lunedì 21 settembre 2015

Keith Richards Crosseyed Heart


Nel 1978 Keith Richards era nei guai fino al collo. In Canada, nella camera di hotel che condivideva con la compagna Anita Pallenberg, era stato trovato in possesso di una certa quantità di eroina, ed era stato incriminato di spaccio, accusa che poteva costargli sette anni di carcere. In pratica la fine dell’attività con la sua amatissima band, gli Stones. Alla fine se la cavò con due concerti benefici, ma lo scampato pericolo segnò l’inizio dell’uscita dal tunnel della droga, grazie anche alla separazione da Anita, la sua complice nella vita dissoluta che lo aveva portato alla deriva. Mentre il punk metteva fuori gioco (almeno temporaneamente) la maggior parte dei vecchi gruppi da classifica, con un colpo di reni lui e Mick Jagger registravano il disco di maggior successo della propria carriera, quel Some Girls spinto in alto dal ritmo nero del singolo Miss You. Il ritorno alla vita attiva comportò degli effetti collaterali, primo fra tutti lo scontro con Mick Jagger, che si considerava ormai a tutti gli affetti il leader della band. L’album successivo, Emotional Rescue, rifletteva in larga misura il coinvolgimento di Jagger per lo Studio 54 di NYC (dove aveva conosciuto la moglie Jerry Hall) e la disco music. L’album  del 1981, Tattoo You, era composto da outtakes dei dischi precedenti, e non sono in pochi a considerarlo l’ultimo disco decente della band.
Nel 1983, dopo il debole Undercover, la band lasciò la Atlantic Records per firmare con la Columbia, che stava raccogliendo i frutti del successo universale di Michael Jackson, il più giovane dei Jackson 5.
È singolare come, mentre gli Smiths si impossessavano della scena britannica, i vecchi eroi delle classifiche, come Stones, Bowie, Genesis, Yes, dessero il peggio di sé, ed i Clash andavano verso lo scioglimento.
Clive Davis, il patron della nuova etichetta, vedeva Jagger come una potenziale alternativa a Jackson, e il cantante si lasciò volentieri incantare dalla sua visione. Quando Jagger si rifiutò di andare in tour per Undercover, per il segreto intento di registrare un disco solista, Keith Richards ne fu profondamente ferito. Dopo l’eroina e Anita, era giunta l’ora di mettere da parte anche l’amore per Jagger. Mick Jagger ebbe successo con il fragile She’s The Boss, ma la sua carriera solista non decollò mai. Richards formò una sua band, gli X-Pensive Winos, con l’aiuto del batterista Steve Jordan dei Blues Brothers, e registrò il primo disco, Talk Is Cheap (forse il migliore della sua carriera solista), nel 1988. Anche la carriera di Richards non decollò: il pubblico voleva i Rolling Stones, e quello i due compagni diedero loro. Una tribute band dei vecchi Stones, un gruppo che recitava sé stesso.
Della carriera solista di Richards resta un pugno di bei dischi: oltre a Talk Is Cheap, il Live at the Hollywood Palladium 15 December 1988, e Main Offender nel 1992. Poi più nulla, solo il suo charme.
La situazione oggi è differente: Richards non detesta più Jagger, ma i due convivono simpaticamente come due anziani coniugi che si sono prese le misure, a la Vianello e Mondaini. In più in entrambi si è riaccesa la passione per gli Stones, attraverso le esperienze del film di Martin Scorsese, Shine A Light, il concerto del 2013 di Hyde Park, le ristampe di Exile e di Sticky Fingers. Per cui questo nuovo, un po’ a sorpresa, disco solista di Richards, non rappresenta più come in passato una fuga dalla band, ma solo la ricapitolazione di tante registrazioni messe assieme dal chitarrista e dal solito Steve Jordan. Ancora più a sorpresa, nulla sembra essere passato in questi 23 anni (sì, mi pare impossibile, ma ho verificato e riverificato: sono passati 23 anni da Main Offender. A me pare al massimo un lustro: temo sia questa la vecchiaia).
Questo Crosseyed Heart (cuore strabico) è ancora suonato con gli X-Pensive Winos (anche se mi sembra che il nome non compaia da nessuna parte della copertina), assieme a Steve Jordan, Ivan Neville (tastiere, figlio di Aaron Neville, che fa una comparsata ai cori), Waddy Wachtel (quello di Warren Zevon), il vecchio sodale Bobby Keys (in quella che probabilmente è la sua ultima apparizione) e Norah Jones, passione particolare di Keef, in duetto su una canzone, Illusion. Il suono è identico al passato: ho provato a mischiarne le canzoni su un iPod assieme a quelle dei due dischi precedenti per ascoltarle in auto, e non si nota alcuna soluzione di continuo.
Non è il disco di una vita che da sempre mi aspetto da Richards (il quale, lo dichiaro, rappresenta un po’ il mio modello rock per eccellenza); il disco che il chitarrista avrebbe dovuto suonare con il suo grande amico Gram Parsons, il Richards di You Got The Silver e di We Had It All (quest’ultima cover la amo solo io, ma la amo forte). Richards se la cava rifugiandosi nel laid-back, nel gigione di sottofondo (con le dovute differenze) a la J.J.Cale. A parte questo, il disco è ottimo. Caldo come una notte della Louisiana, come il blues del sud, come uno degli ultimi dischi di un altro grande vecchio, John Lee Hooker.
Gli ingredienti ci sono tutti: il blues della breve e acustica title track, il country rock di Robbed Blind, il reggae di Love Overdue, il rock’n’roll a la Stones di Amnesia e Trouble, il folk di Goodnight Irene. Sopra ogni altra cosa le ballate, la vera grande forza nascosta di questo cuore strabico (Keef), che non può fare a meno di amare anche quando non dovrebbe: Suspicious, Just A Gift, Lover’s Plea.

