martedì 28 gennaio 2014

la foto di copertina di Long Playing (una storia del Rock, lato A)


L’idea di scrivere una storia del rock me la sono sempre portata dietro. Fondamentalmente perché avrei sempre voluto leggerne una buona, ma siccome non l’ho mai trovata non c’era altra soluzione che scriverla da me (è questo in effetti il motivo principale per cui scrivo tutte le cose che scrivo). Con il passare degli anni, l’appropriarsi del rock da parte dei media borghesi, con tutta la banalizzazione che ne consegue, me lo ha poi reso un obbligo morale.
Anche la copertina del libro l’ho praticamente sempre avuta in mente. Cioè, proprio all’inizio all’inizio immaginavo un dipinto di Guy Peelaert con i volti di Elvis Presley, David Bowie e Bruce Springsteen uno di fianco all’altro. O in alternativa i volti di Chuck Berry, David Bowie e Bruce Springsteen uno di fianco all’altro (mai provato empatia per Elvis). Ma siccome dubitavo che la parcella di Peelaert fosse alla portata del mio budget, l’idea si trasformò subito nelle copertine di tre dischi di Berry Bowie & Springsteen uno di fianco all’altro, e da qui, anche per motivi grafici, le undici copertine più famose del rock - il buco nel mezzo era lo spazio dovuto al titolo. Una grafica del genere la diedi al mio primo sito BEAT ed a innumerevoli pagine sul web. Quando poi alla fine giunse davvero il grande momento di dover uscire dal regno della fantasia per realizzare effettivamente il progetto, mi accorsi che il libro era diventato troppo vasto per poter essere stampato in un unico volume e le copertine diventarono due. È più facile scegliere 11 grandi copertine che 22 perché mano a mano che la scelta si fa più vasta i candidati si moltiplicano. Il primo volume avrebbe coperto gli “anni sessanta e dintorni” - nella realtà gli anni cinquanta, i sessanta e quella parte di settanta che escludeva il ritorno del rock’n’roll, rappresentato da glam rock e da Springsteen.
Il titolo del libro fu un problema più complicato. Il titolo di lavoro era “Il Re del RnR”, che però aveva il difetto di marketing di vendersi come un prodotto di nicchia, un libro che privilegiasse il rock’n’roll degli oldies but goodies degli anni cinquanta. Ho compilato dozzine di liste di titoli, finché si materializzò quello un po’ cinematografico di The Long Play. Da lì a Long Playing fu l’intuizione di un attimo, che comportò anche la scelta di incorniciare il titolo in una etichetta old fashioned (vagamente ispirata alla Columbia Records, tramite i primi album americani di Costello dove il suo nome prendeva il posto di quello dell’etichetta) disegnata dal talento di Elio Capecchi.

La scelta della copertina nell’angolo superiore sinistro era facile: quale grafica più accattivante del primo album di Elvis Presley per la RCA? Che mi offriva un assist perfetto per il secondo volume, con il suo doppio nella cover di London Calling dei Clash. Siccome non esistono copertine mitiche dei dischi di Chuck Berry, con un salto di 10 anni sono arrivato dritto a Sgt.Pepper dei Beatles, che oltre alla rilevanza storica del vinile presenta la celebre e inarrivabile grafica psichedelica. Certo, esiste anche la foto dei fab four che attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, ma il confronto non regge.
Detto Beatles, viene da sé Bob Dylan. La copertina scelta era quella del suo capolavoro, Blonde On Blonde. Ma il disco non è fisicamente saltato fuori: in una collezione di migliaia di LP traslocati per trent’anni di casa in casa, la sorpresa è che non sono pochi quelli che si sono persi per strada. Escluso dunque il doppio, la foto di copertina più bella di Bob è per certo quella di Bringing It All Back Home, con la signora in rosso (Sally Grossman, moglie del manager), il caminetto, le riviste e le copertine dei dischi. Ma il disco non regge il confronto con Highway 61 Revisited, la cui copertina è pure fotografata da Daniel Kramer, con Dylan sempre a casa di Grossman che indossa la T-shirt con la scritta Triumph, che detto per inciso sotto un giubbotto in pelle da Fonzie rappresenta la mia divisa ufficiale.
Però sulla copertina del libro la cover di Dylan si inclina un po’ a destra, lasciando intravvedere sotto quella variopinta American rock del live degli MC5. Leggo tutto un messaggio in questo fatto, del tipo: non stiamo facendo della dietrologia qui, o la celebrazione dei luoghi comuni. Il rock’n’roll è sporco, sudato e rumoroso, e fatto anche delle piccole gemme dei tanti outsider. Gli MC5 di Detroit lo sono di certo.
Esiste una copertina rock più celebrata della banana gialla di Andy Warhol sullo sfondo bianco di Velvet Underground and Nico? È la copertina che inaugura la seconda riga, a sinistra del titolo. A destra le fa da contraltare quella di John Barleycorn, che con il suo pallore non risalta molto, parzialmente sovrapposta da un best dei Booker T. & the MGs, la backin’ band degli Stax Studios, il cui compito è quello di rappresentare il suono di Memphis e quello del sud, da Otis Redding fino ad Allman Brothers Band e Derek and the Dominos. Va da sé che confina con Sticky Fingers, la copertina più famosa dei Rolling Stones, di un disco parzialmente registrato proprio ai Muscle Shoals nell’Alabama.
Sul lato opposto la copertina originale di Electric Ladyland della Jimi Hendrix Experience, quello con la foto delle ladies nude. Con il timore che Amazon potesse rifiutare un libro sulla cui copertina si intravedessero delle tette (si sa come sono gli americani, preferiscono le armi da fuoco al sesso), la copertina del disco di Hendrix si intuisce appena sotto una bella foto della Virgin Records (che rappresenta il capitolo sulle avanguardie ed il rock di Canterbury), una mano a sei dita che mostra il segno della V per vittoria, titolo di un oscuro doppio vinile pubblicitario della casa discografica.
Tommy non è né il mio disco preferito degli Who, né la loro copertina che preferisco, ma avete un’idea di quello che rappresenta per milioni di fan e potenziali lettori del libro? Così eccola.
L’ultima riga di dischi rappresenta il completamento della storia: il faccione del Re Cremisi la vince facile nel progressive, anche se ho preso in considerazione anche la mucca di Atom Heart Mother e l’isola di niente dalla PFM. I Pink Floyd vengono comunque rappresentati dall’antologia che contiene i loro migliori singoli, Arnold Layne e See Emily Play.
Il capitolo sulla storia di Gram Parsons ha uno spazio importante nel libro, che è testimoniata dalla copertina di GP. L’ultimo quadratino rappresenta la fusion fra rock e jazz: sui Weather Report non si discute, l’unica incertezza l’ho avuta fra Black Market e Heavy Weather.

venerdì 24 gennaio 2014

Chi esattevolmente essere Who ?


