mercoledì 31 dicembre 2014

Keef


Lo zenit i Rolling Stones, l’altra più grande rock band al mondo, lo raggiunsero quando si ricompattarono dopo la Summer Of Love, riorganizzandosi dopo l’uscita dal gruppo di Brian Jones. Gli Stones erano nati suonando gutturale rhythm & blues di Chicago, ma avevano raggiunto il successo come gruppo Beat sulla scia dei Beatles, con canzoni meravigliose come Satisfaction, Paint It Black, Ruby Tuesday, She’s A Rainbow... Il 1967 era stato un momento di risacca, con Brian Jones fuori gioco ed un pallido disco psichedelico a imitazione dei Beatles di Sgt.Pepper.
Gli anni in cui i Rolling Stones inventarono il proprio suono furono quelli fra il 1968 di Begger’s Banquet ed il 1972 di Exile On Main St., il rock’n’roll irresistibile di Jumpin’ Jack Flash, Honky Tonk Women, Brown Sugar, You Can’t Always Get What You Want, Tumblin’ Dice. Gli anni della chitarra ritmica di Keith Richards e di quella solista di Mick Taylor, ben rappresentati dal concerto di Brussels Affair. 
Anche se gli Stones sono ancora oggi on the road, in realtà si sciolsero in qualche momento degli anni ottanta, quando Mick Jagger tentò una abortita carriera solista con She’s The Boss (1985) e Keith rispose mettendo assieme una band sua, gli XPensive Winos (1987) con Charley Drayton e Steve Jordan, Waddy Watchel e Ivan Neville (il figlio di Aaron, dei Neville Brothers). 
Prima di rientrare nei ranghi, i Winos misero assieme due ottimi dischi in studio ed uno registrato dal vivo. 
Richards ha uno stile di canto laid-back, di basso profilo, su corde country. Era stato il suo grande amico Gram Parsons, dei Byrds, ad insegnargli ad amare il country, e sono parecchi i pezzi country che Keef scrisse per gli Stones, come You Got The Silver, Dead Flowers, Sweet Virginia, Some Girls. Parsons aveva sperato che Richards e gli Stones gli producessero un disco solista, e per questo lo raggiunse in Costa Azzurra a Villefranche-sur-Mer, in quella Villa Nellcôte dove era stato allestito lo studio mobile in cui fu registrato Exile. 
È un vero peccato che quel disco non si materializzasse mai, per i problemi di droga di entrambi gli attori, e non fu possibile dopo la morte di Parsons a Josua Tree il 19 settembre 1973. 
Ma qualche cosa di simile esiste, sotto forma di Pay Back & Follow, un disco che Jagger e Richards, assieme a Mick Taylor, registrarono con John Phillips, il lupo mannaro dei The Mamas & The Papas, un altro bel tipo di cui andrebbe narrata la storia. 
Phillips, anch’egli sprofondato in problemi di droga, nel 1973 aveva pensato di spostarsi da Los Angeles a Londra, ed aveva avuto la bella pensata di mettersi a frequentare proprio Keef. Assieme registrarono molte tracce per un disco che al momento non vide la luce, perché nessuno era abbastanza lucido da arrivare alla fine, ma che dal punto di vista sonoro potrebbe essere considerato una ottima appendice proprio di Exile On Main St. Fu aggiustato in seguito e messo fuori dopo la morte di Phillips. Un disco da procurarsi assolutamente, una sorta di Rolling Stones meets The Band. 

Un altro disco da non perdersi in cui è implicato Richards è My True Story di Aaron Neville, uscito un po’ in sordina di recente, nel 2013. Aaron è una leggenda della musica di New Orleans, uno dei Neville Brothers; fu il primo del poker di fratelli ad avere successo, nel lontano 1966, con il successo del singolo di Tell It Like It Is. Da allora la sua carriera conobbe molti alti e bassi, con tanti momenti difficili e qualche successo, di solito di dubbio gusto, legato alle produzioni popolari a cui la sua voce in falsetto è stata sottoposta, comprese alcune incisioni con Linda Rondstadt. Proprio per questo motivo è doppiamente benvenuto un disco in cui il grande Keif rende omaggio al suo talento, con My True Story, un disco di asciutto e brillante rock’n’roll anni sessanta, con Richards e Benmont Tench, sullo stile dei Drifters e del sound di New York. Un disco blu, che proprio per questo mi porta alla mente un altro capolavoro del RnR, Le Chat Bleu dei Mink DeVille.
I titoli sono un compendio degli Happy Days: da Gypsy Woman di Curtis Mayfield per il suono della Motown di Detroit, ad Under The Boarwalk e This Magic Moment dei Drifters. Be My Baby racconta tutta una storia: con il wall of sound di Phil Spector, fu un successo epocale delle Ronettes, di quelli che creano un nuovo standard. La cantante, Ronnie Bennett (successivamente nota come Ronnie Spector, la prima ragazzaccia del rock e la figura che ispirò Tootsie DeVille e di conseguenza l’immagine dei Mink DeVille), era diventata molto intima di Keith Richards, che non perdeva occasione di incontrarla nel corso di ogni tour americano dei Rolling Stones, a dispetto della gelosia di Phil. È una sorta di omaggio che la canzone sia stata inclusa nel disco. 