Ora questo grande vecchio va a registrare un disco con gli Stones. La mia speranza è che invece del solito compitino per le classifiche, voglia (vogliano) registrare un ultimo, vero disco sincero. Sarebbe un bel commiato, per il rock’n’roll.



P.S.: approfitto dell’occasione per rinnovare il ricordo di un grande outsider che fra rock elettrico e ballate country mi ha sempre fatto pesare a Richards. Andate ad ascoltare i dischi di Calvin Russell, del Texas. E per rendere omaggio anche allo Stones meno amato del poker attuale, Ron Wood. Il suo I Feel Like Playing vale la pena di essere ascoltato.

Pubblicità: racconto di Rolling Stones su Long Playing, una storia del rock, e Perché non lo facciamo per la strada.

sabato 19 settembre 2015

King Crimson: discografia guidata per la giovane persona


Completo i post sui King Crimson con una discografia essenziale guidata delle varie incarnazioni della band britannica, ad uso dei giovani ascoltatori curiosi che vorrebbero fare la conoscenza del più autorevole dei gruppi progressive. In calce alla discografia di ognuno dei periodi del gruppo ho aggiunto il titolo di un disco dal vivo che, a mio giudizio, è buon testimone della formazione in concerto.


Mark 0

In The Court Of The Crimson King (1969) ★★★★★

+ Epitaph (registrato dal vivo nel 1969)

Un disco epico, per il gruppo inglese più eccitante del 1969. Scrisse le regole del progressive sinfonico, ed è ancora attualissimo. 



Mark I

In The Wake Of Poseidon (1970) ★★
Lizard (1970) ★★★★ ½
Islands (1971) ★★★★½

+ Live At The Marquee (registrato in concerto nel 1971)

Robert Fripp e Pete Sinfield, rimasti soli, proseguirono sulla strada del progressive con la collaborazione dei più bei nomi dell'underground jazz rock britannico. Lizard sfiora il jazz, Islands è etereo e notturno. 



Mk II

Lark’s Toungues In Aspic (1973) ★★★★
Starless and Bible Black (1974) ★★★★
Red (1974) ★★★★★

+ USA (registrato dal vivo nel 1974)

Il percorso dal progressive sinfonico ad un suono minimale, asciutto, affilato, sperimentale, elettrico, ma al tempo stesso melodico, di una formazione essenziale. Splendidi i tamburi di Bill Bruford. 



Mark III

Discipline (1981) ★★★★★
Beat (1982) ★★★★★
Three Of A Perfect Pair (1984) ★★★★

+ Absent Lovers: Live in Montreal (registrato nel 1984)

Quasi uno spin off, i Discipline: un mitico quartetto new wave, i fratelli maggiori dei Talking Heads. Una trilogia di imperdibili canzoni dalla sintassi post moderna. 



Mark IV

Thrak (1995) ★★★★
The ConstruKction of Light (2000) ★★★
The Power to Believe (2003) ★★★½

+ Vrooom Vrooom (registrato nel 1995-1996)

Il suono industriale della chitarra elettrica di Robert Fripp, supportato dalle migliori sezioni ritmiche in circolazione. Anche se nel primo capitolo Belew omaggia i Beatles, nell'ultimo capitolo riecheggiano elementi dei Crimson melodici. 


