lunedì 30 giugno 2014

Dal Mississippi al Po 2014


È finito (o quasi) il festival Dal Mississippi al Po, ed è finito con il botto. Devo dire che il fatto di averlo spostato dalla città al paese di Travo, Valtrebbia, ha giovato moltissimo, ma forse io sono di parte perché da quattro anni mi sono spostato a vivere a Woodstock, Valtrebbia, e così ce l'avevo a un pugno di chilometri. Però un palco con i controfiocchi in mezzo ad una piazza così bella, con gli alberi colorati dalle luci sullo sfondo, ed un pubblico sempre numeroso ed attento, non capitato per caso, beh, è stato un gran bel vedere.
Quando un anno fa correggevo le bozze del mio "Long Playing, una storia del rock", non avrei mai immaginato di presentare il mitico Joe Boyd, a cui ho dedicato tanto spazio sul libro da considerare per un momento di intitolargli un capitolo, su un palco a qualche chilometro dalla mia big pink.
Di più: con Eleonora Bagarotti ed il regista Francesco Paladino (che ha diretto il film sul festival, che a breve sarà a disposizione del pubblico) abbiamo girato qualche ora di intervista in un posto davvero bucolico. Di sicuro ne salterà fuori un film, vedremo in che modo... Un pomeriggio tanto intenso e piacevole, quando Joe ha preso il volo e ha cominciato a raccontare con evidente piacere, che non è stato possibile purtroppo replicarlo alla sera di fronte al pubblico della piazza, per il poco tempo a disposizione e l'eccesso di invitati sul palco, tanto che ne è purtroppo risultato un racconto più ingessato ed accademico di quello invece assolutamente divertente del pomeriggio.
Quando si imparerà a trattare il blues senza maiuscole, per capire che alla fin fine è per divertimento che si suona e si ascolta? It's only Rock n Roll, but I like it!



Dei tanti musicisti che si sono alternati sul palco nelle tre serate (compresi i Nine Below Zero), il mio Blue Award va di certo a quelli dell'ultimo spettacolo.
Primo premio al grandissimo James "Super Chickan" Johnson, formidabile chitarrista nero del Mississippi, uno che di sicuro ha firmato un contratto con un big boss ad un crocevia dalle sue parti. Di un campionato differente da qualsiasi altro chitarrista del festival, eppure così modesto e disponibile, ben accompagnato dal gruppo di Davide Speranza. Un vero peccato (mortale) che i Brotherhood non lo abbiano invitato sul palco per una jam, ma chissà, forse era in programma.


Secondo premio (quasi a pari merito) al magnetico Cyril Neville, un personaggio di una bellezza unica, scuro come il diavolo e con un'espressione pericolosa, un duro abbigliato con tutti i colori dell'arcobaleno. Cyril, che ha personalità da vendere, è il frontman dei Royal Southern Brotherhood, un supergruppo di cui fanno parte anche Devon Allman, figlio del grande Gregg e nipote di Duane, del quale suona la Gibson elettrica color oro (ma ancora meglio una Fender Stratocaster), e il chitarrista Mike Zito. I Royal (di cui è imperdibile il disco appena uscito, intitolato heartsoulblood) sono una gran bella band, un cross over del sud fra i suoni di Santana, Traffic e Skynyrd, tanto per capirci. Da come la vedo io il fatto di essere un supergruppo è quasi un limite, perché l'equilibrio scivola via via su ognuno dei membri, quando i miei occhi erano tutti per Cyril, che a talento non ha rivali nella formazione. Ma in effetti la mia è un'osservazione ingiusta e da incontentabile, perché non si trattava di uno show dei Neville Brothers ma dei RSB. Più di così non si poteva chiedere. O forse sì, si sarebbe potuto chiedere che non piovesse, mentre più o meno al quinto pezzo (se la memoria non mi inganna) è arrivata una vera tempesta tropicale, con acqua a secchiate che non si è fatta mancare neanche un tappeto di grandine, probabile effetto della collisione fra l'umidità della Louisiana e il vento della Valtrebbia.
Non abbiamo potuto godere di tutto il concerto e non abbiamo potuto scoprire cosa il bis teneva in serbo per noi, ma, come si dice, che c'è di più romantico del fiore che non colsi, della voglia insoddisfatta che rimane dentro?
Ringraziamo il big boss (al crocevia) per tutta la musica che ha voluto portarci proprio sotto casa.