Se fate in tempo, fatene il vostro disco di capodanno. 



Dischi consigliati 

Rolling Stones: tutti i dischi fino al 1978 
Gram Parsons: Grievous Angel (1974) 
John Phillips (and the Rolling Stones): Pay Pack & Follow (edito nel 2001) 
Keith Richards: Talk Is Cheap (1988) 
Aaron Neville: My True Story (2013) 


P.S.: leggi tutti i Rolling Stones di Blue Bottazzi BEAT 


venerdì 26 dicembre 2014

i migliori dischi del 2014



Il 2014 è stato l’anno della pioggia: non ne ho mai vista cadere tanta e tanto spesso dal cielo, e spero proprio che non ne vedrò mai più altrettanta. Ma dal punto di vista discografico è stata quella che si dice un’ottima annata. I primi tre dischi di questa classifica sarebbero stati altrettanto grandi in giorni di gloria come il 1967 o il 1978.


Top of the World 

Wilko Johnson & Roger Daltrey > Going Back Home
Il disco di rock’n’roll di Wilko e Roger sarebbe stato altrettanto notevole se fosse uscito negli anni sessanta ai giorni della Swinging London, o nei settanta all’esplosione del punk. Going Back Home è un disco perfetto a partire dal suo stesso titolo, "tornando a casa", la casa metaforica della giovinezza, del rock delle origini, e persino quel cielo da cui tutti veniamo ed a cui un giorno torneremo. I feel like going home. Grande Wilko, grande Roger.

Lucinda Williams > Down Where The Spirit Meets The Bone  
Questo disco è l'essenza di tutto ciò che amiamo nel rock. Citate un capolavoro della musica rock americana, e questo doppio album di Lucinda Williams non gli sarà secondo: il Blonde On Blonde di questo decennio. Rock ruvido, sofferto e vissuto dal cuore della Louisiana.

Damien Rice > My Favorite Faded Fantasy
Damien Rice è il più sorprendente musicista irlandese in circolazione. Nel mio immaginario My Favourite Faded Fantasy fa parte di quel gruppo di dischi con un accompagnamento orchestrale che comprende Astral Weeks di Van Morrison, Second Contribution di Shawn Phillips e la sola canzone Moonlight Mile degli Stones di Sticky Fingers. I brani sono ballate moderne, romantiche, dense, emozionali, malinconiche, che ti prendono alla gola e ti stracciano l’anima. Ballate che partono in sordina, acustiche, per accumulare tensione, groove e interventi orchestrali.


Podio

Leonard Cohen > Popular Problems
Il disco più orecchiabile di un Cohen ottantenne si dimostra anche un gioiello che non ci si stanca di far suonare. Un disco che anche se lo metti distrattamente in sottofondo mentre stai facendo altro, non puoi fare a meno di alzare le orecchie e trattenere il respiro per ascoltare certi passaggi, i densi cori femminili vagamente gospel, l'hammond blues, il tocco di country, la malinconia della poesia del canadese. Perché i poeti veri sanno parlare ad ogni cuore, non solo agli eletti.

Tweedy > Sukierae 
Un disco in famiglia per il leader dei Wilco, suonato per la moglie assieme al figlio Spencer, batterista. Venti canzoni crepuscolari e spesso appena accennate, che portano alla mente i Beatles di John Lennon con un po' del George Harrison di All Things Must Pass.

Jackson Browne > Standing In The Breach
Il ritorno del fratellino, per un intenso disco di ballate che riprende (finalmente) la poesia di Late For The Sky e Running On Empty. Tre decenni dopo.


