martedì 26 febbraio 2013

Texas Tears on line

Nel 1985 ho battuto a macchina una fanzine intitolata Texas Tears, il rock rurale ed il rock romantico, con le figure ritagliate ed incollate e tirata con la fotocopiatrice. Dieci anni dopo è nata Texas Tears on line, il mio primo sito musicale sul web (ed uno dei pochi in circolazione in ogni caso), che negli anni è diventato questo BEAT. Ecco qui sotto una pagina scritta nel 1997:




Wallflowers : Bringing Down The Horse

Il figlio di Bob Dylan, Jakob. Quando l'ho recensito su Feedback, un annetto fa, ho scritto che non volevo parlare del padre per non sottoporre il figlio a imbarazzanti confronti. In un anno è cambiato tutto. Alla radio americana non si sente altro che One Headlight, l'hit di questo album che è finito al primo posto della classifica USA. Non è da escludere che sul prossimo disco di Bob Dylan attaccheranno una fascetta: il disco del padre di Jakob Dylan!
Il disco è molto bello, la citata canzone è un ottimo hit, e Jakob è un songwriter affascinante. Bringing Down The Horse mi da un po' le stesse emozioni che mi ha dato molti anni fa il disco omonimo dei Dire Straits di Mark Knopfler. Le 11 canzoni sono un ottimo modo di traghettare il rock in questi anemici anni '90.
P.S.: i Wallflowers sono anche nella (bleah) soundtrack di Gozilla, con la cover di Heroes di David Bowie.


Bob Dylan : Time Out Of Mind

< Jakob, hai sentito il mio disco nuovo ? >

< Papa', mi dai un'occhiata ai bambini stasera ? E non mettere su musica! >


Nick Cave : the boatman's call

Il miglior disco dell'anno? Il miglior disco di Nick Cave? Per me le risposte sono sì e sì. Sull'onda, pare, di una delusione amorosa, Nick Cave mette da parte punkitudini, goliardate, eccessi per realizzare il suo capolavoro. The Boatman's Call è una raccolta notturna di dodici piccole poesie cantate con inusuale sincerità, con dolcezza, con tristezza. La BMG Ricordi ha pensato bene di includere nel Cd anche la traduzione dei testi, per permettere anche a chi sia a digiuno di inglese di seguire le malinconiche riflessioni di questo adorabile australiano trapiantato in Europa. Nel disco si parla soprattutto di amore: amore terreno e amore celeste. Gli angeli di Cave sono in carne ed ossa: black hair, green eyes.

"Baciami di nuovo, ribaciami e poi baciami, passa le tue mani fredde sotto la mia camicia, a questo vecchio scopatore inutile con la sua splendida fica non importa di farsi male... abbracciami e stringimi, non dirmi il tuo nome, e poi fai piano quando te ne vai per lasciarmi ai miei brutti sogni..."

Il modello di questo Nick è Leonard Cohen, ma devo ammettere che non ricordo un disco del canadese che sia altrettanto compatto, asciutto, completo e perfetto quanto questo.
La mancanza di un hit come il precedente Where The Wild Roses Grow ha frenato la notorietà di questo Boatman's Call, ma non dovrebbe mancare nella discoteca di nessun amante dei songwriter e della musica del cuore, Cohen e Waits in testa.
P.S.: è uscito il Best di Nick Cave, un buon album, che contiene anche un bonus CD in concerto. Una buona occasione per conoscere meglio Cave.

Steve Earle : El Corazon

Steve è un cantautore Texano, uno che ha vissuto le sue canzoni veramente sulla propria pelle. Non certo un fighetto. Basta ricordare che ha passato piu' di un anno in carcere. Negli USA si dice che abbia una rivalita' con Dwight Yoakam...
I suoi ultimi dischi erano acustici e belli / molto belli.
El Corazon ha un'iconografia alla Joe Ely (Messico e nuvole...) e cuori tatuati ovunque (a cui non posso certo essere indifferente: chi mi conosce sa che anch'io ho un cuore tatuato sul petto... e un'altro dentro)
Il disco è un po' acustico, un po' elettrico, molto 'roots'. Una specie di Lucky Town piu' folk. Bello, molto bello, per tutti gli amanti del Texas, di Earle... e di gente alla Calvin Russel...
P.S.: è in negozio anche il nuovo Joe Ely. Non è epocale come Letter To Laredo, ma è comunque un disco per gli amanti del rock di Texas Tears.

Tonio K : Olé

è stato date alle stampe il disco di un altro Rock & Roll Hero, TONIO K, di cui si erano perse le tracce da tempo. Il suo nuovo disco non è realmente nuovo, ma è un album del 1980 prodotto da T Bone Burnett e rimasto incastrato in Arista quando l'etichetta è stata venduta.
Generalmente penso che se un disco è inedito di solito c'è un buon motivo, ma OLE è straordinario. Forse perchè non è "finito" come gli arrangiatori avrebbero voluto. Dopo quattro brani standard, parte un grande album elettroacustico, grandi ballate e una grande voce, valorizzate da un accompagnamento "minimo". Di gran lunga il miglior album di Tonio K, ed un disco all'altezza degli eroi del rock (mi viene da pensare a Steve Hunter).

Gregg Allman : Searchin' For Simplicity

Tutti i dischi rock dovrebbe semplicemente essere così. Il fatto è che non lo sono. Searchin' For Simplicity è blues, è sincero, è suonato bene,è registrato meglio. È rock tatuato da un polvero pick up. Rock da Gibson.
Tutte le canzoni sono buone: Rendez Vous With The Blues, Memphis In The Meantime (del grande John Hiatt). E soprattutto Whippin' Post degli Allman Brothers, a cui manca solo un adeguato assolo di 12 minuti...
P.S.: sullo stesso genere, da non mancare anche Last Train To Memphis di Johnny Rivers. Splendido.

