mercoledì 27 marzo 2013

David Bowie : The Next Day




Ci furono tempi in cui dischi così erano all’ordine del giorno. Il 1967, per esempio. O il 1978. Ma poi se n’è perso lo stampo. Bowie stesso per registrarlo ha dovuto prendere una rincorsa lunga dieci anni (ma in realtà molto di più se si considera che hours è del ’99, Tin Machine dell’89, Let’s Dance dell’83). The Next Day è un album doppio in studio, l’ultimo di un glorioso format che in passato ha rappresentato lo zenit per molti artisti, da Dylan (Blonde on Blonde) ai Beatles (White Album), da Stones (Exile) a Clapton (Derek & the Dominos), da Springsteen (The River) a Clash (London Calling).
The Next Day è un album di canzoni, tante e molto belle: canzoni aliene, fantascientifiche, diverse, oblique, nelle melodie e negli arrangiamenti. In questo il fantasma di Brian Eno è il “convitato in pietra”, il grande assente - presente in ogni brano. Ed il disco Heroes (rievocato nel remake della copertina, modificata solo dal nuovo titolo) ne è lo stampo, fumante, industriale, metallurgico, post-moderno.
Il suono stesso, curato dal produttore storico Tony Visconti, è post-moderno, compatto e solido come un wall of sound low-fi senza sfumature e senza separazione fra gli strumenti, tutti fusi in un unico oggetto: chitarra, synt, drum machine, sax. Le canzoni sembrato prendere vita davanti all’ascoltatore assemblandosi con gli elementi classici del vissuto sonoro di Bowie, che arrivano, si incastrano e se ne vanno come in un gioco caleidoscopico; un po’ Hunky Dory, un po’ Ziggy, Aladdin Sane, Low, Let’s Dance, Outside…
Anche i testi, per quel che si può afferrare (sarebbero anche riportati in copertina, ma in un minuscolissimo volutamente non leggibile), non raccontano esattamente di storie ma sono spezzoni di frasi che lasciano libertà all’interpretazione dell’ascoltatore.

The Next Day si apre con un paio di brani monolitici (un po’ Outside e un po’ berlinesi): l’omonimo The Next Day e Dirty Boys, ed il secondo già si scioglie nel coro in un lirismo classico.
The Stars (are out tonight) è il singolo rock’n’roll, classico, potente e coinvolgente, a la Jean Genie o Rebel Rebel (o se preferite Absolute Beginners).
Love is Lost è un bel brano duro per chitarra elettrica, non scevro di echi glam.
Where Are We Now, il primo singolo (il brano più estraneo al lavoro e quello che mi piace meno), è un lento immobile e già sentito, che richiama infatti Thursday's Child.
Valentine’s Day è Roy Orbison (riecheggia forse un brano dei Travelin’ Wilburys, poi verifico) ma anziché d’amore racconta di una strage in una scuola..
If You Can See Me è nevrotico metallo pesante alla Outside.
I’d Rather Be High ha un incedere melodico, lirico ed arioso, con un cantato emozionale.
Boss Of Me, decorata da un sax, si sviluppa su un ritmo dance minimale, in qualche punto fra Low e Let’s Dance.
Dancing Out In Space è Bowie futurista ballabile e orecchiabile: per qualche ragione mi porta alla mente gli esperimenti sintetici di Steve Hillage dei Gong, chitarrista un po’ beatlesiano e un po’ synt-dance.
How Does The Grass Grow è una (bella) ballata che arriva dai tempi del folletto folksinger psichedelico.
Set The World On Fire è un (bel) rock & roll come li sa cantare Ziggy Stardust, raddoppiato dalla successiva melodia intensa di You Feel So Lonely You Could Day, nel crescendo che rende entusiasmante questo disco.
Heat sarebbe la tesa, immobile conclusione fantascientifica del disco. Ma solo in teoria, perché seguono altri tre brani che, per quanto venduti come bonus track, si integrano senza soluzione di continuo con il resto del disco.
So She è un (bel) lento dance melodico, che porta alla mente la colonna sonora di Labirynth.
Plan è uno spezzone strumentale a la Low, un figlio illegittimo di Eno.
I’ll Take You There è un brano beat, che più che chiudere il doppio disco lo lascia aperto ad un sequel… come dire: canzoni se ne possono aggiungere quante ne vogliamo. Tanto che è già spuntata una diciottesima canzone, God Bless The Girl (un ritmo saltellante alla Bo' Diddley che evoca il Bowie classico di The Supermen), sull'edizione giapponese. E si sa che diversi brani siano rimasti esclusi dal master finale a favore di un progetto prossimo venturo.

Fatico a ricordare un disco di David Bowie migliore di The Next Day. Forse solo quello di Ziggy Stardust e i suoi ragni di Marte.

Blue Bottazzi

martedì 26 marzo 2013

Winterland, Cesenatico


Non c’ero al Winterland di San Francisco il 25 novembre del 1976, ad assistere all’ultimo concerto di The Band, con una tonnellata di ospiti loro amici, da cui Martin Scorsese trasse il film The Last Waltz. Ma ero il 23 ed il 24 marzo 2013 al Teatro Comunale di Cesenatico per No Way Back, il concerto per registrare il disco ed il film dal vivo di Miami & The Groovers, con gli ospiti loro amici.
Il paragone non è peregrino, anche se The Band chiudeva i battenti mentre i Groovers sono in pieno decollo, e se i primi ed i loro amici erano le più celebri rock star d’America questi sono i più amati rocker della scena di Little Italy. Una cosa sicuramente è in comune: la passione, quella della band e quella del suo pubblico. È un’esperienza a cui non sei abituato, nemmeno se sei nel rock da quarant’anni come me, quella del rapporto fra Miami & The Groovers ed il proprio pubblico. Sold Out da settimane, già da ore prima dell’inizio dello show, in un’aria di mare fredda e piovosa da tramontana, si avvicinavano al teatro i fan, e li riconoscevi subito: sorridenti, ragazzi dai venti ai sessant’anni, zainetti, fidanzate, mogli, figli, si percepiva l’occasione importante, della celebrazione, della festa rock. Il tempo di ritirare i biglietti, riempire un po' lo stomaco con una piadina e poi erano tutti al banco del merchandising, a salutarsi, sbirciarsi, informarsi, sorridersi, cercare con gli occhi i musicisti, prima di prendere posto nel graziosissimo teatro dove in tanti lavoravano da una giornata perché tutto funzionasse e alla fine potessimo celebrare il ricordo dell’evento con un disco e magari un film.
Tanti ospiti, ad accogliere musicalmente il pubblico (fra gli altri Daniele Tenca il primo giorno ed Hernandez & Sampedro il secondo) e poi a dividere il palco con la band.
Un anno prima Miami & The Groovers presentavano al proprio pubblico nello stesso teatro il nuovo disco, Good Things, cose buone, buone nuove. Già allora erano Local Heroes, nomi importanti sulla scena dell’East Shore. Da allora un endless tour di cento show in un anno, e l’ottima accoglienza del disco, hanno ampliato il numero dei fan, del pubblico che li ama, che li segue nei teatri come nelle birrerie fino ai concerti sulla spiaggia, un pubblico che è parte della loro stessa scena, delle loro serate, della loro vita, persino dei testi delle loro canzoni. Così eccoli in piedi, con le magliette, a cantare a squarciagola i cori, a riprendere in coro le canzoni dopo che sono terminate per far tornare Lorenzo Semprini, il cantante, al microfono, un po’ al contrario di quello che accade normalmente.
Nonostante la perfetta rodatura dei cento show in un anno, Lorenzo & i Groovers salgono sul palco con il cuore che batte a mille, perché sentono l’importanza dell’evento, oltre che la presenza delle telecamere. Per questo la prima serata (il sabato) è più “festosa”, con qualche inconveniente tecnico e con tanta voglia di piacere e di far festa, fino ad invitare il pubblico sul palco per cantare (e registrare) l'inno di We’re Still Alive. Più potente la seconda serata (o per meglio dire: il pomeriggio della domenica), con la band più rilassata e di conseguenza più solida e coesa, più cool e meno piaciona, con versioni di ogni canzone migliore che su disco, con qualche vertice come l’iniziale Always the Same, con gli scatenati ed applauditi assoli di chitarra di Beppe Ardito (che comprendono persino citazioni di Chuck Berry e Jimmy Page), con il gran lavoro di tastiere di Alessio Raffaelli (in comune con un’altra band di culto della scena di Little Italy, i Cheap Wine di Pesaro), con il boom boom implacabile dei tamburi di Marco Ferri, un vero robocop del ritmo, che lungi dallo stancarsi avrebbe proseguito lo show (di tre ore per set) per altre dodici!