Oldies but Goodies 

Bob Seger > Ride Out
Seger, rock'n'roller blue collar di Detroit, Michigan, è stato un eroe per tutti noi, ma da molti molti anni si è ritirato dalle scene. Ride Out potrebbe rappresentare il suo commiato, un ritorno al rock'n'roll che abbiamo amato, almeno in tre o quattro cover che sarebbe un peccato perdersi. Prendiamolo come un inaspettato regalo, non si può pretendere di più.

John Mellencamp > Plain Spoken
Non avrei pensato di comperare più un disco di Mellencamp, ma questo Plain Spoken, raccolta di delicate ballate acustiche, riporta all'ispirazione che il Coguaro aveva perso da molto tempo.

Lee Fardon > London Clay
Tris di ritorni (quattro con Jackson Browne). London Clay non è un disco speciale, ma si lascia ascoltare con piacere e malinconia: cover acustiche di una carriera che è passata inosservata, ma che ha generato almeno un capolavoro, The God Given Right, qui citato in due brani, uno dei quali è l'indimenticabile I Remember You.


Outsider

Royal Southern Brotherhood > heartsoulblood 
Il migliore soul sudista della Louisiana e del Mid-West, dal supergruppo di Cyril Neville, Mike Zito e Devon Allman. Fra funky bollente, magiche ballate e reti voodoo per gli amanti di Gov't Mule, Allman Brothers Band e Neville Brothers.

Chris Robinson Brotherhood > Phosphorescent Harvest 
Lo spin off del cantante dei Black Crowes (i Rolling Stones del XXI secolo), è diventato una citazione dei Grateful Dead degli anni settanta. Mica poco.

Chris Cacavas Edward Abbiati > Me And The Devil
La collaborazione fra Edward Abbiati dei Lowlands e di Chris Cacavas dei Green On red, genera un ottimo disco che porta alla mente l’epopea della new wave del suono del west degli anni ottanta, lost week-end e compagnia. Ballate ipnotiche, acide e stregate. Anzi: indiavolate. Me and the Devil.


Antologie e Ristampe

Bob Dylan: The Basement Tapes Complete / Raw

David Bowie: Nothing Has Changed (3 CD)

Rolling Stones: From The Vault

lunedì 22 dicembre 2014

Perché non lo facciamo per la strada? Beatles o Rolling Stones?


«C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones…» 

Quando mi affacciai al mondo del rock, la domanda era: Beatles o Rolling Stones? L’eterno dilemma, più di Hendrix o Clapton (che proprio non c’è storia), più di KTM o SWM, più di whisky o rum. Le due facce della luna: i solari e orecchiabili Beatles o i minacciosi e notturni Stones? Era una scelta di vita e il segnaposto di tutta una serie di gusti discografici. Chi rispondeva Beatles aveva in casa i dischi di Cat Stevens, Simon & Garfunkel, Nick Drake, King Crimson, CSN&Y e magari persino di John Denver. Quelli degli Stones possedevano i vinili di Lou Reed, Allman Brothers Band, Pink Floyd, Led Zeppelin e Traffic. Dylan era a metà strada: i beatlesiani possedevano Planet Waves, gli stoniani Highway 61.
Negli anni sessanta Beatles e Stones erano i campioni della British Invasion e della Swinging London di cui rappresentavano lo yin e lo yang. Innovativi, creativi, positivi e irresistibilmente simpatici i fab four, teppisti ed oscuri le cinque (o sei) pietre rotolanti.
I Beatles si erano fatti le ossa suonando notte dopo notte nella città portuale tedesca di Amburgo, per conquistarsi poi un pubblico locale al Cavern Club nella città natale, la grigia Liverpool: «Liverpool è molto triste il sabato sera, e siamo appena al giovedì mattina» (Ringo in Yellow Submarine).
Approdati a Londra, a Liverpool già erano una leggenda.
Quando nell’autunno del 1962 George Martin produsse il loro singolo Love Me Do, i teenager alla radio colsero immediatamente il cambio di marcia rispetto alla musica che avevano ascoltato fino a quel giorno. Il ritmo era urgente, tanto che sembrava voler precedere la melodia anziché seguirla passivamente, e dai cori sprizzava entusiasmo ed ottimismo. Il suono era essenziale e diretto, senza trucco e maquillage, ed i testi usavano il gergo della nuova generazione. Please Please Me confermò l’impatto della loro musica facendo il secondo posto, per raggiungere la vetta con From Me To You e She Loves You, il loro singolo più venduto di sempre in Inghilterra. I giornali coniarono il termine di Mersey Beat, dal nome del fiume che bagna Liverpool.
Era scoppiata la Beatlemania, descritta in modo buffo dal film A Hard Day's Night del ’64. Tutto quello che era venuto prima era superato. I Beatles costituirono gli ambasciatori della scena e la sua avanguardia fino al giorno dello scioglimento del gruppo alla fine del decennio.

