lunedì 28 aprile 2014

Long Playing: The Rolling Stones


Se si può fissare una data d’inizio del British Blues, fu il giorno dell’autunno del 1958 in cui Muddy Waters tenne il suo primo concerto a Londra. Fino a quel momento gli inglesi avevano pensato al blues come ad una musica acustica vagamente affine al folk, per cui fu uno shock per il pubblico presente scoprire che Muddy suonava una chitarra elettrica. Più di un musicista blues inglese nacque quella sera. Il chitarrista Alexis Korner e l’armonicista Cyril Davies ne rimasero così impressionati da mettere assieme un gruppo elettrico dal nome Blues Incorporated. Si esibivano al Marquee Club di Londra ed il loro unico disco, stampato nel 1962 dalla Decca, si intitola infatti R&B From The Marquee.
Un’altra data significativa fu il 17 ottobre 1961, quando un diciottenne Keith Richards incontrò alla stazione ferroviaria di Dartford un altrettanto giovane Mick Jagger, che portava sotto braccio un paio di dischi di rhythm & blues ricevuti per posta dalla Chess Records di Chicago (Rockin’ At The Hops di Chuck Berry e The Best Of Muddy Waters). Non potevano saperlo, ma quel giorno sarebbe stato mitizzato quanto quello in cui Robert Johnson incontrò il diavolo al crossroad. In quell’occasione fu infatti stipulato il patto di sangue che avrebbe portato alla nascita dei Rolling Stones.
Per entrare nella blues band del chitarrista Brian Jones e del pianista boogie Ian Stu Stewart, Jagger e Richards dovettero sostenere un’audizione. Accettati («Jagger è il miglior cantante rhythm & blues da questa parte dell’oceano, e non dico forse» era la testimonianza di Keith Richards), il bassista fu identificato in Bill Wyman che, più vecchio dei compagni, possedeva un amplificatore a cui gli altri potevano collegare il jack della chitarra elettrica. Un amico di Wyman faceva da batterista.
Gli Stones esordirono al Marquee Club il 12 luglio del 1962 con una pubblicità sul Melody Maker che diceva «siamo una blues band, non un gruppo rock», con un repertorio di pezzi di Jimmy Reed, Robert Johnson e Muddy Waters. L’accordo era che potevano suonare durante l’intervallo di riposo dei gruppi di Trad Jazz, le dancing band il cui repertorio è citato da Joe Jackson nel disco Jumpin’ Jive.
Nel 1963 riuscirono a guadagnarsi il miglior batterista sulla piazza, Charlie Watts, che all’epoca era così gettonato da suonare contemporaneamente in quattro gruppi diversi. Era l’unico della band ad essere pagato, tanto i compagni ci tenevano ad averlo, mentre ognuno degli altri Stones svolgeva durante il giorno un altro lavoro per
sbarcare il lunario. Il successo del loro gutturale blues elettrico fu istantaneo. Da subito si guadagnarono un pubblico di centinaia di giovani che entravano al Marquee per sentirli ed uscivano quando i gruppi jazz riprendevano a suonare.
Il dettaglio non sfuggì agli impresari. Trovarono così un ingaggio fisso al Crawdaddy Club, un locale di rhythm & blues nella zona di Richmond che era gestito da Giorgio Gomelsky (il futuro impresario di Yardbirds, dei Trinity di Brian Auger e Julie Driscoll e dei Gong di David Allen). Con la sola potenza del passa parola il loro incendiario show divenne la cosa da vedere in città. Fuori dal locale si formava la coda del pubblico in attesa di entrare, al punto che il Crawdaddy stesso traslocò in uno spazio più grande. Gli Stones si guadagnarono articoli su riviste come il Record Mirror, e al loro pubblico si mischiarono altri musicisti compresi le sue maestà dei quattro Beatles in persona. Fu attirato dal clamore anche Andrew Loog Oldham, un impresario affascinato dal mito di Phil Spector, che li mise sotto contratto. Gli Stones gli avevano fatto balenare l’idea degli anti-Beatles.
Si dice che il rock’n’roll sia stato inventato da Chuck Berry, e che le sue regole siano state scritte da Beatles e Bob Dylan. Amen: è tutto vero. Come è vero che non ci fu mai una rock’n’roll band al mondo più grande dei Rolling Stones! Il giornalista Nick Kent che li vide ancora ragazzino nei giorni del loro esordio, scrisse che non si era mai visto nulla di paragonabile al loro show. Mentre gli altri cantanti erano dei piacioni tutti sorrisi e moine con il ciuffo rockabilly, gli Stones avevano un’aria minacciosa. Avevano un look da teppista e si lasciavano cadere i lunghi capelli sugli occhi. Le loro canzoni erano i blues elettrici cantati prima di loro solo dai neri di Chicago.
Dopo un rifiuto della EMI, Oldham riuscì a procurare loro un contratto con la Decca. Significativamente un anno prima era la Decca ad essersi lasciata scappare i Beatles, che avevano poi trovato un contratto alla EMI.
Oldham decise che Ian Stewart non andava bene per l’immagine del gruppo ed i ragazzi loro malgrado accettarono. Stu avrebbe continuato a suonare il piano, a guidare il pulmino e caricare e scaricare gli strumenti, ma in qualità di membro esterno.



