lunedì 28 dicembre 2015

La famosa lista di fine anno dei dischi preferiti (questa volta è il 2015)

Da quando ascolto musica, esistono le liste di fine d'anno dei dischi migliori (in realtà c'erano anche prima, ma, va da sé, non lo sapevo). Allora si trattava delle liste delle riviste musicali. e dei giornalisti di cui si condivideva i gusti.
Le liste pubblicate dal Mucchio Selvaggio erano molto seguite, anche da me, che ne vedevo occasione di scoprire dischi che mi erano sfuggiti, in quegli anni di rinascimento artistico.
E in cui per ascoltare per bene un disco bisognava pagarlo.
Conoscevo, io come i nostri lettori, i gusti di ogni recensore, e riuscivo così a farmi un quadro completo della scena musicale. La lista di fine anno era un momento di grande piacere, sia che la si leggesse, che la si compilasse. Ma oggi sono cambiate almeno due cose, anzi tre:
  1. Manca una scena, per cui manca una coerenza fra le varie liste che si leggono a destra e a manca.
  2. Mancano, ad essere sinceri, anche i dischi all'altezza dell'onore di una classifica
  3. Mancano anche ormai le riviste musicali e le firme di prestigio, e le liste sono diventate quelle di FaceBook, democratiche ma decisamente meno autorevoli.
Ho continuato l'abitudine di pubblicare qui su BEAT i miei dischi preferiti di ogni anno. Questo 2015 è passato davvero molto velocemente. Troppo velocemente. Mi sono successe molte cose, alcune molto belle, altre deludenti, ma non quella di ascoltare dischi memorabili. Perché se i dischi stampati nel 2015 ci insegnano una cosa, è che definitivamente il rock non c'è più. In realtà non ci sono quasi più neanche i dischi fisici, sostituiti dallo streaming di Spotify o di Apple Music.
Il rock, come il jazz, come la musica classica, sono revival di scene musicali del XX secolo (e precedenti, visto che ho citato la classica). Fanno piacere agli appassionati, ma non incidono sulla cultura dei nostri giorni (cultura? Quale cultura?).
Forse è normale che non ci sia un disco dell'anno nei giorni in cui il film dell'anno pare essere il fumetto di Guerre Stellari numero sette.

Nel corso dell'anno ho consigliato il nuovo album dei Waterboys, quello dei Decemberist e Carrie & Lowell di Sufjan Stevens. Sono molto piacevoli, ma nessuno di essi è abbastanza importante da essere nominato l'album dell'anno. Ho parlato molto bene, come lo hanno fatto tutti coloro che l'hanno ascoltato, del disco solista di Keith Richards. È bello, e ci sono legato per più di un motivo. Ma naturalmente non è Exile, né Sticky Fingers o Beggar's Banquet. Quelli erano dischi dell'anno.

Le cose più belle che ho ascoltato quest'anno, sono cose vecchie. L'antologia tripla di David Bowie, quella doppia degli Who (che stanno celebrando l'addio alle scene di quel che resta del gruppo di Townshend e Daltrey), il doppio dal vivo di Neil Young & the Blue Notes (imperdibile la lunga Tonight's The Night, ma è un concerto degli anni ottanta).

La cosa che ho preferito nel 2015 è il tour dei King Crimson, quello con tre (!) batteristi. Hanno registrato un disco dal vivo, Live At The Orpheum, che è il loro live che preferisco. Ma non posso nominare disco dell'anno quello di un gruppo nato nel 1969, anche se i musicisti che calcano i palcoscenici sono in piena forma, e non una cover band. Recensirò presto anche il loro The Elements 2015 Tour Box, che è sublime. Ma nessuna delle registrazioni (o quasi) è stata effettuata quest'anno.

