mercoledì 31 luglio 2013

London Calling


Da liceale spendevo indimenticabili estati in Inghilterra, che segnarono la mia cultura per tutti gli anni a venire. Erano gli anni settanta e tutto girava attorno alla musica rock. E alle ragazze, naturalmente, ma le due cose erano legate a doppio filo: canzoni da ballare (non era ancora arrivata la disco music), i singoli del momento, album da scoprire. Spendevo la maggior parte dei miei soldi in dischi, che in certi negozi inglesi costavano molto meno che in Italia, e la difficoltà tutte le volte era portarli tutti a casa senza rovinarli. Anche se ero giovane ed entusiasta, a metà dei '70 fu già evidente che le cose cominciavano a farsi un po' loffie. Tutti i gruppi ereditati dagli anni '60 avevano oltrepassato da un pezzo lo zenit creativo. Era di moda la musica sperimentale, ma i gruppi progressive, che erano i più ascoltati in Italia, più uscivano dall'underground per entrare nelle classifiche e più sembravano produrre musica di plastica. C'era il jazz-rock, e se i dischi dei Weather Report erano ottimi, quelli del resto della scena, come Mahavisnu Orchestra o Return To Forever, erano quanto meno auto indulgenti. Poi c'era la musica cosmica tedesca ed i nuovi gruppi di Canterbury come gli Hatfield and the North. Persino una rivista buonista come Ciao 2001 arrivava ad intitolare: "il rock è morto?". Fino a che nell'inverno fra il 1976 e il 1977 successe qualche cosa. La stampa cominciò a scrivere di questo gruppo incontrollato, i Sex Pistols, che creava disordini ad ogni esibilizione, e del look dei loro fan, che si infilavano spilloni da balia come piercing. Dall'estero arrivavano 45 giri carichi di adrenalina che riesumavano il rock delle origini, come On The Flesh di Blondie. Dal nulla era spuntato un rocker americano amico di Bowie chiamato Iggy Pop e all'improvviso tutti sapevano che aveva avuto questo grande gruppo rock a Detroit. Si leggeva degli incandescenti show al Marquee di Londra degli Eddie & The Hot Rods come fossero redivivi Who, e degli happening al CBGBs di NYC del Patti Smith Group e dei Television di Tom Verlaine e di Richard Hell. Quando nell'estate del 1977 tornai a Londra trovai una città radicalmente mutata. Il singolo che mi accolse era Pretty Vacant, e resettò al primo ascolto tutte le mie certezze. Dimentico di essere stato fino ad un attimo prima un potenziale fan di Peter Baumann, acquistai una t-shirt con la stampa "a rovescia" God Save The Queen, e mi infilai nella scoperta di una serie di classici del rock & roll e delle garage band, che io sentivo per la prima volta suonati dai gruppi punk, nello stesso modo in cui la generazione che mi aveva preceduto aveva scoperto il blues afroamericano dai gruppi inglesi. Scoprii gli Who "mod" dagli Hot Rods, scoprii il gutturale R&B dai Dr.Feelgood, che esordivano in classifica al primo posto con il live Stupidity, scoprii Graham Parker, Nick Lowe ed Elvis Costello. Scoprii i gruppi punk newyorchesi, dai Mink DeVille di Spanish Stroll ai Talking Heads di Psycho Killer. La generazione dei teen-ager del 1977 si accorse di avere, oltre alla mente, un corpo - e ci piacque. Fu la seconda British Invasion, e questa volta c'eravamo: in qualche modo scoprimmo gli anni '60 a partire dal '77, ed i nostri eroi Bowie e Lou Reed sembravano approvarci, con dischi come Low e Street Hassle. Ci fu il ritorno delle mode anno per anno, e così come una volta i teen scoprivano la musica indiana ed il sitar, noi si scopriva il rockabilly con gli Stray Cats e lo ska con i Madness e gli Specials. Non furono molti i gruppi che continuarono ad avere combustibile dopo i primi magnifici singoli, ma chi lo fece ci donò dei capolavori, come Costello, Parker e, i più grandi di tutti, i Clash di London Calling. La nuova ondata proseguì la sua deflagrazione verso l'ovest, attraversando il west dei Long Ryders e di Jason & The Scorchers, il deserto dei Thin White Rope, Dream Syndicate e Green On Red per arrivare alla Los Angeles di X, Blasters e Los Lobos. Una grande fiammata che bruciò per pochi anni, ma con la luce più luminosa dai tempi di Beatles e Rolling Stones, prima che il business provvedesse a soffocare tutto di nuovo.