sabato 20 dicembre 2014

Rolling Stones From The Vault


Fra tutti, chi ha dimostrato di gestire meglio la discografia inedita è senz’altro Bob Dylan con l’ottima bootleg series. Springsteen fa un gran casino, gli stessi Stones sembrano indecisi sulla via da intraprendere. All’inizio hanno pubblicato i loro concerti più preziosi sotto forma di download digitale dal proprio sito. Oggi sembrano proporre una nuova serie, intitolata From The Vault, disponibile questa volta in un formato fisico, cioè con copertina (da toccare e annusare), CD (da ascoltare) e DVD (da guardare). Una soluzione più apprezzata dalla gran parte del loro pubblico che, per età ed abitudini consolidate, preferisce il possesso fisico a quello virtuale.

Peccato solo che al momento le scelte di From The Vault appaiano un po' meno interessanti di quelle precedenti in download; la causa sta forse nella esigenza del DVD, cioè del film del concerto, che parrebbe essere una condizione per l’inclusione nella collana. Peccato.

Al momento la serie From The Vault comprende L.A. Forum del 1975, il tour delle Americhe, che è poi lo stesso da cui all’epoca fu tratto il doppio Love You Live, quello con la copertina di Andy Warhol, un disco che non ha mai brillato per qualità.
Il secondo Live From The Vault è l’Hampton Coliseum del 1981, la tournée da cui era già stato tratto Still Life, probabilmente il disco peggiore degli Stones.

I due migliori live della band sono invece disponibili attualmente in sola versione digitale, e si tratta del grandissimo Brussels Affair (Live 1973), l’apice della band, con Mick Taylor alla solista, con gli Stones al loro meglissimo, una vera macchina da guerra del Rock’n’Roll.
Il secondo è Some Girls Live in Texas, registrato nel corso del tour di Some Girls, il canto del cigno del gruppo, con Ron Wood ormai ben integrato ed il redivivo Keith Richards di ritorno dal tunnel dell’eroina.



Proviamo a fare il punto sulla discografia live del gruppo. Con la stelletta i dischi consigliati.

(1965) Got Live If You Want It! (EP). Sono i Rolling Stones gutturali degli esordi, magnifici, qui in sei canzoni sparse poi fra i primi LP americani.

(1966) Got Live If You Want It! (LP). Ne avete sempre sentito parlare in termini di sufficienza, ma è solo perché (a) chi ne parla non lo ha ascoltato e (b) i giornalisti inglesi dell'epoca si offesero del fatto che il disco fosse pubblicato solo in USA. È la testimonianza dei concerti di una band che inventò il rock’n’roll, anche se in realtà è stato rimaneggiato più o meno pesantemente in studio. È il meglio dei Rolling Stones con Ian Stewart e Brian Jones. ★

(1968) Rock and Roll Circus. È un live collettivo rimasto nella leggenda orale fino alla stampa del 1996. Le canzoni degli Stones sono ottime, fra cui Jumpin' Jack Flash ed una You Can't Always Get che da allora avrebbero potuto non suonare più. C’è anche Sympathy For The Devil. ✩

(1969) Get Yer Ya-Ya's Out! The Rolling Stones in Concert. Il breve tour americano concluso ad Altamont. La band sta diventando un robusto e potente combo, con Mick Taylor alla solista ed alla slide. ★

(1973) Brussels Affair. Il live definitivo, il rock’n’roll che fa impallidire ogni altra band. Ascoltarla per capire cosa erano gli Stones Billy Preston alle tastiere dovevano assumerlo in pianta stabile. Poi Taylor, disturbato sempre più da problemi personali, se ne andò e gli Stones dovettero reinventarsi. ★

(1975) From The Vault, LA Forum. Band rumorosa, divertente ma forse non altrettanto a fuoco, con Keith distratto dai problemi personali, Ron Wood in rodaggio e Mick Jagger che sgomita. Certo, ci sono sempre Billy Preston e Ian Stewart alle tastiere, Ollie Brown alle percussioni ed una sezione di fiati a tre che comprende Bobby Keys - ed un gran rush finale.