P.S.: c'è una scena underground italiana, naturalmente. Ma come tale, non posso dire di aver sentito tutto quello che c'era da sentire (e forse neanche una parte). Il mio momento preferito è stato il tour della reunion dei Rocking Chairs, mitico gruppo rock nazionale. Ancora non ci sono dischi in concerto (né ristampe), ma la Route 61 ha pubblicato il bel doppio dal vivo del loro cantante, Graziano Romani, intitolato Vivo/Live. E poi c'è l'altro bel disco, Mary and the Fairy dei Cheap Wine.



lunedì 14 dicembre 2015

Assegni a vuoto per la letteratura dell'underground


Ci fu un tempo in cui le case discografiche stampavano i dischi per gli ascoltatori di musica. E gli ascoltatori li compravano, a milioni di copie. Poi è arrivato il tempo in cui non più appassionati di musica, ma commercialisti, hanno cominciato a gestire le case discografiche; e hanno sentenziato che il target del loro mercato non sarebbero più stati gli ascoltatori, ma il pubblico più leggero, quello che i dischi non li compra. Ed infatti di dischi non se ne sono più venduti.
La stessa cosa è successa alle case editrici. Gestite una volta da letterati alla ricerca costante di autori da stampare, si sono trasformate in venditori di entertainment a buon mercato, a ruota di mezzi come la televisione. Gli editori hanno smesso di pubblicare libri altrui, per inventarsi prodotti redazionali indirizzati dal marketing. Ed il pubblico ha smesso di acquistare libri.

Gli spazi per i nuovi autori si sono ristretti ad una fessura; figuriamoci quelli degli autori che scrivono di dischi. Le librerie indipendenti hanno chiuso, mentre le catene di distribuzione degli editori si sono riempite di libri di cucina, di fotografie di cioccolatini, di biografie di personaggi dei talk show televisivi.
Tanto i dischi rock che i libri dei nuovi autori hanno finito per ritirarsi nell'underground: presentazioni carbonare in qualche birreria, distribuzioni per passa parola, al massino cercando di sfruttare i nuovi media digitali. Nella mia esperienza personale, ho venduto ogni copia dei miei libri nei pochi negozi dove le ho distribuite a mano, mentre ho realizzato il maggior numero di vendite nel formato digitale degli eBook di Amazon. Molte meno nella libreria digitale Apple, e praticamente nulla attraverso i canali digitali concorrenti. Probabilmente la maggior parte dei lettori digitali si rivolge a Kindle, mentre Apple iPad resta una piattaforma più giocosa. Oppure in molti fanno come me, che leggo i libri sul software di Kindle su iPad.
In un caso e nell'altro, cartaceo e digitale, i numeri sono ancora piccoli. I download digitali sono ancora una percentuale ridotta dei libri di carta, che a loro volta sono decisamente pochi rispetto a quello che vendevano uno o due decenni fa, in epoche intellettualmente meno torpide. Il risultato è che è molto improbabile riuscire a vivere scrivendo libri. Realtà che non scoraggia comunque chi ha qualche cosa da raccontare e da scrivere. E a tenere gli occhi aperti, magari frugando nei social media, non sono le novità a mancare.

Corrado Ori Tanzi, il giornalista che aggiorna il blog letterario 8th of May, ha appena stampato (in digitale) la sua nuova raccolta di racconti noir dedicati a Milano, da cui il titolo Vivere e morire a Milano. Brani grigi, duri, di periferia, di una vita e malavita già molto differente da quella che cantavano nei cabaret i Gufi di Nanni Svampa e Lino Patruno.

Paolo Vites, giornalista di mito della scena rock, ha invece dato alle stampe Backstage Pass (sulla strada con the Good Doctor), una raccolta di straordinari racconti autobiografici che affianca quelli che narrava in Do You Believe In Magic e Un sentiero verso le stelle: sulla strada con Bob Dylan.

E parlando di cronisti rock, Mauro Zambellini è riuscito nell'impresa, più unica che rara, di veder tradotto in inglese un suo libro, la biografia del rimpianto Willy DeVille, Love and Emotion.

Fabio Cerbone ha dato alle stampe i suoi nuovi racconti di America 2.0, storie ispirate a canzoni che tutti non rockettari conosciamo bene, dal Boss a Tom Waits passando per Townes Van Zandt.

Una casa editrice prestigiosa, la Minimum Fax, ha stampato il nuovo libro di Eddy Cilìa Come un uragano, una raccolta di interviste a Neil Young.
Mentre Michele Pizzi ha edito in eBook le sue storie (e testi) su Frank Zappa, for President, un libro determinante fra quelli scritti in italiano sul grande musicista.

