lunedì 22 ottobre 2012

Judge Smith


Un'intervista amabile quella che io ed Eleonora Bagarotti (ok, più lei di me, lo ammetto) abbiamo avuto il piacere di fare a Judge Smith (grazie a Emilio Maestri del VDGG Study Group) seduti al tavolo della più confortevole delle osterie. L'intervista troverà la strada di un quotidiano e, spero, anche della rivista per la quale scriviamo, per il momento mi piace indirizzare al post su Judge Smith che ho scritto per il sito PH VDGG


Dietro ad ogni storia c’è spesso una leggenda. La leggenda dietro i VDGG si chiama Chris Judge Smith. Alla fine degli anni '60, Judge truccato da vampiro suonava varie percussioni (fra cui una macchina per scrivere) in un duo di cui l’altro elemento era il cantante Peter Hammill. Il duo si chiamava Van Der Graaf Generator, nome ideato da Judge durante un viaggio ad Haight-Ashbury, San Francisco.
Fu Judge a portare David Jackson nella band e poi a ritirarsi, complice la sua tendenza a tenere un basso profilo, quando si rese conto che dopo l’ingresso del batterista Guy Evans il proprio ruolo nel gruppo si era ridotto.

Da allora Judge non ha mai smesso di essere artista: ha scritto testi e musiche per il teatro, libretti per un’opera lirica, dischi di canzoni (concentrati soprattutto in questo millenio, grazie alle possibilità che la tecnologia ha offerto di realizzare uno studio di registrazione personale) e tre opere rock che definisce “songstories” fra cui Orfeas (con Lene Lovich, John Ellis e David Jackson), The Climber  e Curlys Airship, un enorme lavoro in due CD sulla storia del più grande dirigibile di tutti i tempi, il britannico R101 precipitato mentre tentava un impossibile viaggio verso l’India. Fra i collaboratori del lavoro i VDGG, Ray Manzarek e Keith Emerson.
Judge ha scritto canzoni di successo per Lene Lovich, come "What Will I Do Without You" e "You Can't Kill Me”, e la cantante ha partecipato di frequente ai suoi progetti. (continua a leggere sul sito...)


sabato 20 ottobre 2012

SUONO di Ottobre



Sulla copertina di SUONO di Ottobre: Barack Obama e Bob Dylan. Un’accoppiata quanto mai d’attualità, che si riferisce al lungo articolo di Paolo Vites sul suo nuovo disco, Tempest. Sempre di Vites l’intervista all’irlandese Glen Hansard, il rosso protagonista maschile del film Once.
Pezzo e intervista per il texano Terry Allen a firma Fabio Cerbone e Aldo Pedron e intervista, fra le altre, ai Garbage.
Il vostro affezionato cronista narra del concerto di Lucca di Tom Petty & The Heartbreakers e discetta di concerti dal vivo nella rubrica Shades Of Blue. Inoltre recensisco il bel Away From The World della Dave Matthews Band mentre Pierangelo Valenti si occupa di Ry Cooder.

La chicca del numero in edicola è però un pezzo di Max Stèfani che evoca i giorni in cui gli inglesi cercavano la California: Van Morrison, Eric Burdon e John Mayall. Oltre ad essere molto gustoso il pezzo è speciale perché Max è pigrissimo e non scriveva un articolo da anni (a parte, va da sé, il libro Wild Thing in libreria ora), il che è un peccato perché scrive con uno stile personale, sincero e diretto, ed è sempre stato uno dei pochi capace di farlo.

Stato attuale dei tre musicisti? Van "antipatico, taccagno e supponente", Eric "antipatico e alcolizzato", Mayall "un po' matto ma educato".


(Unico neo del numero in edicola, manca la presenza femminile di Eleonora, e si avverte).