(in arrivo il racconto di Eleonora Bagarotti...)

lunedì 25 marzo 2013

belli legali e soprattutto dal vivo


I dischi dal vivo non sono sempre stati considerati un prodotto di serie A. All’inizio, negli anni '60 ed ancora nei primi '70, le case discografiche registravano poco, male e mal volentieri gli show degli artisti. Stampare un disco dal vivo era considerato poco più (o poco meno) di un riempitivo per un momento di vuoto creativo o per la scadenza di un contratto, sul modello di un Got Live If You Want It! degli Stones, o della seconda parte di un disco povero di materiale come Wheels Of Fire dei Cream.
I Beatles stessi, quelli che scrivevano le regole e le mode della nuova musica, non pubblicarono mai un disco in concerto.
I concerti stessi furono a lungo considerati dai discografici solo un mezzo per pubblicizzare i dischi dell’artista e a lungo consistettero in un circo di più musicisti che si alternavano con poche canzoni a testa, ad un prezzo del biglietto irrisorio - come il tour three bobs della Charisma che portava in giro i Genesis di Peter Gabriel, i VDGG di Peter Hammill e le altre band della label per 30 pence a biglietto. I tour potevano chiudersi in perdita perché i soldi arrivavano dalla vendita dei dischi.
Esattamente il contrario di quello che avviene oggi, dove i dischi vendono pochissimo, sono scaricati gratis dai giovani e servono per pubblicizzare gli show delle star i cui biglietti arrivano tranquillamente a costare 40, 60, 100 dollari (o euro).

I dischi dal vivo avrebbero cominciato a conquistare una loro dignità a cavallo del 1970 con successi di classifica come Live At Leeds degli Who, Get Yer Ya-Ya's Out! degli Stones, Undead dei Ten Years After, persino Pictures At An Exhibition degli EL&P.
Furono le smisurate vendite di doppi live come Frampton Comes Alive e Live Bullet ed il culto di lavori come Allman Brothers Band At Fillmore East a inventare il “doppio dal vivo”.
Ai tempi del vinile era più facile individuare dischi dal vivo di culto: i live erano pochi nella carriera di un artista, non arrivavano di regola prima del quarto o quinto disco (quando c’era abbastanza repertorio) e difficilmente veniva bissato. Poi ci furono band che reinventarono il live-show. come i Grateful Dead, che dal vivo si realizzavano enormemente più che sui dischi in studio e le registrazioni in concerto cominciarono a moltiplicarsi.
Non che il pubblico non fosse affamato delle registrazioni dei concerti. Erano le case discografiche a non capire. Tanto è vero che fu fiorente negli anni settanta il fenomeno dei bootleg, registrazioni pirata di bassa qualità degli show che passavano di mano fra gli appassionati a prezzi elevati. A tutta risposta i discografici invece di stampare quello che la gente chiedeva, mobilitavano i federali per sequestrare i dischi pirata. I più bootlegati furono probabilmente Dylan, Springsteen ed i Grateful Dead. Gli ultimi costruirono sui bootleg la loro leggenda, e furono i primi a vendere regolarmente le loro incisioni dal vivo. Dylan ha creato una propria Bootleg Series che stampa con regolarità delle vere chicche della propria carriera. Springsteen invece non lo ha ancora capito oggi, mostrando nel suo rapporto con i dischi una mentalità da pop star.
Sul Mucchio Selvaggio alla fine dei settanta avevamo una rubrica chiamata Belli Legali e soprattutto dal Vivo, dedicata ai dischi live di culto.

Tutti gli appassionati hanno uno spazio particolare nel cuore e nella discoteca dedicato alle più mitiche testimonianze di cosa significa suonare il rock & roll in concerto. 
I più celebrati di quei dischi sono probabilmente questi:

Lou Reed : Rock n Roll Animal
Bruce Springsteen Live In The Promised Land (*)
Grateful Dead : Live Dead
Little Feat : Waiting For Columbus
Allman Brothers Band : At Fillmore East
Bob Seger and the Silver Bullet Band : Live Bullet
Who : Live At Leeds
Dr.Feelgood : Stupidity
Rolling Stones : Brussels Affair
Townes Van Zandt : Live At The Old Quarter Houston Texas
Doors : Absolutely Live
Ten Years After : Undead
Phish : A Live One
Dave Matthews Band 2009 Lucca Italy
John Mayall : Jazz Blues Fusion
Sam Cooke : Live at the Harlem Square Club 1963
Wilco : Kicking Television: Live in Chicago
Van Morrison : It’s Too Late To Stop Now
Eric Claton : Was Here
Peter Green : Soho Session

+

Ian Hunter > Welcome To The Club 
Kinks > One For The Road 
The Rolling Stones > Get Yer Yas Yas Out 
Willy DeVille > Live Montreux 1994
Frank Zappa / Mothers > Roxy & Elsewhere 
Bob Marley > Babylon By Bus 
Tom Petty > Pack Up the Plantation: Live! 
Bob Dylan > The Rolling Thunder Revue
The Runaways > Live In Japan 
Cheap Trick > At Budokan 
CCR > The Concert 
MC5 > Kick Out The Jams 



i titoli di Mauro Zambellini:

Tom Petty The Live Anthology
Velvet Underground Live 1969
David Johansen Live It Up
Willie Nile Live from Streets of NY
Nirvana Unplugged in NY
Steve Ray Vaughan Live at Carnegie Hall
Joe Ely Live Chicago 1987
Marshall Tucker Band Way Out West Live in SF 1973
Lynyrd Skynyrd One From the road
Southside Johnny Reach Up and Touch The sky
Carolyne Mas Mas Hysteria
Garland Jeffreys Rock n’roll adult
Steve Earle and the Dukes Shut Up and Die Like an Aviator
Dave Alvin and Guity Man
Dream Syndicate Live at Raj’s
Wilco Kicking Television
Bob Dylan Live 1975 Rolling Thunder Revue Bootleg Series vol.8
The Band The Last Waltz
Jimi Hendrix Experience Live at Winterland
Pearl Jam Live at Gorge
Counting Crows New Amsterdam
Gov’t Mule Live with a little help from our friends
Widespread Panic Light Fuse Get Away
Lucinda Williams Live@the Fillmore
Joni Mitchell Shadows and Lights
Townes Van Zandt Live at Old Quarter Houston, TX
Led Zeppelin The Song Remains the same
REM Live at Olympia in Dublin
Joe Cocker Mad Dogs and Englishmen
Jimmy Page and The Black Crowes Live at the Greek
Paul Weller Catch-Flame
Cream Wheels of Fire
Winwood and Clapton Live at Madison Square Garden
The Byrds Untitled