(1975-77) Love You Live. C'è qualche cosa che non funziona in questo doppio LP, forse il fatto che sia una compilation e non la registrazione di un vero show. Il suono comincia a farsi plasticoso ed evocativo degli Stones del domani. Buona solo la terza facciata registrata nel '77 al piccolo Mocambo Tavern di Toronto, con quattro cover blues e r'n'r.

(1978) Live In Texas. A dimostrazione che quella di Some Girls fu una rinascita, sia pure un canto del cigno, è un disco di rock molto compatto che sprizza energia e gioia da ogni solco. Anche Ron Wood ha il suo perché. ★

(1981) From The Vault, Hampton Coliseum.

(1981) Still Life. Brutto e noioso. Li vidi a Torino, noia e delusione.

(1982) Live at Leeds, dalla scaletta simile a Hampton Coliseum 1981.

(1988) Keith Richards Live at the Hollywood Palladium. Richards avrebbe dovuto continuare a suonare con i magnifici X-Pensive Winos, anziché tornare a casa a fare la rock star. ★

(1989-90) Flashpoint. Le registrazioni del Steel Wheels/Urban Jungle Tour. Routine.

(1990) Live at the Tokyo Dome

(1995) Stripped. Registrato in piccoli club durante il Voodoo Lounge Tour, con una selezione di brani diversi dai soliti hit: Like a Rolling Stone, Not Fade Away, Shine a Light, The Spider and the Fly, I'm Free, Wild Horses, Let It Bleed, Dead Flowers, Slipping Away, Angie e Love in Vain, Sweet Virginia e Little Baby registrati dal vivo in studio. Inaspettato. Proprio bello. L'ultimo, e fa incazzare perché dimostra che volendo ci sarebbero ancora.  ✩

(1998) No Security. Registrato durante il Bridges to Babylon Tour. Routine.

(2003) Live Licks. Routine.

(2005) Light the Fuse, registrato a Toronto.

(2008) Shine a Light. Il monumento alla cover band, filmato da Martin Scorsese (un omonimo del regista di Last Waltz).

(2013) Sweet Summer Sun, Hyde Park Live. Registrazione del 50 and Counting Tour. Simile a Shine A Light, però un film con una regia sorprendente.

giovedì 18 dicembre 2014

Damien Rice > My Favorite Faded Fantasy


Damien Rice è oggi il più sorprendente musicista irlandese in circolazione. Cantautore atipico, moderno (ha quarant’anni), colto, romantico, è un artista decisamente singolare. Ha realizzato il primo album nel 2002, con il titolo di O come Histoire d’O, con l’intento che fosse l’unico della sua carriera. Un disco intimista e straordinario, decisamente diverso e originale, capace di strappare emozione e stupore ad ogni ascolto, ha anche incontrato l’approvazione del pubblico, con un primo posto in classifica in Irlanda ed un Top Ten in Gran Bretagna. Alla fine è seguito un secondo album, 9, quattro anno dopo, e questo My Favourite Faded Fantasy dopo altri otto anni.

Valeva la pena di aspettare. My Favourite Faded Fantasy è splendido. Rispetto ai precedenti è decisamente orecchiabile, di facile fruizione, di quei dischi che colgono immediatamente l’attenzione di qualsiasi ascoltatore. Anche i Beatles lo erano, orecchiabili. Come i dischi di una volta, oltre ad essere orecchiabile è molto bello. Magicamente bello.

Nel mio immaginario My Favourite Faded Fantasy fa parte di quel gruppo di dischi con un accompagnamento orchestrale che comprende Astral Weeks di Van Morrison, Second Contribution di Shawn Phillips e la sola canzone Moonlight Mile degli Stones di Sticky Fingers.

I brani sono ballate romantiche, dense, emozionali, malinconiche, che ti prendono alla gola e ti stracciano l’anima. Ballate che partono in sordina, acustiche, per accumulare tensione, groove e interventi orchestrali. Canzoni che fanno sanguinare. Da un certo punto di vista Damien Rice è oggi quello che vorrei che fosse diventato il Peter Hammill di Over e Love Songs, o meglio ancora potrebbe rappresentarne la sua versione moderna. It Takes A Lot To Know A Man, con i suoi dieci minuti, è un magic spell, una formula magica che ti lacera l’anima, ma al tempo stesso non avrebbe difficoltà ad essere trasmessa alla radio.