C'è una marea crescente sulla spiaggia degli Who, il che è apparentemente sorprendente per una band dimezzata che ha registrato un (brutto) disco nel 1982 ed il successivo ed ultimo della serie nel 2006, mentre per quello che si sa a Townshend piace spendere il suo tempo piegato sulla chitarra a scrivere canzoni dolenti che archivia da qualche parte. Eppure sono sempre nel cuore dei fan, dei mod e degli acquirenti di dischi, oltre che fare il tutto esaurito ad ogni show, come il recente tour di Quadrophenia.
Per il 2014 sono ben tre gli annunci che li riguardano.
Il primo è il tour del cinquantesimo anniversario, che potrebbe essere l'ultimo (ma questo vale per ogni attività umana) e che è atteso come sempre da tutti i fan (che da Monterey in avanti comprendono una gran fetta degli Stati Uniti d'America).
Il secondo è Floss, il nuovo disco solista di Pete Townshend, che con il suo umorismo british il chitarrista ha definito "così cupo che si aspetta che chi lo ascolti si suicidi" e "una capatina nel campo di Sting" - un'uscita senz'altro ironica se è vero come mi dice chi lo conosce bene che il cantante pop inglese non sia esattamente il suo idolo.
Il terzo e per me più interessante è Going Back Home, un disco del grande Wilko Johnson con Roger Daltrey, in uscita a breve. Per pubblicizzarlo Wilko, che come è noto è purtroppo seriamente malato, e Roger terranno un concerto molto esclusivo all'O2 Shepherd Bush a fine febbraio. Io e Eleonora Bagarotti abbiamo già i biglietti, tanto dell'aereo che del concerto, e sarà un nostro privilegio farvene la cronaca.

Nel frattempo ho recuperato il disco degli Who (ridotti a duo) del 2004, Endless Wire. Un disco che a distanza di dieci anni pare ancora crescere ad ogni ascolto.

giovedì 23 gennaio 2014

Ci sono stati 10 dischi buoni negli anni duemila? #1


La musica rock di oggi è un paradosso, perché è una musica giovanile ascoltata da persone che giovani non sono più. C'è questa frase che viene ripetuta: esce ancora qualche disco buono ogni tanto, ma dopo averli ascoltati per un paio di settimane rimettiamo nello scaffale, mentre quelli che tornano sullo stereo sono sempre i classici dei glory days. L'ho sentito dire persino da Nick Cave.
Ma sono i dischi o siamo noi? Non è che tiriamo fuori i dischi del 1978 perché ci rievocano quando eravamo young & wild?
Lo chiedo perché in questi giorni mi è capitato di rimettere sul piatto un paio di dischi di oggi, Mojo di Tom Petty & the Heartbreakers e Big Moon Ritual, e pensare che sono capaci di mangiarsi il 99% dei dischi di Haight Ashbury... lo stesso The Next Day di Bowie... allora sono i dischi ad essere cambiati o siamo piuttosto noi?

Così intraprendo in tempo reale un esperimento. Riascoltare tutti i dischi degli anni duemila, anno per anno, per capire quali non hanno passato il test del tempo e quali invece hanno avuto il solo torto di non essere stampati nel '68 o nel '78 o nel '84...

Restate in ascolto... parto dal 2000

sabato 18 gennaio 2014

Pauline Butcher La mia vita con Frank Zappa


Ho appena finito di divorare FREAK OUT la mia vita con Frank Zappa, il libro di memorie di Pauline Butcher, la sua segretaria inglese dal 1967 all'inizio degli anni settanta.
Pauline non era un'appassionata di musica, non era una groupie, aveva gusti piuttosto borghesi però era (è) dotata di una viva intelligenza, di una apertura mentale e di diari accurati, tre caratteristiche che l'hanno messa in grado di realizzare una testimonianza molto lucida, molto accurata e, sono sicuro, molto obiettiva, di fatti di cui abbiamo sempre avuto informazioni di seconda mano, il periodo delle Mothers originali, la grande casa di Zappa a Laurel Canyon, e la scena musicale di Hollywood di quegli anni vivaci.
Una testimonianza che mi ha affascinato e mi ha aiutato a mettere a fuoco dettagli di situazioni di Zappa e della scena musicale che credevo di conoscere e soprattutto di aver infilato al posto giusto molti pezzi del puzzle. Mi spiace solo di aver già dato alle stampe il capitolo di Zappa sulla mia storia del rock, viceversa avrei approfittato a larghe mani dei racconti di Pauline.
Un'osservazione a margine: gli anni sessanta furono quelli della liberazione sessuale, ma questi diari mettono in bella evidenza come anche quello del rock fosse un mondo profondamente maschilista, dove la donna era subalterna all'uomo ed il suo ruolo potesse andare poco oltre alla groupie, la segretaria ed il riposo del guerriero.
Non a caso Pauline sottolinea esplicitamente come Zappa ritenesse che un mondo migliore potesse nascere dalla liberazione sessuale dell'umanità, ma di come ritenesse evidentemente che questa rivoluzione non dovesse riguardare la moglie (e suppongo la madre e la sorella).
Una lettura per tutti quelli che come me amano mettere a fuoco un periodo ed una cultura irripetibili, quelli della scena della musica rock.
Tradotto molto bene da Paolo Bassotti, regalato da Eleonora.