Live in the Promised Land / Winterland '78 è l'unico disco non legale della lista. Impossibile non citarlo perché nessuna altra registrazione è in grado di testimoniare altrettanto bene cosa fosse la E Street Band dal vivo... 

giovedì 14 marzo 2013

Graham Parker & the Rumour > Three Chords Good



Non c'è storia: british do it better! Fin dai tempi della Swingin' London e della British Invasion, gli inglesi avranno anche usato ingredienti americani ma la ricetta del rock è stata la loro, di Beatles, Stones, Kinks e Who. All'inizio degli anni settanta furono sempre gli inglesi a resuscitare il rock & roll con il glam di Bowie, Mott The Hoople, Elton John. Ed alla fine degli stessi settanta a ritrovare l'energia del rock con la new wave di Graham Parker, Elvis Costello, Joe Jackson e Clash. C'è ben da dire che da allora gli inglesi hanno deluso parecchio: dopo la svolta indie degli Smiths e l'anemico brit pop, pare che a Londra si siano smarcati dal ruolo di capitale della musica. Ma ultimamente anche Sua Maestà è tornata a dare segni di vita. Dapprima i Madness con un'opera rock di notevole bellezza, The Liberty Of Norton Folgate, da noi ignorata. Quest'anno si sono rifatti vivi i Dexys (quelli di Celtic Soul Brother, ma con assai meno grazia), e Ian Hunter, che con la Runt Band è tornato a suonare un energico glam rock che pare arrivare dal 1973. Siccome la classe non è acqua, come migliori di tutti ancora una volta si sono imposti Graham Parker and the Rumour, con un impossibile ritorno a trent'anni di distanza dal disco d'addio. Parker ed i Rumour furono i padrini della scena della seconda metà degli anni settanta ed il loro nome è stato spesso associato a quello di The Band, Rolling Stones, Van Morrison e (sconfinando) anche Bruce Springsteen. Mi è capitato qualche anno fa in occasione della timida reunion di The Band senza Robertson di esprimere il desiderio che anche i Rumour potessero riaffacciarsi se non per suonare la sveglia al rock britannico, almeno per un bicchiere della staffa. Parker, motore del gruppo ma senza band privato della meccanica adeguata, non aveva mai smesso di suonare in studio e dal vivo, e dopo un picco creativo attorno al '90 con un tris di grandi lavori (Mona Lisa's Sister, Human Soul, Struck by Lightning) in compagnia di Brinsley Schwartz (che dei Rumour è il chitarrista) è emigrato oltreoceano, a NYC, accontentandosi di accompagnatori minori e label di nicchia, pure non mancando di mettere a segno un paio di brani buoni ad ogni disco. Il recente Imaginary Television del 2010 lasciava a presagire un ritorno alla forma, con una serie di canzoni che mancavano solo dei giusti musicisti. Che si erano dispersi, chi a curare un negozio di strumenti musicali, chi a fare da session man, chi ritirato in pensione. D'un tratto, l'illuminazione: intuendo di avere in mano delle ottime canzoni, Parker ha cercato Steve Goulding ed Andrew Bodnar, la sezione ritmica della vecchia band perché lo accompagnasse. E da lì è stato automatico far scattare la scintilla della reunion, l'idea di rimettere assieme la vecchia band per conto di dio. Non che siano più i tempi in cui una grande band che gronda di rock inglese, di beat, r&b e r&r possa avere successo in classifica. Però si può sempre distillare un grande vino per palati fini per farci rivivere un po' di good vibrations dei good times quando non ci speravamo più. La band è al gran completo, tutti hanno risposto alla chiamata e il suono è compatto come un treno in corsa, con dodici brani che non sono mai meno che deliziosi, che girano rotondi, piacevoli e inarrestabili come il motore di una café racer. Fin dalle prime note di Snake Oil Capital, che citano quelle di un hit dei bei tempi (Hey Lord, Don't Ask Me Questions) la ritmica pulsa perfetta, i chitarristi cesellano da maestri non dispiacendosi di lasciare tutte le luci della scena alle calde e liquide tastiere di Bob Andrews, che non a caso in passato era stato paragonato a Garth Hudson di The Band. Parker è perfettamente a suo agio, in piena forma ma mai sopra le righe. Non ci sono i fiati e non ci sono assoli né tempi morti: il risultato rimanda a perfette morbide alchimie del passato come Full Moon Rising di Tom Petty o il citato Struck by Lighting dello stesso Parker. Di tanto in tanto capita ancora che escano dischi niente affatto male, se si considera che siamo negli anni duemila. Ma questo Three Chords Good sarebbe stato un gran disco anche nel 1978.

Blue Bottazzi (SUONO Marzo)

giovedì 7 marzo 2013

Yes Song


Scrivere, scrivere, scrivere... per quanto scriva sembra sempre che arrivare a finire il mio libro sulle storie rock sia come vuotare il mare con un cucchiaio. Ma questa volta non manca molto. Una decina di pezzi, forse (scrivo forse perché ogni volta che finisco di scrivere di una band ne salta fuori un'altra che non avevo considerato). E già dopo questo libro ne ho aperti aperti altri quattro, di titoli... comunque questo che vi do in anteprima è una parte del capitolo sul Progressive, il paragrafo dedicato a una band che si chiama Yes. 