Nils Lofgren : Acoustic Live

Ho sempre avuto molta simpatia per Nils (Grim, Crazy Horse con Neil Young, All Starrs, E Street Band), ma mai un suo disco è stato così buono. Senza il frastuono delle chitarre elettriche le sue canzoni sono tanti gioiellini... pare di sentire il greatest hits di un supergruppo che non c'è mai stato...

Ian Hunter : The Artful Dodger

Altri splendidi lenti da un purissimo eroe del rock & roll.

John Fogerty : Blue Moon Swamp

A distanza di un quarto di secolo dall'epopea scintillante dei Creedence Clearwater Revival e di dieci anni dall'ultimo disco solista si ripresenta all'appello John Fogerty. In Blue Moon Swamp un Fogerty cresciuto e maturo suona il suo energico rock & roll come se fosse blues del sud. Gli ingredienti sono gli stessi, come non sono cambiate voce squillante e Gibson: rock del delta, paludi, swamp, lupi mannari, tornado, alligatori e una luna a illuminare la notte. Rispetto agli altri album però questo Fogerty, felice, alla fine innamorato e sposato, provato (come tutti) dalla vita e dalla morte del fratello Tom, è un tranquillo, geniale bluesman (rockman?) che seduto sulla sua sedia a dondolo sotto il porticato in una notte di luna ci racconta le sue affascinanti storie di lupi mannari con la voce più affascinante di tutti gli altri. Un must per tutti i nati nei '50, e un caldo consiglio a tutti i più giovani che vogliono sapere cosa si nasconde nel cuore del rock.
P.S.: è uscito anche l'album dal vivo di Fogerty, pieno zeppo di pezzi dei Creedence.

Subdudes : Live At Last

Per rimanere in tema di Louisiana e di swamp (le paludi), ecco il commiato della ex migliore band di giovani di New Orleans.
Live At Last è un caldo e morbido disco dal vivo, 18 energiche ballate registrate alla fin del 1996. Per chi già conosce(va) i Subdudes, Live At Last è il disco migliore della band; le loro canzoni migliori, nei migliori arrangiamenti e con una grande registrazione. Per chi non ha nulla della band, ma ama i lenti, Stand By Me, la musica di New Orleans, i Little Feat, i ritmi caldi del sud e i dischi che durano settanta minuti, Live At Last è un disco da non mancare.

John Hiatt : little head

Chi ha avuto l'onore del maggior numero di proprie canzoni suonate da altri artisti? Lennon e McCartney ? Nossignore: John Hiatt !
Partito come collaboratore del giro di Ry Cooder, passato per un tentativo di importazione (negli USA) del nuovo beat inglese degli anni '80, Hiatt ha registrato i dischi migliori alla fine degli ani '80, con la trilogia Bring The Family, Slow Turning, Stolen Moments, dischi vissuti e sofferti, dischi raccontati al modo della Springsteeniana Darkness On The Edge Of Town.
Ma canzoni belle Hiatt ne ha sempre scritte, e spesso non per se ma per altri. Da non perdere è la raccolta Love Gets Strange - The Songs Of John Hiatt, della Rhino Records.
Tranquillizzato dal successo, rinfrancato nello spirito da una nuova famiglia (la prima moglie è morta suicida), Hiatt si è rilassato negli ultimi anni con una serie di album divertenti, a volte molto buoni.
Come divertente è questo Little Head, ma non di più. Per chi cerca l'anima delle canzoni, manca il coinvolgimento di altri tempi. Ma potete sempre farlo suonare in modo efficace mentre correte sulla 101 da San Francisco a San Diego.
P.S.: da non mancare il Best di John Hiatt, con 5 brani più o meno inediti...

Southside Johnny : Spittin' Fire

Ma vah? Mentre il suo vecchio amico Bruce Springsteen registra album acustici uno dietro l'altro, e sigla il divorzio più costoso (pare) della storia, mentre cresce i suoi bimbi in due attigue ville di Beverly Hills ("l'unica casa che abbia veramente amato..."), anche Johnny suona unplugged. Ma solo perché non ha più strumenti elettrici. Non ha più nemmeno un batterista, veramente. E invece di godersi una piscina in California è ancora in giro per club a guadagnarsi la vita. Spittin' Fire è una edizione acustica degli hit dei Jukes, qui ridotti a quartetto acustico in un club parigino, ma non domati. Southside Johnny è un grande interprete, forse difetta un po' di gusto, ma i suoi blues sono notevoli. Due CD al prezzo di uno. E c'è anche The Fever, la più bella canzone di Bruce Springsteen. E anche Fade Away.

Wilco : Being There

OK, non è un disco nuovo. Ma Zambellini dice che è il miglior disco dell'anno scorso. Si vede che non abbiamo più gusti tanto simili. Una band di giovani americani new country che suonano come i Beatles di John Lennon. Se vi piacciono i Beatles questi due CD al prezzo di uno sono il doppio bianco dei Wilco. Insomma, un buon modo di far ascoltare il rock americano agli amanti del beat dei 4 di Liverpool.

Pat Metheny : Beyond The Missouri Sky

Beyond the Missouri sky: short stories by Charlie Haden & Pat Metheny. Questo è il titolo completo. Una copertina accattivante, e 13 piccoli delicati brani acustici senza tempo e senza genere, tratte un po' dalla storia dei due, e persino dalla colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso. Purtroppo il disco non decolla, e l'atmosfera rimane troppo rarefatta per concretizzarsi, anche se il tocco giusto pare sempre essere molto vicino. Tutti i brani si assomigliano e sono difficili da riconoscere, ad eccezione del solo splendido Spiritual, un torrido blues lento alla chitarra elettrica, scritto dal figlio del jazzista Charlie Haden. Un brano bellissimo, fra il blues classico alla I Feel Like I'm Going Home e le affascinanti musiche di Angelo Badalamenti. Per me vale il prezzo del CD.