lunedì 7 aprile 2014

L'intervista di 8th of May


Mi ha intervistato Corrado Ori Tanzi per 8th of May. Domande molto belle, come dovrebbero essere le interviste svolte con passione e cognizione di causa, a cui è stato bello rispondere.
Domande come:

Nel tuo libro scrivi: “Qualche artista è riuscito a rimanere grande per un decennio, ma quasi nessuno per tutta la vita”. Fuori il nome o i nomi che rientrano in quel ‘quasi’:

«Gli scrittori danno il loro meglio da vecchi, i musicisti da giovani. Chi è rimasto in prima linea più a lungo? Bob Dylan senz’altro. Paul McCartney. I grandi bluesmen del passato, ma per loro era più facile, avevano un genere molto codificato. Chuck Berry suonerà la Gibson fino al giorno del suo funerale. Neil Young certamente, lui non arrugginisce. Tom Petty & The Heartbreakers hanno trovato nuova linfa, Mojo del 2010 è un disco perfetto. L’avessero inciso nei Glory Days, oggi lo paragoneremmo a Happy Trails. Springsteen invece ha deluso, così come gli Stones: si sono arresi al business.»

L’ultimo grande disco e l’ultima grande canzone in ordine di tempo che hanno scritto la storia della musica rock.

«One Headlight dei Wallflowers. Under The Table di Dave Matthews Band. Ma anche Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco è grande, e i Black Crowes, prendi Wiser For The Time, è uno dei migliori live di sempre.»

Hai scritto che Woody Guthrie diede una lezione a un giovane Bob Dylan, che la tenne buona per tutta la vita: non avere idoli. Ma cosa sarebbe stata la storia della musica rock, proprio nella sua golden age, senza le urla dello Shea Stadium nel 1965 per i Beatles?

«Il rock è fatto di idolatria, e mi sta benissimo. Io personalmente non ho idoli, nel senso che non rinuncio mai a una lettura critica, non solo nella musica, ma anche in politica o in qualsiasi altro campo. Non ho necessità di bandiere e forse è per questo che lo sport non mi ha mai detto niente, al di fuori della rilettura romantica alla Gianni Brera dei miti del passato, tipo Riva, Rivera e Mazzola o Coppi Bartali o la Porsche 911 alla 24 ore di Le Mans. Ciò non mi impedisce di approcciare la musica, come il cinema o la letteratura, con amore. Ma senza paraocchi. Che la maggior parte delle persone abbia bisogno di una bandiera, non credo mi disturbi; anzi, mi piacerebbe avere dei fan che seguano le uscite dei miei libri…»

Nei tuoi articoli esce il piacere del racconto di un album, il gusto della parola per accendere nel lettore gli stessi sentimenti che ti hanno mosso qualcosa dentro quando per la prima volta hai ascoltato un certo disco. Chi oggi, della nuova generazione, può ancora accendere questa urgenza?

