domenica 30 dicembre 2012

the best of 2012


L'anno di grazia di 2012 si è riempito a  sorpresa di dischi degli amati settantenni che furono la scena del rock, da Bob Dylan a Leonard Cohen, da Bruce Springsteen a Neil Young, da Ry Cooder a Van Morrison, per tacere di "minori" come Little Feat, Bonnie Raitt, Dr. John. Sono dischi anche buoni (alcuni più, altri meno) e qualche volta contengono anche qualche ottima canzone. Ma sono dischi inutili: non aggiungono nulla né all'ascoltatore né all'artista né alla musica rock.
Chi non li avesse ascoltati non si sarebbe perso niente.
Più che rock è "revival", per usare un termine con cui negli anni '70 si definivano le canzoni di una volta: Elvis o Sha-na-na, "oldies but goodies". Musica anacronistica: se la scena rock ancora esiste non abita più qui. Il problema è proprio che una scena rock forse non esiste più.
Una musica che nacque nel 1955, quando Rock Around The Clock fece il numero 1 delle classifiche nazionali USA; accompagnato da Maybellene di Chuck Berry, Baby Let's Playhouse di Elvis, Tutti Frutti di Little Richard e I Got A Woman di Ray Charles. Se ne è (forse) andata dopo una luminosa e straordinaria parabola, negli anni 90 con gli ultimi capolavori di Wallflowers (Bringing Down The Horse), Dave Matthews (Before These Crowded Streets) e Phish (A Live One). Da allora fingiamo che sia viva per poter continuare a ritirare la pensione.
Eppure di rock si parla molto. Mi da l'orticaria la banalizzazione del rock in atto sui media e sulla stampa non solo generalista ma anche frivol-rock. Ovunque è un fiorire di miti del passato, di anniversari di morte (un cimitero di guerra), di copertine con Jimi Hendrix e uno spreco della parola "capolavoro". Questo non è rock: il rock è cattivo e scomodo e non abita nelle ristampe di lusso di LP per professionisti bohémienne. Le celebrazioni sono sempre una normalizzazione del sistema, un mettere il bavaglio, una banalizzazione. Non viene celebrato il rock ma icone da supermercato, come un Che Guevara su una t-shirt. Si usano termini banali, luoghi comuni, svendite sulle bancarelle. Si chiama rock ciò che rock non è. Chiamatelo dunque pop e lasciateci in pace.
C'è una linea precisa tracciata sul suolo: da una parte c'è la musica che ha avuto un significato per la nostra generazione, e si chiama rock. Dall'altra c'è il mercato, il marketing, la moda, le riviste glamour, le riviste frivole, i giornalisti senza critica, quelli che dicono "la poetessa del rock", quelli che scrivono con lo stampino "cambiò per sempre la musica" (lo ho letto persino di Ravi Shankar), gli ascoltatori senza cultura, la TV, gli eventi mediatici, i gruppi di vecchietti che suonano ai concerti teletrasmessi. Quello si chiama pop.


Detto questo, anche quest'anno ho la mia lista. Sulle prime avevo pensato di pubblicare una lista vuota ma poi ho capito che non sarei stato davvero sincero. Allora mi sono domandato: quali dischi di quest'anno ricomprei? (Perché i dischi di cui parlo li ho pagati quasi tutti, perché per recensire con sincerità i dischi bisogna averli pagati e non ricevuti gratis ad una presentazione stampa mangiando un pezzetto di grana arruffianandosi il discografico e magari anche il direttore).

