sabato 27 febbraio 2016

Quando Lou Reed introdusse Dion alla Rock'n'roll Hall Of Fame


It was 1958, and the cold winds of Long Island blew in from the ocean, their high-pitched howl mixing with the dusty, musky, mellifluous liquid sounds of rock and roll — the sounds of another life, the sounds of freedom.

As Alan Freed pounded a telephone book and the honking sax of Big Al Sears seared the airwaves with his theme song “Hand Clappin’,” I sat staring at an indecipherable book on plane geometry, whose planes and angles would forever escape me. And I wanted to escape it and the world of SAT tests the college boards — leap immediately and eternally into the world of Shirley and Lee, The Diablos, The Paragon, The Jesters, Lilian Leach and the Mellows (“Smoke from Your Cigarette”), Alicia and the Rockaways (“Why Can’t I Be Loved?” — a question that certainly occupied my teenage time). The lyrics sat in my head like Shakespearean sonnets, with all the power of tragedy: “Gloria,” “Why Don’t You Write Me, Darling, Send Me a Letter” by The Jacks.

And then there was Dion — that great opening to “I Wonder Why” engraved in my skull forever. Dion, whose voice was unlike any other I had heard before. Dion could do all the turns stretch those syllables so effortlessly, soar so high he could reach the sky and dance there among the stars forever. What a voice — that had absorbed and transmogrified all these influences into his own soul, as the wine turns into blood, a voice that stood on its own remarkably and unmistakably from New York — Bronx Soul. It was the kind of voice you never forget. Over the years that voice has stayed with me, as it has, I’m sure, stayed with you. And whenever I hear it I’m flooded with memories of what once was and what could be.

It’s been my pleasure to get to know Dion over the years and even, my idea of heaven, sing occasional backup for him. He doesn’t know how long I’d rehearsed those bass-line vocals. I was ready to back up Dion. He had the chops, and he practically invented the attitude. “Ruby Baby,” “Donna the Prima Donna,” “The Wanderer” … “I’ll tear open my shirt and show her ‘Rosie’ on my chest,” a line so good that twenty-odd years later I couldn’t resist doing a variant on it for one of my own albums.

After all, who could be hipper than Dion?

-Lou Reed

mercoledì 3 febbraio 2016

Rolling Stones It's Only Rock'n'roll


Il primo disco che acquistai dei Rolling Stones fu il singolo di Angie, quando avevo 15 anni. Il primo LP fu It's Only Rock'n'roll, un anno dopo, dopo aver visto in una discoteca di Firenze il video di Jagger e compagni in tenuta glam che cantavano una cover della dolce Ain't Too Proud to Beg dei Temptations (che non sapevo, naturalmente, essere tale - anche se già ballavo alla musica di Masterpiece dei Temptations). Assieme a Pin Ups di Bowie e Rock'n'roll Animal di Lou Reed fu un imprinting determinante per i miei gusti musicali - per cui non mi spiegai mai perché questo disco non sia riconosciuto da critica e pubblico al pari del poker di capolavori che va da Beggar's Banquet ad Exile. La mia spiegazione è che a me piaccia un po' troppo perché il primo amore, si sa, non si scorda mai.