La storia della band che porta il nome di Yes è quella di una delle più longeve formazioni britanniche di tutti i tempi ed avrebbe potuto essere quella dei Grateful Dead d'Albione, nonostante a conti fatti alla fine il gruppo abbia mancato l'appuntamento (ed i suoi fan non si chiamino Yes-heads). Una storia di musica ma anche di ambizione, arroganza, denaro, compromessi, tradimenti e litigi.
Come sempre, tutto nasce dai Beatles. Per la precisione da Yellow Submarine, il film d'animazione del 1968 che narra della lotta fra il potere della musica ed i biechi blu. Uno dei simboli della band del sergente Pepper era la scritta Yes, "Sì", a testimonianza della filosofia positiva e d'amore del gruppo e della generazione del flower power. Gli Yes nacquero proprio quell'anno, quando al La Chasse Club di Soho (Londra) qualcuno presentò Jon Anderson (il nome sarebbe John, modificato per apparire più esotico), cantante di belle speranze, a Chris Squire, bassista di impostazione "funky" alla John Entwistle.
La scena musicale era quanto di più creativo si possa immaginare: con l'estate dell'amore da poco alle spalle la fantasia musicale era al potere, dai Nice di Keith Emerson ai risorti Pink Floyd (dopo Barrett), Trinity, Colosseum, Vanilla Fudge… ovunque era un melting pot di generi, dal beat al blues al jazz alla classica e le barriere della forma canzone sembravano destinate ad essere abbattute. Anderson e Squire convennero di fondare una rock band che fosse al tempo stesso innovativa e piacevole da ascoltare, virtuosa ma melodica. Un gruppo basato vocalmente su armonie vocali alla Buffalo Springfield, Byrds e Simon & Garfunkel, ma con l'ambizione di creare canzoni lunghe, ricche di assoli strumentali e di variazioni, di tempo e di tema. Anderson era dotato di una voce originale tenorile tutta giocata su toni alti, mentre Squire era determinato a diventare un bassista di talento. Racconta che dedicava tutto il proprio tempo in cui non stava a bagno nella vasca (abitudine che gli procurò il soprannome di Fish, il pesce) ad esercitarsi allo strumento. Un giorno sparì dalla circolazione per restare recluso per mesi in casa della fidanzata per curarsi da un bad trip di LSD; quando si ripresentò era diventato un bassista dalla tecnica invidiabile. I due furono fortunati anche nella ricerca del batterista: misero un annuncio sul Melody Maker per cercare un batterista a patto che possedesse una prestigiosa Ludwig (la band non mancava di forti ambizioni). Si presentò il giovane Bill Bruford; aveva dovuto dipingere di nero la sua batteria per farla assomigliare ad una Ludwig, ma si sarebbe dimostrato il migliore batterista della scena progressive. La prima formazione fu completata da Peter Banks, già chitarrista con Squire nei Syn, la sua precedente band, e Tony Kaye, tastierista classico di Hammond B3.
Gli Yes si guadagnarono da subito la fama di band da vedere dal vivo. A dispetto del virtuosismo strumentale (si narrano aneddoti di pugni che volassero per aver sbagliato un ritmo o un attacco), le canzoni non mancavano di essere melodiche ed orecchiabili, sul modello della west coast americana. Il repertorio comprendeva cover di Buffalo Springfield e Byrds, America di Simon & Garfunkel, e canzoni dei Beatles e persino dal musical West Side Story. Facendosi forti del successo del live show cercarono di firmare un contratto per la Apple Records, con il sogno di essere prodotti da Paul McCartney. Finirono invece assoldati dall'americana Atlantic, etichetta specializzata in Rithm & Blues.
Sulla copertina del primo disco (del 1969, lo stesso anno dell'esordio dei King Crimson) fa bella mostra di sé il fumetto Yes in stile Yellow Submarine. Nonostante la formazione non fosse ancora quella "classica", sul disco si respirava già il suono del gruppo, in particolare nel primo brano (Beyond And Before, firmato da Squire) e nell'ultimo (la lunga Survival, di Jon Anderson). La musica appoggiava sulla solida base ritmica di Bruford e Squire, lasciando la band libera di cesellare la melodia, con i cori cristallini ma anche le tastiere di Kaye (che imposta lo stile per i tastieristi a venire) e la chitarra dalle suggestioni un po' hendrixiane di Banks. Mancarono le vendite ma il risultato fu giudicato confortante dal gruppo, che si mise d'impegno per realizzare quello che credeva sarebbe stato l'album del successo. Dal momento che non era l'ambizione a far loro difetto, Anderson e Squire decisero di seguire le orme di Moody Blues, Nice, Deep Purple e Pink Floyd nel farsi accompagnare da un'orchestra classica. Non fu una grande idea, ma all'epoca era molto a la page. L'album si intitolò Time And A Word e dietro la consolle fu piazzato un ingegnere del suono che sarebbe diventato determinante nella creazione del sound della band: Eddie Offord. Anderson scrisse il brano che da il titolo all'album, una canzone corale che accompagnerà la band per tutta la sua carriera: "C'è un tempo ed il tempo è adesso / c'è una parola, e la parola è amore". La canzone è molto bella, ma il resto dell'album non un gran che, con l'eccezione di Sweet Dreams e forse della cover di Everydays dei Buffalo Springfield. L'orchestra tendeva a rendere confuso il suono e la registrazione era mediocre. A Peter Banks in particolare l'album non piacque e Anderson, che in cuor suo riteneva il chitarrista non all'altezza degli standard di virtuosismo del gruppo, ne approfittò per estrometterlo, inaugurando una tradizione di pugnalate alle spalle che negli anni sarebbe diventato la regola all'interno del gruppo. Cercò senza successo di sostituirlo con Robert Fripp, che era rimasto orfano del gruppo di moda del 1969, i King Crimson. Fece centro con Steve Howe, un chitarrista che aveva avuto un ruolo nella summer of love con i Tomorrow con i singoli My White Bicycle e Revolution. I Tomorrow erano una delle band che Antonioni avrebbe voluto in Blow Up in sostituzione degli Who, ruolo che spettò alla fine agli Yardbyrds. Howe era un vero virtuoso dello strumento, della scuola di Wes Montgomery e Chet Atkins ma anche di quella classica di Segovia. Aveva rifiutato offerte dai Nice e dai Jethro Tull, ma disse di sì agli Yes, tanto che appare nella foto della copertina di A Time and A Word, pur non avendovi suonato. Nonostante il singolo accattivante neanche il nuovo album ebbe successo, e gli Yes si trovano vicini a perdere il contratto.
Invece nello stesso 1970 riuscirono a mettere a fuoco il loro primo capolavoro: The Yes Album, il primo di una trilogia che costituisce il loro periodo classico. Prodotti da Eddie Offord in maniera molto solida, senza fronzoli né barocchismi, i nuovi Yes si dimostravano una potente rock band. L'ispirazione sembra venire da un power rock alla Cream al cubo, con il suono sostenuto con energia dal basso di Squire e dai tamburi di Bruford, letteralmente dipinto  dalla Gibson di Steve Howe ed i cori capitanati dalla voce di Anderson. Per qualche ragione le voci di Anderson, Howe e Squire di fondono in modo assolutamente naturale. Tutti i brani di Yes Album diverranno classici del repertorio della band: l'hard rock di Yours Is No Disgrace, i cori intensi di All Good People, le complesse Starship Tropper (con l'epica lunga coda di chitarra e basso) e Perpetual Change. Come ciliegina sulla torta Howe regala con Clap un momento di virtuosismo sotto forma di un assolo acustico che all'epoca faceva sognare. Come avevano sempre saputo che sarebbe accaduto, con quel disco gli Yes entrarono nell'Olimpo del rock inglese degli anni settanta.
