lunedì 31 marzo 2014

John Phillips and the Rolling Stones: Pay Pack & Follow


Ho un debole per Keith Richards che canta il country, che canta le ballate, che canta... qualsiasi canzone in effetti. Il mio rimpianto è che il chitarrista non abbia mai inciso un disco con l'amico Gram Parsons, ne sarebbe venuta fuori una gran cosa, se solo fossero riusciti a non cadere in coma durante le registrazioni. Ma in qualche modo Keith ne registrò uno con John Phillips.
John era Papa John dei Mamas & Papas, il primo gruppo di successo di San Francisco, quelli di California Dreaming, un gruppo che al Festival di Monterey era già superato dalle nuove ondate psichedeliche di Jefferson Airplane, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service e Big Brother and the Holding Company.
Saturo di droga, nel 1973 Papa John si trasferì a vivere a Londra, dove strinse amicizia con il Keith Richards (e chi altri se no?) di ritorno dal dorato esilio francese. Anche Keif in quei giorni era naturalmente nei guai forte con l'eroina, e ne avrebbe avuto perlomeno fino ai giorni di Some Girls e del processo canadese. 
Gli Stones uscivano dai loro giorni musicalmente migliori di sempre, quelli di Sticky Fingers e di Exile, e già si erano cacciati nel glam di Goat's Head Soup e It's Only RnR, in attesa che Jagger scoprisse lo Studio 54 e la musica da discoteca. 
Pare che fu Jagger a proporre a Phillips di produrgli per la Rolling Stones Records un disco registrato fra gli Olympic di Londra e New York City. La forza di questo grande disco incompiuto è che invece che alla tipica produzione dei Glimmer Twins, si rifà proprio alle esperienze di Exile, con Jagger ai cori, Keif alla ritmica, Mick Taylor alla solista e Ron Wood al basso. 
Un americano che suona gli Stones (il gruppo inglese con il suono più americano di tutti) porta alla mente anche qualche cosa di Peter Wolf, per dare un'idea (un altro americano che suona gli Stones). Per altri versi è come ascoltare delle outtakes da Exile, con la ritmica di Richards ed i cori (qua e la) di Jagger. 
Nove brani, non tutti alla stessa altezza, magari più gli arrangiamenti delle canzoni, con molti richiami ai capolavori degli Stones (fra cui You Gotta Move), carichi del potente laidback di una di quelle locomotive a vapore che attraversavano il west, per un disco mai completato per i problemi di droga di Phillips ed uscito solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2001. 
It's only RnR, but I like it: mi piace un casino, è proprio la mia musica... 

Belle She's Just 14 e Zulu Warrior, ma belle in effetti tutte, canzoni di sesso, droga e amori bacati. La ballata di Very Dread, il rock rotolante di Mr.Blue, una Oh Virginia solo quasi omonima di quella degli Stones, fino ad una conclusiva 2001, in stile vagamente Harrison, scritta da Phillips 24 anni prima di sapere che proprio quella sarebbe stata la data della sua morte, per un attacco di cuore dopo una vita oltre il limite, e dove profeticamente canta: "the sands of time are running out"

PS: un rigraziamento speciale a Pierangelo Valenti che me ne ha parlato. 

Britain strikes back!


L'ho scritto in qualche recente post: il blog cambia necessariamente formula, perché mi sto dedicando a tempo pieno alla realizzazione dei libri (già in vendita Long Playing una storia del Rock, lato A - in fase di editing Perché non lo facciamo per la strada - previsto per dicembre Long Playing lato B...) per cui non riesco più a mandare avanti BEAT come se fosse una rivista on line.
Per cui buttiamola sulle chiacchiere, anche se in questo senso la versione di BEAT su FaceBook è più adatta.
Ho riscoperto il grande rock inglese, con il nuovo disco di Wilko Johnson e Roger Daltrey, già in vetta alle classifiche inglesi, con il nuovo Blockheads (proprio la formidabile vecchia band di Ian Dury), il nuovo Baxter Dury (proprio il formidabile figlio di Ian Dury, quello ritratto con il papà sulla copertina di New Boots and Panties), con il disco solista di Norman Watt-Roy, il più grande bassista britannico (proprio il formidabile bassista dei Blockheads e di Wilko), con il film Sex & Drugs & Rock & Roll sulla vita di Ian Dury, per non dimenticare la sua musica.
Per non farmi mancare niente di questo Brit Revival mi sono procurato persino The London Chuck Berry Sessions.
Tutti consigliati.

Vi passo allora un'anteprima di una cosa che apparirà altrove:

Il punk, come il rock’n’roll, durò un pugno di anni, dal 1977 al 1982. Ma molti gruppi non smisero di suonare in concerto e registrare, anche se il mercato discografico ed i gusto del pubblico fuggirono verso direzioni più commerciali. In America in realtà il pubblico non aveva mai smesso di premiare la musica leggera ed i gruppi punk ad entrare in classifica furono giusto Police e Talking Heads. In Inghilterra un fedele seguito underground non venne mai meno a gruppi come i Blockheads, che con o senza Dury hanno sempre fatto il tutto esaurito in ogni venue dove suonassero. O a Wilko Johnson, con i Solid Sender o con l’irresistibile accompagnamento di Norman Watt Roy e Dylan Howe. O agli stessi Dr.Feelgood che, passati fra innumerevoli cambi di formazione, divennero una istituzione britannica. Quali sono i dischi più significativi, per quanto non sempre facili da trovare, del pub rock di oggi, quello che si continua a suonare nei club di Shepherd Bush, Camden Town e in altri sobborghi meno alla moda?
Wilko ha registrato molti dischi, fra cui lo straordinario Red Hot Rocking Blues, interamente composto da cover, da Dylan a Van Morrison, da Ray Charles a Chuck Berry, da Leadbelly a Lowell Fulson. E Going Back Home con Roger Daltrey, un’altra (simpatica) istituzione del british rock. I Madness nel 2009 tornarono prepotentemente all’attenzione del pubblico con il loro capolavoro, The Liberty of Norton Folgate, un’opera musicale e teatrale dedicata ad un vecchio angolo di East London. Un album molto british, che fonde le influenze caraibiche di Notting Hill con la bucolica poesia dei Kinks. Anche i Blockheads, tornati a suonare con Ian Dury in occasione della sua malattia con il notevole Mr.Love Pants del 1998, proseguirono a fare musica anche dopo la sua morte, per mettere assieme infine nel 2013 un disco che cita tutte le influenze della loro musica, Same Horse Different Jockey, con un cantante, Derek the Draw Hussey, che vocalmente richiama molto Dury, il che è una buona cosa considerando che (a) scrive le proprie canzoni, (b) è bravo e (c) era un amico di Dury, il che non guasta. A proposito di Blockheads, è da segnalare anche il disco solista dello scatenato bassista Norman Watt-Roy, che è stato il bassista di London Calling ed è uno dei migliori bassisti di sempre. Sul suo disco suona un divertente miscuglio che potremmo definire pub jazz. A proposito invece di Ian Dury, c'è da segnalare Baxter Dury, il ragazzino di cinque anni che appare al suo fianco sulla copertina di New Boots and Panties. Quel ragazzino è suo figlio, ed oggi è diventato un musicista ed un cantante. Partito per l’etichetta Rough Trade con una musica elettronica che echeggia Bowie, Brian Eno ed i Radiohead, sul recente Happy Soup ha serrato le vele verso le canzoni con un grande risultato, con ciondolanti brani come Claire che sarebbero piaciute al padre ed ai suoi ammiratori.

martedì 4 marzo 2014

Wilko Johnson e Roger Daltrey allo Shepherd Bush 25 febbraio 2014


Vedere un concerto allo Shepherd Bush Empire a Londra non è una cosa per vecchi. Sì certo, è molto romantico trovarsi nel covo storico degli Who e nella periferia che ha generato i mod, a respirare l'aria della mitologia del rock britannico, almeno fino a che non sfiori la rissa con un ubriaco con i capelli tagliati a zero. Insomma, White Riot va benissimo, ma fino a quando non ci sei coinvolto. Io Shepherd Bush me l'ero fino ad oggi solo figurato nella fantasia; Eleonora che mi ci conduce invece la conosce invece bene, ma lei è amica di Pete e di Roger ed è stata press agent della band. Gli Who. Mi mostra i grattaceli in cui vivevano i teenager che al venerdì sera infilavano il giubbotto militare Parka sopra agli abiti eleganti di ispirazione italiana, inforcavano la Lambretta e raggiungevano Soho, il Bar Italia, Carnaby Street e tutti gli altri luoghi dello struscio, e vivevano la loro fantasia mod fino al lunedì mattina. Mi mostra le case popolari fino a White City, quelle che hanno dato vita al mito di band popolari come Who e Clash. 
Siamo in missione per conto del rock. Una missione molto seria: pagare il nostro tributo di riconoscenza a Wilko Johnson ed avere il piacere ed il privilegio di assistere al suo concerto con Roger Daltrey, con cui ha appena registrato un disco di rock & roll che uscirà prima della fine del mese di marzo. Com'è quella abusata espressione: "mi ha cambiato la vita?"
Il disco di Wilko Johnson con i Dr.Feelgood del 1976 mi ha cambiato se non la vita, almeno i gusti musicali. Quando come tutte le estati arrivai a Londra nel 1977, mi accorsi subito che l'aria era cambiata. I tempi di band come Tangerine Dream, Weather Report, Yes, Caravan (o Hatfield and the North) erano tramontati. La nuova ondata avanzava sotto forma di punk. I ragazzi, anche senza spilloni conficcati come piercing, indossavano t-shirt rovesciate con la scritta "God Save The Queen" (era in effetti nel paese il Giubileo della Regina Elisabetta II, ovvero la celebrazione del suo XXV anniversario di regno). L'anno precedente avevo portato a casa dalla capitale i dischi di Peter Baumann, Jon Anderson e Steve Howe. Quell'anno appena arrivai ascoltai due dischi che mi cambiarono ogni prospettiva: uno era il 45 giri di Pretty Vacant dei Sex Pistols, l'altro Stupidity, il live dei Dr.Feelgood registrato a casa loro al Southend Kursaal di Canvey Island. Il primo fece la top ten, il secondo il numero uno. 
Era la nuova cosa che, come spesso accade, consisteva nel recupero di classici dimenticati: le energiche canzoni di tre minuti del rock & roll e del beat. Eddie & The Hot Rods (pure provenienti da Canvey Island) cantavano The Kids Are Allright, Gloria e I Can't Get No Satisfaction, Get Out Of Denver, Wooly Bully e 96 Tears, canzoni che da vecchi hit diventavano gli inni di una nuova generazione.