sabato 27 luglio 2013

Neil Young and Crazy Horse > The Alchemy Tour



Lucca, 25 luglio 2013

Rock'n'roll will never die. Almeno non fino a che avremo Neil Young e i Crazy Horse. Dopo i torridi show dei Black Crowes, solo il quartetto del canadese poteva alzare l'asticella.
L'attesa è febbrile, e l'ingresso della band non delude nessuno: Neil ha carisma da vendere, vederlo salire sul palco è come vedere il Papa, in un istante riempie tutto lo spazio, tutto il campo visivo, tutto il campo uditivo. Appena arrivato, per tutto il pubblico c'è solo lui ed il suo Cavallo Pazzo.
L'inizio con Love And Only Love (un classico della formazione da Ragged Glory) è un terremoto, un bis al primo pezzo dello show. Nella mia esperienza ricordo solo un altro show che partiva con una tale deflagrazione: quello di Springsteen ed i suoi E-streeters a San Siro 1985 per il Born In The USA Tour. La band è compatta, al punto di suonare proprio vicino vicini guardandosi negli occhi l'un l'altro, ed al massimo della forma. La voce di Neil non è mai stata così calda e profonda, e la sua chitarra è quanto di più originale si trova oggi sulla scena.
Love And Only Love sintetizza già tutto il furore dello show. Un grande rock & roll psichedelico, con il suono degli strumenti che viene raccolto direttamente dai microfoni dai loro amplificatori, che rende il suono assolutamente vibrante, presente, reale, distorto ma a fuoco. Il motore di un treno, uno di quei lunghi Santa Fe che attraversano rombando gli States da costa a costa, un ritmo che non molla, canzoni che riempiono tutto lo spazio e ci fanno vibrare in sintonia. Canzoni che vivono di vita propria, si dilatano, scendono e riprendono, non finiscono mai ogni volta risorte da un coro, un ritornello, un assolo. Chitarre in eco che vibrano per mezz'ora dopo essere state solo sfiorate. Alla fine della lunga Love And Only Love siamo già tutti in volo, nel trip dei Crazy Horse, la nostra anima si è staccata da terra e ogni ascoltatore è idealmente sul palco, a suonare una Gibson, una racchetta da tennis, una scopa con Poncho Sampedro e Young. I Crazy Horse dal vivo sono meglio di ogni disco che abbiamo ascoltato: meglio di Psychedelic Pills, meglio di Weld.
L'alternanza dei brani è quasi inavvertita, da Powderfinger (Rust Never Sleep) a Psychedelic Pill. Sarà Walk Like a Giant, dall'ultimo album, a dare fuoco al motore del secondo stadio. Quando Sampedro inizia a fischiettare nel microfono e Young a pestare sulla Gibson la melodia della sua nuova Like A Hurricane, non siamo più sospesi nel cielo ma saliamo sulla loro astronave per l'universo.
"Un tempo camminavo come un gigante sulla terra, ora mi sento come una foglia portata dal vento / io e i miei amici volevamo cambiare il mondo, renderlo migliore / ma poi il tempo è cambiato e mi si è spezzato il cuore / ma quando penso a quanto ci siamo andati vicini, voglio camminare come un gigante sulla terra…" 
Il brano cresce e cresce fino ad un finale tempestoso, fra un apocalisse di suoni e di vento, un happening sonoro che ci sospende il respiro, fino ad un dopo la tempesta composta da un caldo e liturgico soul a quattro voci intitolato Hole In The Sky.