giovedì 18 ottobre 2012

Ian Hunter & The Runt Band > When I'm President



Ian Hunter è in gran forma. Ce lo ha dimostrato con la reunion, sia pur senza seguito, dei Mott The Hoople. Ce lo ha dimostrato con lo show all'Alcatraz di Milano con la Runt Band, dove è andato alla grande con il repertorio di ballate di Man Overboard, ma ha fatto saltare il tetto con il bis di All The Way From Memphis (Mott), Roll Away The Stone (the Hoople), Saturday Gigs (singolo) e l’immensa All The Young Dudes di David Bowie (All the Young Dudes). I Mott The Hoople furono il gruppo cult del glam rock, il rock & roll made in Britannia degli anni settanta di Ziggy Stardust, Marc Bolan, l'Elton John di Crocodile Rock, gli Stones in giacchetta rosa di It's Only Rock'n'roll ed il Lou Reed con una bottiglietta infilata nel pacco di Transformer. Gli anni della mia formazione. Poi Ian ha proseguito nei '70 con una serie di album strepitosi in cui fondeva rock & roll e ballate alla Dylan, gli anni di All American Alien Boy, You're Never Alone with a Schizophrenic, Welcome to the Club, Short Back 'n' Sides con i Clash, All of the Good Ones Are Taken con la E Street Band. Persi i contratti importanti non ha mai cessato di suonare, centrando spesso e volentieri qualche grande canzone e qualche ottimo album. Con When I'm President Ian Hunter ha ritrovato una band ed ha ritrovato il rock & roll degli anni settanta. Perché il disco non ha nemmeno un pizzico di nuovo secolo: potrebbe tranquillamente essere marchiato 1974, come una di quelle magnifiche Bonneville a due colori su cui le rock star amavano farsi fotografare. A differenza dei suoi dischi solisti, non è un disco di ballate questo: ci sono tanti sani e solidi rock & roll saltellanti alla Keith Richards, sostenuti da quella roca e graffiante voce da fratello furbo di Rod Stewart. Registrato con consumata perizia live in studio, per stare nel budget, è un perfetto 100% british rock di quello che non esiste più, nonostante sia registrato a NYC da Andy York. Almeno metà dei pezzi è irresistibile: il singolo omonimo, Confortable (che titolo alla Jagger Richards), What For, I Don't Know What You Want, Saint, la springsteeniana Just The Way You Look Tonight, il Peckinpah Rock di Wild Bunch e la ballata finale di Life, dedicata al proprio pubblico.

"Vanno e vengono, è solo un altro rock’n’roll show, spero di siate divertiti… ma soprattutto ridiamoci sopra perché è solo la vita. Stiamo tutti invecchiando, non posso credere che dopo tutti questi anni voi siate ancora qui e io sia ancora qui, ridiamoci sopra perché è solo la vita". 

Tanti cori, tante chitarre, tanta elettricità. Un puro disco di rock & roll.

venerdì 12 ottobre 2012

I dischi che avresti sempre voluto comprare di Zappa (ma non hai mai avuto il coraggio di chiedere)



strumentali:
The Grand Wazoo ✭
Hot Rats
Shut Up And Play Yer Guitar
(Jazz From Hell, Orchestral Favourites…)