«Quando da teen-ager ho scoperto di non aver il talento per suonare uno strumento musicale è stato un brutto momento: avevo pensato proprio che sarei diventato il bassista dei Rolling Stones. Per fortuna ho quasi subito scoperto di avere il dono di raccontare la musica che ascolto, di descrivere cosa la musica smuove in me e di comunicarlo ai lettori. Così scrivo perché non so suonare. L’ultimo disco che mi ha esaltato? Going Back Home di Wilko Johnson e Roger Daltrey: un manifesto del rock’n’roll.»

Chi è stato il più grande musicista-scrittore della storia del rock?

«Musicista e scrittore assieme? Sono ruoli diversi, come ho scoperto con un po’ di sorpresa. Ci sono poeti che non sanno scrivere in prosa e grandi musicisti che non sono capaci di dare una risposta interessante in un’intervista. L’unico musicista che abbia saputo scrivere un buon libro, fra quanti ne ho letti, mi pare essere Bob Dylan.»

Chi il più grande critico?

«Più che la critica, che è sempre legata a una filosofia provvisoria, mi interessano i grandi cronisti. I miei preferiti li ho celebrati in Long Playing quando ho scritto, più o meno: Eleonora Bagarotti, per l’amore che porta ai musicisti di cui scrive; Nick Kent, per la consapevolezza di cosa è il Rock; Lester Bangs, per l’integrità che lo ha portato a non accettare mai un compromesso; Arrigo Polillo, per la cognizione di causa. Dei quattro, solo l’ultimo è un critico in senso stretto, ma di musica jazz.»

Il tempo stempera i giudizi? Non ti è mai capitato di rivedere un giudizio a distanza di anni e dire, fosse anche solo a te stesso: non capii un cazzo, questo disco è strepitoso!

«Ne parlo nel libro nuovo, in uscita, una sorta di diario/decalogo del rock... 

Leggi l'intera intervista qui su 8th of May .