Questi ed altri libri della letteratura BEAT underground italiana cerco di segnalare su una pagina di FaceBook, significativamente intitolata Assegni a vuoto, così come racconto dei dischi italiani indipendenti su Little Italy, il blog e la pagina.


sabato 12 dicembre 2015

Bowie e la stella oscura di Peter Hammill


David Bowie a lungo ha rappresentato la stella polare dell'art rock, ed anche se oggi il suo nome ricorre solo fra i palati più raffinati, ancora ogni sua uscita discografica rappresenta un evento. Un gradino sotto, anche Peter Gabriel si è costruito un mito solido nella storia della nostra musica, a dispetto di una decisa pigrizia artistica: nove dischi un quarant'anni fanno poco più di uno a decennio. Una canzone all'anno, compresi i filler.
Invece Peter Hammill, che raramente si è sottratto all'appuntamento annuale con il proprio pubblico, resta un artista da carbonari.
Bowie era uscito dai radar, senza annunci né clamori, al cambiare del millennio. Quando si è ripresentato dopo una decade, ha trovato ad attenderlo il suo pubblico fedele. The Next Day era uno splendido album, doppio addirittura, ispirato ad uno dei suoi momenti più creativi, quell'Heroes berlinese di cui citava anche la copertina. Alla fine di questo 2015 ha nuovamente stuzzicato il suo pubblico con una canzone, Blackstar, notevole per molti versi. Dura 10 minuti, un record per un singolo da classifica, ed è ricco di momenti di fascino. Una melodia aliena e sfuggente, che si modifica ed evolve nel corso del brano, senza utilizzare artifici come improvvisazioni o ritmi dance; elementi che evocano il suo passato, ma al tempo appaiono inequivocabilmente nuovi. Echi di jazz contemporaneo che vanno e vengono dai confini nebbiosi dell'arrangiamento.
Ce n'è da rimanere affascinati. Da subito, però, mi sono reso conto che il suo ascolto mi evocava altro, oltre alle melodie dello Ziggy Stardust dei primi anni settanta. C'è quel momento nella seconda parte della canzone, quando la melodia orecchiabile viene spezzata ciclicamente da un coro dissonante che ripete "I'm a Black Star", in cui non ho potuto fare a meno di pensare a Peter Hammill, ed i suoi arrangiamenti spigolosi, dove melodie e dissonanze vanno a braccetto...

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giovedì 10 dicembre 2015

Losing Our Virginity


L'imprinting è importante, ed io sono stato fortunato a nascere musicalmente fra gli echi che si andavano spegnendo della Swinging London e l'arrivo della new wave.
Signori di nasce ed io, modestamente, lo nacqui (diceva Totò).
Dai quattordici o quindici anni di età investivo la mia mancia settimanale in vinili; durante le mie vacanze londinesi ancora di più, un po' perché è nella capitale del mondo che si trovavano gli stimoli, un po' perché in viaggio ero più rifornito di soldini dalla famiglia. E fu in un negozio di dischi di Roma, nella gita scolastica della IV liceo, che acquistai il doppio V, un sampler della Virgin Records. Un po' perché come sampler era venduto a prezzo speciale, un po' perché la Virgin Records in quel 1975 era un po' come Atene nell'era classica. Per tacere dell'etichetta disegnata da Roger Dean.
Le quattro facciate di quel V erano zeppe di nomi che non conoscevo ma che si sarebbero trasformati in molti dei miei artisti preferiti, ed oggi, a quarant'anni di distanza, le cose non sono molto cambiate.
L'occasione per condividere questi ricordi viene dalla stampa di un'antologia su CD della stessa Virgin Records, un triplo intitolato Losing Our Virginity, sottotitolo: The First 4 Years '73 - '77.

Anni di transizione il 1973, '74, '75. Si erano chiusi i ribollenti anni sessanta, con la Swinging London e la Summer Of Love. La musica Americana letteralmente inventata da The Band e Bob Dylan si era trasformata nella West Coast degli Eagles, la musica sperimentale del progressive infiammato da In The Court Of The Crimson King si era impantanato in un manierismo di virtuosismo ed effetti sonori. La musica che si sentiva più spesso in radio era il bubblegum di gruppi come gli Abba ed i Queen.
Il rock'n'roll era tenuto vivo solo dal glam rock di Bowie, Lou Reed e Rolling Stones, mentre per il resto si trasformava in hard rock per orecchie semplici. Nei sobborghi di Londra si suonava il pub rock, ma noi non lo sapevamo.