Van Morrison : The Healin' Game

Tell Me Something / The songs of Mose Allison with Van Morison, George Fame, Mose Allison & Ben Sidran è il vero titolo dell'ultimo progetto per la Verve (nota etichetta jazz) dell'infaticabile irlandese. E poi Don't Look Back con John Lee Hooker e The Healin' Game per conto suo. In un solo anno. Ma non sarà troppo ?
P.S.: è di questi giorni l'uscita di un doppio CD di inediti...

Blues Traveler : Straigh On Till Morning

Mi batto il petto. I Blues Traveler di John Popper non li conoscevo; ho comprato il disco per il nome della band, la bellissima copertina (con le due stelle a destra) e , naturalmente, il titolo "dritto sino al mattino".
Per trovarmi fra le mani un disco di torrido rock obliquo, suonato come se i Jethro Tull o i Gentle Giant suonassero Jimi Hendrix che suona Rithm & Blues.
E scoprire, tramite Internet, che questi Blues Traveler sono una band di culto da anni, un gruppo di quelli che macina concerti live a due al giorno, alla Grateful Dead o alla Phish. Ma decisamente piu' robusti (dei secondi). E poi c'e' questa dolcissima canzone di 7 minuti, Yours. E come lato B gli otto minuti blues di Make My Way.

Blue Bottazzi 1997 - Texas Tears on line

venerdì 22 febbraio 2013

Nick Cave & the Bad Seeds > Push The Sky Away



Ad un certo punto ad alcuni grandi artisti succede di uscire dall'underground ed essere scoperti dai mass media e dal pubblico mainstream. Per qualche motivo succede spesso quando ormai hanno finito la benzina, ma non hanno bisogno di preoccuparsene perché per la TV, i giornali e persino il pubblico è indifferente l'essenza del loro lavoro (cioè la musica) ma solo la loro immagine. Un musicista a cui sta capitando questa fortuna è Nick Cave. Diciamocelo: Nick si è imborghesito. Scrive poesie, scrive romanzi e novelle, recita nei film, scrive musica per il teatro, viene intervistato dai media mainstream, si parla di lui sui quotidiani, ha sposato una modella (Susie Bick, la ragazza nuda sulla copertina dell’album). Non ci provi neanche a fregarci con i suoi Grinderman: Push the Sky Away è un album molto borghese, patinato e mainstream. Composto e registrato con i Bad Seeds in Provenza (Francia) a Saint-Rémy-de-Provence (una riminscenza degli Stones di Exile?), mi porta inevitabilmente alla mente, fin dalla elegante copertina, Bryan Ferry che suona Flesh & Blood con i Roxy Music. Come in F&B il suono della band è sostenuto da un ritmo elettronico, delicato e raffinato. La voce non ha la metà dell’estensione che aveva e non c’è traccia d’inchiostro. L’album è decadente, elegante, nebbioso, evocativo, con tocchi strumentali leggeri fino al minimale, che lasciano uscire le melodie a poco a poco spesso evocando cose già sentite.
We No Who U R (“noi sappiamo chi sei”) è il singolo, scritto come tutte le altre canzoni a quattro mani con il violinista (chitarrista, tastierista) Warren Ellis, ha un giro orecchiabile ed acchiappa facilmente grazie anche ai bei tocchi di organo ed ai cori lontani: “sappiamo chi sei, sappiamo dove vivi, e non abbiamo nessun bisogno di perdonare…”. Indiscutibilmente bello.  Wide Lovely Eyes (“grandi occhi leggiadri”) si apre su un ritmo elettronico con note che evocano l’intro di A Hard Rain Gonna Fall di zio Bob, dove Dylan canta “Oh, where have you been, my blue-eyed son ?”, anche se quando arriva il coro “you wave and say goodbye” è papà Cohen che viene alla mente “that’s no way to say goodbye”.
Water’s Edge (“il bordo dell’acqua") potrebbe essere tratto da White Light White Heat, uno di quei pezzi recitati da Cale. Molto romantico, in ogni caso. Jubilee Street è probabilmente la canzone più bella, un crescendo di quasi sette minuti alla Lou Reed (“here I come up the hill pushing my wheel of love, I got love in my tummy & a tiny little pain…”), che quando arrivano gli archi sembra alzarsi in volo, una specie di lato pulito di Heroin. Mermaids (“io credo in Dio, credo nelle sirene, credo anche nelle 72 vergini…”) ha davvero un coro celestiale come un canto di sirene.
Sulla seconda facciata (ho acquistato il vinile*) We Real Cool (“noi davvero fighi”) è un pezzo immobile un po’ recitato con un bel cesello di archi. Buffo il testo di Finishing Jubilee Street (“avevo appena finito di scrivere Jubilee Street, mi sono messo a letto e sono piombato in un sonno profondo, e mi sono svegliato credendo di aver sposato Mary Stanford”). Per il resto succede poco. Higgs Boson Blues, il blues del bosone di Higgs, è una lunghissima ballata per chitarra che rende omaggio a Neil Young. E se non rende omaggio è un plagio. Push The Sky Away (“spingi il cielo più lontano”) è un brano immobile (still), in chiusura di una facciata immobile, con un evocativo coro di bimbi lontano sullo sfondo.
Un gran bell’album, elegante, raffinato, decadente. E piuttosto borghese. Venderà a milionate.

