lunedì 30 settembre 2013

Tu e Quadrophenia



"Raccontate la prima volta in cui avete ascoltato l’album (o visto il film…)
Il 19 ottobre 1973 usciva Quadrophenia. Il 19 ottobre 2013 Eleonora Bagarotti, Marco Moser, Ready Steady Who!, Happy Jack e The Substitutes dedicheranno al disco una serata di celebrazione al Batard di Modena". 

 Io Quadrophenia lo scoprii tardi. Quando uscì gli Who non erano il mio gruppo preferito. Tommy non mi era piaciuto, non mi è mai veramente piaciuto e non mi piace oggi, e gli Who mod ero troppo giovane per averli ascoltati. In realtà quegli Who li scoprii con gli Eddie & The Hot Rods e con Graham Parker. Durante i miei anni ruggenti gli Who erano fiacchi, roba come By Numbers e Who Are You. Non erano abbastanza prog prima, e non erano abbastanza punk dopo. Il primo disco che amai fu Empty Glass di Townshend, e da li ho tirato le fila della storia della band. Quadrophenia l'ho scoperto con uno show di Halloween dei Phish. E per quanto i Phish siano un'armata potente, quando comprai l'originale con la batteria di Moon e la voce di Daltrey, proprio non c'era confronto. Da allora Quadrophenia è il mio disco preferito degli Who, con la sola eccezione dei primi singoli. Ma quella è un'altra storia...

domenica 29 settembre 2013

Elvis Costello and The Roots : Wise Up Ghost and Other Songs


Mi sarebbe piaciuto raccontarla così: Elvis e la moglie Diana una sera invece di restare a guardare la TV, escono per andare a ballare. In discoteca suona questa musica hip-hop, e lui, che resta seduto tutta la sera su un divanetto con un gin tonic in mano, le sussurra nell'orecchio: "Ormai io sono superato, Diana, una vestigia del passato". (Costello usa termini colti). Al che Diana, che lo ama, replica: "Scherzi? Sapresti farla mille volte meglio di questo…".
Tornano a casa, lei si sveglia nel cuore della notte e lui non è a letto. "Elvis, non stai bene?" "No, amore, dormi pure, sto scrivendo un pezzo house". 
Ma non è andata così. Più prosaicamente Costello viene invitato ad uno show televisivo (ecco la TV che torna), Late Night With Jimmy Fallon, dove la band residente sono i Roots. Il batterista, che è il leader del gruppo, è un tizio che ha già fatto versioni dance di altre canzoni, e gli propone di fare lo stesso con lui. Costello è lusingato dall'attenzione del giovane musicista nero, ed accetta di fare un brano, che poi diventa un EP, che è per l'appunto Wise Up Ghost. Poi, già che ci sono, decidono di portarlo a misura CD, così per rientrare nelle spese.

Ho ascoltato con molta buona volontà questo Costello hip-hop. Ho una simpatia naturale per le novità, le sperimentazioni, e preferisco un azzardo coraggioso di un disco già sentito. Così mi sono fatto piacere Walk Us Uptown, il brano dance che apre il CD, un ritmo serrato che porta alla mente gli esperimenti dub dei Clash di Sandinista. Giuro, l'ho anche messo sulla cassetta delle canzoni dell'anno. Nel disco Costello ha una bella voce, potente, meglio di quella che ci ha fatto sentire di recente. Ci sono anche delle belle invenzioni: per esempio è molto godibile il mix di fiati, che richiamano un po' alla mente britannicità alla Madness, e di archi, che conferiscono alla ricetta un sapore agro-dolce.
Però…
(1) Quella batteria elettronica, quel ritmo incessante che copre ogni pezzo, diciamocelo: è come cercare di ascoltare una canzone mentre un operaio sta lavorando con un martello nella stanza a fianco.
(2) È noioso. Il disco è noioso. Dopo un quarto d'ora non stai ballando, stai appisolandoti.

Ha scritto qualcuno che da quando Elvis Costello e Diana Krall sono andati a vivere a New York City non ne hanno imbroccata una. Ah, la media borghesia! Non c'è di meglio per lavorare in banca o in una assicurazione, ma per registrare dischi no. È meglio il proletariato di Camden Town.