My Favourite Faded Fantasy è il primo singolo, It Takes a Lot to Know a Man e The Greatest Bastard sono i successivi, e curiosamente ricordano molto da vicino le canzoni di Glen Hansard del film irlandese indipendente Once, anche se apparentemente non ci sono relazioni fra i due. Se non essere entrambi cantautori irlandesi contemporanei. I Don't Want to Change You è l’altro brano orecchiabile.

Ascoltando le canzoni, più che al rock’n’roll figlio di Chuck Berry o al folk dei Chieftains viene da pensare ai chansonnier francesi. Una musica senza confini, che non si può ignorare.

martedì 16 dicembre 2014

David Bowie > Nothing Has Changed


Il periodo creativo di un artista dura dieci anni. Sono queste le stesse parole con cui ho aperto la recensione di Peter Hammill. Ciò nonostante, Bowie è sembrato a tutti noi che lo amiamo un marziano senza tempo, un musicista capace di attraversare senza danno le ere del rock: una specie di highlander del rock’n’roll. Con il senno di poi, è evidente che il suo decennio significativo è stato quello degli anni settanta, dal personaggio glam di Ziggy Stardust, all’elegante decadente magro duca bianco del plastic soul, fino all’intellettuale berlinese di Heroes. changes...
Negli anni ottanta Bowie ha passato la mano di leader del rock britannico a gruppi come gli Smiths, limitandosi a mettere a reddito la propria fama con l’epopea del Sound+Vision. Lo stesso colpo di mano dei Tin Machine gli è riuscito, a conti fatti, meno ancora dell’operazione della Baia dei Porci a J.F. Kennedy.
Negli anni novanta si è infine ritirato in una citazione vagamente jazz del proprio passato, uno street hassle che voleva essere rivolto ad un giovane pubblico che però non si è lasciato incantare.

Nothing Has Changed è l’ultima in ordina di tempo delle tante antologie di Bowie, che riprende molto puntualmente il tema del cambiamento, che non per niente è stato il titolo della sua prima e più significativa antologia, ChangesOneBowie, replicata in ChangesTwoBowie e ChangesBowie.
Insomma: nulla è cambiato, tutto è cambiato.
Quest’ultimo “Changes” esce in diverse edizioni (per esempio in doppio vinile), le cui più significative sono il doppio CD ed il triplo CD, simili ma anche profondamente diverse.
Mentre infatti il doppio CD è esattamente un comodo compendio discografico ad uso del pubblico che poco o niente lo conosce, il triplo è in qualche modo uno spettacolo diretto al suo pubblico, che fra versioni alternative, rarità, inediti e brani leggendari ha di che soddisfarsi.

Non un’operazione per collezionisti, si badi bene, ma un vero e proprio show, magari di stampo radiofonico, per riassumere ciò che già sappiamo e ciò che ci è sfuggito. Da questo punto di vista una trovata geniale è quella di procedere in ordine cronologico, ma inverso.
Il primo CD comprende dunque gli anni novanta e duemila (ricordando che per dieci anni Bowie è stato assente dalle scene), una “decade” in cui molti dei suoi ascoltatori tradizionali lo hanno abbandonato. È dunque un’occasione ghiotta per assaggiare il Bowie minore e underground, e per verificare se una selezione del materiale possa donarci un buon disco a partire da Outside, Earthling, Hours, Heathen, l’inedito Toy, e Reality. Ognuno risponderà per sé, ma le canzoni di questo disco non mi dispiacciono affatto, anche se gli arrangiamenti pesanti danno l’impressione di guardare una zia inglese avanti negli anni truccata troppo pesantemente. Alla luce del perfetto The Next Day del 2013, tornato agli arrangiamenti essenziali a la Low, mi augurerei un remix di questi brani in chiave minimalista, togliendo i chili di belletto che affogano le canzoni. Chissà, il risultato potrebbe essere sorprendente.

Il secondo CD raccoglie gli anni ottanta del Sound+Vision, sorvolando il celebrato periodo berlinese in soli tre brani, uno per ogni disco della trilogia. Che abbia un significato o sia solo una conseguenza della necessità di Greatest Hits non saprei dire.

Il primo CD è il ChangesOneBowie classico, Ziggy ed il Thin White Duke, con l’aggiunta di ben cinque extra precedenti a Space Oddity, che scavano dal ’64 di David Jones al ’67.

Il tutto al prezzo di mercato di un solo CD. Una scusa ghiotta di riascoltare l’alieno da Marte.

A questo link la sequenza dei brani.

