, in California, le Queens of Stone Age) per realizzare questo Post Pop Depression.
Rock’n’roll Animal è il titolo di un disco di Lou Reed, fra quelli che amo di più nella sua produzione solista. Ma il vero Animale del Rock’n’roll è Iggy. Lou è un grande poeta metropolitano, un intellettuale. Bowie è un grande artista. Ma Iggy è un Animale, nel senso più istintuale del termine. Iggy non è intellettuale, e non è un artista a tutto tondo. È un coacervo di muscoli, scheletro, pelle, voce ed energia allo stato puro. Animalesco. Iggy è la forza bruta, la potenza incontenibile che ha bisogno di un elemento catalizzatore per creare. Per creare i suoi capolavori ha avuto necessità, nel tempo, dei fratelli Asheton, di James Williamson, di David Bowie. Di un medium capace di focalizzare la sua fiamma, tanto difficile da imbrigliare che per molto tempo ha bruciato CONTRO lui stesso.
Prima che fosse troppo tardi, e sicuramente quando non ne nutrivo alcuna speranza, Iggy ha incontrato questo Josh Homme, che ha sia il talento, che un amore speciale per la vecchia collaborazione berlinese di Iggy e Bowie di quando avevo diciannove anni, The Idiot.
Il risultato è andato oltre ogni ragionevole speranza. Post Pop Depression sta a The Idiot quanto The Next Day sta a Heroes.

Post Pop Depression è un disco di una tale bellezza, di una tale energia, da riportarmi anima e corpo ai giorni della new wave, quando pogavo su tante meravigliose canzoni che sembrava non si sarebbero esaurite mai. Non è un omaggio a Bowie, si badi bene, perché quando Post Pop Depression è stato concepito e realizzato, l’autore di Black Star era ancora fra noi. È semplicemente riuscito così, per un simple twist of fate.
È perfetto. Nove canzoni, quaranta minuti, un suono asciutto, minimale, vibrante di energia, senza fronzoli ma anche senza elementi irrisolti. Un’energia vibrante, una gioia per le orecchie e per il corpo. Belle le musiche, belli gli arrangiamenti, belli i testi. Grande, granitica, la voce. Un disco che non si nasconde mai dietro il volume, il caos, lo scontato, la facile recitazione di sé stesso. Niente Stooges, niente teatro.
Break Into Your Heart, Gardenia, American Valhalla sono le nuove China Girl, Dum Dum Boys, Nightclubbing, ma senza debiti con il passato. Sono orecchiabili e danzabili come le canzoni nei giorni della new wave, sono instant classic, classici contemporanei. Tutte sono grandi, senza un momento di quiete, fino al gran finale della lunga e romantica Paraguay, che si apre con parole che si prestano bene ad essere il manifesto di Iggy: “Gli animali selvaggi lo fanno. Non si domandano perché, fanno semplicemente quello che devono fare”. 
Potrei raccontarvi di ogni canzone, ma a che pro? Lo lascio fare a voi. Ascoltatelo. Post Pop Depression è un capolavoro raro, come non se ne fanno più.

sabato 19 marzo 2016

Hernandez & Sampedro


Come direbbe Woody Allen, non ci sono classifiche nell'arte; le graduatorie vanno bene per l'atletica leggera e per il baseball. Ma al netto di questa verità, Dichotomy è il disco manifesto della scena di Little Italy. Que Viva Hernandez y Sampedro!
In California sarebbero al numero 1 delle classifiche, e dovremmo spendere un biglietto da 100 dollari per vederli suonare in uno stadio.