La Virgin era un etichetta indipendente che nasceva dal progetto di un venditore di dischi per posta, che aveva aperto un negozio di dischi e poi assemblato uno studio di registrazione addirittura in un castello, Il Manor (dalle parti di Oxford), sul modello del Château d'Hérouville in Francia. Richard Branson, il patron, aveva pensato per l'etichetta un genere ben diverso dal pop di classifica che le case discografiche si erano messe a rincorrere; cercava invece un rock sperimentale, innovativo e soprattutto alternativo. Il progetto di un timido polistrumentista che era stato rifiutato da tutte le case discografiche inglesi, Mike Oldfield, sembrava una inaugurazione adatta per la nuova etichetta.
Tubular Bells avrebbe fatto di Branson un milionario, con due anni consecutivi di top ten. Mica male per un disco numero di catalogo V 2001. Il successo di Oldfield diede alla Virgin la possibilità di aprire le sue porte ad ogni sorta di artista alternativo, dai Gong di David Allen a tedeschi come Faust e Tangerine Dream. Quel momento d'oro durò non cinque anni, come vorrebbe il sottotitolo, ma dal '73 al '75, per poi riprendere in un diverso contesto musicale nel '77 con i 45 giri dei Sex Pistols. Negli anni ottanta la Virgin avrebbe messo sotto contratto artisti come Roy Orbison e Keith Richards.

I brani di V e di Losing Our Virginity sono abbastanza simili, anche se una caratteristica del sampler originale era quella di contenere solo outtakes, niente che fosse già stato stampato, mentre il nuovo è più un'antologia. In entrambi svetta Robert Wyatt, l'ex batterista dei Soft Machine che era reduce dal dramma di essere rimasto paraplegico dopo essere volato da una finestra, ma si trovava anche all'apice della ispirazione, con l'album Rock Bottom e i due singoli I'm A Believer (finito a Top of the Pops) e Yesterday Man (ancora più bello, ma frenato dall'insicurezza della casa discografica, che stentava a proporre una star in carrozzina. Altri tempi in tutto, anche nel male). Aveva suonato su Rock Bottom anche uno svitato dal nome Ivor Cutler, che pure si guadagnò un contratto. La sua Go And Sit Upon The Grass, purtroppo è presente solo sul vinile.
Dalla scena di Canterbury arrivavano gli Henry Cow di Fred Frith (anche se tecnicamente erano di Cambridge), che formarono un curioso ed inedito mix con gli Slapp Happy, un duo teatrale di Amburgo. Sempre da Canterbury arrivavano gli Hatfield and the North, degni successori dei Caravan della terra del grigio e rosa. Da uno dei loro due dischi, The Rotter's Club, lo scrittore britannico Jonathan Coe trasse il titolo del proprio romanzo, La Banda dei Brocchi.
Ed i Gong, con le due anime di Daevid Allen e Steve Hillage. Mike Oldfield è rappresentato da un lungo estratto da Tubular Bells. Si guadagnò un contratto anche il classicheggiante David Bedford, amante dell'orchestra, che aveva suonato le tastiere nella band di Kevin Ayers, i Whole World, di cui Oldfield era il bassista.

La seconda facciata di V era strepitosa: puro rhythm & blues dal vivo, due brani di Kevin Coyne, fra cui la lunga Majory Razorblade suite registrata ad Hyde Park, per me l'apice del R&B britannico, e due di Captain Beefheart, fra cui Mirror Man. Coyne era un talento assoluto ed un cantante potente e sgangherato; fosse esordito un poco più tardi, nella scena pub rock, forse avrebbe avuto più fortuna. Come anche se Branson avesse stampato l'irresistibile Live at Hyde Park, che invece restò inedito e si può ascoltare solo nell'ultimo disco del cofanetto dedicato postumo a Coyne.