oro: 
Graham Parker & The Rumour: Three Chords Good
Ian Hunter: When I’m President
Neil Young & Crazy Horse: Psychedelic Pills / Americana

argento: 
Mark Lanegan Band: Blues Funeral
Blues Traveler: Suzie Cracks the Whip
Dave Matthews Band: Away From The World

mirra: 
Veronica Sbergia & Max De Bernardi: Old Stories for Modern Times
Lowlands: play Woody
Cheap Wine: Based On Lies
Lowlands: Beyond
Miami and the Groovers: Good Things

concerto dell'anno: 
Tom Petty & Heartbreakers a Lucca

lunedì 24 dicembre 2012

una storia di Natale




I fari delle automobili in colonna illuminano la neve a mucchi ai bordi delle strade gelate attorno ai grandi laghi. Il sole tramonta presto e il buio lascia brillare le lucine colorate che si accendono e spengono sugli alberi nei giardini delle case. I centri commerciali fanno a gara ad avere il babbo natale più grande e le slitte più illuminate.
«In qualche posto questa notte c’è un vento freddo che tira dal nord e gli uccelli dell’estate sono andati, il sole sverna più a sud, i laghi saranno presto gelati e le spiagge dove le coppie innamorate passeggiavano si riempiono di ghiaccio, e a meno che tu non trovi qualcuno da abbracciare, qualcuno che ti voglia bene, quando le lunghe notti buie arrivano e i venti dell’inverno urlano tu non sai se ce la farai senza qualcuno su cui contare».

Da qualche parte in un sobborgo di NYC Charlie rientrando a casa trova nella cassetta una lettera con il suo indirizzo scritto a mano. Viene da Minneapolis, e la calligrafia è di qualcuno che forse avrebbe preferito non dover ricordare. Si infila la busta nella tasca, la aprirà più tardi, dopo aver pranzato solo, sulla poltrona sgangherata di fonte alla televisione spenta, con un bicchiere di Jack Daniels allungato nel bicchiere.

Charlie si infila gli occhiali:
«Ciao Charlie. Volevo dirti che sono incinta, e che adesso vivo proprio sulla nona strada, sopra quel negozio di libri polveroso fuori da Euclid Avenue. Sai, non mi faccio più e non bevo più nemmeno whiskey, ho un uomo che suona, il trombone, e ha un lavoro alle ferrovie. Mi ama anche se quello che aspetto non è suo figlio, ma dice che lo vuole crescere come fosse il suo. Mi ha dato un’anello, era di sua madre, e ogni sabato sera mi porta fuori, a ballare…»

Dalla finestra di fronte arriva il solito frastuono di quella giovane coppia di irlandesi che tanto per cambiare litiga. Lui è piccolo e sdentato, si da un sacco d’arie e veste una giacca consumata:
«Questo sarà il nostro anno, lo sento, dai che è Natale e io ti amo, vedrai che arriveranno giorni migliori».
Lei è bella, ma pallida, con un trucco pesante attorno agli occhi e sembra sempre incazzata.
«Quando mi hai preso la mano in una vigilia di Natale mi hai promesso che Broadway mi stava aspettando. Eri bello allora e il coro della polizia di New York cantava ‘Galway Bay’».

Charlie sospira e torna alla sua lettera:
«Ripenso a te ogni volta che vedo un benzinaio. Ho ancora quel disco di Little Anthony and the Imperials, ma qualcuno mi ha rubato lo stereo. Sai Charlie, credevo di diventare pazza quando hanno arrestato Mario, sono tornata a Omaha a vivere con i miei, ma tutti quelli che conoscevo erano morti o in prigione e allora sono tornata a Minneapolis e questa volta non me ne vado più».

Le voci dalla finestra di fronte si sono fatte più acute. La ragazza è incazzata:
«Sei una feccia! Un verme! Un frocio schifoso da due soldi! Buon Natale il tuo culo, prego che sia l’ultimo! Potevo essere qualcuno, mi hai portato via i miei sogni fin dalla prima volta che ti ho visto!»
Il piccoletto piagnucola: «Non posso farcela da solo, tu sei tutti i miei sogni».

Charlie guarda il muro, si passa fra le dita la carta della lettera e legge le ultime righe: 
«Vorrei avere tutti i soldi che abbiamo buttato in droga. Senti Charlie, ti racconto la verità. Non ce l’ho un marito che suona il trombone, e ho bisogno di trovare dei soldi per l’avvocato, se tutto va bene sarò fuori sulla parola per il giorno di San Valentino».