Leggete la recensione del loro bellissimo Dichotomy sulle pagine di Little Italy

giovedì 17 marzo 2016

American Queens (Bonnie Raitt & Lucinda Williams)


Questa è in qualche modo la prosecuzione del post su New York. Se la si parlava di tre dischi che evocano il suono (passato) di NYC, qui ci spostiamo alla musica americana, quella della Cotton Belt, il rock'n'roll fatto di ballate, di blues, di folk, che dalle swamp della Louisiana arriva fino ai bordi di Los Angeles. Sto pensando ai Little Feat, e me li portati alla mente Bonnie Raitt, regina di cuori, in qualche modo versione femminile della grande band che fu di Lowell George (e considerata sua candidata alla sua prematura scomparsa). Bonnie è una rocker impareggiabile, di razza come nessun altra. Io la amo dal 1977 di Sweet Forgiveness, il disco che aprì il periodo più R&B, culminato in Green Light. Prima di quello i dischi erano più folk, quelli dopo più legati alle necessità del successo di classifica, ottenuto con la collaborazione con il canadese Bryan Adams. Pur senza vendersi l'anima (o la dignità), il successo lo ottenne a scapito della qualità, con un declini artistico culminato nello scialbo Souls Alike del 2005. Dopo il quale, per sfuggire alle pressioni dell'etichetta discografica, Bonnie lasciò la Capitol per diventare una indipendente.
Una scelta ottima, se l'album successivo, Slipstream del 2012, è risultato essere un vero capolavoro. Bissato oggi con Dig In Deep. Bonnie è una Lady sessantaseienne, il che necessariamente comporta un minimo di perdita di freschezza e di originalità rispetto ai più ingenui e spontanei anni settanta ed ottanta. Ripagati con un mestiere, una capacità, una padronanza da grande blues-woman. Non solo Bonnie è la Lowell George del R&B, ma è ormai anche la John Lee Hooker. I brani non saranno i più freschi del suo repertorio, ma sono potenti, ricchi di energia, suonati perfettamente, e soprattutto suonati con l'anima. E che anima. Body & Soul.
I miei momenti preferiti sono i grandi lenti, ma poi non è vero, perché i pezzi funky hanno un tiro entusiasmante. Sono alcuni brani sono di Bonnie, altri sono cover. Per esempio, Shakin' Shakin' Shakes dei Los Lobos (altri "cugini" dei Little Feat), e una inusuale cover di Need You Tonight degli INXS, il che mi porta a raccontare una storia. Negli anni novanta un mio grande amore americano mi raccontava di usare la colonna sonora di Need You Tonight ballando nei club; ed usavamo ascoltare Tom Petty e Bonnie Raitt. C'è un TAO...

Lucinda Williams, regina di picche, è la sorella minore, in senso anagrafico (è più o meno più giovane di quattro anni) di Bonnie. Oggi come oggi Lucinda è la più potente rocker in circolazione - per quanto questa affermazione possa avere valore, parlando di rock e non di atletica leggera o di baseball. Tutti i suoi dischi sono stati magici, ma da quando anche lei, al pari di Bonnie, ha abbandonato le major per diventare indipendente, ha cambiato marcia. Il suo doppio del 2014, Down Where The Spirit Meets The Bone, è stato finalmente un disco perfetto. Un vero capolavoro a la Darkness On The Edge Of Town.
Il periodo ispirato non è venuto meno con The Ghost Of Highway 20, anzi in qualche modo si è sovrapposto se molte delle canzoni e forse delle incisioni del nuovo disco, anch'esso doppio (un'impresa degna dei Clash) risale agli stesso giorni. Il disco di due anni fa si pregiava della caratteristica di fondere i soliti temi dolenti di Lucinda ad uno stile vivace ed orecchiabile, grazie anche all'intervento degli Imposters, il gruppo che accompagna Elvis Costello. Mancava, è vero, Steve Nieve, ma solo per essere sostituito dal grande Ian "Mac" McLagan, il tastierista dei Faces, alla sua ultima incisione terrena (RIP).
Le canzoni del fantasma dell'autostrada numero 20 sono invece ballate più cupe, dolenti, tristi, lente, sofferte, sostenute da un gruppo più ristretto che gira attorno al chitarrista Bill Frisell. In qualche modo il dark side del disco precedente. A parte questo, l'album è bellissimo. A Lucinda piace piangere, e se i risultati sono questi, chi siamo noi per impedirglielo?