Di Cpt. Beefheart, che spesso e volentieri si esibiva a Londra, si dice che il suo fosse il live show più irresistibile della scena. Non gli bastò per arrivare al successo, così come l'amicizia con Frank Zappa. La Virgin gli fece uscire Unconditionally Guaranteed, di fronte a cui i fan storsero il naso; a me piaceva, forse perché non conoscevo i suoi dischi precedenti.

I Faust diedero alle stampe Faust IV, con un gran plauso della critica; un album duro, per molti versi quasi punk. Io amai il rock tedesco (che conobbi proprio su V), ma ai Faust, troppo radicali,  preferivo Tangerine Dream e Can. I secondi si consumarono la suola delle scarpe per le strade di Londra in cerca del successo, ma quando alla fine firmarono per la Virgin era troppo tardi, avevano finito la benzina.
Su V i Dream si presentavano con l'inedita ed immobile Overture dell'Edipo Tiranno. Per la Virgin i tre Dream, Franke, Froese e Baumann, registrarono i loro album migliori, da Phaedra a Stratosfear.
Il box presenta invece Edgar Froese, non con il capolavoro Aqua, ma con il secondo album, che già presentava i segni della decadenza ambient melodica che avrebbe caratterizzato il resto della sua (mediocre) produzione.

Chi altri c'è? L'elettronica di White Noise e di Clearlight Symphony Orchestra, che faceva musica al sintetizzatore, un po' come avrebbe fatto Franz Zappa in seguito con il synclavier, in dischi come Jazz From Hell.
Il cantautore Tom Newman, con la bella Superman e Sad Sing. Ed un grande ed insospettabile Link Wray che nel dimenticato I'm So Glad, I'm So Proud incrocia il rock'n'roll rauco di Rumble con la psichedelia dei 13th Floor Elevators.

Tempi in cui la musica non era conformista e precotta, ed i produttori non erano commercialisti. Ed i dischi, guarda caso, vendevano.



domenica 6 dicembre 2015

Bruce Springsteen The Ties That Bind


Sono passati molti anni dal 1980. Praticamente c'è in mezzo la mia vita, e quella di chi, come me, è stato trascinato dalla corrente impetuosa del fiume del giovane Springsteen.

La premessa doverosa è che The Ties That Bind, il box di 4 CD e 3 DVD è che, ovviamente, non è la cosa vera. La cosa vera è stato il doppio vinile The River quando uscì, fotografando lo zenit della potenza dei magnifici sette del New Jersey.
La cosa vera è il disco originale. Questo box va preso come un documentario, una specie di libro da leggere per ricordare quei momenti. Un pretesto per chi li ha vissuti per portare il ricordo a quel rock e a quegli anni, in cui eravamo più "giovani e forti", come canterebbe Bob Seger (un'altra scoperta, con la sua Silver Bullet Band, di quei giorni ricchi di promesse).

Nel box c'è naturalmente il disco originale, cioè The River. Che immagino tutti gli acquirenti già conoscano e possiedano. A questo si aggiungono due dischi accessori. Uno rappresenta il singolo vinile che nel '79 avrebbe dovuto far seguito a The Promised Land, probabilmente con il nome di The Ties That Bind, dal titolo della prima canzone. L'album faceva seguito ai due capolavori che avevano portato il nome di Bruce Springsteen & The E Street Band da sconosciuto a nuovo messia, e Bruce avvertiva la pressione di doversi confermare. Le dieci canzoni di The Ties That Bind non gli sembrarono potenti a sufficienza, ed in effetti non lo erano. Non a livello dei dischi che lo avevano preceduto. Così il gruppo rientrò nei Power Studios di NYC per aumentare la massa critica del disco.