Da qualche parte lungo la strada qualcuno compra la cena di Natale ad un take-away per mangiarsela con una nonna che l’ha scambiato per suo nipote, un poco di buono che nasconde nel bagno le macchine fotografiche che ha rubato. Più a sud sotto l’Hudson in una cittadina di mare dove la gente passava le vacanze due chitarristi a spasso pensano ai regali di Natale: «se non hai soldi, non fai regali…» 

raccolti da Blue Bottazzi da Bob Seger, Tom Waits, Shane MacGowan, Pogues, Wayne Wang, Harvey Keitel, Bruce…

domenica 23 dicembre 2012

old records never die (vinili)



Sono sempre stato un appassionato di tecnologia, probabilmente da quando da bambino leggevo I Robot. Ho usato il primo computer alla fine degli anni ’70, ho acquistato il mio primo Apple // nel 1985, sono stato redattore di MacWorld Italia. Per questo motivo appena mi è stato possibile farlo ho abbandonato il vinile e mi sono buttato sui CD (i miei primi CD sono stati Bop Till You Drop di Ry Cooder - registrato in digitale - e il Live di Springsteen). Avevo una collezione invidiabile di LP, che per un po’ ha preso la polvere, e quando poi mi sono “trovato sposato” è stata sfrattata nella casa dei miei genitori. Oggi, che sono diventato saggio, ho riacquistato un giradischi (un britannico Rega RP1, molto elegante) e persino ho acquistato il mio primo Lp in… quanti anni? Si tratta di Their Satanic Majesty Request dei Rolling Stones (ma la copertina, per quanto lucida, non è purtroppo più in 3D).
Ho ideato a questo gioco: invece di compiere un faticosissimo trasloco di tutta la collezione di dischi, ne trasporto una mezza dozzina alla volta, ascoltandoli come si deve, come se li acquistassi una seconda volta. Negli anni gli LP sono stati deposti senza alcun ordine, di modo che mi capitano in mano in modo del tutto casuale. Oggi, per esempio, l’idea era quella di prelevare i long playing di Beatles e Rolling Stones, invece sono uscito con chicche come Official Live ‘Leg di Tom Petty & The Heartbreakers e i dischi di Garland Jeffreys.
Ho realizzato di possedere dischi straordinari, e/o dischi rarissimi, come il doppio V della Virgin del 1974, stampe live per giornalisti e tonnellate di bootleg. Sarà un vero piacere recuperarne uno alla volta, magari rivivendo le emozioni della prima volta. È significativo notare come la mia altrettanto notevole collezione di CD alla fine non sia che una raccolta di plastica, mentre i vinili hanno conservato l’aspetto prezioso della “cosa vera”. E, immagino, di un certo valore: il direttore della rivista musicale per cui scrivevo si è acquistato qualche anno fa una casa in campagna vendendo in blocco la sua collezione di dischi.