Oggi una copia di It's Only Rock'n'roll occhieggiava in edicola, nel corso di una serie stampata da Repubblica ed aperta proprio dai quattro citati capolavori; non ho resistito, e l'ho acquistata, per farne un dono. A casa ho rimesso il CD (non sono riuscito a trovare il vinile originale: nonostante i miei sforzi di mantenere un ordine, non riesco quasi mai a trovare il disco che cerco. Ecco perché mi piace Spotify) e l'ho ascoltato con il maggior senso critico di cui sono capace (ed è tanto, spesso troppo).
E posso affermare senza ombra di smentita che It's Only Rock'n'roll è bellissimo, che non vale una virgola meno di Beggar's Banquet e Let It Bleed, e che d'ora in avanti mi riferirò con tutta la mia autorevolezza al magnifico poker come ad una scala reale.
Il motivo della sua sottovalutazione non lo so identificare. Fu il primo disco prodotto da Jagger e Richards (i Glimmer Twins), dopo la defaillance di Jimmy Miller che "arrivato come un leone, se ne era andato come un coglione", piegato dalla dieta a base di droghe suggeritagli dalla vicinanza con Richards. Può darsi che il suono dei dischi di Miller si perse nell'inesperienza dei Twins, e forse il suono sia un po' piatto, un po' più sacrificato di quanto avrebbe potuto essere. Ma la band era ai vertici della potenza, con un incontenibile Mick Taylor che santaneggiava, e Jagger che scopriva la musica funky.
Anche le canzoni sono magnifiche.  If You Can't Rock Me e Dance Little Sister sono due compressi ed affilati rock'n'roll. La cover di Ain't Too Proud To Beg è irresistibile, meglio persino della versione originale.
It's Only Rock'n'roll (But I Like It) è una rock operetta con un grande riff, realizzata da Jagger con Bowie e Ron Wood. I lenti sono avvolgenti, Till the Next Goodbye e Time Waits for No One, con una ritmica pulsante, e i pezzi funky sono irresistibili, specie la lunga Fingerprint File in chiusura.
I singoli fecero in classifica meno bene dei precedenti (tante grazie, erano Jumpin Jack Flash, Honky Tonk Women, Brown Sugar, Tumblin Dice e Angie), ma il disco arrivò fino in cima alla classifica americana di Billboard.
Era il canto del cigno: Taylor lasciò la band frustrato probabilmente dal mancato riconoscimento del suo contributo creativo ai brani, Richards si perse nel labirinto dell'eroina. Fu stampato Love You Live decisamente inferiore agli standard in concerto degli Stones, come le stampe di questi giorni ci hanno dimostrato (Brussels Affair sopra tutti gli altri), ed infine Some Girls costituì il canto del cigno di una band che rinunciò a continuare a crescere.

Ma è tempo che qualcuno scriva a caratteri cubitali che It's Only Rock'n'roll è un magnifico disco.