Il secondo disco nuovo è quello delle outtakes, o almeno delle migliori di esse, che non raggiunsero il disco finale. La storia che ci raccontano questi due dischi è istruttiva.
È che, come ebbe a dire Van Morrison, il talento è anche frutto di molto molto lavoro. Che il genio sia 1% ispirazione e 99% sudore, è una frase attribuita a Thomas Edison (lo Steve Jobs dell'inizio del novecento). In altre parole, a noi che ascoltavamo i capolavori editi da Springsteen nel decennio (lungo) fra il 1973 ed il 1987, poteva sembrare semplicemente che la dea del talento lo avesse baciato in fronte, e che ogni canzone che scrivesse fosse automaticamente un gioiello. Oggi scopriamo che dietro quei dischi c'era molto, molto, molto lavoro. Bruce entrò in studio con un nastro inciso sul registratore di casa con 95 demo; la E Street Band ne incise, di demo, più di 100. Non erano automaticamente capolavori: erano brani in cui Bruce ed il gruppo spremevano meningi e fantasia, erano tracce che spesso assomigliavano a canzoni già esistenti (Clash, My Sharona, Phil Spector, persino Jonathan Richman), erano spezzoni di note, di versi, di storie che sarebbero stati assemblati in qualche altro modo nelle venti canzoni che contribuirono a realizzare il lavoro perfetto, il doppio LP di The River.
Nessuno dei brani esclusi è al livello di quelli scelti alla fine. O quasi: avrebbero potuto farcela Loose Ends, Meet Me In The City, Stray Bullet.
Paradise By The C è il gioioso inno strumentale della E Street Band che già conoscevamo. In realtà non sono molti i pezzi che già non erano stati editi su qualche disco, come Tracks o Essential o il retro di qualche singolo. The Ties That Bind, il disco singolo, avremmo potuto registracelo in casa dai dischi già stampati, se non fosse per la versione più veloce di Stolen Cars. Roulette era stata scritta sull'onda emozionale di No Nukes. From Small Things (Big Things One Day Come) è finita a Dave Edmunds.
Comunque il disco di outtakes suona bene; è un piacere lasciar suonare le sue 22 canzoni.
Pensare che molte altre ne sono rimaste fuori. Secondo Wikipedia: Janey Needs a Shooter, Find It Where You Can, Break My Heart, Out on the Run (Looking for Love), Under the Gun, I Don't Wanna Be, Chevrolet Deluxe, Slow Fade, Jole Blon, Do You Want Me to Say Alright, Angelyne, A Thousand Tears (William Davis), I Will Be the One, Tonight, I'm Gonna Treat You Right, Dedication, Your Love, This Little Girl. Alcune di esse le abbiamo ascoltate nel bellissimo disco di Gary U.S. Bonds (ricompensato così dal Boss e dalla band, per aver ispirato il concetto musicale dietro a The River), una è stata reinventata dal grande Warren Zevon.

Poi ci sono i film. Uno è un documentario dalla struttura molto semplice, uno Springsteen anziano che con una chitarra acustica ricorda il percorso che lo ha portato alla realizzazione di The River; i momenti migliori sono i filmati originali della band in studio, purtroppo mai abbastanza lunghi quanto si desidererebbe.
Poi, diviso su ben due DVD, c'è uno show di inizio tour - quel tour che portò tanti di noi a Zurigo all'Hallenstadion nel 1981. Eravamo giovani, affamati di vita ed ottimisti. Mi sembra impossibile che siano passati 35 anni; in effetti io sono diverso, il mondo è molto diverso, persino The River è diverso. But I still love rock'n'roll.


P.S.: per gli indecisi che si domandano se il box, al prezzo esoso di un biglietto da 100 euri, sia un acquisto obbligatorio, la risposta di uno che il centone lo ha speso il primo giorno è che, potendo ascoltare le canzoni su Spotify, questa scatola è circonvenzione di incapace.



sabato 5 dicembre 2015

Like A Vision: Bruce Springsteen e il Cinema


« Se ho un segreto riguardo alla composizione di una canzone, forse è perché quando la scrivo lo faccio perché sia un film: non per farne un film, ma perché lo sia » (Bruce Springsteen) 

Gli album e le canzoni di Bruce Springsteen sono sempre state assolutamente cinematografiche - o almeno le sono state per la durata dei suoi giorni creativi. Così la gang del Pink Cadillac Bruce Springsteen Fan Club si è rimboccata le maniche, per mettersi al lavoro sul rapporto fra Bruce Springsteen ed il cinema, fino a tirarne fuori questo bellissimo libro patinato ricco di immagini e fotografie, intitolato Like A Vision, diviso in (1) Il cinema nelle canzoni di Bruce Springsteen, vale a dire i film che hanno influenzato il Boss; (2) le canzoni di Springsteen nel cinema, cioè tutte le colonne sonore in cui le sue canzoni sono apparse (un centinaio); (3) una colonna sonora nei titoli dei film - è noto che al Boss piace prendere i titoli delle proprie canzoni da altre canzoni, e dal titolo dei film.