Mothers: 
Weasels Ripped My Face
Uncle Meat

rock: 
Apostrophe (')
Sheik Yerbouti
Joe's Garage

in concerto: 
Roxy & Elsewhere



giovedì 11 ottobre 2012

Shades Of Blue: Traveling Wilburys


Che Dylan ed i Beatles abbiano scritto le più belle canzoni del rock è fatto piuttosto noto, come è noto che Bob abbia influenzato i ragazzi di Liverpool nell’uscire dai cliché della pop music e che questi lo abbiano influenzato a loro volta nella svolta elettrica. Ma non tutti ricordano che Dylan ed un Beatle abbiano suonato nella stessa band. Partiamo dall’inizio, a metà degli anni ottanta, in pieno rock romantico & rock rurale: Bruce Springsteen, Tom Petty, John Cougar Mellencamp, Paisley Underground e giù di li. Tom Petty è in studio per registrare con gli Heartbreakers il suo sesto album, Southern Accent. È in crisi perché vorrebbe un suono innovativo e pop come lo erano le canzoni degli anni sessanta, ma finirà per fratturarsi una mano prendendo a pugni il muro per la frustrazione. Uscirà da questa esperienza con una forte necessità di rinnovamento e di ritorno alle radici che esiterà nella collaborazione del True Confessions Tour con il proprio vate Bob Dylan. Fu l’inizio di una amicizia e di una collaborazione serrata che si svilupperà nei dischi immediatamente successivi di Dylan (Got My Mind Made Up sull’altrimenti moscio Knocked Out Loaded) e Petty (Jammin' Me sul bello Let Me Up). Nel 1987 l’ex Beatle George Harrison registrava Cloud Nine per la produzione di Jeff Lynne, già con gli ELO. La carriera di Harrison era rallentata dopo il capolavoro di esordio di All Things Must Pass ed il concerto per il Bangladesh. Anche negli album di mezzo non mancavano belle canzoni ma mai abbastanza per riempire un album intero. Grazie alla sensibilità di Lynne, grande fan dei Fab Four al punto di guadagnarsi anni dopo il soprannome di “il quinto Beatle”, Cloud Nine riuscì a mettere a fuoco il talento di George. La Warner Brothers era entusiasta e propose di aggiungere un lato B inedito per il singolo This Is Love. George si rivolse a Bob Dylan per registrarlo presso il suo studio a Santa Monica e questo invitò alle registrazioni anche l’amico Tom Petty (secondo un’altra versione George aveva dimenticato la propria chitarra a casa di Tom che gliela portò in studio). In qualche modo era presente anche il mito degli anni sessanta Roy Orbison (quello citato da Springsteen in Thunder Road) appena tornato al successo grazie al disco prodotto da T-Bone Burnett ed al film Blue Velvet di David Lynch nella cui colonna sonora aveva una certa rilevanza la canzone In Dreams. Secondo la leggenda i cinque lessero su una cassa la scritta Handle With Care (maneggiare con cura) e ci scrissero sopra una gran canzone con un coro a cinque voci. Quando alla Warner ascoltarono il pezzo decisero che era troppo bello per un lato B e suggerirono di aggiungere qualche altra canzone. A George piacque l’idea di un super-gruppo e con la sua autorità di ex Beatle convinse gli altri a registrare un intero album con l’identità segreta di una banda itinerante (una passione di Dylan - ricordate la Rolling Thunder Revue?) e si assegnarono il nome di Traveling Wilburys con gli pseudonimi di Nelson (George), Otis (Lynne), Lefty (Orbison), Charlie (Petty) e Lucky (Dylan). Nei soli dieci giorni a disposizione nella casa di Dave Stewart registrarono Vol. 1, uno straordinario cross over tra le tradizioni vocali dei Beach Boys, il Beat e il west. Sorprendendo tutti il disco vendette cinque milioni di copie. La voglia di suonare assieme era così forte che i cinque continuarono a collaborare nei dischi immediatamente successivi: per primo Full Moon Fever di Tom Petty, ancora prodotto da Jeff con il contributo di Roy e George. Petty alla fine aveva trovato il suono che stava cercando. Poi Mystery Girl di Roy Orbison. Anche Armchair Theatre di Jeff Lynne stesso pur essendo un lavoro da one man band è intriso del sound dei cinque. Furono immaginati un tour ed un film, forse alla Blues Brothers, ma il 6 dicembre 1988 Roy Orbison morì d’infarto mandando in fumo ogni progetto. I quattro reduci valutarono il rimpiazzo con Del Shannon, l’autore della celebre Runaway, anch’egli ritornato alla fama con un disco prodotto da Jeff Lynne con la presenza di Petty e Mike Campbell. Ma l’8 febbraio 1990 Del si fece saltare il cervello con un colpo di pistola nella propria casa a Santa Clarita in California. Si dice che fu considerato anche Roger McGuinn il cui Back From Rio (il miglior disco solista dell’ex Byrds) era stato prodotto da Lynne e Petty, ma alla fine i ragazzi entrarono in studio in quattro per registrare il secondo album, che prese il nome di Vol. 3. Può darsi che il nome sottolinei proprio il fatto che fra i due dischi c’è stata molta collaborazione qua e la, ed anche se George dichiarò ad un giornalista che alcune registrazioni intermedie erano state trafugate probabilmente lo fece solo per prenderlo in giro. Il secondo disco era buono come il primo, forse un po’ più scherzoso ed il leader della gang era George. Su Volume 3 i nomi dei fratelli Wilburys erano diventati Spike, Clayton, Muddy e Boo. Poi il gruppo si perse di vista. Lynne lavorò ancora con Petty & The Heartbreakers per Into The Great Wide Open, un grande disco che non fu capito subito, ed ancora uscì qualche cosa di Roy Orbison nel postumo King Of Hearts. Per sentire ancora un suono simile a quello dei TW bisognerà aspettare il disco solista di George Harrison, Brainwashed, purtroppo uscito postumo anch’esso nel 2002.