Quando il rock era vivo


Quando c'era una scena rock, la nostra musica era una cosa viva. Per esempio cresceva. La musica del 1957 era diversa da quella del 1960, che è diversa da quella del '63, che non era quella del '67, che era altra cosa da quella del 1970, che era cambiata nel '73 ed ancora lo era nel '77, che non era la musica dell'84.
Ascoltando un disco di quei decenni è molto probabile che si riesca a capire in che anno fu registrato, come si trattasse di degustare un vino prezioso. Si distingue cronologicamente il surf di Surfin USA dal beat di I Want To Hold Your Hand, dal sitar di Paint It Black, dall'Americana di Music From Big Pink.
I musicisti crescevano. I dischi delle band non erano uguali fra di loro. Help! è molto diverso da Sgt.Pepper, che è diverso dall'album bianco che è diverso da Abbey Road. Mr.Fantasy (1967) è del tutto diverso da John Barleycorn (1970). Eppure sono sempre i Traffic a tre anni di distanza. Tre anni: lo stesso tempo che è passato fra il 2010 ed il 2014.
È perché il rock era vivo e non vintage.

venerdì 17 gennaio 2014

Paper Aeroplanes > Little Letters


Ci sono dischi che mi fanno sentire vecchio, ed altri che mi fanno sentire giovane. I Paper Aeroplanes mi fanno sentire giovane. Probabilmente perché sono una indie band britannica (del Galles), con un suono fresco, un sacco di energia, la struggente voce di Sarah Howells e piccole grandi melodie orecchiabili che ti mettono voglia di cantarle.
Che a dirla tutta più che una band gli Aeroplanes sono un duo, il chitarrista e la cantante, ma hanno un po' di musicisti che li accompagnano ed il risultato sul disco Little Letters è quello corale di una band. Richard Llewellyn e Sarah Howells sono un duo come Richard e Linda Thompson, o come Glen Hansard e Markéta Irglová, quelli di Once, che alla lontana il disco mi ha portato alla mente.

C'è la fresca energia dell'indie rock britannico, ma anche la struggente poesia della bruma della costa del Regno Unito. When The Window Shook è un pop contagioso, Red Rover e Singing To Elvis sono inquiete e meste, Little Letters potrebbe essere una ballata di Pour Down Like Silver, Multiple Love è una ballata tormentata sulle note immobili di un pianoforte.

Uno dei dischi migliori del 2013, un piccolo scrigno di delicata poesia che piacerà agli amanti di Smiths, del folk inglese, di Marianne Faithfull, e a chi non vuole chiudersi nell'armadio del passato.

Per citare una recensione: "a truly beautiful album of perfect pop vignettes..."

giovedì 16 gennaio 2014

Sugar Ray Dogs > Sick Love Affair


Un nuovo grande disco da Little Italy, da qualche giorno in rotazione no-stop sul mio stereo. È Sick Love Affair dei Sugar Ray Dogs, un trio che viene dalle swamp, per quanto mi pare di indovinare del triangolo fra il Ticino e il Po (ma non lo so, in effetti).
Lupi mannari delle risaie, cajun della Lomellina, creoli della Lombardia. Un disco notturno che ammalia fra echi di Willy DeVille, Robert Johnson e Tex Willer. Per qualche bizzarro motivo i due brani che lo aprono non sono quelli che più mi hanno conquistato: la giga irlandese di Time To Run e il blues cupo di Road Of 7 Sins.  Belli, per carità, i sette peccati capitali portano alla mente persino il Ry Cooder d'annata.
Ma è con Fall In Love che comincio a sciogliermi, che mi pare un inedito del grande Willy DeVille. Che non a caso ospite del trio di lupetti mannari c'è il grande Freddy Coella, che chi ha visto con DeVille non dimentica, e chi non l'ha visto si procuri (ma subito) Willy DeVille Live At Montreux 1994, che è uno dei più intensi film in concerto in circolazione.

"I fall in love with every girl, I fall in love with every emotion" canta Ernani Natarella, mentre Alberto Steri lo accompagna alle chitarre e Andrea Paradiso ci da dentro con il ritmo.

Nocturnal è una fuga nella notte "Oh oh, I'm feeling like a black crow, oh oh I think I'm gonna die, your ghost's still knockin' on my door, comes to me every night" sull'indiavolato violino di Chiara Giacobbe.
Baby No Mercy è una ballata zingara su un gran mandolino, che ti strizza l'anima nel coro di "...and I'll be gone over the rising sun, you'll se me fall apart over the rising sun, baby no mercy, you have no mercy, no mercy on me". Grande!
Red Dog è una tarantella, come la faceva la PFM in Celebration tanti anni fa.
Tonight è uno spaghetti western alla Morricone: "Tonight tonight, there's no escape, tonight tonight you'll be mine".
Irresistibile la ballata di We're All Irish, che porta per forza di cose alla mente persino il cielo d'Irlanda ("siamo tutti irlandesi in fondo alla nostra anima").
Story Without Glory è una fumosa ballata folk di periferia, su una storia d'amore finita senza gloria.
Every Man Has His Jail, ogni uomo ha la sua prigione, è una giga che sembra saltar fuori dalle Seeger Sessions.

Bello, proprio bello. Con una ballatona alla luna in chiusura sarebbe stato perfetto. Manca solo quella. Consigliatissimo a tutti i BEATers.

mercoledì 15 gennaio 2014

Bruce Springsteen Born In The USA il film



È diventata un'abitudine che i dischi vengano ormai proposti sul mercato in una serie infinita di variazioni e gusti, allo scopo immagino di stuzzicare acquirenti sempre più anemici: versioni liquide, versioni con bonus track, con bonus CD, con DVD, vinili doppi, vinili con CD. L'edizione che ho avuto io del CD di High Hopes del Boss contiene anche un DVD intitolato Born In The USA Live.
Come il titolo suggerisce, si tratta della registrazione di un concerto londinese della E Street Band in cui il gruppo fa l'intero album del 1984 con i brani nell'ordine originale.

È una moda spuntata in questi ultimi anni di recupero del rock vintage quella di riproporre i dischi degli anni classici del rock. A memoria mia la cosa è iniziata sotto forma di omaggi da parte di altri artisti, per esempio i concerti di Halloween di Phish o Gov't Mule, in cui venivano riproposti interi album di Who, Velvet Underground, Talking Heads, Led Zeppelin, Pink Floyd. Poi arrivò il bel Trinity Revisited dei Cowboy Junkies, e da li fu un diluvio. Con l'eccezione del disco dei CJ però, superata la fase di piacere di riascoltare la versione nuova di un disco che si è amato ci si rende conto che difficilmente un artista anziano riesce a rievocare i toni vergini e selvaggi dei suoi anni d'oro, quando la mancanza di consapevolezza era un ingrediente essenziale del processo creativo. E dunque Berlin Live di Lou Reed rispetto al capolavoro originale è un disco tronfio e rallentato, e Astral Weeks Live di Van Morrison è tanto pesante quanto l'originale era lieve come un aliante.
Per cui mi sono avvicinato con cautela al film di Springsteen. Cautela che per fortuna è stata spazzata subito via come la nebbia al sole...