Blue Bottazzi & Eleonora Bagarotti 

(Eleonora ha scritto fra gli altri il libro Elvis Costello, è stata amica del musicista ed ha assistito alla registrazione del disco All This Useless Beauty)

lunedì 23 settembre 2013

Fleetwood Mac a Dublino



Lo scorso week-end sono stato a Dublino. Aereo al sabato mattina, al O2 per il concerto dei Fleetwood Mac a sera, a spasso per la città la domenica e di ritorno a sera. Non il genere di cose che normalmente avrei pensato di fare per i Mac, ma Eleonora (Bagarotti) è una fan e l'occasione della reunion dei 4/5 del gruppo di Rumours era ghiotta. Inoltre come dire di no ad un week-end a Dublino?
Dublino è sempre un posto delizioso: una piccola Londra, con quegli abitanti cordiali e simpatici che sono gli irlandesi. L'O2 è una grande arena per concerti, spaziosa, moderna, con una splendida acustica; un posto praticamente ideale per vederci un gruppo troppo celebre per suonare in un club. Già arrivarci passeggiando a piedi è un'esperienza, con una crescente concentrazione di pubblico femminile, witches di ogni età che si ispirano con ogni evidenza alla filosofia ed al look di Stevie Nicks, un continuum generazionale che spazia dalle adolescenti con il cappello a cilindro fino a milf aggressive, è un pubblico che emana una personalità. Tanto che gli uomini presenti sembrano ritagliarsi non più di un ruolo di accompagnatori, chaffeur in secondo piano.
La grande sala è sold out, nemmeno un posticino libero, nonostante si tratti della seconda serata consecutiva per la band. Il concerto inizia alle otto, ed alle otto precise le luci si abbassano ed il pubblico applaude. Su un palco posteriore prendono parte i musicisti d'accompagnamento: tastiere, chitarra e due coriste, quelle che tradizionalmente accompagnano la Nicks (una è la cognata).
Entrano Mick Fleetwood e John McVie, e l'applauso esplode.
Entrano Lindsey Buckingham e Stevie Nicks e l'esplosione diventa un ruggito. Si era sparsa la voce che sarebbe stata presente anche Christine McVie, che vive da queste parti, ma non si vede.


Il suono è molto buono, sia per merito dell'acustica che per la professionalità dei musicisti. Si percepisce che stiamo per assistere ad un ottimo concerto. Non so il titolo di nessuna canzone, ma le riconosco tutte: è evidente che il gruppo suona i suoi Greatest Hits, focalizzandosi specialmente sul periodo di Rumours. Lindsay è in gran forma, ha una gran voce, è un chitarrista raffinato, molto migliore di quanto io immaginassi, suona senza plettro, con tutte le dita, e saltella come fosse il Boss. La Nicks ha carisma da vendere. Sul palco la sua bassa statura non si nota, solo è piuttosto immobile a dispetto dei racconti che mi sono stati fatti delle sue danze vorticose. Anzi, ho avuto persino l'impressione che zoppicasse un po' nel salire e nello scendere dal palco. Il regista dello show ha pensato bene di supplire alla sua mancanza di dinamismo con delle proiezioni vintage psichedeliche alle spalle del gruppo, che in certi brani mostrano proprio una Nicks che danza. La voce di Stevie è cambiata negli anni, da acuta si è fatta bassa e più calda; in verità nelle prime canzoni la voce è apparsa fragile, in evidente contrasto con la potenza di Buckingham, ma poi si scalda e prende quota.
È chiaro che il gruppo è costituito dal duo Buckingham Nicks, e che Fleetwood & Mac sono la loro sezione ritmica.
I brani migliori, o per meglio dire quelli che io ho preferito, arrivano subito: molto bella Big Love tratta da Tango In The Night in potente versione acustica di Buckingham, come pure la trascinante Tusk con i fiati fatti dalle tastiere elettroniche e le potenti percussioni. Ma anche The Chain, Dreams, la nuova Sad Angel, Not That Funny, Rhiannon e poi ancora Sara, Gypsy, Go Your Own Way
L'atmosfera è rilassata, la band è divertita, il pubblico pure ed il risultato è uno degli spettacoli più gioiosi che io abbia avuto modo di testimoniare. Buckingham chiacchiera e racconta retroscena dei brani, la Nicks parla ancora di più, ed anzi introduce Without You con un interminabile storia di almeno una decina di minuti, fra gli sguardi buffi dei compagni.
La tensione è tenuta alta dai passaggi di leadership fra i due cantanti e dall'alternanza fra brani corali e lenti più intimi. Nonostante il talento di Lindsey sia superiore, il pubblico parteggia apertamente per la Nicks, e gli applausi per la cantante sono esplosioni di affetto. Del pubblico dublinese va comunque detto che è tanto caldo quanto indisciplinato: non riesce a stare senza un grosso boccale di birra in mano e ogni due o tre canzoni ogni spettatore si alza, anche durante le canzoni, per un rabbocco, o un'inevitabile puntata in toilette. Ho visto candide ragazzine non più che diciottenni bersi cinque birre nel corso delle tre ore dello show. C'è stato persino un momento in cui la fila davanti a noi era totalmente vuota, con tutti gli spettatori al bar: in Irlanda la musica è importante ma non ha senso senza alcool…
Le ore scorrono senza stanchezza, nemmeno da parte del gruppo. Un primo bis comprende purtroppo il temibile assolo di batteria, croce e delizia di ogni concerto dei primi anni settanta (vedi cosa succede a dare spazio ai vecchietti?) e si conclude con Don't Stop, eseguita nonostante l'assenza della McVie. Le luci non si accendono ed infatti il gruppo, non ancora pago, torna per un secondo bis di altre due canzoni. Un Mick Fleetwood molto su di giri (al punto di far temere per la sua salute, dopo tutto ha una certa età) chiacchiera a ruota libera, e tutti i membri salutano il pubblico a ripetizione: hanno cose da dire e da spiegare e non hanno nessuna fretta di andarsene. Non saprei dire che è il più felice: Fleetwood e la Nicks lo sono molto, ma Buckingham è l'unico che non è mai sceso dal palco. Addirittura durante l'assolo di batteria si è disteso per assistere in prima fila.


