giovedì 26 novembre 2015

La stella oscura di David Bowie


Come raccontavo in Perché non lo facciamo per la strada?, nei miei giorni di liceale Bowie è stato il mio primo riferimento musicali (con gli Stones e Lou Reed). Imitando David mi ero pettinato i capelli all'indietro, e canzoni come Space Oddity, Jean Genie, Rebel Rebel erano la mia sigla.
Nonostante fossero i giorni di gloria del rock, era "solo rock'n'roll". Per la mia generazione i dischi furono la colonna sonora della propria vita e la (contro)cultura, ma rimanevano comunque dei dischi. Oggi, che la musica è diventata una merce per carbonari, è in atto un processo di mitizzazione in cui poco mi trovo. Quando si scrive di Dylan, Stones, Lou Reed, Who o chi volete voi, persino gregari come David Gilmour, pare ci si riferisca ad Omero o Michelangelo, il che tende un po' ad appiattire ogni valutazione critica. Bene, la musica rock mi è necessaria per vivere come l'acqua e l'ossigeno, ma restano comunque canzoni.

Bowie si era eclissato dalle scene alla fine del millennio. Non era stato un addio plateale, come ai tempi di Ziggy Stardust, ma una graduale perdita di interesse per i suoi lavori, che non erano proprio male, ma avevano perso definitivamente la capacità di pesare sulla scena.
Ragion per cui era stata una sorpresa assoluta , in giorni di carestia, il singolo uscito in occasione del suo compleanno (mi pare fossero sessantotto, perdonatemi se non ho voglia di verificare), anche se a dire il vero la canzone, Where Are We Now, non riusciva a rendere la forza di quello che sarebbe seguito. Perché se è sacrosanta la regola che ogni artista è creativo per una decade (e gli anni di Bowie furono, ovviamente, i settanta), il doppio album del 2013, The Next Day, si sarebbe rivelato uno dei momenti più a fuoco della sua discografia. Una sorta di ricapitolazione definitiva sul suono berlinese di Low ed Heroes.

Pur non rilasciando interviste, ai tempi se ne era uscito con un bel video, The Stars Are Out Tonight, quasi un cortometraggio, che era una specie di outing sulla storia; una coppia di artisti ritirati a vita privata si industriano di vivere come persone "normali" (li si vede intenti a fare la spesa al supermercato), ma il loro destino di star, di stelle, li reclama, dall'esterno (i fan) e dall'interno (la propria fantasia). Insomma: un ritorno dettato dall'inevitabile destino.
Quella della stella è un chiodo fisso del Bowie fino dagli esordi. Dalla fantascienza di Space Oddity, il suo primo successo, a titolo ricorrenti come The Supermen, Life On Mars?, fino a Ziggy Stardust, Lady Stardust, Starman, Star, su su fino a quel The Stars Are Out Tonight del 2013.
Quando Bowie si guarda allo specchio, vede una stella.

Ed è quello che racconta, ovviamente, in ✮ Blackstar, la stella nera. Già lo scorso anno se ne era uscito con un pezzo spiazzante, Sue, un pastiche in stile jazz postmoderno che mischia suono contemporaneo e big band da film noir degli anni cinquanta, registrato a New York appunto con una big band jazz, la Maria Schneider Orchestra.

Con piccolo combo di jazz contemporaneo, un gruppo di giovani talenti fra lounge e avanguardia, ha registrato il nuovo album, ✮ Blackstar appunto, che uscirà per il 70esimo compleanno del musicista, il giorno 8 gennaio del 2016. L'anteprima è spiazzante, ma non lontano dalle atmosfere dark jazz di Sue: un singolo (un 45 giri avremmo detto ai tempi buoni) che sfiora la lunghezza di 10 minuti (sarebbero stati addirittura di più, ma motivi tecnici di Apple iTunes lo hanno accorciato), accompagnato da un video fantascientifico, che si apre con il Major Tom degli esordi.