Blue Bottazzi

*: per recensire sinceramente un disco bisogna pagarlo di tasca propria. Per cui non date retta a chi i dischi ve li recensisce dopo averli ascoltati una volta in stream. Se ne parla bene davvero deve poi entrare in un negozio e pagarlo. Troppo comodo farsi piacere un disco regalato. 

giovedì 21 febbraio 2013

Kevin Ayers R.I.P.



Se ne è andato anche Kevin Ayers (16 agosto 1944, Herne Bay, Kent – 18 febbraio 2013, Francia). Sono molte le reazioni sul web, e persino sulla carta stampata, e la cosa un po’ mi sorprende, perché di Ayers non parlava mai nessuno, ma naturalmente anche mi consola. Ayers è sempre stato uno dei musicisti del mio cuore, anche se non è mai riuscito a creare un “capolavoro” e si è eclissato artisticamente almeno dalla metà degli anni settanta. Siccome non l’ho mai visto in cima alle classifiche di vendita (e nemmeno in fondo, in realtà) immagino che non tutti possiedano un suo album. Così vi do un consiglio: il suo disco più a fuoco è June 1, 1974, dal vivo con un gruppo di amici della casa discografica dell’epoca, l’ottima Island. Gli amici sono Brian Eno, John Cale e Nico. Ho raccontato la storia in un pezzo che ho scritto non più di un paio di settimane fa per la nuova rivista di Max Stefani, per cui la pubblicherò sul blog dopo che sarà uscita su carta (o che non sarà uscita, non si sa mai).
Ayers era un bel ragazzo con una bella voce profonda. Un biondo ricciolo mezzo hippie e mezzo dandy, che nel 1967 aveva assunto il ruolo di contraltare del moro Syd Barrett all’UFO Club, durante la Summer Of Love londinese. Barrett era il front man dei Pink Floyd, Ayers dei Soft Machine di Canterbury assieme a Robert Wyatt, Daevid Allen e Mike Ratledge. Mentre i Pink Floyd facevano uscire i loro magnifici 45 giri Arnold Layne e See Emily Play, il manager dei Soft Machine Giorgio Gomelsky dimostrava l’intempestività assoluta portando i suoi in Francia sulla Costa Azzurra a St.Tropez che in quel momento era il paradiso degli hippie. Così la band uscì dalla scena inglese per guadagnarsi un certo seguito in Francia, apparendo anche in televisione. Al rientro in patria non li fecero neanche passare, perché Allen, che era australiano, era noto per qualche problema  con gli stupefacenti. Allen tornò a Parigi e fondò i Gong mentre il primo LP dei Soft Machine fu registrato quasi per caso durante una tournée americana con la Jimi Hendrix Experience e non lasciò nessuna impronta, tanto che Kevin lasciò il gruppo, vendette il suo basso Fender Jazz bianco a Noel Redding e raggiunse Allen ad Ibiza, che assieme a Formentera sarebbe diventato spesso il rifugio suo e di tanti altri musicisti inglesi.
Firmò come solista con la Harvest EMI, la stessa etichetta dei Pink Floyd e di Barrett. In generale tutti gli album di Ayers per la Harvest sono molto buoni, folli ciondolanti canzoni oblique con arrangiamenti psichedelici: Joy Of A Toy, Shooting At The Moon, Whatevershebringswesing, Bananamour.  Mise assieme più di una band, i Whole World con Mike Oldfield e David Bedford e i Soporifics con Ollie Halsall. Nel ’74 registrò per la Island The Confessions Of Dr.Dream and Other Stories, con le “altre storie” su un ottima prima facciata e le confessioni cantate con Nico lungo l’intera e meno riuscita seconda facciata.
Sembrava arrivato il suo momento: il 1 giugno 1974 saliva sul palco con Eno, Cale, Nico, Wyatt, Oldfield per un concerto che avrebbe dovuto spalancare a tutti le porte della celebrità. Purtroppo la sera precedente John Cale aveva sorpreso sua moglie (che era Miss Cindy Wells, groupie e musicista delle GTO) a letto con Ayers, il che comportò che l’ensemble non ebbe un seguito.  Nei pochi dischi successivi il talento di Ayers perse l’affilatura, per adagiarsi su ballate decadenti da gigione crooner dandy. Forse l’album più interessante è Still Life With Guitar del 1992.
Si portò a vivere da esiliato nel Sud della Francia dove sarebbe morto nel sonno il 18 febbraio del 2013.

lunedì 18 febbraio 2013

Hernandez & Sampedro > Happy Island


C'è un blog dove faccio la cronaca della bella musica prodotta dalla scena rock italiana, Little Italy. Ma questo disco mi ha così colpito che ho deciso di dargli il massimo risalto possibile, così pubblico la recensione anche qui. Perché: "...queste canzoni hanno rinnovato in me la sorpresa e la delizia e l’ingenuo entusiasmo e l’evocativa energia di quando da ragazzo ascoltavo per le prime volte i vinili californiani marchiati Reprise o Asylum". 