1985 (True Confessions Tour, Bob Dylan & Tom Petty)
1986 Bob Dylan > Knocked Out Loaded
1987 Tom Petty > Let Me Up (I've Had Enough)
1987 George Harrison > Cloud Nine
1988 Traveling Wilburys > Vol. 1
1989 Tom Petty > Full Moon Fever
1989 Roy Orbison > Mystery Girl
1990 Jeff Lynne > Armchair Theatre
1990 Traveling Wilburys > Vol. 3
1991 Tom Petty > Into The Great Wide Open
1991 Del Shannon > Rock On!
1992 Roy Orbison > King Of Hearts

domenica 7 ottobre 2012

alta fedeltà


L'alta fedeltà è musica o altro? Una domanda non banale se ti capita di imbatterti in un "audiofilo" puro e duro. Bella la risposta di Paolo Corciulo, direttore della parte hi-fi di SUONO, ad uno di questi sulla rubrica della posta.


“Caro Corciulo, non posso sapere quante mail negative tu possa aver ricevuto in merito all'ultimo numero di SUONO. Questa per favore uniscila a quelle completamente negative …se io vado all’edicola che parli di fazzoletti, è logico che al suo interno ci voglio trovare una serie di fazzoletti più o meno belli. Ma se io in quella rivista ci trovassi pagine intere di carburatori forse riterrei di aver buttato via i miei soldi. Tu non sei il principale produttore della più autorevole rivista hi-hi? Ed allora perché mi fai vedere i carburatori?”

"Certo che il mondo è assai curioso! Pensate un po’: per tutta la vita mi ero “fatto persuaso” (come direbbe Montalbano) che un impianto hi-fi servisse a riprodurre la musica! Ora invece grazie al lettore scopro che la musica sta all’hi-fi come i fazzoletti stanno ai carburatori, cioè l’un con l’altra non c’azzeccano una… mazza! È una visione che non solo non li appartiene ma che, credo abbia contribuito all’oscurantismo che caratterizza i tempi moderni… La deriva dell’alta fedeltà può essere spiegata in queste poche parole: la ricerca feticistica di oggetti senza più scopo… un capolavoro come Nebraska del Boss non andrebbe nemmeno ascoltato visto che è stato registrato su un infimo 4 tracce del cavolo!" (Paolo Corciulo)

venerdì 5 ottobre 2012

Yellow Submarine


Yellow Submarine è il quarto film dei Beatles, quello d'animazione, uscito nelle sale nell'anno di grazia 1968, il periodo più creativo dei fab four fra Sgt.Pepper, Magical Mystery Tour e l'album bianco. Realizzato senza l'apporto dei quattro, che stremati proprio dalla concentrazione di progetti di quei giorni non si occuparono neppure del doppiaggio dei propri doppi in cartone animato, il film fu particolarmente efficace nel mettere a fuoco alcuni aspetti peculiari della beatlemania. Il messaggio positivo di pace e amore sintetizzato nella lotta del (Yes) contro il No dei Beatles verso i Biechi Blu (che nel finale significativamente non sono sconfitti ma si lasciano conquistare dalla musica e dall'amore). La splendida grafica pop delle immagini, vere e proprie versioni animate delle intuizioni grafiche di Andy Warhol o dei sogni ad occhi aperti di Magritte. La simpatia, i giochi di parole, gli abiti e la personalità straripante dei quattro guru di una generazione, che sono tratteggiati con grazia, con precisione e con tipico humor british. Sopra il resto l'atmosfera hip e rilassata dei giorni del flower power. Se queste caratteristiche erano evidenti ai giorni della prima e ancora si mantenevano intatte negli anni settanta (quando ebbi la ventura di vedere il film proprio negli U.K.), si colorano di una dolorosa consapevolezza ai nostri giorni, in questi tempi in bianco e nero in cui la speranza di una rivoluzione della pace e dell'amore e della gioventù sembrano quanto mai affossati da un mondo andato a male dove sopra tutto si erge la dittatura del capitalismo, della finanza, della stupidità, del denaro, della violenza. In una parola: dell'ignoranza. I giorni degli idioti e dei conformisti in giacca e cravatta. Ad abbellire ulteriormente il reperto dei tempi di pace e amore e creatività di Yellow Submarine ci sono le musiche, veri e propri video clip ante litteram, che furono prestate dai Beatles al film pescandoli dai successi del momento e da qualche inedito restato fuori dalle stampe. Da Sgt.Pepper, Lucy In The Sky With Diamonds, With A Little Help From My Friends, All You Need Is Love fino a Nowhere Man, Only A Northern Song, All Together Now, It's All Too Much fino a, naturalmente, Yellow Submarine con Ringo Starr voce solista.
Non è solo nostalgia: mia figlia Carolina di nove anni è rimasta letteralmente conquistata dalla simpatia di Paul John George e Ringo, dai colori e dalle immagini psichedeliche e dalla leggerezza del mood figli dei fiori che pervade ogni fotogramma. E soprattutto se n'è uscita, per la gioia del padre, con un commento che non poteva trattenere: "ma tutte le loro canzoni sono così belle!" Non è ancora persa la speranza, dunque, nella lotta dell'amore contro i biechi blu.