È inevitabilmente la E Street Band di oggi, quella senza Clarence e senza Danny. Però è anche supportata da una gran sezione di fiati che la irrobustisce come la soul band che vedemmo nel tour di Tunnel Of Love, quella che suonava l'inarrivabile Boom Boom di John Lee Hooker. E con tanto di Suzy Tyrell, Miami Steve, Nils e tutto il resto. Il suono è eccellente e la coesione della band al massimo. Chi non aveva apprezzato le sonorità un po' cariche del missaggio del Born In The USA degli anni ottanta avrà di che rallegrarsi per questo suono fra The River e la soul band di War. Tutti i brani sono presentati al meglio, senza inutili appesantimenti e senza i trionfalismi che minano queste operazioni, ma con i migliori aggiustamenti del caso. La sequenza è contagiosa: com'è possibile resistere a Downbound Train > I'm on Fire > No Surrender > Bobby Jean > I'm Going Down > Glory Days? 
Giunto a Dancing In The Dark Bruce fa quello che tutti i fan degli ultimi tempi ben sanno: invita la mamma a danzare sul palco, e non appagato chiama anche la figlia e suonare la chitarra, o almeno a fingere di farlo. Lui è fatto così, prendere o lasciare.
La qualità audio, dicevo, è ottima. Quella del video è di uno standard sindacale. Certo, la magnificenza del film dei Rolling Stones ad Hyde Park è tale da aver resetttato la nostra percezione di film in concerto, rovinando irrimediabilmente la nostra capacità di godere in futuro di ogni ripresa live. È come far seguire un documentario alla visione di un film di Stanley Kubrick.
Per questo potendo scegliere avrei preferito un CD musicale dell'evento, ma in effetti era da anni che non vedevo Springsteen in concerto così da vicino (no, non è vero, l'ho visto dal pit, ma in effetti, si vedono i concerti dal pit? Non alla mia età...).




martedì 14 gennaio 2014

tutti i dischi di Bruce Springsteen



Bruce Springsteen è l’uomo che ha reinventato il rock & roll. Nel 1972 rock & roll significava revival, Sha-na-na, Platters e oldies but goodies. Elvis, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard erano gli idoli dei padri, non dei figli. Quando il 5 agosto 1972 si tenne al Wembley Stadium a Londra, nella vecchia Inghilterra, uno show di vecchie stelle, a cui furono invitati Bo Diddley, Jerry Lee, Bill Haley, Little Richard e Berry, per molti giovani fans di Stones e Glam Rock (come me) quella fu la prima occasione di sdoganamento del R&R, assieme a cover di quegli anni come Sweet Sixteen di Ringo Starr e Stand By Me di John Lennon. Ma lo si considerava comunque sempre un divertissement di canzoncine di tre minuti. Poi arrivò Bruce Springsteen, che cantava il rock & roll ma cantava anche la nostra vita, le nostre situazioni, i nostri inni. Uno scatenato rocker in cui identificarsi totalmente. Springsteen arrivava dalla scena dei bar, delle cover band che suonavano gli hit per i turisti del Jersey Shore, soprattutto i 45 giri di quella seminale scena del rock & roll “minore” dei primi anni sessanta, dopo “the day that rock & roll died” (Elvis a militare, Jerry Lee in galera, Little Richard ritirato, Buddy Holly e Ritchie Valens muoiono in un incidente aereo) e prima della british invasion. La scena Soul di Memphis, la Philles, Roy Orbison, Dion & The Belmonts, Gary US Bonds, Jackie Del Shannon, Johnny Rivers, Mitch Ryder, Isley Brothers… Bruce Springsteen era un interprete indiavolato ed un leader nato, tanto da guadagnarsi il soprannome di “capo” (boss) e di coagulare attorno a sé il meglio della scena musicale del shore. Il suo progetto era di dirigere una grande R&B band con i fiati, come avrebbe poi fatto negli anni a venire un amico della stessa scena, Southside Johnny.

Aggiornato:

lunedì 13 gennaio 2014

Bruce Springsteen High Hopes la recensione

La domanda è: perché Bruce Springsteen non invecchia come Johnny Cash, non si limita a farsi produrre i dischi da qualche entertainer di Hollywood come Rick Rubin o T-Bone Burnett e si siede a guardare il mondo come un grande vecchio? 
La risposta è che Springsteen non ha nessuna intenzione di diventare vecchio e di stare a guardare il mondo da saggio c'era-una-volta. Bruce Springsteen non si è ancora congedato ed è ancora oggi più che mai on the line of fire. 
Non sono tutte rose e fiori. Ha cercato negli anni novanta a incanalare energia e talento ma la sua insicurezza, quella che già negli heyday gli faceva registrare e riregistrare i dischi per anni prima di decidersi a darli alle stampe, lo ha paralizzato. I progetti sono stati bocciati l'uno dopo l'altro e quello che abbiamo ascoltato sono pochi spezzoni, poche tracks
Poi è tornato a cercare l'abbraccio del suo pubblico come Elvis a Las Vegas, con interminabili festosi show di greatest hits e di songs on demand come un juke-box. Penso al vecchio Neil Young che qualche giorno fa alla Carnegie Hall ai fan delle prime file che gridavano richieste ad alta voce ha risposto: "avete finito?" (sottotitolo: di rompere i coglioni...) 
A parte la strepitosa vena di Seeger Sessions, che infatti è il suo disco in assoluto che ha venduto meno, gli altri lavori sono stati sofferti e piegati su sé stessi, in una incapacità di realizzazione che va di pari passo all'esaurimento della vena creativa. Springsteen ha già scritto canzoni a centinaia, migliaia. Nessuno ne ha così tante, sorry. 
High Hopes è un passo nella direzione giusta. È un disco rock'n'roll. È un disco contemporaneo. È un disco per il pubblico e non per i vecchi fan. È un disco anche per i giovani. È un disco che comunica energia e ottimismo e mette all'ascoltatore voglia di ballare e di suonare l'air guitar... 
Questa che segue è la recensione che ho scritto (sotto pseudonimo) il giorno stesso di dicembre in cui ho sentito per la prima volta il disco, e sulla quale a distanza di venti giorni e cento ascolti sono ancora d'accordo. 