Mentre la scena rock americana e quella anglosassone languono, la scena rock italiana anglofona non smette di crescere e dimostrare energia e talento. Un ribollente vulcano di musica indipendente che, libera dai lacciuoli dei commercialisti delle case discografiche e della necessità di rincorrere una commercialità che non esiste comunque più a nessun livello, sforna a getto continuo nuovi talenti e ottimi dischi. Ma neanche i miei sogni più selvaggi potevano prepararmi al suono che esce dal CD Happy Island (Isola Felice) del duo Hernandez & Sampedro. Avete presente Decemberists, R.E.M., Counting Crows? Potreste raccontarmi che è il loro disco che sto ascoltando, ed anche in questo caso si tratterebbe di uno dei loro più soprendenti lavori: una fusione di cristalline chitarre acustiche ed elettriche, evocativi cori ricchi di energia, intense melodie dipinte dei colori del cielo infuocato del tramonto.
Luca Hernandez Damassa ha una voce degna di Peter Buck, Mauro Sampedro Giorgi lo affianca ai cori e alle chitarre mentre Giuliano Juanito Guerrini e Guido Minguzzi li accompagnano al basso, batteria, percussioni  e tastiere. Le canzoni, tutte belle, sono opera originale del duo. Il suono è semplicemente perfetto, a dimostrazione che quando ci sono talento e passione non sono necessari studios a Hollywood, budget milionari e produttori rinomati per creare gioielli musicali; anzi, probabilmente è più vero il contrario. Il disco è autoprodotto dal duo indie rock di Ravenna e non c’è nessun indizio che non si tratti del più professionale dei lavori di una band americana.
Le canzoni sono dieci, come ai tempi dei Long Playing quando ce ne stavano cinque per facciata, tutte di altissimo livello, nessun riempitivo. Turn On The Light, sottilmente malinconica, potrebbe essere una bella bella canzone dei R.E.M.. Don’t Give Up On Your Dreams è un energico folk rock che evoca il west di Morricone. Happy Island è un delizioso lento con cori west coast ed una chitarra elettrica che naviga nell’anima. She’s a Woman è dolce, malinconica e intensa. The Sky the Water and Me sembra un hit radiofonico dei R.E.M.. Rain Doesn’t Fall è infuocata, con un gran accompagnamento di chitarre (“la pioggia non cade dentro la mia anima”).
Ray Of Light è una di quelle deliziose ballate californiane che si aprono con un gioco di percussioni e chitarre acustiche e cori. Cold Cold Cold in This Town è energica ed evocativa. I cori di Kinky Queen “when I found you, when I found you…” mi danno i brividi. The Hardest Way chiude il disco.

Queste canzoni hanno rinnovato in me la sorpresa e la delizia e l’ingenuo entusiasmo e l’evocativa energia di quando da ragazzo ascoltavo per le prime volte i vinili californiani marchiati Reprise o Asylum.

La scena del rock anglofono di “Little Italy” è viva e vegeta e continua a crescere, e questo Happy Island mi pare il suo miglior pargolo a tutt'oggi (disco dell’anno e dell’anno scorso e di quello precedente non solo della  scena italiana, ma di tutta quanta la scena rock...)
Fidatevi: indipendentemente dal fatto che sia un prodotto italiano, americano o australiano, non fatevelo scappare, dischi così se ne sentono pochi. E se non mi credete, ascoltatelo comunque: Hernandez & Sampedro vi sorprenderanno e vi delizieranno.

P.S.: dove comprare il disco? Dal 1 marzo su Amazon, iTunes oppure chiedete al vostro venditore di dischi di ordinarlo al sito del gruppo.

sabato 16 febbraio 2013

Massimo Bubola > In alto i Cuori



"Ci vuole un vino sincero e di corpo per dare il meglio di sé dopo i cinquant’anni". Come Massimo Bubola, fibra veronese, tanta poesia e tanta musica, il miglior cantautore nazionale. A vent’anni scriveva canzoni per Fabrizio De André. Al mezzo secolo se n’è uscito con i suoi lavori più poetici, Segreti trasparenti, Quel lungo treno, Neve sugli aranci, fino al disco più rock, quel Ballate di terra & d’acqua colmo di canzoni di chitarre che sono inni di passione in cui è molto facile identificarsi. Da allora l’esperienza del disco “americano” della Barnetti Bros Band e il remake delle canzoni per De André,  oltre alla ricapitolazione Live in Castiglione. Sono passati cinque anni in cui Bubola ha coronato il suo sogno d’amore sposandosi, con Erika “Assunta Barnetti” che gli ha dato un figlio. Mi domando se sia proprio la paternità ad aver suggerito all’anima di Massimo il tema di In Alto i Cuori, il sociale di un presente grigio e di un futuro incerto.
È diverso il disco dai precedenti, e non poteva essere altrimenti dopo tutti questi anni. Il suono della Eccher Band è molto bello, pieno e decisamente maturo che fa da cesello a canzoni meno immediate, meno corali. Lo stile rievoca il Faber: pare di veder Bubola seduto in un angolo, rannicchiato su una chitarra ad evocare un passato che vive solo nella memoria e scrutare le brutture di un presente che non lascia spazio ai sogni. Hanno sparato a un angelo canta del barbaro assassinio della piccola Joy Zeng in braccio a suo padre a Tor Pignattara nella periferia di Roma. Significativi i titoli: un paese finto, cantare e portare la croce, al capolinea dei sogni, analogico digitale ("analogico è il blues"), a morte i tiranni, tasse sui sogni.
Ridammi indietro, in cui la nostalgia per un mondo in cui era ancora possibile sognare si mischia alla nostalgia della fanciullezza perduta. Chiude l'agrodolce title track con un raggio di speranza: "in alto i cuori quando il sole scende ed il buio copre la città, quando senti più freddo e non c'è niente che ti riscalderà…". Insomma, non smettiamo di lottare.

Come si dice: "un disco della maturità". La sincerità e l'integrità sono doti importanti, ed anche rare di questi tempi. Però non c'è niente di male nelle canzoni che alimentano i sogni e le speranze: è forse per questo che pur apprezzando In alto i Cuori, il "mio" Bubola resta quello più passionale delle Ballate di Terra ed Acqua e dei Segreti Trasparenti.