lunedì 1 febbraio 2016

Captain Beefheart & The Magic Band > Live In London '74


Nella cittadina californiana di Lancaster, affacciata al deserto del Mojave, sede della base di Edwards della US Air Force, Don Van Vliet e Frank Zappa erano i due adolescenti "strani", e perciò amici per la pelle. Ben poco popolari a scuola, più che i successi da ballo del rock'n'roll degli anni cinquanta, i due, chiusi nella camera di Van Vliet, facevano girare sul piatto i dischi del blues del Delta di Robert Johnson, del blues di Chicago di Howlin Wolf o del jazz di Ornette Coleman e di Theolonius Monk. È a casa sua che la leggenda vuole che nacque il nomignolo Captain Beefheart, capitan cuore di bue, dalle abitudini esibizioniste dello zio Alan, che pare avesse l'abitudine di non chiudere la porta del bagno quando urinava, specie in presenza della fidanzata di Don, Laurie, per esibire un membro grosso come un "cuore di bue".
Dopo le prime esperienze musicali in comune (una teenage operetta e qualche demo), Zappa seguì la sua strada a Los Angeles con le Mothers, mentre Van Vliet metteva assieme un gruppo R&B battezzato Magic Band, in cui assunse il nome di Captain Beefheart. Nel 1969 fu Frank Zappa a produrre il terzo album della magic Band, Trout Mask Replica, per la sua etichetta Straight. Per lo scorno del capitano, per risparmiare sulle spese dello studio di registrazione, Zappa avrebbe voluto registrare l'album direttamente nel bilocale a Woodlands Hills, nella suburbia di Los Angeles, dove Beefheart viveva con tutti i membri del gruppo. Il successo mancava, e con esso persino i soldi per mangiare. Trout Mask Replica, addirittura un disco doppio, abbandonava ogni eco di blues per infilarsi nella totale follia della avantgarde, cosa che gli sottrasse ogni velleità di entrare nella classifica americana (come tutti i dischi di Beefheart),  ma divenne un disco di culto, che avrebbe successivamente influenzato la svolta "strana" del Tom Waits di Swordfishtrombones.
Mentre era ignorato in patria, Beefheart era ascoltato in Inghilterra, dove un suo disco, Lick My Decals Off, Baby, ebbe come spontaneo testimonial niente meno che Sir John Lennon.
Fu così che nel 1974 la neonata londinese Virgin Records decise di dare all'artista una possibilità stampando il suo Unconditionally Guaranteed (registrato comunque ad Hollywood). Il destino si diverte: il disco quasi inglese fu il primo a non entrare neppure nelle classifiche inglesi, e a causa della sua normalità ricevette solo tiepide recensioni. Fino a quel momento l'unico che aveva guadagnato qualche cosa dai dischi della Magic Band era Beefheart, che come autore delle canzoni percepiva almeno i diritti d'autore. Stremato, il gruppo decise di abbandonare il dispotico leader, alla vigilia del tour del disco, per tentare una sterile avventura solista con il gruppo dei Mallard.
Beefheart ed il manager avevano a disposizione solo cinque giorni per trovare dei sostituti disposti a partire in tour senza provare. A dispetto di ogni possibile previsione, il bisogno creò un'ottima band.
Al momento non uscì nessun disco del tour, perché la Virgin preferì puntare su un secondo album in studio, Bluejeans & Moonbeams, accolto persino peggio del precedente, tanto che Beefheart lasciò l'etichetta per cercare di aiuto alla corte di Zappa.
La prima stampa di quel Live In London '74 avvenne solo su CD ben trentadue anni dopo, nel 2006.
Ciò nonostante io fui esposto da subito al suo suono, attraverso la stampa di due brani in un mitico sampler della Virgin intitolato semplicemente V, nella stessa facciata che conteneva due brani registrati dal vivo ad Hyde Park di un altro folle poeta, questo inglese - Kevin Coyne - un altro cantante R&B bianco singolarmente vicino per genere a Van Vliet, e probabilmente da lui influenzato. Uno dei due brani era la leggendaria Majory Razorblade Suite.
Allora il suono di quella facciata di vinile mi parve bellissimo, irresistibile nella sua sguaiatezza e nuda forza. E lo confermo ascoltando il concerto contenuto nel disco completo.
Beefheart ha una voce gutturale ispirata al bluesman Howlin Wolf, e la band era assolutamente potente e sgangherata, aiutata nella sua naturalezza dal fatto di aver provato poco brani che non conosceva affatto, cosa che li spinge a suonarli con la spontaneità di un jazz ensemble. I brani sono per lo più quelli del disco in studio, il che testimonia come le canzoni fossero in realtà di buona stoffa: R&B, blues, persino hot jazz, a testimonianza del fatto che il sassofonista Del Simmons aveva suonato per Glenn Miller, e la ballata di This Is The Day.
Scoraggiato dall'insuccesso e nei guai per aver firmato contratti con più di una etichetta discografica (Buddah, Straight, Reprise, Virgin) contemporaneamente, il capitano tornò nella braccia dell'amico Zappa, incurante del fatto di avere avuto in precedenza per lui parole di fuoco. Insieme partirono per il tour che è registrato nel disco Bongo Fury del '75, in cui i due leader finirono per non rivolgersi neanche la parola, stremati dalle differenze incolmabili: meticoloso e pignolo Zappa, sbrigativo e perennemente in ritardo Beefheart, che sul palco finiva per dimenticarsi persino le parole delle canzoni.

Assieme all'inedito Hyde Park di Kevin Coyne (che si può ascoltare solo sul quarto disco dell'antologia I Want My Crown), per i miei gusti Live In London '74 potrebbe essere il più grande album di R&B bianco in circolazione.