Ecco il nuovo disco di Bruce Springsteen. Si intitola High Hopes, grandi speranze, ed è il quinto album rock del nuovo millenio, quindi se non contiamo We Shall Overcome (troppo bello per essere vero), Devil & Dust ed i due live. 
High Hopes il Boss non l'ha registrato per voi, fan segaioli che vi mettete in coda la sera prima dei concerti per entrare nel pit e che cantate tutta Born To Run parola per parola anticipando impercettibilmente il cantante mulinando il braccio nell'aria. Springsteen questo disco l'ha registrato per i ventenni che non prendono ancora il viagra, per entrare nelle classifiche di questo mondo divenuto ingrato, per quelli che comprano Lightning Bolt dei Pearl Jam e che da qualche parte in casa hanno anche Amy Winehouse.
Per cui non rompete le palle con The River, che è stato registrato 33 anni fa, né con il suo drumming elettronico ed i suoni pompati ed il muro del suono. È un bel disco. Oddio, magari senza grandi nuove canzoni, ma quelle è da un pezzo che il Boss le ha finite e chi gliene fa una colpa dovrebbe averne scritte qualche centinaio come lui e poi ne riparliamo. A me High Hopes piace. Soprattutto se suona sullo sfondo, sia pure a volume altissimo, o in auto. 
Mi piace che Springsteen non si pianga addosso come il nonno che andiamo a trovare all'ospizio, mi piace che ci dia dentro in High Hopes, in American Skin (mai suonata meglio), in Down In The Hole che già adoro, in This Is Your Sword, che richiama la sua passione per l'Irlanda e per i Pogues. Mi piace come sussurra con energia in Hunter Of Invisible Game, dove lascia uscire il teppista di Jack Of All Trades (quasi l'unica canzone ascoltabile del precedente Wrecking Ball). Mi piace che rievochi in modo nuovo le canzoni come se fossero delle persone, come fa con The Ghost Of Tom Joad che sposta dallo scaffale acustico di Nebraska a quello elettrico di Murder Incorporated (anche se bisogna ammettere che poteva sforzarsi un po' di più specie con la batteria e che la versione originale era da pelle d'oca, e l'assolo di moog di Roy fa un po' Keith Emerson). 
Bella The Wall e Dream Baby Dream infine è perfetta, all'altezza di qualsiasi cosa quest'uomo abbia cantato nella sua vita.

Springsteen oggi è questo, non è vintage è solo usato, ma un usato quattro stelle che ci da ancora dentro. È più Clash che Born To Run. Magari gli Stones il rock del duemila lo sapessero suonare così.
Lo tornerei anche a vedere in concerto, se mi promettesse di non fare neanche un solo brano del secolo scorso, neanche nei bis.

Per me High Hopes è un disco come quelli dei Clash. Ce n'era anche lì a bizzeffe di suono pompato. High Hopes è in un punto a vostra scelta fra Combat Rock (che era un capolavoro cinque stelle) ed il successivo Cut The Crap (che era ad una stella a dargliela buona). Per me High Hopes è a quattro stelle. Le vostre stelle giudicatele da soli. 



domenica 12 gennaio 2014

Carolyne Mas allo Spazio teatro 89 Milano 2014


Una grande serata, quella che si è svolta ieri - 11 gennaio 2014 - a Milano per il concerto di Carolyne Mas. Per una sera, il Teatro 89 è sembrato trasformarsi in uno di quei club del Greenwich Village dove a Carolyne poteva capitare di intrattenere il pubblico jammando con musicisti ospiti, proprio come è stato con la Working Class Band di Daniele Tenca, che l'accompagnava nello Spazio tutto esaurito per l'occasione.
Sembra essere passata molta acqua sotto i ponti dal tour italiano dello scorso anno, quando Carolyne si esibiva con il solo accompagnamento del basso di Lupo Lupi in memorabili concerti di fronte ad un pubblico selezionato ma decisamente ristretto. Nel corso dell'anno ha registrato il suo nuovo album per la Route 61, il suo disco migliore dai giorni di gloria del Village dell'inizio degli anni '80, prodotto da Ermanno Labianca in modo molto rispettoso del suo nuovo stile, fra soul bianco, songwriting e Broadway. Così era un pubblico di qualche centinaia di persone quello che ieri sera letteralmente gremiva il Teatro 89 e c'è solo da augurarsi che sia l'alba un nuovo mattino per la grande Carolyne.


Esibendo una grande voce ed una grande anima, la Mas ha condotto il proprio show fra chitarra e pianoforte, e non è necessariamente facile sintonizzare il suo stile con quello della band di accompagnamento, che ha incastrato alcuni propri brani con il risultato di creare un'atmosfera rilassata ed amichevole proprio come quella che si respirava nei club del Village, ma che al tempo stesso ha reso più difficile allo show il raggiungimento di un certo climax.
Su questa tavolozza, ad amalgamare le suadenti sonorità vocali della Mas faceva da collante uno scenario ritmico mai ostentato o in prima linea ma così deciso da essere stata lei ad indicare, di quando in quando, la strada al gruppo. Alcuni brani, come la romantica New York City Serenade di Springsteen, hanno sofferto dell'accompagnamento corale del gruppo mentre il meglio del melange è arrivato in brani blues elettrici come Stormy Monday, dove la Mas si è dimostrata una vera blues mama.
Il repertorio è essenzialmente quello del nuovo disco, vale a dire introdotto dallo scat swing di Dizzy From I-IV-V e That Swing Thing, Across The River di Willie, Under The Boarwalk dei Drifters, Mexican Love Song, Witch Blues di Steve Forbert (con un accompagnamento di chitarra in bella calligrafia di Heggy Vezzano), il suo hit Sittin' In The Dark (tenuto un po' breve) e una bella versione del classicissimo Goodnight Irene, che forse Carolyne avrebbe voluto accompagnato dal canto del pubblico. Un pubblico attento e appagato ma tranquillo, almeno fino alle richieste dei bis finali. Una sorpresa si è rivelata la chitarra solista di Heggy Vezzano, che ha trasportato il pubblico dal cuore di New York alla Londra anni sessanta del Marquee dei chitarristi blues come Peter Green.


di Blue Bottazzi & Eleonora Bagarotti 


tutte le volte di Springsteen



Un post di due anni, aggiornato oggi ad High Hopes.

Credo di ricordare quasi ogni volta che ho acquistato un disco nuovo del Boss, perché quasi ogni volta è stato un giorno importante per me. Ci ho scritto un pezzo quando è uscito Working On A Dream, ma provo ugualmente a replicarlo in breve oggi che è uscito Wrecking Ball.