Avrebbe potuto essere il finale di un grande show. Ed in effetti il set cambia. Talbot, Molina e Sampedro escono e lasciano il canadese solo sul palco con la chitarra per un set acustico. Neil Young straripa di personalità e mentre canta Red Sun da Silver & Gold è evidente che potremmo ascoltare un suo show acustico in religioso silenzio dimenticandoci persino di respirare. Però penso a come sarebbe se facesse Heart Of Gold. Ed il secondo brano è "I want to live, I want to give, I've been a miner for a heart of gold…" Non vado ai concerti per far del karaoke, ma sono in paradiso. E ci resto quando attacca Human Highway da Comes A Time: "…sono sceso da una montagna nebbiosa e mi sono perso sull'autostrada umana…". Cosa potrebbe mai fare ora? Ah già, Blowin' In The Wind, e senza un briciolo di retorica, semplicemente come il più sincero ed ottimistico inno di una generazione che ancora crede in un mondo migliore, un mondo a misura d'uomo. Il set acustico non è finito: Neil raggiunge un pianoforte verticale per cantarci un pezzo nuovo molto dolce, Singer Without A Song.
Quando anche questo set si chiude mi pare di aver già assistito a due diversi concerti questa sera, e non posso fare a meno di pensare che sono fra i migliori a cui ho testimoniato in vita mia, assieme a non più di un pugno di momenti memorabili del mio passato.


Cosa potrebbero mai darci ancora i Crazy Horse nella parte di show che evidentemente deve ancora arrivare? Penso a un greatest hits, ma non è nelle corde della band. Arrivano la recente Ramada Inn, il classico Cinnamon Girl dal primo album con la band, Fuckin’ Up da Ragged Glory, la ballata di Surfer Joe and Moe the Sleaze da Re-ac-tor ed in chiusura la vecchia Mr. Soul dei Buffalo Springfield (ma che i Crazy Horse avevano suonato su Trans) che tanto picchia che pare I Can't Get No Satisfaction, che prendo come un omaggio personale. In questa ultima parte dello show Young ha ipnotizzato il pubblico con la sua incantevole chitarra solista.
Il bis è semplicemente perfetto: Roll Another Number (For the Road) da Tonight's The Night, seguito da una Everybody Knows This Is Nowhere che chiude il ciclo della band. Young ed i suoi pirati sono vistosamente felici e pieni di energia, e solo un velo di malinconia scende sulle parole con cui ringrazia il pubblico e gli da appuntamento ad una prossima occasione.

Dopo Dave Matthews e Tom Petty, Lucca ha una volta di più rinnovato la sua magia.



Love and Only Love 
Powderfinger 
Psychedelic Pill
Walk Like a Giant > Hole in the Sky

Red Sun 
Heart of Gold 
Human Highway 
Blowin’ in the Wind 
Singer Without a Song  