Ma per Jon Anderson ancora non era abbastanza. I King Crimson avevano dettato con In The Court le regole del progressive sinfonico, e gli Yes si lasciarono travolgere da quell'onda. Per inciso furono gli stessi Crimson a invitare Jon a cantare in Prince Rupert sul loro ottimo album Lyzard, perché la canzone usciva dall'estensione del loro cantante. Lo strumento cool del momento, ancor più del mellotron, era il sintetizzatore Moog. Gli EL&P ne avevano uno, i Genesis (con Tony Banks) pure, ed anche Anderson voleva quel suono nel proprio gruppo. Tony Kaye preferiva il suono dell'Hammond B3 ed anche lui all'improvviso si trovò fuori dalla band. Anderson voleva il tastierista più virtuoso in città. Sotto quella luce Rick Wakeman faceva la sua figura. Alto, con i lunghissimi capelli lisci e biondi, sembrava un Mago Merlino immerso fra gli strati di tastiere che lo circondavano. Come session man Rick si era guadagnato il soprannome di "one take Wakeman" perché non sbagliava mai e non doveva mai ripetere un'incisione. È lui a suonare il mellotron in Space Oddity di Bowie ed il piano negli altri singoli. Suona sui dischi di Cat Stevens e sul primo Lou Reed. Aveva avuto una copertina di Melody Maker. Al momento suonava con gli Strawbs ed era restio a lasciarli, ma si lasciò sedurre dall'idea di suonare nella band con i migliori musicisti della scena. Wakeman non si sarebbe mai ben integrato dal punto di vista umano con il resto del gruppo: simpatico e companione, Rick era un forte consumatore di birra nella tradizione tutta britannica, un robusto mangiatore ed in generale un simpaticone. Gli altri Yes erano più sul versante hippie, vegetariani ed astemi ma consumatori di sostanze psicotrope. Chi conosce la successiva e imbarazzante carriera solista del tastierista, basata su virtuosismi barocchi un po' fini a sé stessi, con titoli come le Sei mogli di Enrico VIII, Viaggio al centro della terra, Il mito e la leggenda di Re Artù, e spettacoli in stile Holiday On Ice che rappresentano il kitsch verso cui è degenerato il progressive, è autorizzato a pensare di Wakeman tutto il male possibile; ma chi lo ha visto suonare, me compreso, ne ha un gran rispetto. Rick è davvero una macchina musicale delle tastiere, ed è capace di creare un tessuto sonoro che sostiene l'intero gruppo. Ho visto negli anni concerti degli Yes con e senza Wakeman e la differenza è sostanziale. Con Rick Wakeman, Steve Howe, Bill Bruford, Chris Squire e Jon Anderson, gli Yes approdarono alla formazione perfetta: sono loro gli Yes classici, rimpianti da ogni fan del gruppo. Assieme i cinque nel 1972 registrarono Fragile. Rispetto agli album precedenti, e con l'aiuto delle tastiere elettroniche di Wakeman, l'album virava verso le atmosfere sinfoniche del progressive di Crimson e Genesis, creando delicati gioielli che appaiono pinnacoli di prezioso vetro colorato, "fragili" appunto. Heart of the Sunrise è una sorta di omaggio a 21st Century Schizoid Man dei Crimson. L'incipit di Roundabout richiama le tastiere di Tony Banks dei Genesis; Long Distance Runaround è un altro classico; South Side Of The Sky, sul disco un po' acerbo, si svilupperà appieno nel live show. Cinque ulteriori brani brevi sono dedicati ad ognuno dei membri, un primo indizio dell'individualismo che avrebbe condizionato il futuro del gruppo. Comunque Mood For A Day doveva diventare l'assolo più celebrato di Steve Howe. La copertina fu la prima di una lunga serie di belle cover fantasy / sci-fi di Roger Dean, che inventò anche il logo del gruppo. Con il successivo Close to the Edge si consolidò la coppia creativa Howe / Anderson. I due immaginarono una canzone lunga come un'intera facciata dell'album, composta da quattro frammenti legati fra loro. Registrarono separatamente gli elementi della suite e li fusero in fase di missaggio. Gli Yes erano formati classicamente e non furono mai portati all'improvvisazione. Al contrario cercavano di essere molto rigorosi nella costruzione dei brani che tendevano a riprodurre senza variazioni anche in concerto. Questo modo di lavorare sollevava qualche malcontento: Bill Bruford, batterista di estrazione jazz, non amava lavorare alla cieca in un gioco di sovraincisioni. Anche a Wakeman veniva spesso chiesto di sovraincidere le sue tastiere su brani già pronti, il che gli dava la percezione di non avere un controllo sulla musica del gruppo. Ciò nonostante con Close To The Edge gli Yes compirono il loro capolavoro, la perfetta sintesi del loro suono e del loro progetto musicale. La musica appoggia, come nell'architettura gotica, sulla base ritmica solida come colonne di Bruford e Squire, lasciando la band libera di cesellare la melodia, con i cori cristallini. Il produttore Eddie Offord padroneggia lo studio e canzoni, arrangiamenti e suono sono perfetti, senza che una sola nota vada sprecata, né un solo momento sia un riempitivo, un autentico wall of sound sinfonico creato da strati di sovraincisioni. Una facciata comprende la suite di Close To The Edge, l'altra due lunghi pezzi, la ballata di And You And I giocata sulla chitarra acustica di Howe e l'hard rock di Siberian Kathru. Un disco gioioso, e uno dei migliori dischi britannici di tutti i tempi. Ma Bruford ne aveva abbastanza del modo di lavorare degli Yes, e ammirava invece il lavoro che Robert Fripp stava facendo con i suoi King Crimson, superando il prof sinfonico per cercare una sorta di jazz non jazz, un rock industriale basato largamente sull'improvvisazione e la sperimentazione. Lasciò dunque senza rimpianti quella che era appena diventata una macchina da soldi, per far parte della nuova formazione dei Crimson, il quartetto di Larks' Tongues in Aspic con John Wetton e David Cross. Ebbe forse a ripensarci quando solo dopo un anno l'irrequieto Fripp sciolse il gruppo, per intraprendere il "cammino per il 1980", che comunque avrebbe dato alla luce la band di Discipline composta da Fripp e Bruford assieme ad Adrian Belew e Tony Levine.
Per ritorsione gli Yes non pagarono a Bruford le royalty di Close To The Edge, che furono girate al suo sostituto, Alan White. White era il batterista di moda del momento, in auge per aver accompagnato John Lennon sia con la Plastic Ono Band che in Imagine, e George Harrison in All Things Must Pass. Un session man di stile hard rock, senza il talento del suo predecessore. Anche Rick Wakeman era sul punto di lasciare gli Yes per tentare una carriera in proprio, ma venne convinto a desistere. Si sfogò registrando l'inamidato The Six Wives Of Henry VIII, un barocco guazzabuglio di tastiere un po' kitsch.
La Atlantic mise a frutto il momento di celebrità del gruppo stampando un album dal vivo addirittura triplo (forse il primo per un gruppo rock), Yessongs, in una lussuosa confezione curata da Roger Dean, con registrazioni in concerto sia della formazione classica che di quella nuova con White. Nonostante gli Yes fossero in forma perfetta, le registrazioni sono tecnicamente un po' approssimative, al di sotto anche degli standard dell'epoca. Comunque nonostante il prezzo più elevato a causa dei 3 LP, il disco fece la top ten tanto nelle classifiche inglesi che americane. Erano definitivamente gli anni del successo. Che forse cominciava a dare alla testa alla formazione: per Tales From Topographic Ocean del 1974, Anderson ed Howe volevano "il disco doppio". Concepirono così un'opera ancora più ambiziosa: quattro suite di una facciata ciascuna, su un tema mistico vagamente buddista. Il troppo stroppia e quella volta nonostante il suono particolarmente curato e tutti gli elementi della band al loro meglio, le canzoni erano stiracchiate oltre il limite e, come accade quando non c'è abbastanza sostanza, arrangiate con qualche superlativo di troppo. Un'esagerazione, al pari dei dischi coevi di Jethro Tull, EL&P e Led Zeppelin. Erano i primi sintomi di quella decadenza del rock dei '70 che favorirà l'imminente rivoluzione della new wave. Non a caso sia Robert Fripp che Peter Gabriel decidevano di mettere la parola fine alla esperienza progressive. Ciò nonostante il disco arrivò ancora una volta in cima alle classifiche, questa volta senza la benedizione della critica. Anche in concerto apparvero delle crepe quando il repertorio amato dal pubblico fu sostituito dalle quattro nuove suite suonate per intero dal gruppo su un palco rotante. Ricordo bene la recensione su Ciao 2001 di un perplesso Michael Pergolani da Londra. Wakeman decise che suonare con gli Yes non lo divertiva più ed abbandonò per creare un proprio show, il leggero e sconclusionato spettacolo di Journey To The Center Of The Heart. La sua uscita metteva la band nei guai: proprio nel momento del loro maggior successo commerciale, vere superstar del prog, perdevano l'elemento di maggior evidenza sul palco. Non era facile in quei giorni trovare un virtuoso delle tastiere che fosse disoccupato, ma c'era uno svizzero, Patrick Moraz, che era giunto a Londra cercando il successo, ma aveva avuto difficoltà con il permesso di lavoro. Si era dovuto adattare anche a fare il cameriere fino a che aveva trovato un posto come sostituto di Keith Emerson nei Nice di Brian Davison e Lee Jackson, con il nuovo nome di Refugee. Il disco del trio era debole e quel che era peggio non era stato premiato da un riscontro commerciale, così che Moraz non dovette pensarci molto prima di accettare l'offerta del gruppo inglese più famoso del momento. Patrick Moraz era fortemente orientato ai