Due album da non mancare.




mercoledì 16 marzo 2016

Ars Longa Vita Brevis


Su FaceBook è tutto un piagnisteo; ogni giorno muore un musicista, ogni giorno muore un pezzetto della nostra gioventù, ogni giorno muore un pezzo di rock e ogni giorno noi abbiamo un giorno da vivere in meno. È triste, anzi è tragico, ma dovete farvene una ragione; tutti si morirà un giorno, per quanto si possa esserne contrari, ed io sono veramente contrarissimo.
Come dice Woody Allen, non è la morte il problema; è che si muore per troppo tempo!
La cosa migliore è vivere senza pensarci. Per questo non celebro né i nati, né i morti, e non partecipo su FaceBook a quella giostra di pubblicazioni di anniversari che sembrano essere il primo interesse di molti. Non piango le persone, che saranno più appropriatamente piante dai loro cari, al massimo mi mancano gli artisti - anche se alla gran parte di loro era rimasto poco da dire. Con qualche notevole eccezione.
Una cosa mi irrita, devo essere sincero: tutti quei commenti del tipo: “ecco, i critici lo snobbavano, adesso che è morto saranno contenti”. Mi irrita perché mi domando perché perdo tempo a leggere queste stupidaggini (e infatti ne perdo poco). Mi irrita la santificazione di ogni nome, quasi la morte ci pareggi tutti, belli e brutti, buoni e cattivi, bravi e scarsini; nel sepolcro tutti si diventa bravi, belli e buoni. Con la mia storia del rock ho una missione: raccontare come stavano davvero le cose; sono un cronista musicale, e anche se con tutte queste vittime comincio a sentirmi un cronista di guerra, non rinuncerò per questo a smentire il revisionismo di questi anni zero dieci.