King Crimson today 

The Elements Tour Box 2014 (inediti e memorabilia)
Live At The Orpheum (registrato dal vivo nel 2014)

La sublime ricapitolazione 


e le antologie? 

21st Century Guide To King Crimson (8 CD, quattro in studio, quattro dal vivo)
Condensed 21st Century Guide To King Crimson (2 CD)



mercoledì 16 settembre 2015

King Crimson Live At The Marquee, 10 agosto 1971


Come avviene per la maggior parte dei gruppi di culto, in questi giorni di musica liquida e digitale, anche i King Crimson hanno sviluppato una doppia discografia parallela LIVE in concerto. La prima è quella “ufficiale”, che secondo Wikipedia enumera a tutt’oggi 15 titoli, il più recente dei quali è quel Live At The Orpheum registrato nel 2014 a Los Angeles, e recensito di fresco su queste pagine.
L’altra è quella composta dai “bootleg ufficiali” di DGM Live, the King Crimson Collector’s Club, testimonianze di 45 anni on the road, in cui l’importanza dell’occasione viene prima della qualità di registrazione che, per l’appunto, è spesso e volentieri paragonabile a quella dei bootleg - di una volta, oltretutto. Registrazioni effettuate magari con mezzi di fortuna come un registratore a cassette.

Uno dei capitoli più significativi raccolti dal club dei collezionisti è questo Live At the Marquee registrato il 10 agosto 1971. Il Marquee, il minuscolo afoso club londinese al numero 90 di Wardour Street a Soho, che aveva fatto da balia al mito di Stones, Yardbirds, Fleetwood Mac, ma anche di Jimi Hendrix Experience e Led Zeppelin (e più tardi Eddie and the Hot Rods), era già stato la culla dei King Crimson nel 1969, che su quel palco si guadagnarono il seguito di pubblico che li portò a registrare il disco d’esordio per la Island, ed al successivo tour americano, che finì con l’abbandono di tre dei quattro membri e lo scioglimento del primo nucleo.
Di quei primi Crimson ci resta la testimonianza del doppio CD Epitah, registrato quasi interamente a New York e San Francisco, e più di recente di un bootleg di questo stesso Collector’s Club registrato (male) proprio al Marquee, il 6 luglio ’69, vale a dire il giorno dopo il concerto ad Hyde Park con gli Stones.

Dopo il tour americano, Robert Fripp (chitarrsta e, da allora, leader del gruppo) e Pete Sinfield (autore dei testi e del light show) fecero del loro meglio per non lasciare affondare la band, registrando il secondo album (In the Wake of Poseidon) ed il terzo (Lizard) con formazioni provvisorie che non arrivarono mai a calcare il palco.
Nel 1971 Robert Fripp (a cui intanto gli Yes avevano offerto il posto di chitarrista poi accettato da Steve Howe, ed i Van Der Graaf Generator la parte di chitarra elettrica in Pawn Hearts) restituiva al pianista Keith Tippett il favore della sua collaborazione ai due dischi dei Crimson, producendogli (male) il doppio Septober Energy, attribuito al supergruppo dei Centipede. Nel corso delle registrazioni Fripp fece la conoscenza del cantante di R&B Boz Burrell, il cui nome era brevemente balzato agli onori delle cronache alla fine del ’65, come sostituto di Roger Daltrey negli Who, che se ne era andato dopo un litigio feroce con Townshend. Alla fine non se ne era naturalmente fatto nulla e Daltrey era, per fortuna, rientrato negli Who.

Fripp chiese a Boz di diventare il cantante della band e come ai chitarristi precedendi affidò come strumento il basso elettrico, che Burrell non aveva mai suonato. Alla batteria prese posto Ian Wallace (che tre decenni dopo questa esperienza avrebbe formato un Crimson Jazz Trio), ed al sax fu confermato Mel Collins.
Il gruppo cominciò ad esibirsi sui brani che in autunno avrebbe registrato ai Command Studios di Piccadilly per l’album Islands, assieme a Cirkus da Lizard, alla dolce Cadence and Cascade, all’immancabile encore di 21st Century Schzoid Man, e a lunghe improvvisazioni in cui echeggiano i temi del futuro Lark’s Tongues In Aspic.
Dopo l’uscita di Island, nel dicembre del ’71, il gruppo riprese gli show dal vivo, per sbriciolarsi subito per la difficoltà dei musicisti di accettare la dispotica personalità del leader. Licenziato in tronco Pete Sinfield, Fripp chiese agli altri tre di concludere comunque il tour; dalle registrazioni del febbraio ’72 fu ricavato in mal registrato Earthbound, che fu il primo album dal vivo pubblicato dai Crimson.
Burrell, Wallace e Collins si sarebbero uniti a Sinfield per registrare il suo album solista, Still, per la Manticore di Greg Lake, mentre Fripp proseguì il suo cammino verso Lark’s Tongues In Aspic.