(Blue Bottazzi, SUONO)

lunedì 1 ottobre 2012

John Hiatt


Il songwriter dei songwriter. È così che chiamano John Hiatt. Chi pensate che abbia avuto più canzoni suonate da altri artisti? Lennon/McCartney? Leiber/Stoller? Goffin/King? Tom Waits? Bob Dylan? Può darsi, ma fra loro John Hiatt, di Indianapolis, Indiana nel mid-west, classe 1952.


“John Hiatt è un duro/fragile uomo del midwest, un poeta della canzone che, a dispetto della propria sensibilità artistica, ha spesso vissuto in modo rovinoso e ha sempre sperato di diventare una pop star, l’unica cosa che il destino gli ha negato, oltre ad una cover di Ray Charles.
Le sue canzoni sono state cantate da un esercito di musicisti: Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Neville Brothers, Rosanne Cash, Bonnie Raitt, Jeff Healy, Nick Lowe, Dave Edmunds, Emmylou Harris, Mitch Ryder, Buddy Blue, John Doe (degli X), Johnny Adams, solo per citarne alcuni. Ma Hiatt non ha solo il dono di creare tatuaggi sull’anima con le sue canzoni; ha anche una straordinaria, voce soul nera come il carbone; e ha goduto dell’amicizia, della stima e della collaborazione dei migliori musicisti in circolazione".

Amo Hiatt da molto tempo, da quando vidi quel film di William Friedklin, Cruising (1980) nella cui colonna sonora facevano bella mostra alcuni bei pezzi dei Mink DeVille di NYC, come dei Germs di LA ed uno (a me) sconosciuto John Hiatt. Hiatt aveva già alle spalle un oscuro passato country, ma in quel momento era travolto dalla new english invasion, ed in particolare da Elvis Costello la cui influenza risuonava in Slug Line e Two Bit Monsters (MCA) che feci subito miei.