Il mio primo disco “nuovo” di Bruce fu Darkness On The Edge Of Town nell’estate di quell’anno (musicalmente) unico che fu il 1978. Conoscevo già Born To Run e The Wild & The Innocent, ma per me allora Bruce non era troppo di più di un bravo rocker. Mi mise in mano quel LP il mio pusher personale, un vero appassionato che trasportava i dischi su un van e che mi consigliava, mi vendeva e quello che non potevo comprare me lo registrava (gratis) su cassetta. Con gli anni sarebbe diventato ricco ma anche un vero scrooge. Non so se gli piace ancora la musica, ma allora mi fece conoscere fra gli altri gli Allman Brothers Band, Johnny Winter, Robert Wyatt, John Mayall e mi accompagnò a vedere The Last Waltz della Band.
All’inizio a Darkness preferivo Street Legal di Bob Dylan (che mi piaceva molto, con quel suo R&B molto cool) e Heat Treatment di Graham Parker & The Rumour. Ma in breve Badlands e The Promised Land divennero irresistibili.

Divenni un vero fan quando uno studente di architettura si presentò in città con quattro o cinque copie di un bootleg triplo dal titolo Winterland 78. Ci passai su una vita, in cuffia per cercare di capire tutte le parole del Boss.

The River credevo fosse dal vivo, perché era doppio. Un altro disco da una vita.
Dedication di Gary US Bonds lo portavo con me sotto braccio per farlo ascoltare agli amici raccontando loro che era il disco nuovo del Boss.

Ero nel magazzino di un grossista quando misero Nebraska appena arrivato. L’emozionante voce del Boss ma senza band. Lo imparai a memoria.

Quando nel 1984 uscì Born In The USA avevo appuntamento con una ragazza a Milano alla sera. Lo registrai su una cassetta, lo ascoltai per tutto il viaggio in autostrada, e poi rimanemmo parcheggiati in auto ad ascoltarlo sotto casa sua per tutta la serata. Quando ripartii le regalai il nastro. Lei doveva avere molta pazienza e probabilmente più passione per me che per il Boss.  Comunque quel disco fu la colonna sonora dei miei Glory Days.

In Tunnel Of Love mi sarei identificato molto a lungo, ma non ricordo come lo ascoltai per la prima volta.

Invece Lucky Town / Human Touch suonava sullo stereo quando entrai nel negozio di dischi, Alphaville del buon Antonio. Non avrei voluto ascoltarlo li, ma la doppietta Better Days / Lucky Town mi stese e così l’ascoltammo così, in negozio tutti assieme.

Le altre volte furono più convenzionali; all’inizio del duemila avevo perso un po’ il sincrono con il Boss. Live In NYC e The Rising non li acquistai neppure il giorno dell’uscita. Ricordo però che ero a passeggio per Pavia quando da una finestra aperta di via Garibaldi (di fronte a quella chiesa medioevale) usciva ad altissimo volume un rock & roll irresistibile: era Further On Up The Road, che per tutto il decennio sarebbe stata la canzone che ascoltai di più di Bruce.

The Seeger Session mi folgorò all’istante, mentre Devil & Dust mi annoiava e lo riposi alla svelta e ancora oggi non me lo ricordo mai.

Magic lo infilai nello stereo dell’auto in una giornata di pioggia e continuai a girare sulla tangenziale per ascoltarlo. Mi divertiva, ma ho cominciato ad apprezzarlo davvero solo di recente, almeno tutta la seconda facciata.

Per Working On A Dream recuperai i miei stivaletti da cowboy degli anni novanta ed organizzai un hot-dog party in cui misi il disco per la prima volta. Outlaw Pete impressionò tutti, positivamente.

Di Wrecking Ball si parlava in anticipo. Io preferito aspettare l’uscita ufficiale, per perpetuare il rito del primo ascolto. L’ho acquistato nel mio negozio di dischi sotto una pioggia battente, e l’ho infilato nello stereo mentre con la mia ragazzina (nove anni) in auto raggiungevamo in campagna la mia personal Woodstock. Mi ha impressionato che lei prendesse in mano spontaneamente il libretto per chiedermi “papà, che canzone è questa?” e poi “Bruce Springsteen fa sempre una canzone così, mi piace”.

Mi ha fatto sentire come nella canzone Valentine Day, quando Bruce canta:

“un amico mio è diventato padre l’altra notte
e mentre parlava nella sua voce ho sentito la luce dei cieli e i fiumi 
e il legno nelle pinete e quel grande juke-box sulla Route 39… “


Con High Hopes è andata in modo ancora differente. Innanzi tutto l'elemento sorpresa è stato smussato dal titolo di una canzone che Springsteen & la E Street Band avevano già pubblicato, sia pure un po' di nascosto. Le incisioni legate al Greatest Hits e soprannominate Blood Brothers le ho sempre considerate come il grande lost album degli streeters. Almeno tre canzoni fra i titoli erano già note. Poi c'è stato l'incidente, forse un'abile operazione di marketing, di far scappare sul web i brani del disco prima che fossero in vendita. Mi sono proposto di aspettare l'uscita ufficiale, invece poi ho scaricato subito i pezzi e li ho stampati su un CD-R che ho infilato nello stereo, scrivendo di getto una recensione. Essendo la cosa contro le mie guidelines (non scrivere mai di un disco prima di averlo lasciato sedimentare) ho firmato con l'alter ego di Silver Surfin
Oggi, che il disco è stato distribuito nei negozi con qualche giorno di anticipo, sono passato dal mio consueto spacciatore di vinili, che ne aveva ancora solo una copia. Gli ho detto che, conoscendo già il disco, avrei aspettato il vinile. Giunto alla porta sono tornato indietro e me lo sono fatto dare. Piovigginava, come ultimamente tutte le volte che esce un disco di Springsteen. Ho infilato il dischetto, mi sono ficcato in tangenziale e poi nelle strade deserte della campagna. Poi a casa, tutto solo, l'ho messo a tutto volume e sta ancora suonando. Ho deciso che continua a piacermi molto (dalle parti di Combat Rock, per spiegarmi) e che non ci sarà alcun bisogno di scrivere una nuova recensione in bella calligrafia. Sono ancora del tutto d'accordo con il surfer



leggi anche Tutti i dischi di Bruce Springsteen


sabato 11 gennaio 2014

La querelle High Hopes


Da un mese a questa parte sulle strade musicali del web non si parla d'altro: High Hopes è un capolavoro o un'indecenza? Merito di un marketing virale particolarmente efficace, che forse non ha avuto paura neppure del rischio di mettere (accidentalmente?) a disposizione le canzoni del disco in anticipo rispetto all'uscita ufficiale, oppure sintomo dell'attesa spasmodica che Springsteen dopo quarant'anni è ancora capace di provocare?
Da un certo punto di vista è da tutta la vita che siamo in crisi d'astinenza dei dischi del Boss.
Paradigmatica dei due partiti che si sono venuti a formare, i pro e i contro (anche se si tratta di due schieramenti fluidi, va detto, con sempre più ostili che dopo qualche ascolto disertano per unirsi ai partigiani) sono le due recensioni di Silver Surfer (1) e di Mauro Zambellini.
Paradossale anche perché il surfer e Zambo sentono quasi esattamente le stesse cose pur ricavandone due giudizi opposti, come quella favola di Esopo dove la volpe e la cornacchia litigavano perché vedevano le foglie di due colori differenti.