Questo Live At The Marquee, registrato il 10 Agosto 1971, testimonia dunque un raro show del primo nucleo dei King Crimson a tornare a suonare dal vivo. A parte il valore storico, il disco ha valore anche per una registrazione particolarmente buona, che lo pone come degno seguito di Epitaph nel raccontare la storia in concerto della band.
Per molti, ma non per tutti. Cioè: per fan e collezionisti, ma senza compromessi di qualità.



lunedì 14 settembre 2015

King Crimson Live At The Orpheum


Una delle variazioni, degli spin-off, più significativi e di maggior successo nella storia del rock fu quella più tardi battezzata “progressive rock”. Il rock progressivo nacque a Londra dalle ceneri calde della Summer of Love, l’estate del 1967 in cui la musica si era fatta  psichedelica. L’idea alla base era quella allargare i confini della musica rock (o musica pop, come era chiamata dalle nostre parti, ma anche da quelle) attraverso la sperimentazione. Fino a quel momento le radici del rock erano state saldamente piantate nel blues e nel folk. Il nuovo trend era la contaminazione: con il jazz, con la misica classica, con la musica indiana. L’importante era  abbattere gli steccati: la musica non doveva più necessariamente essere modellata in una forma canzone, non doveva più necessariamente durare i tre o quattro minuti di un 45 giri, e il suo scopo principale non doveva più essere quello di finire nella classifica di vendita.
L’idea era di musica come arte, come pop art per l’appunto.
I gruppi seminali erano tutti britannici, dai Moody Blues ad Procol Harum, dai Pink Floyd ai Nice, dai Trinity ai Colosseum, da Arthur Brown ad Atomic Rooster, a cui si sarebbero unite le formazioni tedesche di estrazione hippie, come Can, Faust e Tangerine Dream, e persino gruppi italiani, di tradizione melodrammatica, come il Banco e la PFM (non a caso fra i pochi artisti nazionali a trovare successo in terra straniera).
Le formazioni non erano più quartetti di basso, batteria e chitarre elettriche, ma mentre diventavano protagoniste le tastiere, facevano la comparsa sassofoni, flauti, violini più o meno elettrificati e persino inediti strumenti elettronici, come il mellotron ed i sintetizzatori, primo fra tutti il Moog. La primavera del prog sarebbe durata un lustro, a partire da A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, ispirato a Joan Sebastian Bach, per finire ai capolavori di Close To The Edge, In The Land Of Gray And Pink, The Lamb Lies Down On Broadway. Esaurita la spinta propulsiva, anche a causa dell’enorme successo nelle classifiche americane di alcuni di quei gruppi, quella bizzarra variante evoluzionistica del rock si adagiò sul suono kitsch dei sintetizzatori, e la velocità di esecuzione di tastieristi e chitarristi, fino a insabbiarsi nelle secche della noia e del virtuosismo, ed essere spazzata via dal giorno alla notte, come i dinosauri, dal ritorno al rock essenziale della scena punk e new wave.

È paradossale come la cosiddetta scena neo-prog, comparsa nel nuovo millennio, sia in realtà quanto di più diverso e lontano si possa immaginare dalle motivazioni di partenza del rock progressivo. I gruppi neo-prog del duemila non sperimentano nulla, ma si divertono a suonare avvitandosi in un lunghe suite pretenziose e barocche, i cui ingrediente sono melodie banali, hard rock e virtuosismo strumentale. Una musica nerd di fronte alla quale non c’è da sorprendersi che la parola progressive evochi al tempo stesso nostalgia e sorrisi di compatimento.
Ma così non era nei magici anni fra il ’68 ed il ’72 (una storia che mi piacerebbe raccontare in un libro a venire).