P.S.: C’è anche una canzone nuova, addirittura un nuovo singolo, Sue (Or in A Season Of Crime). Un brano Deco Rock molto jazzato, che purtroppo mi pare non abbia abbastanza groove per restare a galla per tutti i sette minuti della sua durata.

lunedì 15 dicembre 2014

Peter Hammill > ...all that might have been...


Il periodo creativo di un artista è di una decade. Quella di Peter Hammill è stata quella degli anni anni settanta (il che non gli ha, naturalmente, impedito di donarci un bel poker di album romantici di pregio anche negli anni ottanta e novanta). Gli anni duemila, che Hammill ha affrontato da cinquantenne, sono divisi fra il ritorno on the road della band, i Van Der Graaf Generator, e la consueta quantità di dischi intimisti registrati in perfetta solitudine, tutti molto simili fra di loro - in rappresentanza dei quali si può eleggere uno per tutti Consequences, del 2012, che mi pare bastare ed avanzare.

Questo nuovo All That Might Have Been presenta, per la durata di ben tre CD, una serie di canzoni (canzoni?) senza soluzione di continuo, registrate nel corso di due anni nello studio casalingo, approfittando degli intervalli fra i concerti con il gruppo e quelli solisti.
Tre CD in cui si fatica a trovare una sola nota che non sia stata udita prima, o un solo momento che faccia rizzare le orecchie.
Anche se nessuno può onestamente pretendere da Hammill più dei tanti capolavori che ha già donato alla musica contemporanea (e senza averne probabilmente riconosciuto in cambio il giusto merito), dispiace comunque un po' che l'artista si sia ritirato nel confortevole rifugio della routine, rinunciando alla voglia di rinnovare.
D'altra parte è lui il primo a dichiarare che non ascolta più musica di altri, ed è proprio quando non si ha più voglia di imparare che si invecchia.

For Fans Only. Il mio consiglio agli amanti di Peter Hammill è di non perdersi per nulla al mondo Damien Rice.

venerdì 12 dicembre 2014

Orecchiabili: U2 Songs Of The Innocence e Matthew Ryan Boxers


Il disco degli U2 ha creato un bello scompiglio già all’uscita, perché è stato regalato da Apple, multinazionale dell’elettronica, scaricando l’aggiornamento del loro ultimo sistema operativo.
Gli utenti di iPhone ed iPad si sono, giustamente, risentiti, perché Apple ha praticamente imposto il disco, scaricandolo d’imperio sui device senza chiedere all’utente - dimostrando quale sia ormai l’ottica con cui questa multinazionale che una volta faceva parte del sogno hippie di cambiare in meglio il mondo (ed io c’ero, l’ho vissuta quella mela a colori).
I musicisti se la sono presa perché, dicono, se gli U2 regalano il loro disco, come si può pensare di vendere quelli degli altri? Anche se dubito se, regalato o meno, Songs Of Innocence possa fare un danno ad un mercato che ormai è più virtuale che reale, almeno nelle vendite dei supporti fisici.
Tutti hanno notato quanto il disco fosse scadente, o quasi, dal momento che le riviste patinate come Rolling Stone americano e Uncut lo hanno messo fra i migliori dell’anno... mah.

Per quanto mi riguarda devo aggiungere che purtroppo personalmente gli U2 non li ho mai apprezzati (una voce estesa e dei cori da stadio), e dunque fatico a distinguere la differenza con i più celebrati dischi precedenti. In realtà brani come Song For Someone e Sleep Like A Baby Tonight mi sembrano potrebbero essere inseriti tranquillamente sui greatest hits assieme ai Pride e With Or Without You (vabbè, magari non One, ma è un'eccezione).


Perché ho recensito assieme la pop band irlandese e questo giovane autore di Pittsburgh? Perché Matthew Ryan sembra avere la voce di Jakob Dylan dei Wallflowers e le canzoni, le sonorità, i cori proprio degli U2. Dunque il suo disco, molto orecchiabile, potrebbe piacere ai fan della band (gli U2, non i Wallflowers) ed in generale a chi ama un rock più “facile” e radiofonico, e non sono pochi. Vale la pena di concedergli un ascolto su Spotify.

venerdì 5 dicembre 2014

Long Playing Bruce Springsteen


Long Playing Bruce Springsteen è l'anteprima del capitolo su Bruce Springsteen del secondo volume del libro “Long Playing, una storia del Rock”, non ancora disponibile.
È invece disponibile il primo volume, Long Playing, una storia del Rock, anni 60 e dintorni.
Long Playing Bruce Springsteen è la storia del musicista che recuperò il rock’n’roll, il significato dimenticato del rock delle canzoni di tre minuti stampate sui due lati dei 45 giri. La storia dell'uomo che volle farsi Boss.