lunedì 6 gennaio 2014

la befana porta i preferiti di BEAT del 2013

Sul podio: 

(1) David Bowie: The Next Day 
Lo davamo tutti per ritirato per sempre, ma soprattutto lo davamo per ritirato al momento giusto (o poco dopo), cioè quando aveva ormai dato tutto quanto aveva da dare. Invece i 10 anni lontani delle scene gli sono stati preziosi per ricaricare le pile e soprattutto trovare argomenti. The Next Day è il suo Blonde On Blonde, il suo doppio LP capolavoro. Ispirato alle sonorità di Low ed Heroes, minimaliste, essenziali, elettroniche, industriali, è più sviluppato, ricco e complesso dei due dischi degli anni '70.

(2) Todd Rundgren: State 
Un altro artista d'avanguardia degli anni settanta tornato dall'oblio. Questo è americano: il Mozart di Philadelphia. Per il suo ritorno si è fatto prestare un po' di CD dal figlio ed ha realizzato un disco hip-hop. Sotto ci sono sempre le sue belle canzoni, è la veste ad essere nuova ed accattivante.

(3) Gov't Mule: Shout!
L'ultima delle grandi band degli nani settanta (sì, lo so che si sono formati dei '90). Hanno le canzoni, gli arrangiamenti, i passaggi strumentali di una volta, quando un disco cresceva ascolto dopo ascolto per poi rimanere per sempre. Shout è uno dei dischi più divertenti della loro collezione assieme a The Deep End (1 & 2), grazie alla felice idea di proporre un disco in proprio ed uno con un cantante ospite del calibro di Dave Matthews, Elvis Costello, Dr.John o Steve Winwood.

La musica Rock non sarà magari più quella che era, ma questi tre sono all'altezza di ogni classico d'annata.

Dischi caldi: 

Carolyne Mas: Across The River
Un grande disco per il ritorno di una stella del firmamento americano. La Mas canta in veste quasi acustica (piano, chitarra e voce) toccanti serenate di NYC, da Broadway allo swing, a cover di Willie Nile, Steve Forbert e Bruce Springsteen. 

Anders Osborne: Peace
Un grande rock dalle parti della nuova scena psichedelica dei fratelli Robinson dei Black Crowes, di Tom Petty & The Heartbreakers e compagnia, ma anche degli Stones di Exile. Chitarre elettriche e ballate romantiche, ma anche rock moderno senza orpelli.

Un disco che è uno scrigno di grandi canzoni senza un solo filler. Un'isola del tesoro per qualsiasi musicista in cerca di cover, grazie alle canzoni in bilico fra il Village e Nashville, folk deliziosamente orecchiabili, ballate da cowboy e folk irlandesi. C'è sapore di Willie Nile, Forbert, un po' di Elliott Murphy, c'è la California degli anni sessanta, c'è Dylan.

Jacco Gardner: Cabinet Of Curiosities 
Uno dei dischi più divertenti dell'anno: Summer of Love, 1967, Syd Barrett, Turtles, Sgt.Pepper. Canzoni che recitano l'incantesimo dei pensieri felici e trascinano in uno spazio tempo affascinante, in un altrove da questo presente in grigio, in una favola nordica che non avremmo più voglia di lasciare. 

Paper Airplanes: Little Letters 
Affascinante il suono indie inglese di Little Letters, arrivato in zona cesarini tanto che non l'ho ancora recensito, ma seguendo le ferree regole dell'algoritmo del calcolo dei miei dischi preferiti si è piazzato fra Jacco Gardner e il Macca (e con altri ascolti potrebbe anche salire più in alto). La bella voce della cantante porta alla mente la Markéta Irglová che canta If You Want Me nella colonna sonora di Once. Malinconico, inglese ma anche vivace. 

Paul McCartney: New 
Un suono moderno ma con le canzoni di una volta, i cori di Paul e dei Beatles. Un bel riconoscimento per un artista in pista da più di cinquant'anni ed ancora capace di conquistare. Il disco preferito dell'anno di mia figlia, radiofonico come ai tempi in cui alla radio le nuove canzoni che trasmettevano erano belle. 

Hernandez & Sampedro: Happy Island
"...queste canzoni hanno rinnovato in me la sorpresa e la delizia e l’ingenuo entusiasmo e l’evocativa energia di quando da ragazzo ascoltavo per le prime volte i vinili californiani marchiati Reprise o Asylum"
"...neanche i miei sogni più selvaggi potevano prepararmi al suono che esce dal CD Happy Island (Isola Felice) del duo Hernandez & Sampedro. Avete presente Decemberists, R.E.M., Counting Crows?"
La notizia è che H&S non vivono a Seattle ma lungo la via Emilia.  

Segnalati: 

Sono molti i dischi belli che ho avuto la fortuna di ascoltare quest'anno. 

The North Mississippi Allstars (World Boogie Is Coming) non è perfettamente rollingstoniano come il precedente, ma è teso nel tentativo di creare il blues elettrico del nuovo millennio. Irresistibili i 10 minuti di Jumper On The Line e gli 1:27 della cover di My Babe di Willie Dixon. 

Joe Nolan (Tornado) è uno splendido disco di canzoni, cantautorale, magnetico, ammaliato, magico, stregato, immobile e contemporaneo, dalle parti di Cowboy Junkies, Ryan Adams e del Neil Young di On The Beach. E Nolan ha solo 22 anni.

Steve Cradock (Travel Wild Travel Free) è per tutti coloro che amano la psichedelica inglese, di modello Robyn Hitchcock per capirci. 