Ramada Inn
Cinnamon Girl 
Fuckin’ Up 
Surfer Joe and Moe the Sleaze 
Mr. Soul 

bis: 
Roll Another Number (For the Road) 
Everybody Knows This Is Nowhere

lunedì 22 luglio 2013

Todd Rundgren > State


Il Mozart di Philadelphia è il soprannome che si è procurato Todd Rundgren, per il suo talento di raffinato songwriter e virtuoso polistrumentista e per la facilità con cui scriveva hit a comando, a partire da Hello It's Me con la sua prima (garage) band, i Nazz. Un talento concentrato negli anni settanta, su una sequenza di album, spessi doppi, creativi ed orecchiabili mix di tradizione musicale americana, dalle operette di Broadway al soul della Motown, dai cantautori a la Laura Nyro al sound della Philles, dai gruppi della British Invasion alle rock opera. Una creatività tanto fertile da alimentare dischi solisti, più soffici, alcuni dei quali registrati interamente da solo, e in parallelo una sequenza di band tutte denominate Utopia che battevano strade più sperimentali, fra wall of sound, alternativi Beatles di una dimensione parallela, elettronica, prog, Zappa e Mahavisnu Orchestra. Negli anni ottanta ancora inventò cose come un disco in cui gli strumenti erano simulati dalla voce umana, ed un altro di canzoni ispirate a quelle dei Fab Four, fino a dedicarsi infine alla realizzazione di software musicale per Macintosh. Il disco del 2004, Liars, fu definito il suo ritorno alle scene. Recentemente ha riproposto in concerto i suoi album più celebri, come Something Anything ed A Wizard A True Star. Nel 2011 ha registrato un disco di canzoni di Robert Johnson ed un album interamente elettronico di cover. Ma per molti versi il suo vero ritorno alla creatività è questo coraggioso State, un disco in cui ancora una volta, all'età di 64 anni, sperimenta strade non battute in precedenza. Il nuovo disco è per intero registrato in casa su un computer Macintosh utilizzando strumenti virtuali, con l'eccezione della chitarra elettrica. Un disco elettronico, come aveva fatto Zappa al synclavier o Battisti nel suo periodo finale, di un'elettronica che si rifà come genere alla musica dance, talora fino alla house, ma che in definitiva è ancora Art Rock, ed ancora più in definitiva è il suo classico accattivante songwriting in una salsa diversa. La maggior fonte di ispirazione, anche se un egocentrico come Todd non lo ammetterebbe mai, è quella di David Bowie: Imagination è, per otto minuti, cupo e misterioso come l'Outside registrato con Brian Eno, mentre nei brani dance vengono evocate atmosfere a la Black Tie White Noise. Serious, il brano più orecchiabile, potrebbe essere un hard rock a la Kinks in formato digitale, mentre In My Mouth e Sir Reality hanno una forte carica romantica. Se si è capaci di stare al suo gioco, il disco di Rundgren è straordinariamente accattivante e coinvolgente, al pari delle vecchie canzoni rock dei celebrati album degli anni settanta. Ma al tempo stesso è assolutamente attuale o, per meglio dire, al di fuori dello scorrere del tempo. Non c'è vecchiume, vintage o nostalgia in State (a meno che la musica disco stessa non sia ormai diventata vintage), come hanno scoperto quei fan americani che abbandonano i concerti sopraffatti dall'alto volume, l'oscurità, i laser e l'atmosfera hip-hop dello show, testimoniato dai video su YouTube, specie in brani al 100% dance come Angry Bird, Collide-a-scope e Party Liquor. Un disco coraggioso ma anche perfettamente a fuoco, e soprattutto divertente, nato per suonare in loop in questa esile estate del nuovo millenio. Nella confezione de-luxe il disco è affiancato da un live registrato al Paradiso Club di Amsterdam, dove gli hit classici vengono suonati con un'orchestra, con un risultato mai pomposo e nei migliori momenti addirittura evocativo del respiro zappiano. Un bonus che in effetti non ha nulla in comune con State, ma può costituire un amo per indurre più volentieri il vecchio pubblico all'ascolto delle nuove canzoni.