sintetizzatori ma con un suono più jazzato e più world, che legava poco con il prog del resto della band, certo non quanto il tocco delicato di Wakeman. Esistono molte registrazioni dal vivo della band con il tastierista svizzero, e tutte sono infelici. Con Moraz gli Yes registrarono Relayer, che avrebbe dovuto rappresentare un ritorno alla formula di Close To The Edge (una suite su una facciata, un rock ed un lento sull'altra) ma si trasformò in un pasticcio di sintetizzatori e hard rock sul modello di Brian Salad Surgery degli EL&P. I cinque, milionari e un po' irritati, decisero che era ora di concedersi un disco solista a testa. Il primo ad uscire fu nel 1975 Chris Squire con Fish Out Of Water, un solido disco rock dove il basso prende persino il posto della chitarra, ma che mostra i limiti creativi del bassista da solo e denuncia anche una certa faciloneria e gigioneria che lo accompagneranno negli anni a venire (a Chris piacciono certe scene per un pubblico naif come suonare il basso su una gamba sola come Ian Anderson dei Jethro Tull). Delizioso fu invece il disco di Steve Howe, Beginnings, un lavoro dalle sonorità acustiche cesellate e delicate, con una voce cristallina che per quanto debole evoca un songwriting alla Nick Drake. Un disco che  fa il paio con i migliori Yes, ed in alcune tracce si avvale dei bei tamburi di Bill Bruford. Jon Anderson presentò nell'estate del 1976 Olias Of Sunhillow, un'ambiziosa favola elettroacustica vagamente ispirata alla forma di Tubular Bells di Mike Oldfield, che li per li non piacque troppo perché non era arrangiato in maniera tradizionale, e a noi (il pubblico) piaceva che un gruppo avesse la batteria, il basso ed il tutto il resto, ma che ascoltato oggi è una gradevole soundtrack che anticipava i temi della new age.
In quel 1976 l'Inghilterra era alle soglie dell'esplosione del punk, che avrebbe (almeno per un po') trasformato dall'oggi al domani le vecchie star in dinosauri un po' patetici. Ignari dell'incombente pericolo gli Yes si spostarono per motivi fiscali a Losanna, sul lago vicino a Montreux, che in quegli anni era diventata la terra di esilio delle superstar inglesi. Era inoltre la terra di Patrick Moraz, la Svizzera, e lì avrebbero registrato il nuovo album. In Svizzera gli Yes vennero raggiunti da Wakeman, deluso dalle sorti della propria carriera solista, e coerentemente alle proprie abitudini non si fecero scrupoli a mettere alla porta Patrick, che aveva anche contribuito a scrivere parte del nuovo materiale ma non se li vide accreditare sulla copertina. Il nuovo album, Going For The One, perdeva il produttore "classico" Eddie Offord per sposare un suono più moderno, quello un po' lucido delle classifiche. Fu un notevole sforzo di igiene musicale per una band che era ormai diventata sinonimo di eccesso sonoro. Le canzoni erano più vivaci, più leggere, più positive. C'era un rock & roll, una ballate lenta ed una lunga suite, sia pur più misurata soprattutto per l'apporto delle tastiere leggere di Wakeman. La ristampa su CD di diversi anni dopo comprende anche diverse rilassate incisioni dal vivo che sorprendono per spontaneità e bellezza, offrendo un valore aggiunto al LP originale. Il 45 giri di Wonderous Stories, un brano un po' favolistico ed orecchiabile, si fece largo nelle classifiche regalando ottime vendite anche all'album. Gli Yes non erano più di moda ma erano pur sempre un ottimo affare. All'interno del gruppo però non regnava l'armonia. Jon e Chris era in rotta di collisione, ed anche l'aver perso i favori della critica aveva il suo peso nel generare un clima di insoddisfazione verso il lavoro collettivo. L'album del 1978, Tormato, si dimostrò incredibilmente privo di ispirazione, composto com'era da otto canzoni che non soddisfavano né la critica né il pubblico. Anzi, il successo modesto del singolo, il brano orecchiabile ed ecologista Don't Kill The Whale, con i suoi gorgheggi alto tenorili di Anderson e soci portava la band più verso il pubblico dei Bee Gees che dei rockers. Forse in un sincero impeto di autoironia la copertina stessa presentava i segni di pomodori spiaccicati, effettivamente lanciati da Rick Wakeman sui modelli mostrati dallo studio Hipgnosis. Era troppo per Jon Anderson che, conscio della fine di un'epoca, decise di abbandonare la band. Prese la decisione però in un brutto momento, alla vigilia di un tour americano le cui date erano già state fissate, senza considerarne le conseguenze per i compagni. Ora, mentre batterista e chitarrista si possono sempre sostituire, era un po' difficile immaginare gli Yes senza il proprio marchio di fabbrica, la voce angelica e cristallina di Anderson. Ciò nonostante c'erano dei conti da pagare: i membri della band erano in debito di milioni di sterline con il fisco britannico, e avevano sperperato i guadagni in ogni tipo di lusso immaginabile. Howe aveva preso l'abitudine di viaggiare in America in Concorde con la chitarra accomodata sul sedile a fianco con regolare biglietto da passeggero. White si era costruito una casa con un pavimento in vetro sotto cui scorreva un ruscello, come su una copertina di Roger Dean. Insomma, la band non c'era più, ma lo spettacolo non poteva fermarsi. Il manager era lo stesso dei Bungles, un gruppetto pop che aveva avuto un singolo di successo (Video Killed The Radio Star) e non trovò un'idea migliore che spedire il cantante ed il tastierista di quel gruppo in America a supporto di Howe, Squire e White i quali, fatti due conti, accettarono. Il pubblico americano è meno sofisticato e non sembrò prendersela più di tanto, ma al ritorno in patria gli show erano interrotti dai fischi. Ciò nonostante la band entrò in studio per registrare un nuovo disco con il marchio Yes, che fu appropriatamente battezzato Drama. Dopo di che collassò definitivamente. La casa discografica volle stampare un altro disco, Yesshows, che comprendeva poco incisive registrazioni dal vivo del periodo dal 1976 al 1978 con Moraz e Wakeman.
Arrivano agli anni ottanta. La new wave, che aveva fatto piazza pulita dei dinosauri del rock progressivo, era già al tramonto e le classifiche iniziavano a riempirsi di dischi "pop" di nomi come i Supertramp. Molti gruppi sopravvissuti si erano riciclati come Power Prog (in altre parole: leggeri), come i Genesis restati senza Peter Gabriel o gli Asia, formati proprio dall'ex Yes Steve Howe assieme a Carl Palmer ex EL&P e John Wetton ex King Crimson, e vendevano anche molto bene. Chris Squire decise che in questa scena ci sarebbe stato posto anche per lui, per cui recuperò Alan White e il cantante sudafricano Trevor Rabin per formare un gruppo a cui diede il nome di Cinema. Poi incontrò Jon Anderson, la cui collaborazione con Vangelis (l'ex tastierista greco degli Aphrodite's Child, la band che aveva registrato 666) non era poi stata così soddisfacente, ed i Cinema si trasformarono nel ritorno degli Yes. Il posto di tastierista venne offerto a quello stesso Tony Kaye che avevano licenziato nel 1971. Il disco "pop" di questi Yes si intitolò 90125 e come da programma ebbe davvero un enorme successo di vendite grazie alla canzoncina Owner Of A Lonely Heart che nel 1983 scalò ogni classifica. Resterà il disco più venduto della formazione (anche a sottolineare quanto poco paghi l'integrità).