Un altro ottimo disco inglese è Crimson Red dei Prefab Sprout. Le canzoni sono molto buone e se ci fosse davvero dietro la band e non il solo Paddy McAloon sarebbe uno dei dischi migliori dell'anno. Così invece dopo qualche ascolto sembra di più il demo di uno dei dischi migliori dell'anno. 

Sunday Morning Record di The Band Of Heathens è perfetto per tutti coloro a cui manca la West Coast dei seventies, da Doobie Brothers a Little Feat. 

Tutte le recensioni su questo BEAT. 

i dischi italiani: 

I miei dischi italiani preferiti dell'anno sono i citati Hernandez & Sampedro con il perfetto esordio di Happy Island, il live No Way Back dei Miami & The Groovers, la conferma di Lake Pontchartrain di Cesare Carugi. Una segnalazione speciale per Desmond di Ubba, Lorenzo Semprini (Cowboy), Luca Rovini al suo esordio, Bernardo Lanzetti dal vivo con l'orchestra per gli amanti del prog anni settanta e Sick Love Affair dei Sugar Ray Dogs, italici Loup Garou con l'anima nella Louisiana e nei dischi di Willy DeVille.

Canzone italo americana dell'anno We'll Meet Again Someday di Cesare Carugi. 

Trovate tutte le recensioni su Little Italy


Premio speciale all'antologia: Amarcord di Bocephus King
Concerto dell'anno: Neil Young & Crazy Horse, Black Crowes, Fleetwood Mac 
Miglior film: temo non ci sia. 
Miglior libro: beh, che ve lo dico a fà? 


Una ottima annata il 2013. Riserva. 








sabato 4 gennaio 2014

Carolyne Mas tour italiano 2014


Carolyne Mas è in Italia, per un tour che comprenderà tutto il mese di gennaio, e che vi consiglio caldamente di non perdervi perché la cantante sta vivendo il secondo picco della prima carriera.
Il primo, lo ricordo, è quando la giovanissima Carolyne si conquistò il soprannome di Springsteen in gonnella, nei magnifici giorni del Greenwich Village elettrico di Willie Nile, Steve Forbert, Garland Jeffreys, Roches e compagnia. Registrò un tris di splendidi album, Carolyne Mas, Hold On e Mas Histeria, che si potrebbero portare al poker con il più mainstream Modern Dreams. Non poté godere del successo per una serie di sfortunate circostanze, che implicano la casa discografica ed un manager che se ne fuggì con la cassa, lasciandola negli anni '80 con la necessità di vendere la Fender e trovarsi un lavoro come cameriera per sbarcare il lunario.
Lo scorso anno, al termine di un toccante tour acustico per chitarra, piano e voce (accompagnata dal basso di Andrea "Lupo" Lupi, la Mas ha registrato un magnifico album per la Route 61, dal titolo Across The River, saturo della poesia di New York City Serenade (Springsteen), Witch Blues (Forbert), Across The River (Willie Nile), In A Box (Carolyne Mas), Under The Boardwalk (Drifters), un disco intenso dove il r'n'r degli anni della new wave viene sostituito dalla musica americana un po' alla Laura Nyro di Broadway, dei songwriters, del jazz, dello swing. Una serenata alla città.
Ora è in Italia per l'Italian tour  di Across The River, accompagnata dalla Working Class Band di Daniele Tenca. Le date sono queste:

9 - NAPOLI - Archivio storico
10 - ROMA - N'Importe Quoi
11 - MILANO - Spazio Teatro 89
12 - CLAVESANA (CN) - private event
13 - VARESE - Twiggy
15 – tba (Emilia Romagna o Toscana)
16 - CASALGRANDE (RE) - Barricada Cafè
("Storytellers Night", con Graziano Romani e Daniele Tenca)
17 - PIOVE DI SACCO (Padova) - Music Ale
18 - ZOAGLI (GE) - Il Banco
19 - TREZZO (MI) - Amigdala Theatre
20 - CANTU' (CO) - Allunaetrentacinquecirca

Un consiglio. Non perdetevela.

venerdì 3 gennaio 2014

Bocephus King > Amarcord


È in Italia Bocephus King, cantautore canadese molto amato dalle nostre parti (gli è stata tributata anche una copertina del Buscadero). Per celebrare il tour la Appaloosa Records ha dato alle stampe un CD antologico di 16 canzoni (compresa un'inedita cover di Señor - voi sapete di chi) intitolato per l'appunto Amarcord.
Cantautore può sembrare limitativo per descrivere King, aka James Perry, ma scrivere e cantare delle canzoni che alimentano le radici nell'anima, sua e nostra, è precisamente il suo lavoro. King lo si può descrivere così: una specie di giovane Bukowski di buon umore, che ama esprimersi con la sintassi di molti dei nostri eroi. Tom Waits, Bob Dylan, Willy DeVille, Willie Nelson, persino il Mick Jagger di Faraway Eyes. Anche se è un personaggio notturno, King ha il grande pregio di non si prendersi mai troppo sul serio: è giovane e si sente, nella leggerezza e nella gioia con cui affronta nelle sue canzoni gli up e i down dell'esistere. Va incontro alla vita con fame e curiosità, come facevamo noi e dovremmo fare ancora ogni giorno, e "va a da via i ciapp" i/le fregnoni/e.
Ascoltare le sue canzoni è un'esperienza rigenerante, una di quelle che ti carica di energia e ti mette voglia di uscire di casa, infilare le chiavi nel cruscotto e correre verso l'alba cantando forte. Non c'è polvere, rimpianto, tristezza, c'era-una-volta nei solchi di King. Love on the tracks. C'è sempre un senso di deja-vu nelle sue canzoni, un'ispirazione comune, un accordo già udito e che evoca giorni belli e dischi belli (una canzone, Eight and A Half, mi ha persino portato a galla dai polverosi scaffali della memoria l'inglese Brendan Crocker).
Amarcord di Bocephus King è un flacone di vitamine per l'anima, e le canzoni sono le pillole - senza effetti collaterali.

Per l'occasione la Appaloosa ha fatto un gran lavoro, con una presentazione in due lingue del cantautore Andrea Parodi e con una confezione che non solo riporta tutti i testi ma li traduce anche.

Le date sono queste sotto. Anche se non sono molto in forma ultimamente (mi ha metaforicamente investito un TIR con rimorchio) penso che ad alcuni di quegli show se ci sarete ci incontreremo...