domenica 9 dicembre 2012

Elvis Costello in Motion Pictures



Ok, avrà l'aria un po' arrogante e antipatica, un ego grande come una montagna, la sua produzione sarà molto variabile, ogni disco una strada nuova e non sempre asfaltata, e negli ultimi anni sarà anche un po' in defiance, ma ci sono canzoni di Costello che meriterebbero molta più fama di quella che il pubblico, in particolare italiano, gli tributa. Canzoni che potrebbero trovare uno spazio nel cuore vicino a Springsteen, Neil Young e magari persino Lennon.
Di regola le collection non sono un posto buono dove ascoltare un artista: mancano di quell'unitarietà e di quella coerenza che fanno di un disco un disco. Ma le canzoni di Costello fanno eccezione persino in quello: penso ad una raccolta come Takin' Liberties che è sempre stata una dei miei dischi preferiti (nella edizione british: Ten Bloody Marys & Ten How's Your Fathers). In Motion Pictures è una raccolta con un tema particolare, le canzoni di Elvis che sono state utilizzate come colonne sonore al cinema. Apparentemente un campo riservato ai fans only per recuperare qualche oscuro souvenir mancante nella discoteca. Niente di tutto questo: per un gioco del destino, o per un inatteso buon gusto dei produttori cinematografici, o ancora per l'assoluta classe di Elvis, In Motion Pictures è un'emozionante, commovente, toccante raccolta di gioielli che non solo possono entusiasmare il fan, ma che costituiscono un'occasione unica per quegli ascoltatori (troppi) che per un motivo o per l'altro Elvis Costello non lo conoscono o non lo amano (ancora) abbastanza. Quindici pezzi in un assoluto crescendo di climax. Brani per lo più non scritti appositamente ma pescati dai registi fra i suoi dischi, ma talora anche persi nelle pieghe più nascoste della sua imponente discografia. Si parte con le tipiche Accidents Will Happen (da Armed Forces per E.T.) e Lover's Walk (da Trust per il film The Shape Of Things). Miracle Man (dal disco d'esordio My Aim Is True per Il Padrino pt III). Il primo tuffo al cuore arriva con Life Shrinks (da Brutal Youth, scritto per The War Of Buttons), un evocativo lento beatlesiano immerso in quella tensione che Elvis sa creare così bene, anche se termina con un buffo piffero e orchestra che sa vagamente di banda irlandese. Crawling To The USA (Americathon) è un buffo pezzo surf che risale ai tempi in cui lui e Lowe giocavano a fare la Stax e la Motown. Seven Day Weekend è un duetto con Jimmy Cliff inciso in Blood & Chocolate per il film Club Paradise. Days (da Fino alla Fine del Mondo di Win Wenders) è una godibile cover di una delle canzoni più belle dei Kinks. I Want You (dal film omonimo di Michael Winterbottom) è uno dei tesi highlight di Elvis. You Stole My Bell è un lento da The Family Man, quel film dove un Nicolas Cage manager odioso si trasforma in un simpatico gommista, e dove si insegna che non sono i soldi a dare la felicità.
My Mood Swings è un cult, un rock & roll con T-Bone Burnett che suona nel Grande Lebowski. Oh Well è un raga orientaleggiante da When I Was Cruel, usato nel film Prison Song. God Give Me Strength è il bel pezzo orchestrale del disco con Burt Bacharach, usato in Grace Of My Heart (La grazia nel cuore). Con Sparklin' Day (One Day / Un giorno) l'atmosfera si fa romantica, fino a scivolare nella languida She (Notting Hill, con Hugh Grant e Julia Roberts), cover di successo di un Charles Aznavour. Chiude su una nota scherzosa A Town Called Big Nothing, uno strumentale / recitato western della MacManus Gang da Blood & Chocolate, per il film Diritti all'Inferno (Straight to Hell) con Joe Strummer e Jim Jarmusch.
Una compilation che mi sento di consigliare anche a chi deve ancora addentare l'arte di Declan Patrick MacManus aka Elvis Costello.

Blue Bottazzi

Due parole della Costelliana Eleonora Bagarotti: sottoscrivo ogni parola, io, instancabile reduce di battaglie combattute con numerose discussioni attorno al genio di Costello intrattenute con ascoltatori prevenuti e poco avvezzi a quanto di più british gli ultimi trent'anni di musica ha saputo regalare.
La vena costelliana, che ben si esprime anche in una raccolta di Best (seppur prestati alla cinematografia come questi) è quella intrisa di dissonanze romantiche, tonalità discendenti, sperimentazioni sonore e persino contaminazioni scherzose, che sorprendono in un contesto compositivo accademico nella sua meticolosità e attenzione al minimo dettaglio, ma che si esprime con l'anima e non solo col cervello.
Nota personale. La mia frequentazione con l'Elvis sopra citato, a metà degli anni Novanta, rimanda soprattutto a due caratteristiche del suo rapportarsi non solo alle donne ma a chiunque lo avvicini: la generosità - di parole (Costello è un gran chiacchierone), di gesti (è divertente e ama sorprendere, al punto che l'ho visto improvvisare doni poetici su tovagliolini di carta) - e l'entusiasmo nei confronti di qualsiasi conversazione inerente alla musica e all'arte in generale. Tutto questo, però, ha un'eccezione: gli snob, che lui non esita a mandare a quel paese. Per quanto mi riguarda, penso faccia benissimo.