leggi anche: the next day 

lunedì 15 luglio 2013

(I can't get no) Satisfaction


Nel 1965 i Rolling Stones erano già la seconda più grande rock band del mondo, alle spalle dei Beatles. Sulle ali della British Invasion, erano arrivati al terzo tour americano, ed il disastroso primo tour del '64 era ormai nel dimenticatoio. Avevano già piazzato sette canzoni in classifica in America, ma solo due erano arrivate in top ten, Time Is On My Side e The Last Time, mentre in Inghilterra era già stati al primo posto con due cover, It's All Over Now di Bobby Womack e Little Red Rooster di Willie Dixon / Howlin' Wolf (entrambe registrate in America ai Chess Studios di Chicago) e con The Last Time scritta in proprio da Jagger e Richards.
Ma il disco che li rese definitivamente superstar ed il più influente gruppo di rock & roll, fu il singolo (I Can't Get No) Satisfaction nel maggio del '65. Racconta Keith Richards che il riff della canzone emerse nella sua mente nel dormiveglia. Il chitarrista aprì un occhio, accese il registratore e con la chitarra acustica fece i tre accordi del suo riff. Quando al mattino, dopo il caffè, si ricordò vagamente della cosa, andò a riascoltare la cassetta. Dovette avvolgerla per intero perché era registrata fino in fondo: 2 minuti di chitarra acustica e mezz'ora di russare. Richards scrisse il verso "I cant Get No Satisfaction" mentre Jagger aggiunse tutto il resto del testo mentre era steso al bordo di una piscina in Florida durante il tour americano. Gli Stones provarono a registrare la canzone una prima volta agli studi Chess di Chicago, la stessa Chess da cui avevano ordinato per posta anni prima i dischi di Chuck Berry e Muddy Waters. In quella versione Brian Jones suonava l'armonica. Registrarono la take definitiva due giorni dopo ad Hollywood. C'era una chitarra acustica ed il piano di Jack Nitzsche, che suonava anche un tamburino. Da come la vedeva Richards, Satisfaction era un R&B che lui immaginava accompagnato dai fiati. Decise di tenerne il posto suonando il giro dei fiati con la Gibson, e per far capire che di tali si trattava filtrò il suono della chitarra con un distorsore, un pedale "fuzzbox" prodotto dalla Gibson stessa, che usava per la prima volta (e non ne avrebbe più fatto uso fino a Some Girls). Ad Andrew Loog Oldham, che aveva molti difetti ma anche un gran bell'orecchio per gli hit, la canzone piaceva così, ma Jagger e Richards insistettero per l'arrangiamento con i fiati. Scrive Keith Richards nella sua autobiografia che fu con molta sorpresa che all'inizio di giugno, dispersi in pullman in qualche parte degli States, i ragazzi sentirono suonare Satisfaction alla radio. Ascoltandola in quella versione che considerava provvisoria, Richards ne fu imbarazzato; ma cambiò idea quando il disco filò al primo posto della classifica americana, primo singolo degli Stones ad arrivarci, per restarci oltre tutto quattro settimane, e quattordici consecutive in top 100, superando il traguardo di un milione di copie vendute.
Gli Stones non potevano ancora saperlo, ma quella canzone con la chitarra con il suono del fuzzbox sarebbe diventata la loro firma ed il loro marchio di fabbrica.
E parlando di trademark, il giro di chitarra fu anche la grande invenzione di Richards, che passò da anonimo chitarrista ritmico ad avere uno stile riconosciuto, apprezzato ed imitato. Tutti i grandi hit R&R degli Stones hanno quel giro in cui la chitarra imita la sezione dei fiati: Jumpin' Jack Flash, Honky Tonk Women, Brown Sugar, Start Me Up… Ogni band che cita gli Stones fa la stessa cosa: da Rebel Rebel di David Bowie a Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd. Otis Redding fece una cover di Satisfaction sull'album Otis Blue, registrandola agli Stax Studios di Memphis proprio nei giorni in cui la canzone veniva trasmessa per le prime volte alla radio. Quando si dice attirare l'attenzione. Fu il più grande dei riconoscimenti averne una versione prodotta da Tom Dowd con Steve Cropper alla chitarra, Duck Dunn al basso, Al Jackson alla batteria ed Isaac Hayes alle tastiere, oltre alla sezione dei fiati dei Memphis Horns, con Wayne Jackson e Andrew Love, proprio come l'aveva immaginata Richards. Probabilmente ascoltandola alla radio nell'afosa estate del Tennessee, Cropper e Redding si erano domandati perché gli Stones non ci avessero fatto suonare dei sassofoni… Dopo anni di gruppi di ragazzi bianchi inglesi che suonavano la musica dei neri americani, fu probabilmente la prima volta che accadeva il contrario.
Anche Aretha Franklin ne tirò fuori un arrangiamento, molto simile alla sua Think. Ma Satisfaction fu soprattutto un inno del rock delle chitarre, un pezzo fisso nel repertorio delle garage band. Ne suonarono una grande versione live gli Eddie & The Hot Rods nei loro hey days, nel '76, all'esplosione della scena punk. Gli Hot Rods avevano un bel medley con due dei più celebri inni delle garage band, Gloria e Satisfaction, oltre alle cover di The Kids Are Alright, Wooly Bully, 96 Tears e Get Out Of Denver. Per nostra fortuna quella sequenza fu immortalata in un EP dal vivo, poi incluso nella ristampa in CD del loro primo disco, Teenage Depression.
La versione più popolare della canzone nei giorni della new wave fu quella elettronica ed un bel po' fuori di testa dei Devo di Akron, Ohio, quella band in tuta gialla con un copricapo che era una specie di vaso rovesciato: non finì nelle parti alte delle classifiche ma fu molto trasmessa alla radio. Nel 1973 ne aveva fatto una curiosa versione country con tanto di banjo un gruppo italiano dal nome di Tritons, che poi erano i New Trolls. Fu un successo locale e per me che avevo quindici anni fu anche la prima volta che ascoltavo la canzone. Mi piaceva, fino a che una sera in una discoteca di Bologna il dj, dopo averla messa disse "ora la tolgo prima che mi prenda la nausea" e fece partire l'originale… che botta! Un week-end formativo quello nel capoluogo della via Emilia: fu li che mi venne fra le mani per la prima volta il 45 giri di Hey Joe di Jimi Hendrix!