Che dire? Un grande show, non di maniera ma di cuore, orecchiabile e godibile ma non banale né leggero e mai piacione (unici momenti di fastidio del vostro cronista: il citato assolo e un brano solista dance della Nicks che mi dicono sia stato scritto da o con Prince).
Il concerto di un gruppo che esiste da tanti anni ma che ancora suona con il piacere di esordienti, un gruppo che ama il suo pubblico e ne è riamato, un gruppo che è effettivamente dotato del talento per essere una leggenda. E fra me e me pensavo, mentre ascoltavo suonare i due vecchietti, che la sezione ritmica non sarà stata la più gettonata nei giorni della Swingin' London, ma negli anni i due si sono presi una bella rivincita su tutti i maghi del basso e della batteria in pensione da un pezzo.


scaletta: 


Second Hand News 
The Chain 
Dreams 
Sad Angel 
Rhiannon 
Not That Funny 
Tusk 
Sisters of the Moon 
Sara 
Big Love 
Landslide 
Never Going Back Again 
Without You 
Gypsy 
Eyes of the World 
Gold Dust Woman 
I'm So Afraid 
Stand Back 
(Stevie Nicks song)
Go Your Own Way 

Encore:
World Turning 
(including Drum Solo)
Don't Stop 

Encore 2:
Silver Springs 
Say Goodbye

venerdì 13 settembre 2013

Tom Petty & the Heartbreakers (1976)