Risolti i problemi economici, Squire si trasferì a vivere a Los Angeles che lo accolse nella sua viziosa vita notturna. Stimoli creativi o anche solo voglia di dare il seguito al disco pop ce n'erano pochi. Ci vollero quattro anni prima che il gruppo desse fondo ai guadagni e decidesse di rientrare in uno studio di registrazione, nello specifico in Italia (per spendere meno), e senza un'idea. Dopo Big Generator, un disco debole registrato con molta fatica, Jon lascerà di nuovo quella band, per mettersi in contatto con i tre Yes assenti, vale a dire Steve Howe, Rick Wakeman e Bill Bruford. Gli Asia non funzionavano più, i King Crimson erano nuovamente in pausa creativa ed i quattro decisero di rimettere assieme il nucleo della band originale. Mancavano all'appello solo due elementi: il bassista (il cui ruolo sarà affidato a Tony Levin) ed il nome, i cui diritti sembravano essere in mano a Squire ed all'etichetta Atlantic. Dunque alla fine degli sterili anni ottanta la situazione era quella del papa e dell'antipapa: da una parte i veri Yes senza nome, dall'altra il nome senza band. Anderson e soci registrano un disco progressive nello stile della "vecchia scuola" per la Arista nel 1989, dal titolo eponimico Anderson Bruford Wakeman Howe. Non realizzarono nulla di trascendentale ma almeno di dignitoso, e presero l'occasione per un tour con il titolo di An Evening Of Yes Music Plus, un bello show testimoniato nell'omonimo doppio CD. Il pubblico parlava a questo punto di Yes inglesi e di Yes L.A. Da Los Angeles Squire fece causa ai compagni per l'uso non autorizzato della parola "Yes", nonostante personalmente non fosse in grado di mettere insieme né un disco né un concerto. Gli ABWH avevano invece recuperato l'entusiasmo di suonare ed entrarono in studio per registrare il seguito. Nel rispetto della tradizione della soap opera del gruppo, Jon Anderson, che era deluso dalle vendite amatoriali del primo disco, decise di negoziare con Squire l'uso del nome originale. Fu raggiunto il compromesso di registrare un disco tutti assieme, Yes inglesi e Yes L.A., nonostante il parere negativo di Bruford, Wakeman e Howe. Il risultato fu il confuso Union del 1991, che porta il primato di essere considerato il peggiore disco della lunga carriera della band. Seguì niente meno che una tournée a otto elementi, con tutti i musicisti passati per gli Yes (ad esclusione del solo primo chitarrista Peter Banks). Alla fine del tour, a sorpresa Jon Anderson ritenne più conveniente restare dalla parte di Squire e del trade mark, e non si fece problemi a scaricare quegli Howe, Wakeman e Bruford che lui stesso aveva cercato. A questo punto, però, farà la stessa cosa con la band anche la casa discografica, la Arista, delusa dallo scarso potenziale creativo e soprattutto commerciale. Il disco registrato nel 1994, Talk, dovette trovarsi un'etichetta minore e fu un tale insuccesso che finalmente il nome Yes, non sembrando più di interesse economico alcuno, venne abbandonato.
L'uscita della motivazione commerciale dal palcoscenico portò nel 1996 i musicisti originali a riunirsi per il solo gusto di suonare. Jon abitava adesso in California, da buon hippie-chic a San Luis Obispo, e lì organizzò tre concerti con Squire, Howe, Wakeman e White. Gli show vennero registrati per un disco ed un DVD. I musicisti si mostrarono in buona forma ed il concerto fu entusiasmante. Al punto che i cinque decisero di provare a registrare qualche cosa anche in studio. Le registrazioni in studio sono artigianali, non molto più di un demo senza una produzione, ma la band decide di darle ugualmente alle stampe ed anzi, per aumentarne l'appeal, di dividerle in due parti fondendole con lo stesso show di San Luis Obispo, pure diviso in due. I due dischi prenderanno il nome di Keys To Ascension e saranno stampati dall'etichetta amatoriale Eagle Records. Le nuove canzoni non suonavano molto bene, anche se vennero recuperate con maggior grinta negli show, ed il risultato commerciale del primo volume fu così debole che la casa discografica congelò l'uscita del secondo, così che gli Yes si trovano di nuovo per strada. Ma per fortuna in tutti i sensi, perché intrapresero un tour per Francia (Parigi) e USA, dando il via ad una nuova carriera basata soprattutto sul live-show, sul modello di band americane come i Grateful Dead.
Nel 1997 Chris Squire si mise a lavorare ad un disco commerciale con il chitarrista Billy Sherwood, ed al disco furono invitati a partecipare gli altri Yes, che si presentarono volentieri con l'eccezione di Wakeman che del gruppo non ne voleva più saperne. Alla fine Open Your Eyes diventerà il nuovo disco della band. Un disco radiofonico, ma senza successo di classifica. La sua uscita sbloccò però Keys To Ascension II, che venne dato alle stampe con la seconda parte del concerto di San Luis Obispo ed il resto del disco registrato in studio. Nel 1998 gli Yes ripresero il tour attraverso USA, Canada, Sud America ed Europa. Nel 1999 Steve Howe, che fino a quel punto aveva condotto una carriera solista in sordina, registrò in proprio un ottimo disco, Portraits Of Bob Dylan, con cover delle canzoni del suo eroe: non a caso aveva battezzato il suo primogenito (oggi batterista) proprio Dylan. In molte canzoni Steve è affiancato da cantanti ospiti e l'highlight è rappresentato da una splendida versione di Sad Eyed Lady Of The Lowlands cantata dalla voce di Jon Anderson. A questo punto gli Yes, con Sherwood come secondo chitarrista ed un tastierista russo di ottimo livello, Igor Khoroshev (un fan della band classica), decisero che se i dischi pop non vendevano comunque, valeva la pena di registrare un disco con il cuore, per passione, entusiasmo e gioia di essere assieme. Sarà The Ladder, il disco della rinascita, nel 2000. Registrato come un "doppio vinile" è in effetti un gran disco, che trasuda in ogni traccia gioia di essere assieme ed entusiasmo di suonare. Un suono moderno, tracce essenziali piene di sole e di gioia, il senso del nuovo mattino. In It Will Be A Good Day un Jon Anderson in piena forma canta "…una ragione e un posto per ricominciare / e sarà un buon giorno / l'inizio è un posto dove sono già stato / guardano l'alba su spiagge d'argento / libero di nuovo, padrone della mia strada / sarà un buon giorno".
In Face To Face: "Stiamo provando a rimettere assieme i cuori spezzati / in un mondo che teme il dolore / e non c'è dubbio che ci sia un metodo in questa pazzia / aggiusta il tuo orologio sull'inizio di un anno nuovo…" 
Carichi di tanto entusiasmo i sei tornarono in tour e registrano il nuovo album dal vivo alla House Of Blues, in cui onestamente si percepisce la mancanza di Wakeman. Dopo di che per non smentirsi si liberarono del russo e di Sherwood (che fonderà uno spin off più commerciale nei Conspiracy con Chris Squire) e si rimisero al lavoro con l'idea di sopperire all'assenza delle tastiere con un'intera orchestra classica. Grazie all'ottimo contributo del compositore Larry Groupé la fusione con il suono dell'orchestra sorprendentemente funzionò (certo molto meglio del vecchio album A Time And A Word) e Magnification nel 2001 si rivelò uno dei migliori album di sempre della formazione. Seguì lo Yessymphonic Tour con un'orchestra diversa in ogni tappa. Otto anni di tour ininterrotti cominciavano a disegnare gli Yes come i Grateful Dead di Albione. Per il tour del 35esimo anniversario si ripresentò all'appello anche Rick Wakeman e la band era di nuovo all'apice della forma, con uno show che copriva il meglio del repertorio. Alcune tappe del tour furono anche registrate "unplugged", cioè acustiche, ed esiste fra gli altri un ottimo doppio CD Live At Montreux 2003, che oltre ad i classici comprende Magnification, In The Presence Of, We Have Heaven e una grande South Side Of The Sky oltre al recupero di To Be Over.
Durante una sosta dei tour Chris Squire si ritrovò con il vecchio amico Steve Nardelli, suo compagno nei vecchi Syn, per una rimpatriata della vecchia band. Il risultato fu il disco Syndestructible, sorprendentemente buono e molto simile al suono vintage di YES Album del 1970, anche se con una band strumentalmente più modesta. In concerto al batterista subentrò Alan White, ma poi l'ennesimo litigio di Squire pose fine anche a questo divertente progetto.
Gli Yes organizzarono un nuovo tour nel 2008, con Oliver Wakeman, il figlio di Rick, alle tastiere, ma alla vigilia Jon Anderson dovette fermarsi per subire un intervento chirurgico alla gola. Senza pensarci troppo i compagni partirono ugualmente sostituendolo, pare persino dimenticandosi di avvertirlo, con il cantante di una cover band, David Benoît dei Close To The Edge. Con questo formazione registrarono anche un nuovo live. Nel 2010 Geoff Downes, il tastierista dei tempi di Drama, bussò alle porte della band portando in dote del materiale che risaliva addirittura ai tempi dei Bungles. La band lo fece entrare, esonerando il giovane Oliver Wakeman e richiamando anche l'altro Bungle, Trevorn Horn, come produttore per registrare Fly From Here con Benoît alla voce. Nonostante l'assenza di Anderson l'album entrò a sorpresa sia nella classifica inglese (30° posto) che americana (36°), sia pur considerando che i numeri assoluti di vendita oggi sono modesti. Quando anche Benoît si ammalò, non fu un problema sostituirlo con un altro cantante ancora, Jon Davison dei Glass Hammer, una band americana di Chattanooga nel Tennessee.
Questa è a oggi la storia degli Yes, una storia fatta di tanti sì ed altrettanti no. Ci sarebbe solo da domandarsi se a conti fatti la Band del Sergente Pepper che li ispirò li considererebbe oggi dalla parte dell'amore o da quello dei biechi blu…