domenica 2 dicembre 2012

Ry Cooder Los Angeles Stories



Ry Cooder per noi, quelli della mia generazione, ha rappresentato un mito. Sapevamo che aveva suonato con Cpt.Beefheart, con Taj Mahal e con Randy Newman, ed avevamo Let It Bleed e soprattutto Sticky Fingers, dove è suo il leggendario assolo della slide di Sister Morphine. Ma era un mito soprattutto per i dischi suoi, tutti un po' diversi ma tutti capolavori: uno era di polveroso folk delle radici, uno blues, uno tex-mex, uno jazz di New Orleans, uno Rithm & Blues elettrico. Mai accademico o noioso, Cooder sapeva esattamente evocare l'anima di quelle musiche dei tempi andati nel modo più diretto, onesto e sincero. La sua chitarra era virtuosa e affilata come un coltello a serramanico, la sua produzione scintillante, i suoi compagni eleganti, la sua voce evocativa, le sue storie romantiche. Negli anni '80 perse un po' la sua perfetta messa a fuoco ma ottenne i suoi più grandi successi (come Down In Hollywood, Across The Borderline, All Shook Up). Scriveva anche colonne sonore di film come The Long Ryders o Paris Texas. All'improvviso sembrò stancarsi della scena rock, ma in realtà aveva perso l'ispirazione, anche se conobbe il suo momento più popolare con il progetto / documentario di musica cubana Buena Vista Social Club. Sempre più scontroso e sempre più incazzato nelle interviste, è tornato negli anni duemila con una trilogia di storie di Los Angeles come Chávez Ravine, ma senza il fuoco sacro dei giorni di gloria, anche se i fans non lo hanno abbandonato. Quest'anno si è fatto notare per Election Special, un instant record politico di appoggio alla rielezione di Barack Obama e contro il candidaro repubblicano Mick Romney. Una bella copertina un po' pop art ed un po' manifesto, e tante buone intenzioni a cui però non corrisponde un disco altrettanto energico. Con queste premesse avrebbe dovuto essere un disco a la Clash o Blasters, ed invece alla fine non è molto di più di un breve demo di idee poco sviluppate, di canzoni senza groove e soprattutto del tutto privo della sua proverbiale perfetta produzione.
Oggi comprendiamo che della trilogia di Los Angeles faceva parte non solo musica ma anche un romanzo, o meglio una sorta di collana di racconti uniti da un misterioso file comune.
Los Angeles Stories questo è il titolo, contiene quasi tutto ciò che può piacerci: uno stile asciutto e rapido, personaggi vividi delle strada in un modo o nell'altro tutti compromessi con il mondo della musica, la mitica location dei quartieri di L.A. degli anni '50, più o meno quella del vecchio film L.A. Confidential con Kim Basinger. Però, mi dispiace dirlo, non funziona. Ry Cooder è un chitarrista di slide inarrivabile, ma con la penna in mano non è Hemingway né Kerouac ma neanche Bukowski. D'altra parte non è che perché uno sia un grande musicista debba essere anche un buon pilota di formula 1, e Cooder non è che l'ultimo di una lunga lista di songwriters che alle prese con la prosa si dimostra poco più che mediocre. Ha la storia, ha i personaggi, non manca neanche di uno stile, ci sono momenti gustosi e personaggi di carattere, ma in queste pagine non c'è mordente e neanche troppo talento e mano a mano che si procede fra le pagine la voglia di leggere viene meno. Non avessi dovuto scrivere questa recensione avrei interrotto il libro prima di quando alla fine l'ho effettivamente fatto.

(Blue Bottazzi - SUONO)