Nel 1974 i Mudcrutch, eroi locali sulla scena di Gainesville in Florida, intrapresero un viaggio per la terra promessa, a Los Angeles alla ricerca di un contratto discografico. Avevano con sé un nastro registrato in casa da presentare ai talent scout delle case discografiche. Furono rifiutati solo dalla prima etichetta a cui si rivolsero, incautamente la Playboy records. Trovarono interesse alla Capitol, che voleva far loro registrare un demo, alla MGM, che propose un singolo, e furono molto vicini a firmare per la London, quando ricevettero una telefonata da Danny Cordell. Danny era un produttore inglese, quello di A Whiter Shade Of Pale, il grande successo londinese dei Procol Harum nell’estate del ’67, e With A Little Help From My Friends di Joe Cocker. Danny si era trasferito a vivere negli USA dove assieme al pianista Leon Russell aveva fondato un’etichetta indipendente, la Shelter. L’etichetta aveva sede a Los Angeles ma gli studi di registrazione a Tulsa in Oklahoma, a casa di Russell. Fra gli altri artisti, della scuderia Shelter facevano parte J.J. Cale ed il bluesman Freddie King. Denny si dichiarò entusiasta del nastro che aveva sentito e diede ai Mudcrutch un anticipo abbastanza buono da convincerli a firmare un contratto. La band si spostò a Tulsa per registrare un singolo, Depot Street / Wild Eyes, che però venne ignorato dal pubblico. A questo punto la Shelter si dichiarò interessata a confermare il contratto al solo leader del gruppo, Tom Petty, che evidentemente non rifiutò la proposta dal momento che in quell’occasione la band si sciolse e gli altri cinque musicisti tornarono a casa. Ma Petty non si trovava a suo agio come solista, e chiese alla Shelter di avere un proprio gruppo, per il quale convocò di nuovo Mike Campbell alla chitarra solista e Benmont Tench alle tastiere a cui si aggiunsero come sezione ritmica altri due musicisti di Gainesville, Rob Blair al basso e Stan Lynch alla batteria. Propose per la band il nome Tom Petty & the King Bees, ma il manager suggerì l’irresistibile The Heartbreakers. La band, ancora sconosciuta, comprendeva tre dei migliori strumentisti d’America, sotto forma di Stan Lynch alla batteria - un batterista eccellente, capace di sostenere senza alcun esibizionismo un ritmo come solo i più grandi, tipo Charlie Watts per gli Stones; Benmont Tench - il più completo tastierista rock a stelle e strisce; Mike Campbell - un chitarrista solista classico e preciso.
  Il disco d’esordio fu prodotto da Cordell e registrato a Hollywood. Un suono rock asciutto ed essenziale, in netto contrasto con quello tutto lustrini dei gruppi hard rock e rock & roll di quegli anni, anticipava il recupero del classic rock delle band della new wave che stavano venendo fuori soprattutto nel Regno Unito. Gli Heartbreakers si ispiravano ai gruppi inglesi della British Invasion degli anni sessanta, ma soprattutto ai loro discepoli americani, primi fra tutti i Byrds. Cinque canzoni sotto i tre minuti per lato per una secca mezz’ora, l’omonimo Tom Petty & The Heartbreakers era fresco ed eccitante come i dischi beat.
Si apre con i due minuti e mezzo di Rockin' Around (With You), un rock’n’roll picchiato che si sembra volare sui tamburi di Lynch, sostenuto dai bei cori. Breakdown è un hit formidabile, su un ritmo ipnotico rinforzato dai tasti del piano elettrico e un liquido organo e abbellito dall’assolo della Gibson. Anything That's Rock 'n' Roll è un altro rock bello carico, mentre sulla seconda facciata compaiono elementi psichedelici in Mistery Man e Luna, mentre Fooled Again è uno di quei tipici brani spigolosi e recitati su un ritmo spezzato, che sarebbero diventati tipici di Petty. Il disco si chiude sulle note del jingle jangle di American Girl, una grande canzone su un ritmo urgente così ispirato ai Byrds che quando Roger McGuinn la ascoltò alla radio ci mise un po’ a realizzarsi che non si trattava della sua band. Ne registrò allora una cover sull’album Thunderbyrd.

“Era una ragazza americana, cresciuta sulle promesse, non poteva fare a meno di pensare che ci fosse un po’ più di vita da qualche altra parte, dopo tutto era un gran mondo con un sacco di posti per correre, e se anche avesse dovuto morire provandoci aveva una promessa da mantenere…” 

Il disco mosse l’interesse del pubblico e della stampa rock inglese, sul vento della new wave, tanto che la Shelter finanziò un tour inglese ed europeo, con tanto di apparizioni televisive a Top Of The Pops, apparizioni in festival in Galles e al Rockpalast in Germania, dove registrarono la lunga psichedelica Dog On The Run. I giovanissimi Heartbreakers che suonano Anything That's Rock’n’Roll a Top Of The Pops potevano portare alla mente gruppi inglesi glam come gli Slades, ma erano irresistibili come i gruppi della new wave. In Inghilterra gli Heartbreakers cominciarono ad annusare il profumo del successo, ma quando tornarono in patria scoprirono che lì erano ancora degli sconosciuti. Sull’onda della fama inglese, lentamente i singoli finirono per entrare in classifica anche negli USA, dove alla fine il long playing fu certificato disco d’oro.
Il fascino di Tom Petty & The Heartbreakers aveva iniziato a mietere le sue vittime.