Keith Emerson era un virtuoso della tastiera, che ha conquistato al rock molti adolescenti ai tempi delle superiori. Un’idolo dei teenager, per un pugno di anni. Ha scritto una autobiografia, intitolata Pictures of an Exhibitionist, il cui pregio maggiore è stata la sincerità. Perché Keith non ha esitato a dipingersi come un superficiale, un astioso (verso tutti, da Leonard Berstein a Rick Wakeman, a PatricK Moraz), un'anima semplice, che come un soldatino di leva in libera uscita si entusiasmava molto di più per le profferte sessuali delle groupies che per la musica, di cui sulla autobiografia non si parla praticamente mai. Leggendola si capisce perché gli EL&P, un gruppo adolescenziale di virtuosi dello strumento, sono stati un tale spreco di talento: per la più totale mancanza di buon gusto.
Ci sono stati, ben inteso, tempi di fascino per l’Hammond B12 di Emerson; sono stati i primi anni dei Nice, un gruppo psichedelico nato nel corso di quella bollente scena post psichedelica di fine anni sessanta in cui la musica rompeva argini e convenzioni per sperimentare e crescere. Il primo album dei Nice, The Thoughts of Emerlist Davjack, allora un quartetto appena affrancatosi dal ruolo di backing band della cantante americana P.P. Arnold, è stato uno splendido album psichedelico, un’esplosione di energia proto-punk che spingeva Emerson a bruciare la bandiera americana sul palco durante l’esecuzione di America, pagando lo scotto di essere banditi dai palchi USA. Una mistura di tastiere suonate con una fisicità Hendrixiana, la voce inquietante ed affascinante di Lee Jackson, la follia di David O’List (che per uno scherzo del destino si trovò a sostituire in incognito in più di una serata l’ancora più folle Syd Barrett). Per inciso, il batterista Brian Davidson è morto qualche anno prima di Emerson.
Quasi altrettanto affascinante Ars Longa Vita Brevis, dove Bach è fuso al rock’n’roll con una violenza che anticipa Arancia Meccanica. Dei dischi successivi sono apprezzabilissime le registrazioni live in concerto, dove Emerson tirava fuori la sua dote più grande, un talento immenso per l’improvvisazione, unico fra tutti i tastieristi del rock.
Ma Keith non era davvero cosciente del potenziale del suo gruppo, così come Greg Lake non aveva compreso quello di In The Court Of The Crimson King. Il supergruppo che misero assieme firmando per la Atlantic era un cold turkey. I necrologi dei fan di Emerson citano spesso e volentieri Lucky Man; ironico, essendo una ballata del tutto di Greg Lake, precedente agli EL&P, aggiunta all’album d’esordio per mancanza di materiale, e il cui unico apporto del tastierista fu un orrendo effetto finale di Moog.
Se c’è un album che vale la pena di ricordare degli EL&P è Pictures At An Exhibition, perché è registrato dal vivo ed è ricco di quella energia iconoclasta sopravvissuta ai Nice, con l’inserimento di una potente ballata di Greg Lake, The Gnome, che fa il paio con Epitaph. Per il resto gli unici momenti memorabili del gruppo furono le ballate di Lake, mentre un pubblico giovane e dalle orecchie ingenue impazziva per la velocità di Keith e i miagolii del Moog. Nonostante il successo il gruppo perse un sacco di soldi in eccessi (come un’orchestra classica portata in tournée) e alla fine i tre si lasciarono malamente. Nessuno riuscì più a realizzare nulla (si glissi sugli Asia di Carl Palmer).
Keith lo chiamavano Mr.Cognac, per la sua attitudine alla bottiglia. Il successo lo aveva pagato con l’amarezza dell’esilio dall’amata Inghilterra, per motivi di tasse. Aveva vissuto a Montreux (uno dei posti più noiosi del pianeta), alle Bahamas (dove gli EL&P avevano registrato un disco orrendo) e alla fine in California. Aveva riunito talvolta gli EL&P, ma sempre solo per denaro e litigando puntualmente con Greg Lake. Una volta riunì i Nice, con lo sfregio di lasciarli suonare poco, e in subordine ad altri musicisti. Registrò anche un album solista per piano, Keith Emerson Plays Keith Emerson, da cui lasciava fuori il suo unico talento, quello di grande improvvisatore.
Aveva perso un po’ alla volta l’uso della mano destra, il che per un virtuoso era più che uno scherzo del destino, era una tragedia. E tragica è stata la sua uscita di scena; forse l’unico gesto di arte drammatica della sua vita, un gesto teatrale che merita rispetto.

A chi non lo conosce consiglio l’ascolto di The Nice, l’album del 1969, ed Elegy, un postumo del 1971, due album che gli danno un posto nell’Olimpo delle tastiere del rock.


domenica 13 marzo 2016

New York State Of Mind (Dion, Southside Johnny, Darlene Love)


New York è sempre stata una città musicale; come potrebbe essere altrimenti per una metropoli dove vivono venti milioni di persone? Il solo nome della città evoca il bebop di Charlie Parker, il jazz del Birdland, West Side Story di Leonard Berstein, l’Atlantic Records di Ahmet Ertegün, il rock’n’roll latino di Doc Pomus, Leiber & Stoller, Drifters, Ben E. King, le Crystals, le Ronettes, Dion & the Belmonts. Naturalmente la scena folk del Greenwich Village da cui emersero Bob Dylan e Simon & Garfunkel, il Max Kansas City dei Velvet Underground, la scena del CBGS’s di Ramones, Television, Blondie, Talking Heads e Mink DeVille, e prima di essa quella del Mercer Arts di New York Dolls e Suicide, il ritorno del rock di Bruce Springsteen e Patti Smith, la nuova scena dei cantautori di Willie Nile, Jim Carroll, Steve Forbert, Carolyne Mas e Garland Jeffreys…
New York è una città che evoca una nostalgia cinematografica, per i film in bianco e nero di Woody Allen, e quelli neo realistici di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Robert De Niro, Al Pacino, la Brooklyn di Spike Lee, di Stregata dalla Luna, Saturday Night Fever con John Travolta alias Tony Manero, di Smoke con Harvey Keitel e la Coney Island dei Guerrieri della Notte.
E allora lasciamoci cullare un po’ dalla nostalgia delle puttane dell’ottava strada, del fumo che esce dai tombini, del panorama del ponte di Brooklyn, degli Yellow Cab…