Devo però avvisarvi che la mia recensione soffre di un conflitto di interessi; gli autori Paola Jappelli e Gianni Scognamiglio mi hanno infatti concesso l’onore di aprire il libro a fianco delle presentazioni di Carlo Massarini e Mauro Zambellini.
La mia è quella che segue:

“Fra il cinema ed il rock c’è sempre stato uno stretto legame. Non a caso un film fondamentale nel lanciare il fenomeno del rock’n’roll fu Il Seme della Violenza (Blackboard Jungle) nel ’56, con Rock Around The Clock di Bill Haley & His Comets nella colonna sonora. Da allora c’è un filo rosso ininterrotto che va dai musicarelli di Elvis Presley (come Jailhouse Rock) a quelli dei Beatles (fra cui è fondamentale Hard Day’s Night), fino ai cult degli anni ottanta di Blues Brothers e The Commitments passando per la psichedelia dei sixties di Easy Rider. La casa del cinema americano, nel bene e nel male, è sempre stata Hollywood, e Los Angeles è anche la mecca dei musicisti americani, in virtù della concentrazione di etichette discografiche che ai tempi belli gravitavano proprio attorno alla Warner Bros, la casa cinematografica (Warner, Elektra, Asylum, e la Reprise di Frank Sinatra, oltre a minori come la Slash). Per questo non solo il cinema ha approfittato largamente del contributo dei musicisti rock per le colonne sonore (Randy Newman e Ry Cooder ci hanno costruito una carriera), ma dei musicisti ha pure spesso e volentieri sfruttato il volto stesso, per pescare caratteristi: Tom Waits, David Johansen, Chris Isaak, Dwight Yoakam, Lyle Lovett. Ed anche inglesi, come David Bowie, Mick Jagger (e Keith Richards in un ruolo cameo nei Pirati dei Caraibi). Ci sono stati, al contrario, attori di professione che hanno provato a diventare rock star, in verità con risultati deludenti, da Bruce Willis a Jeff Bridges e Kevin Costner. È da un po’ di tempo che Steve Martin sembra aver abbandonato gli irresistibili ruoli comici nelle commedie leggere per inseguire una carriera seria di musicista bluegrass. Con la sua verve e la sua personalità non avrebbe d’altra parte probabilmente incontrato difficoltà ad aver successo in alcuna carriera, da medico a predicatore.

Bruce Springsteen non è mai stato attore, se non dei suoi video clip, e ho sentito dire che usare le sue canzoni nelle colonne sonore sia piuttosto costoso, tanto che in Streets Of Fire di Walter Hill, ispirato ad un suo titolo, la sua canzone non appare. Un errore della produzione, evidentemente, dal momento che alle sue colonne sonore non sono mai mancati riconoscimenti, come l’Oscar a Streets Of Philadelphia (e Dead Man Walking, e la commovente The Wrestler).
Ma il Boss non ha bisogno di recitare nei film, perché molti dei suoi dischi sono già decisamente film di per sé. I personaggi di Lost In The Flood o It’s Hard to Be a Saint in the City, entrambi dal disco d’esordio del 1973, sono più cinematografici che realistici. The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle, il secondo disco, oltre a portare un titolo a la Sergio Leone, è un cinemascope di New York City. The Darkness On The Edge Of Town è decisamente un ritratto cinematografico delle small town polverose del west, mentre The River è un affresco urbano a la Spike Lee. Le storie di Nebraska, come Highway Patrolman (divenuta poi effettivamente un film), Johnny 99, My Father’s House, sono tanto cinematografiche che non puoi ascoltarne senza immaginare l’azione.
Il titolo di Born In The U.S.A. è rubato pari pari dal progetto di un film di Paul Schrader, ribattezzato poi Light Of Day da una canzone del Boss.
Human Touch è un film girato di notte nei sobborghi di Los Angeles, mentre nel suo gemello Lucky Town la cinepresa vaga fra i deserti del Nevada a quelli della Death Valley”.