Tom Petty discografia guidata


In attesa del nuovo album di Tom Petty & The Heartbreakers, che dovrebbe arrivare nel 2014, pubblichiamo una discografia guidata del musicista, con e senza gli Heartbreakers.
Anziché riassumere tutto in un unico post, qui su BEAT pubblicheremo una per una la recensione di ogni disco in ordine cronologico.
A mano a mano che le recensioni saranno on line aggiungeremo il link sul titolo degli album, con un nostro giudizio in stelle da 1 a 5:


Tom Petty & the Heartbreakers (9 nov 1976, Shelter) ☆☆☆☆☆
Official Live ‘Leg (Apr 1977, Shelter, promo)
You’re Gonna Get It (2 may 1978, Shelter)
Damn The Torpedoes (19 oct 1979, Backstreets MCA)
Hard Promises (5 may 1981, Backstreets MCA)
Long After Dark (2 nov 1982, Backstreet MCA)
Southern Accent (26 mar 1985, MCA)
Pack Up the Plantation: Live! (26 nov 1985, MCA)
Let Me Up (I’ve Had Enough) (21 apr 1987, MCA)

Traveling Wilburys Vol. 1 (18 oct 1988, Warner Bros)
Full Moon Fever (Tom Petty solo, 29 apr 1989, MCA)
Traveling Wilburys Vol. 3 (29 oct 1990, Warner Bros)

Into the Great Wide Open (2 jul 1991, MCA)
Greatest Hits (16 nov 1993, MCA)
Playback (6 CD, 20 nov 1995, MCA)

Wildflowers (solo, 1 nov 1994, Warner Bros)
"She's the One" (6 aug 1996, Warner Bros)
Echo (13 apr 1999, Warner Bros)
The Last DJ (8 oct 2002, Warner Bros)
Live at the Olympic: The Last DJ (DVD, 16 sept 2003, Warner Bros) (registrato 16 oct 2002)
Highway Companion (solo, 25 jul 2006, Warner Bros)
Runnin' Down a Dream (DVD, 4 oct 2007)
Mudcrutch (29 apr 2008, Reprise)
Mudcrutch Live (EP, 11 nov 2008, Reprise)
The Live Anthology (5 CD, 23 nov 2009, Reprise)
Mojo (11 jun 2010, Reprise)
Mojo Tour 2010 (14 dec 2010)

lunedì 2 settembre 2013

Cesare Carugi > Pontchartrain


Con il suo disco d'esordio Cesare Carugi, aveva messo in chiaro di candidarsi al ruolo di miglior autore nazionale di canzoni. Pontchartrain, in questo finale d'estate 2013, conferma tutto il suo talento e aggiunge qualche cosa. Aggiunge l'accompagnamento di una band di rock delle radici come i Mojo Filter, ed aggiunge la straordinaria atmosfera rarefatta, nebbiosa, romantica, che accompagna l'ascoltatore dalla prima all'ultima delle dodici tracce di un album rock che sa di legno, terra, cielo, nuvole e della malinconia del lago della Louisiana da cui prende il titolo.
Non solo un grande autore ma ha anche una grande voce, Cesare, una voce profonda, vibrante, evocativa, abbastanza personale da non ispirarsi a nessun cantante né oltreoceano né oltremanica - ma se proprio dovessi fare un nome per dare un'idea al lettore, quel nome sarebbe Lloyd Cole.
Parte forte con le chitarre elettriche di Troubled Waters, che pompa come un John Hiatt d'annata. Poi sono ballate su ballate, chitarre acustiche cesellate dai tocchi di un'elettrica (come in Long Nights Awake) o un violino (Drive The Crows Away). Ballate appassionate (Carry The Torch) e gighe infuocate (la title track). Quando arrivando alla dodicesima traccia già siamo convinti di aver messo le mani su uno dei migliori dischi rock dell'anno, Cesare ci accomiata assicurandoci che We'll Meet Again Someday, in un trionfo, un brano che potrebbe essere uscito dalla penna di zio Bob (Dylan) - o come dice Zambo, di John Prine - che se Cesare fosse americano non mancherebbe la top ten di Billboard.
Nessun amante della musica rock, che lo sia del West, del Village o di Camden Town, può permettersi di non ascoltare questo Pontchartrain. E difficilmente non se lo porterà a casa, per trovargli un posto speciale nella propria raccolta di dischi.

Blue Bottazzi - Little Italy