Il brano è volutamente non rock; se The Next Day era un ritorno alla grande, ✮ Blackstar è una pagina bianca. Non un nuovo inizio, perché la storia della stella nera sa un po' di testamento, ma di certo è una nuova avventura musicale. Nessuno pretende di paragonare il nuovo singolo alla freschezza di quelli dei giorni di gloria. Nessuno è fresco a settant'anni. Ma la musica è intrigante, affascinante, evocativa eppure decisamente nuova. Cinematografica, hollywoodiana, ma anche decisamente britannica. Melodica, dissonante, romantica. C'è persino un tocco del jazz non jazz britannico di scuola Canterbury. E il suo ascolto mi ha fatto estrarre dagli scaffali i recenti dischi dei Van Der Graaf Generator (un vitale gruppo art rock condannato ad essere ignorato in perpetuo dai media).
La giusta prospettiva della canzone sarà offerta dal resto dell'album. Ma è già vero che Bowie si è dimostrato un camaleonte dotato delle feline sette vite anche quando nessuno lo pretendeva o se lo aspettava. Brucio di impazienza per il disco completo. Che si annuncia il primo vero Long Playing di un secolo dove gli album sembrano essere tornati ad essere semplici raccolte di canzoni.
It's only rock'n'roll but I like it. Anzi, non lo è più rock'n'roll. Bowie testimonia la fine del rock. It's only music (but I like it). 




domenica 15 novembre 2015

Neil Young and the Bluenote Café (1988)


Gli anni ottanta non sono stati una passeggiata per Neil Young. Con l'arrivo del punk se l'era cavata bene; a differenza dei suoi sodali che se ne erano trovati spiazzati e pensionati, Neil se n'era uscito con un Rust Never Sleep che del punk conteneva addirittura un inno, Hey Hey, My My (Into the Black), che lo avrebbe laureato padrino della nuova ondata - e sarebbe successo ancora due decenni dopo con il grunge. Ma subito dopo le cose si erano messe di traverso. Si era sposato con Pegi, ma il figlio che ebbe con lei, Ben, aveva problemi cerebrali, come li aveva avuti il primo, Zeke. Il mondo gli cadeva addosso. Re-ac-tor fu un album di rock duro. Dovette cambiare casa discografica, dalla originale Reprise dei suoi capolavori alla neonata Geffen, dell'ex fondatore della Asylum.
Trans, nel 1982, un disco a dir poco strano, postmoderno, elettronico, con la voce di Neil filtrata dal vocoder. Mentre tutti gli davano addosso, capitava che io, nei miei personali percorsi musicali, proprio con quel disco mi riavvicinassi fortemente al canadese; forse perché la mia sensibilità musicale ha sempre contemplato l'avanguardia (per esempio di King Crimson o Can), forse perché quell'album comprende in ogni caso alcune grandi canzoni, come Little Thing Called Love, Hold on to Your Love, Sample and Hold, Like An Inca. O forse semplicemente perché quel vinile mi capitò in mano nel momento giusto; sta di fatto che lo infilai sulle pagine del Mucchio Selvaggio nella lista dei miei dischi preferiti dell'anno, cosa che fu letta come una provocazione - ma non la era. Tanto che la mia simpatia rimase immutata anche  per il brevissimo Everybody's Rockin', che forse recensii. Nel 1985 Old Ways era un nuovo giro di valzer: dall'elettronica al rock'n'roll, nel giro di tre dischi Neil si era catapultato nell'Old Time Music. Simpatico, ma obiettivamente l'unico pezzo buono era l'omonimo. Fan e critica lo stavano abbandonando, ed io stesso non acquistai né Landing On Water, né Life. Ma le radici di Neil sono profonde e robuste: dopo aver toccato il fondo stava semplicemente prendendo la rincorsa per il secondo picco creativo della sua vita, che si aprì nel 1988, con la casa discografica originale, con This Note's For You. Un disco totalmente inconsueto, con una big band di fiati battezzata Bluenote Café, pescava in un mare mai navigato prima dal cantautore: quello del rhythm & blues e del jazz. Amai quel disco, a cui sarebbero seguite le sue cose migliori: Eldorado, Freedom, Ragged Glory, Arc. Glory days!
È dunque con piacere assoluto che accolgo questo Bluenote Café, testimonianza per gli archivi di Neil Young dei suoi concerti americani di quell'anno, da New York a San Francisco, con la big band. Ed è una sorpresa scoprire quei concerti persino migliori di quanto li avessi potuto immaginare. In uno slogan: Neil Young incontra i Blues Brothers. Il suono è quello, dei fratelli Blues e della Stax di Memphis. Il feeling il solito, grande, epico, poetico Neil Young. Ci sono i pezzi del disco, esaltati dall'atmosfera live, accompagnati da una pioggia inediti, che sto imparando a gustare.