(scritto da Blue Bottazzi & Eleonora Bagarotti per SUONO di Max Stefani)

giovedì 14 febbraio 2013

Valentine's Day

Mi è stato segnalato che su web.archive.org è ancora presente il mio primo sito musicale, intitolato Texas Tears, data 1996. In un certo senso è un primato: quanti "blog" musicali esistevano sul web nel 1996? Il programma è di copia-incollare quei vecchi post su BEAT. Visto che oggi è il 14 febbraio, mi sembra appropriato iniziare con Valentine's Day.

l'immagine si riferisce all'articolo che scrissi per il Mucchio Selvaggio n.38, sempre per San Valentino - ma non si tratta dello stesso pezzo pubblicato qui sotto. 



Storie d'amore per San Valentino

Agli inizi il rock & roll era una musica per teenager e cantava l'amore dei teenager. Ragazzine di 16 anni che ti strappavano il cuore per una sera, sorelline biricchine e fanciulle con il passo della Cadillac.
Dai blues, il rock & roll ereditava il linguaggio secco e sincopato, la capacità di dipingere una scena in due versi: "sono nello spirito giusto per amarti", "bambina sei pronta per l'amore", "bambina per favore non andartene giù a New Orleans, lo sai che ti amo così tanto",

"Amami come uno stupido, sii cattiva e crudele ma amami, prendi il mio cuore fedele, fallo a pezzetti e gettali via, ma amami".

Questo è Love Me di Elvis, della cui tensione ci dà un'idea l'interpretazione di Nicolas Cage in Cuore Selvaggio. E Heartbreak Hotel, Love Me Tender, fino a Little Sister, e Can't Help Fallin' In Love, tutti i rock che cantavano i primi cinque minuti dell'amore.

Per cercare un'ombra dei doppi sensi e dell'erotismo delle canzoni del blues bisogna rivolgersi a qualche rocker maledetto, come Jerry Lee Lewis, un vero teppista che mentre faceva l'amore con il pianoforte a coda sul palco ripeteva all'infinito "shake me baby shake". O come Little Richard, omosessuale e scatenato, la cui Long Tall Sally magari era un marinaio tatuato.

Il cantante dell'amore per eccellenza è stato il grande Roy Orbison, quello di Pretty Woman e di Only The Lonely

"solo chi è solo sa come mi sento questa notte: se ne va la mia bambina, se ne va il mio cuore, se ne vanno per sempre, lontani e separati, solo chi è solo sa perché piango..."

Non a caso Thunder Road di Springsteen si apre con "Roy Orbison sta cantando per i cuori solitari, ehi, sono io, e voglio solo te..."

Per tutti gli anni '60 l'amore è stato il tema di canzoni pop (I love you yeah) o dei sermoni soul di Solomon Burke, di Percy Sledge, di Marvin Gaye.

Amore e rock & roll dovevano reincontrasi in Jim Morrison, giovane bello e dal destino segnato.

"Non muoverti veloce, se vuoi che il tuo amore duri vai più lento, ti piacerà di più, prendila con calma, sono specializzato nel dare piacere, prendila con calma bambina, prendila come viene, ti stai muovendo troppo veloce..."

"Amami due volte, amami due volte oggi, perché me ne sto andando, amami due volte, una per oggi e una per domani"

"Ciao, ti amo, mi diresti il tuo nome? Ciao, ti amo, mi lasceresti entrare nel tuo gioco?"

"Forza, toccami bambina, non vedi che non ho paura, e ti amerò fino a quando il cielo fermerà la pioggia..."

"Sono una spia nella casa dell'amore, conosco il sogno che stai sognando, conosco la parola che vuoi sentire, conosco le tue paure più nascoste"

La sua candela bruciava da entrambe le parti, e Jim sapeva che non gli sarebbe rimasto troppo tempo per l'amore: "cinque a uno, baby, una possibilità su cinque, nessuno uscirà vivo da qui..."

"il futuro è incerto e la fine è quasi vicina, rotolati bambina, rotolati..."

Da Elvis, da Roy Orbison e da Morrison ha imparato a cantare Chris Isaak, l'ultimo dei rock & roller.

"Le stelle non si vedono nel cielo, la notte ti sembra così buia, 
tu non dici una parola, ti domandi perché nessuno ti trovi, 
stai aspettando l'amore, stai pregando per un nuovo amore, 
ma l'amore è pesante da portare, passalo a me, non esitare, 
l'amore è una cosa pesante, troppo pesante per un solo cuore, 
dammi il tuo amore, un solo cuore non può farcela, 
ci vogliono due cuori, ci vogliono due cuori per portare l'amore..."

Ci vuole un "uomo delle donne" come Leonard Cohen per portare il soffio della poesia nelle canzoni d'amore.

"Se questo è quello che vuoi, che io non parlì più e la mia voce sia muta, com'era un tempo , io non parlerò più, e resisterò fino a che si parlerà per me, se è questo quello che vuoi..."

"Se tu vuoi un amante farò tutto quanto mi chiederai, e se vuoi un amore diverso indosserò una maschera per te, se vuoi un compagno prendimi la mano, se mi vuoi colpire con rabbia io sono qui fermo, io sono il tuo uomo. 
Se vuoi un pugile, salirò sul ring per te, e se vuoi un dottore visiterò ogni centimetro di te, se vuoi un autista sali, e se vuoi fare la strada da sola io sparirò per te, se vuoi un padre per i tuoi figli o se vuoi solo passeggiare con me sulla sabbia, io sono il tuo uomo"

Ma sono ancora canzoni d'innamoramento, che ignorano tutto ciò che all'amore succede poi.