Di tutti i gruppi che hanno battuta quella scena, i King Crimson di Robert Fripp furono quelli che più di tutti si guadagnarono rispetto e autorevolezza. Quelli che con l’effervescente esordio del 1969, In The Court Of The Crimson King, fissarono le regole del progressive sinfonico, ispirando i percorsi creativi di gruppi di successo come Genesis, Yes, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant.
Non a caso Fripp volle chiudere l’esperienza sinfonica già nel 1971 con Island, e del tutto l’era progressive nel 1974 con Red ed USA. Salvo recuperare negli anni ottanta il marchio di fabbrica dei Crimson Mark III per il brillante quartetto new wave / industriale del periodo Discipline, e per proseguire, caso più unico che raro, nella sperimentazione musicale nei decenni a seguire con il Mark IV ed una fioritura di side project, o meglio, projeKcts.
Fermi dal 2003, anno di pubblicazione di The Power To Believe, nessun fan sperava in un ritorno alle scene. Ci si poteva accontentare del mare di ristampe del vecchio materiale a cui si aggiungono in continuazione le stampe di concerti di tutte le epoche, compreso il mitico 1969 dei primi concerti inglesi e del tour americano coast to coast. A dire la verità era uscito a sorpresa nel 2011 il titolo A Scarcity of Miracles etichettato come A Crimson Projekct, in cui comparivano Robert Fripp, Mel Collins, Tony Levin e Gavin Harrison dei Crimson, affiancati dal chitarrista e cantante Jakko Jakszyk, già leader di una Crimson tribute band battezzata appunto 21st Century Schizoid Band. Ma le dichiarazioni al proposito di Fripp, padre padrone della formazione, non lasciavano sperare in un ritorno ai live show della formazione, che invece si è concretizzata nel 2014, con niente meno che un settetto, composto da Fripp, dal sassofista Mel Collins, collaboratore fin dal secondo disco, In The Wake Of Poseidon del 1970, e Toni Levin, bassista dei Crimson dal 1980, a cui si aggiungono Jakko, voce e chitarra, e niente meno che tre batteristi (una fissa di Fripp), Pat Mastellotto, Gavin Harrison e Bill Rieflin (rispettivamente da King Crimson, Porcupine Tree e R.E.M.).
Live At The Orpheum è la registrazione del concerto a Los Angeles il 30 settembre ed il 1 ottobre.
Ed è un disco che mi entusiasma come e a tratti di più degli album di una volta della formazione. Lo so, se siete die-hard fan del gruppo o se avete orecchiato il parere di qualcuno di loro, ci sono state lamentele sulla durata del disco, i 41 minuti classici di un vinile long playing. Ma in tempi di neo prog e registrazioni e stampe digitali a basso costo, è cosa normale che un disco duri per gli ottanta minuti
Io invece mi dichiaro soddisfatto, perché non è sempre vero che “più sia meglio”, e la concisione è una virtù perduta. I sei brani di Orpheum durano proprio il giusto per incantare. Ma più della durata (o della brevità), quello che ho apprezzato nei King Crimson del 2014 è la capacità di venire a patti con il passato: anni dopo aver ripudiato il passato progressive sinfonico, Fripp riesce a mettere assieme una formazione che copre con coerenza tutto il periodo della storia del gruppo. Il disco si apre con One More Red Nightmare, un bel pezzo di chitarra dal capolavoro del Mk.II, Red, anno 1974. Prosegue con un pezzo di Harrison (Gavin, non George), e conclude il lato A con The ConstruKction of Light, Mk.IV, album omonimo del 2000, uno di quegli assolo di Fripp sulla falsa riga di Lark’s Tongue In Aspic.
Il lato B si fa romantico, etereo e sinfonico con la sequenza di The Letters e Sailor’s Tale, dal capolavoro di Islands, Mk.I, 1971, e lega perfettamente con il resto del concerto. La chiusura è affidata alla epica ballata di Starless, ancora da Red.

Nella sua essenziale architettura, Live At The Orpheum mi è sembrata addirittura ricalcare quella dell’esordio di Crimson King, dall’introduzione di Red Nightmare ad echeggiare lo Schizoid Man fino alla conclusiva Starless che riporta ai temi epici di In The Court, passando The Letters all’apertura della seconda facciata, tenue e delicata come Moonchild.
Per curiosità, dagli show originali di Los Angeles ci sono stati sottratti:  Larks’ Tongues in Aspic, VROOOM/Coda: Marine 475, A Scarcity of Miracles, Pictures of a City, Level Five, Red, The Talking Drum, Hell Hounds of Krim, 21st Century Schizoid Man, The Light of Day. Pazienza.