Ma soprattutto c'è un momento memorabile, uno zenit assoluto: la chiusura è affidata ad una interminabile, infinita versione soul di venti minuti di Tonight's The Night, il più classico dei classici.
E non esiste che si possa non ascoltarla. Sappiatelo.


giovedì 12 novembre 2015

Paolo Vites Backstage Pass (sulla strada con the good doctor)


In Italia, si sa, siamo alla periferia dell’Impero, e non solo parlando di musica rock. Ma, nel nostro piccolo, anche noi ci siamo costruiti la nostra mitologia: abbiamo ed abbiamo avuto i nostri musicisti, le nostre testate musicali, persino le etichette discografiche, i nostri organizzatori e i nostri cronisti musicali. Di essi Paolo Vites è uno dei più leggendari.  Professionista dalle decadi buone, è il figlio illegittimo di Bob Dylan e Patti Smith. Chi lo segue sa che ha costruito il proprio percorso musicale seguendo il filo rosso di Dylan, mettendosi sulle tracce di ogni musicista che abbia incrociato, in un modo o nell’altro, la vita o la musica dello zio Bob. Non a caso quello che probabilmente è il suo miglior lavoro si intitola “Sulla strada con Bob Dylan”.
Paolo Vites è un personaggio: io lo amo. Non solo è un piacere incontrarlo a zonzo nelle città dove si terrà un concerto di rilievo, ma addirittura di tanto in tanto rimugino fra me e me la possibilità di scrivere un romanzo rock nazionale in stile Raymond Chandler, il cui protagonista si chiami proprio Paolo Vites. Nonostante il Vites abbia scritto forse migliaia di pezzi e non pochi libri, il suo meglio non si trova né il libreria né il edicola, e nessure sul blog (Red River Shore), bensì su faceBook: la sua pagina è un concentrato di ironia, sarcasmo e annotazioni affilate come una lama. Ci vorrebbe proprio che qualcuno un giorno raccolga tutti quanti i suoi aforismi. Quando scrive ufficialmente privilegia invece non tanto l’aspetto più professionale, quanto quello passionale, se non addirittura spirituale (perché il vecchio Vites un mistico lo è, a la Van Morrison. Sui libri scrive con la mano destra, sulla pagina con la sinistra).
In questo nuovo Backstage Pass, sottotitolato “sulla strada con The Good Doctor”, riprende le fila del suo ottimo Do You Believe In Magic, la autobiografia dei suoi passi rock. In Backstage Pass racconta dei concerti a cui ha assistito, che per motivi geografici ed anagrafici coincidono con quelli che abbiamo visto noi, i suoi lettori. La lettura è così una piacevole ricapitolazione fra tanti anni rock e tanti show di musicisti scesi alle nostre spiagge da Albione o da oltreoceano. E al tempo stesso è una gustosa cronaca di quello che significa aver scelto di essere giornalisti musicali in Italia.
Vites tralascia spesso (ma non sempre) i dettagli della cruda cronaca per concentrarsi sull’essenza, l’entusiasmo, l’anima dei musicisti e dello show, rinunciando al suo cinismo. Ed è una cosa buona, anche se, per come la vedo io, il suo meglio Vites lo da da cronista di noir.