mercoledì 10 luglio 2013

Pistoia Blues 2003: Black Crowes, VDGG, Steven Wilson



Qui alla periferia dell'Impero non avremo i vari Woodstock, Wight, Hyde Park, Loollapalooza, HORDE, ma il Pistoia Blues Festival è uno degli appuntamenti più gustosi dell'anno, e non delude mai. Quest'anno io e Eleonora l'abbiamo presa larga, prendendoci tutta la settimana per un tour motociclistico della Toscana, il cui vertice sono stati i giorni a Pistoia. Proprio la motocicletta ha rappresentato il pretesto per una chiacchierata con i fratelli Robinson, che abbiamo incrociato con la band dietro le quinte poco prima dello show. La curiosità del fatto che io e Eleonora indossassimo le stesse giacche da motociclista ci ha portato a raccontare di moto e di modelli, compreso il fatto che la mia t-shirt riportasse la scritta Triumph, non perché fossimo in effetti in giro con una Bonneville ma più per la copertina di Highway 61 di zio Bob. Chris Robinson, con la sua aria da hippie "stonato", è il vero corvaccio, anche se le sue piume sono piuttosto consunte per la sua età.


Quando i Black Crowes arrivano sul palco è subito rock: un southern rock potente e corposo, un suono impastato e denso quel tanto per farne sincero e sudato rock & roll. Anche se più di un accordo porta alla mente gli Stones (ho preso un passaggio strumentale per Midnight Rambler) ed i Faces, è evidente che in realtà non c'è nulla di British ma un compendio di sound della Cotton Belt, dagli Allman agli Skynyrd alla Muscle Shoals Rhythm Section e dunque anche il "nordico" Bob Seger. L'apertura è tutta classica, con Sting Me, Twice As Hard e Hotel Illness dalla prima irresistibile coppia di album. È evidente da subito che i Crowes, i corvi, sono i due fratelli e gli altri, per quanto straordinari, i loro accompagnatori. La personalità della band sta nella chitarra intensa, distorta, rumorosa e mai scontata di Rich Robinson, e nella straordinaria gamma vocale di Chris che, se pure si arrampica sugli acuti, è capace di farsi al bisogno bassa e profonda, come quando imita il soul di Steve Winwood in Medicated Goo.
Chris Robinson è un vero frontman di razza. L'impatto forte della sua immagine è un mix fra un novello Mago Merlino ed un androgino Jesus Christ Superstar, magrissimo, a piedi nudi e con i lunghi capelli lisci che fa vorticare in ogni direzione mentre danza un incessante ballo ipnotico che non interrompe neanche nei lunghi strumentali dei due chitarristi. E come uno sciamano espande sul pubblico il magic spell del suo incantesimo psichedelico, che scaturisce come una fonte dal potente southern rock di canzoni d'impatto come Good Friday, rendendo un poco alla volta lo spettacolo sempre più ipnotico fino a portare gli ascoltatori in trance. Flower power, psichedelia e hard rock.
La chitarra di Rich ci va giù dura con gli echi, mentre quella di Jackie Green è più pulita, virtuosa e convenzionale, ma tanto abile che a tratti ho l'impressione di ascoltare un jazzista come Al Di Meola. Adam McDougall è un tastierista boogie di gran pregio, anche se si sente soprattutto nei momenti più tranquilli, ed il batterista Steve Gorman un percussionista, una vera macchina del ritmo. I brani si dilatano, gli assoli si intrecciano, le ballate si fanno acide mentre la band trascina il pubblico nel suo trip. Mano a mano che le ballate confondono i generi, è evidente che una forte ispirazione per Chris è rappresentata dalla voce, acuta, hard e incantata di Robert Plant. Altro che Stones: quando attaccano con gli echi pare proprio di riesumare i Led Zeppelin di Dazed and Confused.
Le due ore dello show volano e prima di rendercene conto stiamo ascoltando l'ultima canzone, la potente Remedy, suonata anche con le mani da un Chris che ne mima il tessuto ritmico. Da qui si scivola al bis con un irresistibile potente mix del soul di Memphis di Hard to Handle con quella Hush che evoca i migliori Deep Purple e gli antichi stregoni del rock duro. Un (lungo) momento indimenticabile. Chris non si è risparmiato, ha dato tutto ed è stremato, ringrazia e fa un cenno ai tecnici che il concerto finisce qui. Con una grande voglia di vederne un altro e soprattutto in una rinnovata consapevolezza della forza del rock & roll, quello che davvero ha segnato la nostra vita.