sabato 2 marzo 2013

il successo è una ricetta difficile


Il successo è un evento molto improbabile. Perché è il risultato della congiunzione di fattori estremamente improbabili: il talento, i collaboratori, (nel caso di un gruppo) l'intreccio dei talenti, il momento (giusto), il tempo (giusto), la fortuna. Per questo la storia si è ripetuta in continuazione. Così: un gruppo di ragazzi giovani e senza esperienza ha successo prima che se ne possa rendere conto. Possiamo parlare di Beatles, Stones, Animals, Who, Pink Floyd, Grateful Dead, Dave Matthews Band, Smiths… Ad un certo punto uno degli elementi comincia a pensare di essere il vero motore del gruppo e che gli altri alla fine gli sono da ostacolo per raggiungere i suoi grandi obiettivi. Magari perché è il front man, oppure l'autore delle canzoni. Mick Jagger che pensa che gli Stones siano una band anacronistica senza la quale potrebbe avere lo stesso successo esplosivo di Michael Jackson. Prova da solo, ma si accorge con sorpresa che non funziona: senza quel blend specifico, senza il drumming di Watts, senza la ritmica ciondolante di Richards il suo suono non funziona ed il suo pubblico, quello che con gli Stones lancia urla isteriche, non risponde. Gli Stones stessi, che a risentire gli album marchiati Decca non c'è un gruppo di Brit Blues che possa allacciar loro le scarpe (né Yardbirds né Mayall né Fleetwood), senza il tempo sincopato di Watts, Jagger & Richards sarebbero altrettanto stati imbattibili? Avrebbero inciso Satisfaction e Honky Tonk Women? Eric Burdon ha una voce da leone; con gli Animals piazza tutti i singoli in testa alla classifica. Chi può resistergli? Ma quando lascia il gruppo per trovare l'America, per quante belle esperienze possa fare si accorge che non è più seduto su un motore nucleare. Troppo tardi per pentirsi, anche se Before We Were So Rudely Interrupted con la band originale sarà un disco bellissimo. Pete Townshend è un genio ed ha scritto le più potenti canzoni del rock, ma senza Daltrey, Entwistle e Moon sembra non volerle ascoltare nessuno (o quasi). I Pink Floyd, già sono dei miracolati perché hanno avuto due successi, uno con Syd Barrett ed uno poi da soli, e già la cosa è quasi impossibile. Poi Waters si convince di essere lui la mente del gruppo. In realtà lui è lo yin, la parte oscura, notturna, mentre Gilmour lo yang, la parte solare e diurna; Wright e Mason sono gli ingredienti preziosi, le spezie. I Pink Floyd si separano e Waters da solo è un nevrotico depresso e Gilmour un mieloso bollito. Waters non ha luce, Gilmour non ha nerbo. Jerry Garcia pensava che a buttar canzoni nei Grateful Dead gliele stravolgessero e che fossero suonate giuste solo come le fa lui, ma con la JG Band non era la stessa leggenda (anche se alla fine i Dead senza di lui diventano una cover band). Dave Matthews magari ad un certo punto ha pensato che in fondo è lui la DMB, che gli altri per quanto bravi sono degli accompagnatori. Registra un disco da solo, con accompagnatori differenti, magari bravi anche loro, ma non funziona, perché anche se è lui a firmare le canzoni il suono apparteneva alla band. Gli Smiths dettano il linguaggio del rock dopo gli anni ottanta, ma né Morrisey né Marr da soli sono gli Smiths. Persino Springsteen senza E Street Band stenta a ritrovare il suo pubblico oceanico.
Forse solo i Beatles rimasero grandi anche da soli. John, Paul, persino George che con All Things Must Pass creò il miglior album di tutti (e poi un paio di grandi pezzi li ha infilati in ogni disco a venire). Persino Ringo Starr registrò Ringo e creò la All Starr Band. Ma loro erano i Beatles mica per niente.