"Sono le quattro del mattino, la fine di Dicembre, ti sto scrivendo per sapere se stai meglio... l'ultima volta che ti ho visto sembravi molto più vecchio, il tuo famoso impermeabile blu era strappato sulla spalla, eri stato alla stazione ad aspettare ogni treno, ma tornasti a casa solo senza Lili Marlene, così hai offerto alla mia donna un fiocco della tua vita, e quando lei tornò non era la moglie di nessuno; ti ci vedo con una rosa fra i denti, un altro zingaro ladro; comunque vedo che Jane è sveglia e ti manda i tuoi saluti; che altro posso dirti fratello mio, mio assassino..."

Un pubblico più adulto del rock & roll è stato (ed è) quello del country. Per questo le canzoni che i truck driver ascoltano mentre divorano le strade americane da costa a costa, raccontano di vita vissuta,, di bambini, di litigi, di infedeltà, di matrimoni finiti male. Ma anche del fatto che c'è bisogno di tanto amore per tirare avanti.

Come Tammy Wynette in Stand By Your Man:

"Qualche volta è difficile essere una donna, dare tutto il tuo amore solo ad un uomo, hai i tuoi momenti brutti, hai i tuoi momenti belli, fai delle cose che tu stessa non capisci, ma se lo ami lo perdoni, cerchi di capire il suo cuore; se lo ami sii orgogliosa di lui, perché dopo tutto è solo un uomo, così stai a fianco del tuo uomo, e mostra al mondo che lo ami, lui ti darà tutto l'amore che puoi se stai a fianco del tuo uomo".

O la Dolly Parton di I'll Always Love You.

O qualche autentico cowboy, con cappello e stivali, come Alan Jackson:

"C'è un buco nel muro, dove c'era un chiodo, un chiodo che teneva la fotografia di una che una volta teneva me; credo che un uomo più sano semplicemente lo rivernicerebbe, ma dopo tutto io non sono sano e dopo tutto quello è il mio muro e io ho in mano un martello e quando mi sentirò pronto farò un buco nel muro abbastanza grande da farci passare un camion..."

Il tema preferito è il cuore spezzato, il blues dell'abbandono, come in quel piccolo gioiello che è All The Best di John Prine

"Ti auguro amore, e felicità, ti auguro tutto il meglio; ti auguro che non ti capiti come a me, di innamorarti di una come te, perché se ti capitasse probabilmente passeggeresti attorno all'isolato a vuoto come un bambino, ma i bambini non sanno, possono solo immaginare, quanto difficile sia augurarti la felicità".

Il vero cantante dell'amore è Bruce Springsteen, che nelle sue canzoni si innamora, corteggia, vive la luna di miele, si sposa, affronta il dubbio, conosce la sconfitta, l'amarezza dell'abbandono, la tristezza della solitudine e infine si innamora di nuovo e con più forza. E l'amore nelle sue canzoni si mischia con la vita vera, con i problemi di questa hard land.

Da Thunder Road, dove convince Mary a salire sulla sua macchina in fuga:

"puoi nasconderti fra le tue lenzuola, e studiare il tuo dolore, fare croci sui tuoi amanti, buttare le rose nella pioggia, sprecare la tua estate pregando inutilmente per un redentore che sorga da queste strade, io non sono un eroe, questo si sa, e tutta la redenzione che posso offrirti è dietro questo cofano sporco, che altro possiamo fare, se non abbassare il finestrino e lasciare che il vento ti soffi fra i capelli la notte è aperta davanti a noi e queste due corsie ci porteranno ovunque vogliamo
così Mary, salta su, è una città piena di perdenti, e io me ne andrò via da qui per vincere".

O la durezza della vita in The River:

"Io e Mary ci siamo incontrati alle superiori, quando lei aveva solo 17 anni, siamo scappati fuori da questa valle per andare dove i campi sono verdi, siamo andati al fiume e nel fiume ci siamo tuffati.

Poi ho messo Mary in cinta e questo è tutto quello che ha avuto, e per il mio diciannovesimo compleanno avevo una carta di matrimonio e un vestito buono, niente sorrisi del giorno del matrimonio, nessuna sfilata, niente fiori, niente abito da sposa...
...ma poi per colpa della crisi non ci fu più tanto lavoro, e ora le cose che mi sembravano così importanti, signore, sono svanite nell'aria, e io mi comporto come se non mi ricordassi, Mary si comporta come se non le importasse."

Tunnel Of Love è poi un album fotografico di famiglia, una storia dell'amore dalla A alla Z.

"Mi ricordo mia madre che accompagnava me e mia sorella per la strada per la chiesa, e quando sentiva quelle campane di matrimonio si domandava se sarebbero stati mai più così felici. Lo sposo elegante e la sua sposa salivano sulla loro lunga limousine nera per quel loro viaggio misterioso, beh stanotte tu ti allontani un po' da me eio aspetto tutto solo all'altare e mentre vedo la sposa che si avvicina io prego di avere la forza di camminare come un uomo..."

Non staremmo parlando di canzoni d'amore se ci dimenticassimo di Tom Waits, capace di trasportarci nelle emozioni dei suoi racconti solo con due tocchi di pennello, come nella tenera poesia dedicata a Muriel:

"Muriel, da quando te ne sei andata i club hanno chiuso, e c'è un lampione bruciato in più giù nella main street, dove andavamo a passeggiare, e ancora il tuo ricordo mi segue ovunque io vada, con lo scintillio nei tuoi occhi, l'unico anello di matrimonio che potevo permettermi..."

E una canzone per chi è solo, Somewhere Tonight, di Bob Seger:

"qualcuno stanotte sta pregando qualcuno che rifiuta, qualcuno è stanco delle solite scuse che qualcuno usa, qualcuno non capisce, qualcuno sta ripensando a qualcuno che gli era vicino, qualcuno comprende che qualche cosa è davvero finito...