Sono usciti negli ultimi mesi almeno tre dischi che evocano la NYC della nostra fantasia. Uno è Soultime! (già recensito qui) dei nuovi Asbury Jukes di Southside Johnny, un disco molto cinematografico, nel senso che potrebbe essere la colonna sonora di un film come Rocky; un ottimo disco di soul bianco, magari Philly Sound, ma insomma pur sempre soul metropolitano. E anche piacevole e orecchiabile, con qualche potenziale hit (se fossimo ancora negli anni settanta) come l’ottima Looking For A Good Time.


L’altro è Introducing Darlene Love, prodotto da Little Steven / Steve Van Zandt, un vero e proprio atto d’amore verso la cantante di Christmas (Baby Please Come Home), ma anche di incisioni per gli altri gruppi di Phil Spector. Una cantante così leggendaria negli USA che non c’era Natale che non fosse invitata in TV al Late Show di David Letterman. L’album è molto vario, nel senso che scivola anche nel pop e nello zuccheroso, con tanto di duetto, ma alcune canzoni sono splendide (come il rock’n’roll di Painkiller ed il soul di Little Liar, identica ad una canzone di Little Steven per Southside Johnny) ed una è semplicemente irresistibile, una Forbidden Nights opera del genio di Elvis Costello, che è impossibile non mettersi a danzare - e per la quale è stato girato un video divertente che finisce sulla spiaggia di Asbury Park.


Il terzo disco è il nuovo di Dion DiMucci, una leggenda musicale del Bronx fin dai tempi di I Wonder Why e A Teenager In Love, e a cui il regista Coppola ha pagato un tributo di riconoscenza in Peggy Sue si è sposata, e che Lou Reed ha introdotto con un discorso alla RnR Hall Of Fame. È Dion che registrava Born To Be With You con Phil Spector, che Bruce e Miami Steve andavano a studiare mentre a loro volta registravano il disco che sarebbe diventato Born To Run. Uno dei suoi migliori dischi fu Yo Frankie nel 1989, con ospiti importanti della scena rock. Questo New York Is My Home è persino meglio. Un disco robusto, pieno di forza e di dignità, senza lustrini e senza trucchi, ma pieno di sano e solido rock’n’roll, suonato con rigore e con energia. Il brano che da il titolo è cantato con Paul Simon, fra gli altri i miei preferiti sono quelli più romantici, come Visionary Heart, dove la voce di Dion da il meglio; ma anche rock’n’roll classici in stile Chuck Berry come The Apollo King sono un piacere.

Sono quei three minutes records, come li ha chiamati Bruce Springsteen, che amiamo.


martedì 8 marzo 2016

Chris Robinson Brotherhood al Fabrique, Milano, marzo 2016

(foto dal sito della CRB) 