PS: quello che mi è dispiaciuto di più è stato di non aver avuto l'opportunità di conoscere di persona Cyril, Devon e gli altri. Dopo aver mancato l'appuntamento con l'intervista per il film, io & Eleonora non abbiamo voluto disturbare il gruppo durante il sound check né a tavola, sicuri che avremmo avuto modo di farlo dopo lo show. L'unica frase che mi è scappata, "You guys are wonderful", mi è sgorgata dal cuore tanto erano splendidi ed evidentemente fuori posto con i loro colori sgargianti, i cappelli, le giacche ed i gilet da sudisti... Cyril non ha neppure alzato gli occhi dal piatto (ma in effetti non mi ha neanche accoltellato...)
Poi la grandine ha lavato ogni ulteriore opportunità. Ci sarà una prossima volta.
Seba Pezzani, chi ci porti l'anno prossimo?


mercoledì 25 giugno 2014

Mary Gauthier > Trouble and Love


Non ho dubbi che Mary Gauthier sia la mia cantante preferita degli anni duemila; per qualità della voce a pari merito con Margo Timmins dei Cowboy Junkies, ma insomma la Maria è una cantautrice ed una cantastorie di prim'ordine. Anche se in Italia non è famosa come i Rolling Stones, ha già realizzato tutti i propri capolavori (Drag Queens in Limousines, Filth and Fire, Mercy Now) che nel mio cuore tengo nella stessa stanza dei dischi di Tom Waits per la Asylum records. Quello che voglio dire è: visto che il suo stile è decisamente caratterizzato (sangue e dolore in ballate folk acustiche appena tinte di Louisiana) quando esce un nuovo disco è difficile pensare che possa aggiungere qualcosa. Poi ascolti il nuovo disco e capisci che ti piace semplicemente perché ci nuove canzoni, nuove storie, nuove ballate, di quelle che piacciono a te.
Chiuso con il precedente The Foundling il tema ricorrente del dolore di essere cresciuta orfana, Trouble & Love ci racconta dei supplizi dell'amore e non amore, anche in questo da un'ottica personale, come nella When A Woman Goes Cold dell'apertura, dove una donna canta di una donna, in coerenza con le pulsioni erotiche di Mary.
False From True è una ballata immobile abbellita da un contrabbasso suonato con l'archetto, dove Mary si lamenta: "amare te mi ha lasciato ammaccata e triste, non distinguo la verità dalla menzogna..."
Oh Soul è resa più vivace dal contrappunto di cori gospel, che danno un colore blues alla ballata.
Worthy ha una bella slide, che chissà perché mi fa pensare agli Stones di Exile.
Al contrario di quanto accade di solito, il disco cresce canzone dopo canzone (otto, bene a fuoco) verso un gran finale, come succede nei concerti. Autoprodotto, rinuncia come negli ultimi dischi (da quello prodotto da Joe Henry in avanti) ai delicati tocchi country dell'arrangiamento; io non sono un fan della musica dei cowboy, ma devo dire che ci stavano bene, un po' come nelle ballate di Townes Van Zandt.
Immobile e addolorato proprio come un disco del grande texano, Mary Gauthier in Trouble & Love richiama di più un altro gigantesco cantautore americano, Neil Young. Walking Each Other Home potrebbe uscire da uno dei dischi della trilogia del dolore del canadese. How You Learn To Live Alone (come si impara a vivere soli) è straziante e dolcissima e vale tutto quanto il disco.
Another Train chiude come una cavalcata alla On The Beach, un lungo brano lancinante che trabocca di poesia, sul muoversi su un "altro treno".