...c'è un vento freddo che soffia dal nord, e gli uccelli stanno andandosene, e anche il sole si rifugia più a sud, e i laghi saranno presto gelati, e il ghiaccio coprirà le spiagge dove qualcuno andava a passeggiare, e a meno che tu trovi qualcuno da abbracciare, qualcuno che si prenda cura di te, quando arriveranno le lunghe notti non ce la farai senza qualcuno su cui contare..."

E per chi è innamorato una bellissima canzone di Van Morrison:

"Ti ho detto di recente che ti amo, ti ho detto che nessuno è più importante di te?
Tu riempi il mio cuore di dolcezza, mi togli la tristezza, mi porti via i problemi, ecco cosa fai..."


Sto guidando questa grande macchina lenta per l'autostrada nel buio

ho una mano ferma sul volante e una che trema sul mio cuore

sta battendo come se stesse per scoppiare

e non smetterà fino a che non sarò di nuovo con te.

Dicono che viaggia più veloce chi viaggia da solo

ma questa notte mi manca la mia ragazza

stanotte mi manca la mia casa

così stringimi forte, dimmi che sarai mia per sempre

e dimmi che sei la mia sola valentina.

Blue Bottazzi 1996 - Texas Tears on line

martedì 12 febbraio 2013

Rumours

Su Jam in edicola a febbraio, un articolo a firma Eleonora Bagarotti racconta della lunga gestazione di Rumours il disco quaranta volte milionario dei Fleetwood Mac che viene ristampato in questi giorni. In una pagina io racconto rapidamente della storia della band prima della formazione che registrò quel disco: i Fleetwood inglesi vs quelli americani...
Per motivi di spazio il riquadro sulla strada che porta a Rumours è conciso. Qui sul blog regalo ai lettori la versione estesa di quella storia...

...la storia dei Fleetwood Mac nasce molto lontana da quella west coast di cui la band sarebbe stata uno dei più esemplari rappresentanti musicali. Nasce negli anni sessanta sull'altra sponda dell'Oceano Atlantico ma fortemente influenzata dalla musica americana, quella del blues della Chess di Chicago, di Elmore James, Willie Dixon, Buddy Guy e Otis Spann. C'era una volta l'Università del blues britannico, quella del magnifico rettore John Mayall, quando con i suoi Bluesbreakers Mayall mise assieme (in larga parte involontariamente) una potente scuola di musicisti blues, specie di chitarristi. Il primo della lista fu Eric Clapton, che già oggetto di culto con gli Yardbirds li abbandonò per Mayall quando la vecchia band virò dal blues di Chicago al rock con l'epica For Your Love. Peter Green era allora un giovane solista di buone speranze della chitarra, che stressava Mayall giorno e notte per poter entrare nella sua band. Riuscì per un po' di tempo nel suo intento quando Clapton sparì senza preavviso per un viaggio hippie in Grecia, ma fu solo temporaneamente. Riebbe infine il posto in pianta stabile quando Eric vide suonare Buddy Guy con il suo trio e colpito dal suo magnetismo decise di emularlo con una sua band, che sarebbero stati i Cream. Slowhand aveva sopravvalutato la propria personalità e sottovalutato quella del suo bassista Jack Bruce, così che i Cream non furono mai il "suo" trio, ed in effetti finirono per  ispirarsi più a Jimi Hendrix che a Buddy Guy. Intanto Peter Green ebbe il suo posto nei Bluesbreakers, in sostituzione del chitarrista più venerato prima dell'avvento di Hendrix; tanto che quando negli studi Decca videro entrare Green anziché Clapton per incidere Hard Road dei Bluesbreakers di John Mayall, questi dovette rassicurare il produttore: "È meglio di Clapton. O meglio: lo sarà".

giovedì 7 febbraio 2013

Boz Scaggs > Memphis (429 records)



Old & in the Way, era il titolo di un disco del 1975 di Jerry Garcia. Oddio, all’epoca Garcia aveva 33 anni, ma questo titolo mi viene alla mente ogni volta che ascolto il lavoro di qualche vecchio singer in vena di nostalgie. Chessò io, come il Greg Allman di Low Country Blues di un paio di anni fa. Boz Scaggs è un anticaglia che si muove da sempre fra California e Cotton Belt, fra Steve Miller Band, Duane Allman e pop radiofonico. Memphis è il classico lavoro malinconico del vecchio rocker che ritrova nelle radici la scintilla dell’ispirazione: i Royal Studios del classico sound di Memphis di Al Green, il produttore Steve Jordan dei magnifici Expensive Winos di Keith Richards, un poker di classici del roots rock non così scontati. Per esempio il singolo è la magnifica Mixed Up Shook Up Girl del mai abbastanza rimpianto Willy DeVille, e chissà che non sia la volta buona per attirare l’attenzione del pubblico americano su questo grande musicista da loro sempre ignorato. Ancora da DeVille una cover di Cadillac Walk (firmata Moon Martin), un classico del rock & roll dei giorni della new wave, in una versione che sa di bourbon invecchiato con sapienza. Poetica la versione di Corinna Corinna, il classico del repertorio folk di Bob Dylan. Poi Al Green, Steely Dan, Brook Benton, Jimmy Reed, fra momenti blues (i migliori) ed altri soul morbidi (che comunque emergono forti ascolto dopo ascolto). Quando arriva la slide di Dry Spell e Boz intona nel miglior stile blues “I got dust on my shoes…” sono ormai del tutto conquistato e mi domando: cosa stavo pensando in tutti gli anni in cui ho ignorato questo musicista?

Blue Bottazzi (in pubblicazione su qualche rivista di Max Stefani)