C’era tutta la noblesse ieri sera al Fabrique. Marco Denti, Zambo, Vites, Francesco D’Acri, il Cifo, Fabio Cerbone, Fabio Treves… È stata la parte migliore, peccato non aver pensato di farci scattare una foto ricordo. O meglio, avevo pensato di scattarla dopo lo show, ma alla fine io al Fabrique non c’ero più. L’occasione era quella di trasformare per un paio d’ore la grigia Lombardia nel sogno hippie californiano, con un gruppo intimo ma di stirpe come la Chris Robinson Brotherhood. Per Chris ho un debole, specie da quella volta che abbiamo scambiato due chiacchiere nel backstage del Pistoia Blues Festival. Lui era il leader del Black Crowes, i Rolling Stones degli anni duemila, quanto i Wilco ne sono i Beatles (anni duemila in senso lato e filosofico, se i loro album plurimilionari risalgono all’inizio degli anni novanta…). E poi c’è il fatto di essere stato marito di Kate Hudson, la Penny Lane di Almost Famous, il film rock su un gruppo immaginario non troppo distante dai Crowes. Robinson con i Crowes ha un fascino forte. Scrivevo di lui: “L’impatto forte della sua immagine è un mix fra un novello Mago Merlino ed un androgino Jesus Christ Superstar, magrissimo, a piedi nudi e con i lunghi capelli lisci che fa vorticare in ogni direzione mentre danza un incessante ballo ipnotico che non interrompe neanche nei lunghi strumentali dei due chitarristi. E come uno sciamano espande sul pubblico il magic spell del suo incantesimo psichedelico, che scaturisce come una fonte dal potente southern rock di canzoni d’impatto come Good Friday, rendendo un poco alla volta lo spettacolo sempre più ipnotico fino a portare gli ascoltatori in trance. Flower power, psichedelia e hard rock”.
Poi si è un po’ stancato delle aspettative attorno al gruppo, e ha trovato un divertimento personale in un gruppo nato come quasi amatoriale, la Brotherhood, con cui suona per i club californiani di fronte ad un pubblico ridotto e spesso occasionale. Hanno registrato tre dischi, che hanno un fascino discreto, ispirato alla nuova psichedelia della west coast (vedi Jonathan Wilson), che poi è il bonsai della vecchia psichedelia.
Purtroppo per noi, il pubblico, quello che era uno spin off è diventato il gruppo principale, e Chris ha tolto la spina ai Crowes. Quella di ieri sera era la buona occasione per assistere ad un concerto home made, un’occasione rara qui alla periferia dell’impero. Avendo ascoltato qualche registrazione dal vivo della Brotherhood, sono arrivato allo show carico di pregiudizi, ma alla fine anche con la segreta speranza di ricredermi e rimanere sorpreso. Speranza vana: i CRB sono come vedere i Grateful Dead senza Grateful Dead.
Se l’ispirazione è decisamente quella, il paragone non si pone neppure: dove l’architettura musicale del gruppo di Garcia è potente e delicata, come un aliante che prende quota e velocità, così l’airplane di Robinson e soci è pesante e incapace di prendere il volo. La ritmica è elementare e pesante, mentre Chris, sempre dotato di una bella voce, lascia perdere tutto il suo carisma sul palco, per limitarsi a suonare senza infamia e senza lode la chitarra ritmica. I brani scorrono lentamente senza sorprese (una scintilla qua e la, che non si sviluppa mai), abbelliti ogni tanto dalla solista di Neal Casal e appesantiti dal mini moog di Adam MacDougall (che nei Black Crowes suona l’organo).
Anche se il pubblico si è mostrato generoso e soprattutto affamato di rock, il sentimento principale era la noia, che ho cercato di stemperare al bar, prima di decidermi a uscire, io e Linda, ad affrontare la notte milanese. Anche il locale, di per sé decisamente carino, non è il posto ideale per ascoltare la psichedelia del quintetto: li avremmo goduti di più sdraiati sul pavimento come all’UFO Club, o ancora meglio sull’erba di qualche prato californiano - anche se di sicuro mi sarei addormentato.
Fuori all’aria frizzante notturna di fine inverno, mi ha stupito invece Milano, da cui in definitiva mancavo da molto tempo: il caso mi ha condotto in un posto onirico, grattacieli illuminati alla Blade Runner attorno all’austero Cimitero Monumentale, ed il quartiere cinese dove ragazzini inquietanti dagli occhi a mandorla uscivano da enormi limousine che neanche pensavo esistessero. C'erano almeno altri due concerti a Milano ieri sera, Jesse Malin e un gruppo giovanile all'Alcatraz, di cui ho beccato l'uscita ed erano tanti tanti e tanto giovani. Serata conclusa a mangiare pollo fritto in un locale aperto 24 ore su 24, 7 sere su 7. Cose che un country di Woodstock Valtrebbia come me non si aspetta.


P.S.: mi è stato riferito che la parte buona del concerto è stata la seconda (quella che mi sono perso).