È disponibile in eBook per Kindle su Amazon, ed in iBook per iPad e Mac su Apple iTunes.



giovedì 4 dicembre 2014

Perché non lo facciamo per la strada? Le donne del Rock


Quello del rock, ed in generale della musica, è un mondo al maschile. C’è stato un tempo in cui le donne sul palco neanche potevano salirci. Fino al seicento a teatro le parti femminili erano affidate a uomini travestiti (il teatro stesso in effetti fu a lungo considerato un’esperienza poco edificante: alla compagnia di William Shakespeare era proibito recitare nella città di Londra e quello è il motivo per cui il Globe Theatre fu costruito sulla sponda opposta del Tamigi). Nella musica lirica le cantanti erano voci bianche, maschi castrati alla bisogna. La donna sul palco era equivoca, associata alla femmina di malaffare: attrice, ballerina, cantante di cabaret, spogliarellista, era un tutt’uno. Billie Holiday prima di esordire nella musica fu una baby prostituta, e tutte le cantanti blues e jazz si confrontarono con un mondo duro e ambiguo. 

Ancora oggi il ruolo femminile principale è quello di cantante, molto più spesso che di musicista, compositore o direttore d’orchestra. Di celebrate chitarriste, tastieriste e batteriste, nel rock se ne sono viste poche o nessuna. A dirla tutta le strumentiste più celebri, come Maureen Tucker, alla batteria dei Velvet Underground, e Tina Weymouth, al basso dei Talking Heads, hanno più un aspetto androgino da adolescente maschio liceale che da vamp. Avrebbero pareggiato il conto Runaways e Bangles, ma entrambe le formazioni ebbero vita breve.  

In America il ruolo delle musiciste femminili fu più accettato che nel Vecchio Mondo. Joan Baez, la regina del folk, Janis Joplin, la cattiva ragazza scappata di casa dal Texas, dalla personalità tale da mettere in ombra chiunque suonasse dopo di lei, Grace Slick, l’angelo del flower power, Joni Mitchell, la poetessa del nord innamorata del jazz, divennero superstar rispettate quanto e più dei colleghi. Potremmo giocare a trovare un contraltare maschile alle quattro in Dylan, Jim Morrison, Jerry Garcia e Neil Young. 
Ne risulterebbe una bella mano di poker. 

In Inghilterra, viceversa, le ragazze simbolo della Swinging London furono vissute più in relazione ai loro compagni maschili. La magnetica Marianne Faithfull rimase per il pubblico e la stampa l’eterna fidanzata di Mick Jagger anche quando scalava le classifiche con As Tears Go By, e la sua vita subì un tracollo quando Mick sposò la sudamericana Bianca. 
Altrettanto affascinante, Julie Driscoll fu per un paio d’anni il simbolo della summer of love londinese, dotata di una potente voce soul e del perfetto look. Eppure per la stampa era la segretaria di Giorgio Gomelski, che la impose al tastierista jazz Brian Auger per il disco di successo dei Trinity, Open. Auger, forse infastidito dall’apparire in un ruolo subalterno, preferì registrare in fretta e furia il secondo disco del gruppo senza convocarla, per scontrarsi con l’amara realtà che il long playing fu ignorato dal pubblico. 
Jools fece il rientro nel successivo doppio Streetnoise, che divenne il disco più celebrato dei Trinity. Auger se ne sarebbe andato a formare gli Oblivion Express, gruppo fusion che stentò a trovare seguito mainstream, mentre la Driscoll si innamorò del pianista jazz Keith Tippett, si sposarono e vissero felici e contenti. Lei mutò il proprio nome in Julie Tippetts e scelse di sacrificare una promettente carriera pop per viverla all’ombra del marito. Ben altri onori avevano tributato i francesi al loro personale simbolo della rivoluzione dei figli dei fiori, l’attrice Brigitte Bardot (la donna più bella del mondo), e volendo anche noi italiani ad una cantante della personalità di Mina. 

Una "storia illustrata" del Rock?


Un nuovo progetto, tanto per non arrendersi mai...

...seguite il link ed ascoltate l'intervista a Ronnie Spector, la "prima cattiva ragazza del Rock"