Difficile avere uguali aspettative per la serata successiva, con i sempreverdi Van Der Graaf Generator, e l'idolo dei ventenni nostrani Steven Wilson, il nerd del neo-prog. Costretti dai capricci del giovane Wilson ad aprire quando ancora il sole splende, la intima "musica da camera" dei tre grandi vecchi, Peter, Guy e Hugh, fatica a prendere in un ambiente grande come Piazza Duomo. È l'ultimo show di un tour coraggioso, in cui i tre musicisti hanno messo in repertorio per la prima volta due suite intense e non facili, Flight e A Plague of Lighthouse Keepers. Il suono è spigoloso, la voce di Peter sofferente, ed il grosso del lavoro in assenza del sax di sicura presa di David Jackson (purtroppo non più nella band) viene eseguito da Guy Evans, un batterista potente e raffinato. Flight è un po' freddo per l'ambiente, ed il gruppo trova il tocco nella Lighthouse Keepers dal leggendario Pawn Hearts, suonata proprio al tramonto, anche se la mancanza della parte di Jaxon è evidente. Non ci sono bis perché il tempo rimasto è di Pierino-la-peste-Wilson, solo un momento per il commovente commiato di Hammill.

I tempi di attesa per lo show di Wilson sono quasi oltraggiosi, mentre sul palco è proiettata una luna e la novella pop star si fa ripulire il palco con un aspirapolvere. Quando alla fine la giovane star arriva sul palco, piccolo e magrissimo, a piedi nudi, con un buffo atteggiarsi a leader, e parte la musica ad altissimo volume, più che a Pistoia sembra di essersi trasferiti in discoteca a Rimini. È evidente che la distanza fra i due gruppi non avrebbe potuto essere più grande. Wilson è figlio della dance, della musica house, dell'hardcore, dell'haevy metal, dell'ecstasy. È più nella cultura dei disk-jockey che del rock, ed il suo pubblico è in effetti troppo giovane per aver ascoltato Hearbreak Hotel. Dopo aver resistito al volume di due o tre brani, divertiti dalle sue movenze un po' naif da wanna-be-a-star, io e Eleonora ci ritiriamo nel backstage, per ascoltare le parole calde e umane di Evans e Banton, davanti ad una bottiglia di vino. E poi fuori, nella affollatissima movida della notte di Pistoia. Grande città, grande festival, grandi persone. E un ringraziamento sopra agli altri a Silvano Martini, il deus ex machina della security, un local hero a cui tutti a questo festival hanno fatto riferimento. E un grazie infine a Davide Bonato per la cortesia e collaborazione.