martedì 24 giugno 2014

Chris Cacavas Edward Abbiati Me And The Devil


La sezione ritmica di questo disco meriterebbe di essere tenuta più alta, come su un disco di rock psichedelico dei Fleshtones! Il disco in effetti stato registrato in cinque giorni in un fienile (o quasi) dalle parti di Pavia nell'agosto dello scorso anno.
Detto questo, le canzoni sono bellissime, le voci romantiche, le armoniche ed il sax evocativi, le tastiere struggenti, le chitarre affilate e malinconiche.
Me and the Devil è un disco che a dispetto della qualità sonora si avvicina molto ad essere un C A P O L A V O R O.
Frutto della collaborazione democratica fra il mitico Chris Cacavas dei mai abbastanza rimpianti Green On Red ed Edward Abbiati dei nazionali Lowlands, è un disco che non ti aspetti, che ti colpisce, ti sconvolge, ti arruffa, un disco che evoca nostalgie di un passato romantico fatto di dischi degli anni ottanta come Gravity Talks, The Lost Weekend, True Believers, Beat Farmers, (Fleshtones), (Del Fuegos), come pure il convitato di pietra, i Crazy Horse di Neil Young.
Un garage rock rurale psichedelico visionario come un film. Canzoni  intense che mettono subito in chiaro di non essere dei segnaposto, ma al contrario delle iniezioni endovenose di emozioni e di sentimenti. Le voci ipnotiche, le tastiere lontane, l'echeggiare delle armoniche, l'incidere del sax, mi trascinano in un vortice onirico fatto di ricordi agrodolci, di paesaggi polverosi, del blues della cotton belt con il satanasso  al crocevia, di strade dritte che si perdono all'orizzonte, di amori perduti e dimenticati, di loser e sognatori.

È già uno dei miei dischi preferiti, un lavoro che sarebbe un peccato MORTALE ignorare (ma che magari si potrebbe rimixare).


martedì 10 giugno 2014

The DMBook


La Dave Matthews Band è una delle più notevoli realtà della musica rock dagli anni novanta ad oggi. Se in America è un gruppo decisamente mainstream, abituato ad esordire con i propri album al primo posto della classifica, e gratificato dai tour più affollati di pubblico, in Europa (ed anche in Italia) è più un gruppo di culto, nel cuore di uno zoccolo duro di fan che lo adora incondizionatamente. Il motivo di questa differenza sta nel fatto che la DMB ha portato nella musica rock un diverso modello di business, non basato sui canali delle major discografiche, ma su una autoproduzione e autopromozione, sostenuta principalmente dal passa parola dei fan, come per altre band come Phish e Blues Traveler. Dal momento che la DMB si muove in tour perenne, per centinaia di date all'anno, soprattutto in USA, la spiegazione è presto data. Perciò a maggior ragione colpisce che una delle prime biografie in assoluto della band, e di certo una delle più complete, sia opera di un'autrice italiana e che sia stampata prima in Italia che nei paesi di lingua inglese, dove pure è già prevista la traduzione.
The DMBook è un tomo di 330 pagine ricco fino al completismo, colmo di ogni informazione abbiamo mai potuto sperare di trovare sul gruppo, scritto in modo accattivante con professionalità e confidenza. Quella che si dice una lettura avvincente. Si parte dall'infanzia dei musicisti e si arriva ad ogni informazione di prima mano dei giorni nostri.
Il libro ha in qualche modo una sua ufficialità ed è stato favorito e autorizzato dal gruppo, tanto che se un'osservazione si può fare è che Corsina Andriano ha un'approccio più da fan che critico, il che non è una sorpresa se si considera che è anche presidente di Con-Fusion, il fan club italiano della DMB, attivamente coinvolto nella promozione e nell'organizzazione degli eventi.
Il DMBook è una fonte preziosa di informazioni, al punto di dare talora per scontata una conoscenza del gruppo e delle sue canzoni che non tutti i lettori posseggono, rendendolo forse più mirato al die-hard fan che all'appassionato di musica, che rischia talora di perdere il filo della storia.
Quello che è certo è che The DMBook è un libro di cui si sentiva la mancanza.