martedì 1 aprile 2014

Wilko Johnson / Roger Daltrey > Going Back Home


Succedono cose che non abbiamo mai osato immaginare neanche nei nostri sogni (musicali) più selvaggi. Una di queste è senz'altro un long playing per la Chess Records di Wilko Johnson e Roger Daltrey, dove cantano molte delle canzoni che abbiamo amato dei Dr.Feelgood. I Feelgood furono per me una band determinante, ed in particolare il loro live Stupidity nella mia estate inglese del 1977, assieme a Pretty Vacant dei Pistols fu uno dei dischi che mi cambiarono la prospettiva. Quel disco fu il loro unico numero uno in classifica, perché per qualche sfortunato motivo durante il tour americano Wilko decise che c'era qualcosa nel successo o forse nel resto della band che non faceva click con la sua anima. Fu come dare un calcio al destino; i Feelgood persero il motore, e invece di avere una chance di diventare i nuovi Stones restarono il gruppo di una stagione - anche se una band con lo stesso nome (ma nessuno dei musicisti originali) calca il palco ancora in questi giorni. Wilko non ritrovò mai la stessa occasione né nella carriera solista, né con i Solid Sender, né con i Blockheads - che non diventarono mai la sua band, anche se è in quell'ensemble che conobbe Norman Watt-Roy e Dylan Howe, e fu relegato ad una carriera da blue collar del rock'n'roll. Il resto della storia è nota: all'inizio del 2013 a Wilko fu diagnosticata una malattia terminale. Wilko, che aveva perso gran parte della gioia di vivere da quando era morta la sua amata Irene, decise di spendere il tempo che gli rimaneva nel fare la cosa che gli era sempre riuscita meglio: suonare il rock. Devo ammettere che gli è riuscito di fare più in quest'anno che in tutto il resto della sua carriera, passando dallo status di artista di culto dell'underground a riconosciuta leggenda britannica della chitarra elettrica: uno dei più grandi chitarristi ritmici inglesi assieme a Keith Richards e Pete Townshend, in effetti.
Di tutta la lista di cose realizzate nell'anno, la più sorprendente è di certo la registrazione di un disco per la Chess con quell'altro mito del rock che è il cantante degli Who, Roger Daltrey. Due teddy boys (sì, Roger non fu mai un mod, mi dispiace per i fan della sua band) accomunati dalla comune passione per un 45 giri seminale di Johnny Kids and the Pirates, Shakin' All Over.
Going Back Home è un disco perfetto a partire dal suo stesso titolo, "tornando a casa". Una casa metaforica, che può essere intesa come la giovinezza, come il rock delle origini, ma anche in senso più spirituale come quel cielo da cui tutti veniamo ed in cui un giorno torneremo. Il fell like going home del blues nero. Già dalla copertina Going Back Home si presenta come un testamento, con la sua grafica in bianco e nero da giorni del rock'n'roll e le foto dei due interpreti in tutte le età, dall'infanzia con le prime chitarre, un Roger con ciuffo ribelle da rocker ed un Wilko che sembra John Lennon, alle foto del matrimonio con Irene ed una con i Feelgood che mi ha fatto particolarmente piacere, perché suona come una riappacificazione se non una richiesta di scuse verso la band che ha dato a Wilko la popolarità, anche se Lee Brilleux non è più fra noi per poterlo apprezzare. Ma mica un testamento triste, anzi! Un solido, energico, intenso, frizzante, entusiasmante disco di rock come non se ne sentiva più dal 1977, e proprio per questo particolarmente malinconico, perché nessuno di noi ha più l'età che aveva quell'anno ed alla fine un addio è pur sempre un addio. Il suono è assolutamente perfetto: nudo, crudo, intenso, con i migliori musicisti della scena, dalla chitarra di Wilko al basso di Norman Watt-Roy (il miglior bassista inglese, sappiatelo), la batteria di Dylan Howe (figlio d'arte), con il cesello delle tastiere di Mick Talbot (Dexys, Style Council) e l'armonica di Steve Weston. E naturalmente la voce del paradiso di Roger Daltrey, il cui nome evoca emozione da quando abbiamo l'età della ragione, e che in studio ritrova tutta la potenza canora che ormai gli fa un po' difetto dal vivo - solo la potenza, non certo il fascino e la simpatia che sono intatti. Il disco si apre con il brano omonimo, già nel repertorio dei Feelgood e non a caso scritto a due mani con quel Mick Green che dei Pirates di Johnny Kidd fu il chitarrista. In questa canzone e nella successiva Ice On The Motorway, dal primo album solista di Wilko, Roger si trova a competere con lo stile di Brilleux, ed è una gran piacevole lotta. I Keep It To Myself è un gran R&B tirato. Can You Please Crawl Out Your Window è un oscuro singolo di Dylan, anch'esso già cantato da Wilko, reso in maniera sublime da Roger, e si iscrive fra le sue cose migliori di sempre - e potrebbe essere un grande hit. Ancora la poetica ballata di Turned 21, a quanto capisco su una giovane prostituta  che ha fatto battere il cuore dell'autore, sembra scritta apposta per le potenti doti melodiche di Daltrey, ed è abbellita sulla copertina da una suggestiva foto con i Feelgood. Tutti gli altri brani sono un'ininterrotta corsa di rock'n'roll a tutto ritmo con ben pochi precedenti: mi viene da pensare solo a Live Bullet ed ai dischi di Chuck Berry.
Il disco è già in vetta alla classifica inglese, confermando la Gran Bretagna come il più grande paese del mondo. È il secondo top di Wilko e l'ennesimo, ma il primo da molti anni e con tutta probabilità l'ultimo, di Roger. Un gran grande finale da leggenda, da fuochi d'artificio, che non può non commuovere e riempire l'animo di chi è cresciuto a pane e rock'n'roll, e non date retta a quegli sfigati che hanno recensito con tre stelle l'album rock del secolo. Non saprebbero riconoscere un capolavoro neanche se se lo trovassero sotto le lenzuola.

rating: ✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩...