giovedì 20 febbraio 2014

Benmont Tench > You Could Be So Lucky


Probabilmente Benmont Tench è il più robusto tastierista che abbia mai militato in un gruppo rock americano, e certamente lo è fra quelli attuali. Non mi viene in mente nessuna band con un tastierista così significativo nel suono collettivo. Non i Grateful Dead, che di tastieristi ne cambiarono parecchi per causa di forze maggiore, non gli Allman che con Chuck Leavell cercarono di sostituire la chitarra di Duane. Forse la E Street Band che si appoggiava sulle due colonne di Danny Federici e di Roy Bittan. Magari i Traffic, dove le tastiere erano lo strumento del frontman Steve Winwood. Beh, May Manzarek, naturalmente.

Ad assistere allo show degli Heartbreakers di Tom Petty non si può che rimanere ammaliati dal lavoro di Tench, letteralmente circondato ad ogni lato dalle tastiere di piano ed organo. Se Mike Campbell è il Jimmy Page della situazione e Tom il McGuinn, Tench è il telaio della band. Gli Heartbreakers si sa, almeno dalla rifondazione di Damn The Torpedoes del 1979 sono la backing band di Tom Petty. Ma ci fu un tempo in cui non era così. Nacquero a Gainsville in Florida, la città dei Flying Burrito Brothers, come un gruppo con il nome di Mudcrutch, una band che forse arrivò in anticipo rispetto al ritorno del rock degli anni della new wave, che poi furono anche quelli di Springsteen, Greg Kihn, Graham Parker, John Hiatt. Nella band di Petty il ruolo creativo del resto del gruppo fu sacrificato a favore di quello del leader, autore di praticamente tutte le canzoni, con un piccolo aiuto dell'effervescente chitarrista ma non di Tench che è un tipo che tiene un basso profilo. Così nel corso di tutti questi anni il tastierista ha scritto un pugno di canzoni che ha però tenuto nel cassetto. Una è finita di recente nel disco dei Mudcrutch, altre erano nate allo stesso scopo fino a che l'idea di un disco solista ha cominciato a prendere forza. È stato Glyn Johns a convincere Tench a rompere gli indugi: un produttore non invadente che però negli anni ha legato il suo nome a dischi come Who's Next, Desperado, Show Some Emotion, Slow Turning. La casa discografica è straordinariamente la Blue Note, la storica etichetta jazz, il che assieme alla foto di copertina porta a immaginare che si possa trattare di un disco di musica jazz. Niente del genere, l'unico motivo della scelta è che il nuovo presidente della Blue Note è Don Was, il patinato produttore americano.
In realtà il suono di You Should Be So Lucky è quello  roots rock delle origini di Tench: Mudcrutch, Flying Burrito Brothers e quelli che questo suono l'hanno inventato, The Band. Benmont Tench non è un cantante e la sua voce è delicata fino alla timidezza. Glyn Johns è stato molto rispettoso di questa caratteristica, che con ogni evidenza è parte del carattere low profile del musicista, ed ai primi ascolti l'impressione è quella di una costruzione molto delicata, leggera come un aliante, dove si sarebbe potuto osare di più in termini di ritmica più aggressiva, arrangiamenti più pieni e soprattutto fornendo alle voce di Tench, che spesso richiamano gli impasti bucolici di The Band, il supporto del coro di voci di valore.
Ma spesso sono i lavori migliori quelli che non si lasciano svestire al primo ascolto ma crescono giorno dopo giorno. La trama lieve, delicata e sapiente delle tastiere, gli arrangiamenti così rispettosi da portare alla mente persino un altro musicista di quelle parti, JJ Cale, prendano forma mano a mano che ci si lascia pervadere dal loro incantesimo.
Il primo pezzo a commuovere è il traditional di Corrina Corrina, lo stesso del repertorio di Dylan che è stato interpretato anche da Boz Scaggs nel suo disco dello scorso anno. La versione di Tench è un gioiello delicato, grazie ad un incastro di tastiere che paiono di cristallo. Poi la title track, "avresti potuto essere così fortunato", un titolo molto Petty, che è la canzone più differente, una sorta di inno da garage band che potrebbe risalire ai 13th Floor Elevator o ai gruppi di Nuggets, un brano che nel repertorio degli Heartbreakers farebbe un figurone. Blonde Girl In A Blue Dress è una ballatona dal ritmo loose su cui ameresti sentire i cori di Levon Helm e compagnia. Una canzone definitivamente da The Band. Today I Took Your Picture Down, "oggi ho tolto la tua fotografia", è un etereo lento malinconico molto heartbreakers con un gran impasto fra il piano e l'organo con cui singolarmente si apre l'album mentre è una di quelle canzoni con cui di solito i dischi si chiudono. Veronica Said paga l'ispirazione al riff di Fire di Springsteen, mentre Ecor Rouge è un tenue intermezzo strumentale vagamente jazzato come li faceva Van Morrison. Bello il boogie antico di Woobles e l'inno californiano di Like The Sun.
Un disco di valore con dentro l'anima, capace di comunicare ed emozionare specie l'ascoltatore che arriva da un rock americano di tanti anni fa. Mi piacerebbe sentire le stesse canzoni suonate da una band e non da session man.

mercoledì 19 febbraio 2014

la verità su Inside Llewyn Davis - A proposito di Davis


Ieri sera sono stato al cinema a svelare il mistero di A Proposito di Davis (Inside Llewyn Davis), un film che è stato annunciato come la cosa da vedere, ma che a quanto pare ha deluso molti.

La domanda dunque era: qual è la vera verità su Llewyn Davis?
La vera verità è che è un bel film, o almeno carino, ma è stato condannato da una serie di aspettative sbagliate. 
Aspettativa #1, che sia un capolavoro. Non lo è, è un dignitoso film medio dei fratelli Cohen: non è Fargo, Big LebowskiFratello dove sei
Aspettativa #2, che sia un film sulla scena del Village dell'inizio dei sixties. Non lo è, è un film ambientato in quello scenario, ma non su quella scena. 
Aspettativa #3, che sia una biografia del cantante folk Dave Van Ronk, con tutto che la gran parte di chi se lo aspettava Van Ronk non l'aveva mai neppure sentito. Non lo è: semplicemente i Cohen si sono aiutati con la sua biografia per ricostruire l'ambiente in cui si muove il loro cantante.

A Proposito di Davis è un film su un perdente assoluto, tema caro ai fratelli di St.Louis Park. Ma non un beautiful loser come il Drugo Lebowki, guida spirituale di tutta una generazione, la nostra. È un perdente davvero, uno che non ce l'ha fatta, uno che insegue un sogno, quello di essere un cantante folk, senza acchiapparlo - per sfortuna, per integrità e per mancanza del carisma necessario. Uno che deve elemosinare un posto per dormire sui divani o i pavimenti di chi incontra (niente di male: Dylan l'ha fatto per mesi, prima di diventare Dylan) e che non ha neppure un cappotto per ripararsi dal freddo invernale di New York. 

Davis canta il folk del Village, quello che rievoca la mai abbastanza celebrata scena del mai abbastanza compianto Bluto / John Belushi che sfascia una chitarra acustica sul muro. Gli succedono delle cose nel corso del paio di giorni che gli dedica il film, quelli in cui fa l'estremo tentativo di mantenersi come cantante prima di tornare a fare il marinaio su navi mercantili: cose bizzarre, come nello stile dei fratelli Cohen, personaggi assurdi, sottilmente buffi e tragici, mai risparmiati dalla feroce lama dei registi / sceneggiatori, che ridicolizzano tutti, dal pubblico del folk (deformi nerd intellettuali che portano alla mente un certo Woody Allen), alle donne feroci che circondano Davis (la gatta morta della cantante folk dall'aspetto angelico, come pure l'insopportabile sorella). 
Davis è uno che non ce la fa, ma non ce la fa davvero, ed è per questo che è difficile per il pubblico del film (pure tendenzialmente radical intellettuale) immedesimarsi con lui ed uscire soddisfatto.
Gli unici personaggi di una certa levatura sono Grossman, il manager del locale di Chicago, uno dei pochi ad essere perfettamente orientato nel mezzo degli avvenimenti; il violento marito della patetica attempata cantante folk, che non stenta a spendersi in difesa di chi ama; e nelle note finali del film, che riscattano e danno un senso a tutta la pellicola, la silhouette appena intuita di Bob Dylan, che si annuncia come un gigante fra i nani.



P.S.: un'ultima osservazione in calce, di natura però assolutamente personale. Fossi stato io, non avrei usato la pur ottima fotografia scelta dai Cohen, molto moderna, molto elegante e "Spielberg", ai miei occhi risulta però anacronistica rispetto agli anni '60 che racconta. Io avrei usato una vecchia fotografia modello Martin Scorsese di Mean Street. Ma io, volevo fare il regista... 




sabato 8 febbraio 2014

Paul Rodgers The Royal Sessions


Se Brian Eno ha registrato Music For Airports, questo Royal Sessions si potrebbe a buona ragione intitolare Music For Pubs. Al primo ascolto ti dici "già sentito troppe volte", al secondo "mettilo ancora", al centesimo "hey hey my my R&B will never die..."

Paul Rodgers, lo sapete, è stato i cantante dei Free (Allright Now) e dei Bad Company (Feel Like Makin' Love). Questo disco viaggia più dalle parti di Muddy Waters Blues. Sono tutte cover di classici del R&B, tanto classici che non credevo potessero essere incisi una volta di più. Ma la voce è suadente e gli arrangiamenti potenti e puntuali, un crossover fra il suono di Memphis della Stax e quello di Detroit della Tamla Motown. Stile The Commitments, ma meglio, meglio davvero.
Dunque perché non averlo?

I Thank You (Isaac Hayes / David Porter)
Down Don’t Bother Me (Albert King)
I Can’t Stand The Rain (Don Bryant / Bernard Miller / Ann Peebles)
I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) (Jerry Butler / Otis Redding)
That’s How Strong My Love Is (Roosevelt Jamison)
Walk On By (Burt Bacharach / Hal David)
Any Ole Way (Steve Cropper / Otis Redding)
It’s Growing (Warren Moore / Smokey Robinson)
Born Under A Bad Sign (William Bell / Booker T. Jones)
I’ve Got Dreams To Remember (Otis Redding)