domenica 1 giugno 2014

Salvato dal RnR


«Her life was saved by rock & roll» è uno dei versi della canzone Rock’n’roll dei Velvet Underground di Lou Reed. Il testo ha una felice invenzione che da allora è stata ripresa infinite volte da chi scrive e parla di rock: «La sua vita fu salvata dal rock’n’roll».
La mia generazione è nata dentro alla musica rock, ed il rock è stato la sua colonna sonora. Non che ne girasse molto, di rock, nell’Italia degli anni sessanta. I dischi d’importazione erano pochi e la gran parte della musica era autarchica, ad eccezione dei dischi di musica classica (ho un vivido ricordo dell’etichetta gialla della Deutsche Grammophone) e di musica jazz, che a differenza del rock erano culture accettate, accademica la prima, approvata la seconda.
In realtà negli anni sessanta e per buona metà dei settanta in Italia la parola Rock non si usava neanche. Da un certo punto in avanti la chiamammo musica Pop, mentre con il termine rock ci si riferiva al rock’n’roll degli anni cinquanta, gli oldies but goodies, i pezzi fuori moda ma comunque divertenti da ascoltare. Lo stesso libro “Storia della musica Rock” di Rolf Ulrich-Kaiser fu tradotto in italiano “Storia della musica Pop”. Nei paesi di lingua anglofona pop sta per popolare, che è l’equivalente di musica leggera, mentre da noi immagino suonasse come Pop Art. Anche se in effetti anche il festival di Monterey del 1967 si chiamò Monterey Pop.
Quando cominciarono ad arrivare gli echi della rivoluzione della Swinging London, la stampa italiana li relegò alle pagine dedicate alla musica leggera. Ad occuparsene, quasi sempre a sproposito ed in chiave ironica, erano gli stessi giornalisti specializzati in Domenico Modugno e Rita Pavone. Non c’era alcuna percezione del rock come cultura. Siccome l’Italia non è mai stata un paese anglofono, ci fu chi pensò di essere spiritoso coniando il termine di scarafaggi per riferirsi ai Beatles, al posto casomai di maggiolini, dimenticando che la mitica Volkswagen Beetle in Italia era, per l’appunto, il Maggiolino. Nello stesso tempo si cominciò a parlare di musica Beat, termine di cui Renzo Arbore ha rivendicato la paternità, non considerando che era così definita anche oltremanica, per via del suo ritmo.
La musica rock mi aveva colpito fin da bambino. Le mie prime canzoni rock furono quelle di Adriano Celentano, l’urlatore nato a Milano al numero 14 di via Gluck, che contemporaneamente ai suoi coetanei americani era rimasto folgorato dalla canzone Rock Around The Clock nel film Il Seme della Violenza. Celentano ascoltò la canzone e mise assieme il complesso dei Rock Boys. Non a caso i suoi primi singoli furono cover di Rip It Up di Little Richard, Jailhouse Rock di Elvis Presley, Blueberry Hill di Fats Domino e Tutti Frutti, ancora di Richard, cantati in un inglese inventato ed onomatopeico. Anche quando cominciò a cantare in italiano Il tuo bacio è come un rock, 24 mila baci, Ciao ragazzi, Torno sui miei passi, Tre passi avanti, le sue canzoni erano ispirate ai rocker della Sun Records di Memphis. Per un bambino che come me guardava Sanremo alla TV con i genitori, quelle canzoni facevano la differenza.