Ma raccontiamo la sua storia dall’inizio. Nato nello sperduto stato dell’Indiana, racconta di aver ascoltato a undici anni Stevie Wonder alla radio, e di aver da quel momento perso l’interesse per la scuola, lo studio e tutto quello che in generale interessava i suoi coetanei, con l’unico obbiettivo di diventare un cantante di successo. Ha scritto la prima canzone a dodici anni, e da quel momento ne ha messo assieme centinaia, tutte scritte sulla propria chitarra Gibson Lady Guitar del ’47, chiuso in una stanza di casa o di motel. A 13 anni perde il padre, una cosa che a tutt’oggi non ha ancora accettato e a cui fa risalire l’origine dei propri guai. A 18 anni lascia Indianapolis e, senza arte né parte, raggiunge Nashville, nel non lontano Tennessee, una delle capitali musicali degli USA. Da subito la sua aspirazione è farsi una carriera come cantante, ma, da subito, a dispetto dalla voce diventerà un songwriter, ottenendo il primo lavoro come compositore per un’etichetta country per uno stipendio fisso di $ 25 alla settimana.
Si esibisce anche, con la propria chitarra acustica, davanti a un pubblico generalmente poco interessato ad ascoltare uno show di materiale originale. Fin da allora, confesserà John, “non ricordo di essermi mai esibito in pubblico senza aiutarmi con l’alcol o con la cocaina”. La sua prima band si chiama White Ducks. Ha il primo contratto con la Epic praticamente senza fatica, nel ’74, e con il budget per un singolo mette assieme un intero album, Hangin’ On The Observatory, dal taglio piuttosto country. L’album passa inosservato, ma subito qualcuno fa una cover di una delle canzoni: i Three Dogs Night, con “Sure, I’m Sitting Here”. Il secondo album non va meglio, e anche se Conway Titty fa una cover di “Haevy Tears”, alla Epic decidono di sciogliere il contratto. La sua fortuna è di suonare in un’occasione in apertura di un concerto di Leo Kottke. A Leo piacciono le canzoni, e gli procura un contratto con la MCA. Intanto in Inghilterra era esplosa la nuova ondata, e John è particolarmente influenzato da un musicista chiamato Elvis Costello. Così nascono Slug Line e Two Bit Monsters. Nessun successo commerciale, ma John è diventato definitivamente l’artista degli artisti; i Neville Brothers fanno una splendida cover di Washable Ink, e lo stesso una quantità di altri, fra cui Maria Muldaur, i Searchers, Rick Nelson. Rosanne Cash ha un hit con “It Hasn’t Happened Yet”. Una sua canzone finisce in American Gigolo, un’altra in Cruisin’.
La Geffen Records decide di lanciarlo definitivamente come artista, promuovendogli All Of A Sudden, un album ad alto budget, prodotto da Tony Visconti (David Bowie) e con la partecipazione di session man del calibro di Carlos Alomar e Jeff Beck. L’album, a tutt’oggi è il peggiore inciso da Hiatt, e non entra neppure in classifica.

Ma qualcosa succede; Dave Edmunds incide una della canzoni, “Something Happens”. Rosanne Cash (la figlia di Johnny) incide la sua I Look For Love. Si tratta rispettivamente del miglior amico e della cognata di Nick Lowe ed i due musicisti entrano in contatto. Nick "the knife" entra nella sua vita, e produce finalmente il grande album, Riding With The King, un scintillante disco di soul e di R&R. Perché va detto che non solo Hiatt è un grande compositore, ma ha una stupenda voce nera da soul man. Riding With The King, la canzone, verrà addirittura ripresa da BB King ed Eric Clapton in duo. Non male per un bianco dell’Indiana che scrive ballate.

Ma è un periodo brutto per Hiatt. Schiavo dell’alcol e della cocaina, ha abbandonato la moglie dopo aver avuto una bambina, e se ne sta ad autodistruggersi in giro per il Mississippi su una Camaro nera, assieme ad un’altra donna. Hiatt ricorda che fu il suo psicanalista a rifiutarsi di continuare a seguirlo: “Mi disse che non poteva fare niente per me, che ero un drogato e avevo bisogno di una comunità. Non pensavo di esserlo e me ne andai. Ma mesi dopo, quando stavo uccidendomi, quelle parole mi aiutarono a cercare aiuto in un ricovero”.
Anche dal punto di vista artistico il fatto di curarsi dall’alcol e dalla droga ha un grande rilievo. Le canzoni di Hiatt non sono mai state meno di splendide, ma i tre album successivi saranno il suo meglio; lasciato da parte ogni lustrino del music biz, gli album rappresentano un tentativo di mettere a nudo il proprio animo e di comunicare come mai era successo in precedenza. Con Bring The FamilySlow Turning e Stolen Moments il punto di riferimento diventano artisti come Bruce Springsteen”.


Arrivano i glory days: Hiatt viene affiancato da Lowe al basso, Ry Cooder alla chitarra e Jim Keltner alla batteria per un album splendido, Bring The Family, che ogni amante del rock made in USA dovrebbe ascoltare. La band prende il nome di Little Village e va in tour. Registrerà anche un disco, ma qualche cosa non funziona e il vinile non riesce a cogliere l’essenza della band. Dal canto suo Hiatt affianca a Bring The Family la trilogia dei suo album migliori, con Slow Turning e Stolen Moments, dischi dove smette di nascondersi dietro ad arrangiamenti di classe per aprire la propria anima al songwriting più intenso e sincero.

A questo punto Hiatt a Los Angeles è diventato qualcuno, il meglio lo ha dato e diventerà una star con un robusto mix di rock del sud, soul nero e canzoni d’autore. Più che gli album si ricordano le canzoni come Perfectly Good Guitar, I’ll Never Get Over You, Native Son, I Can’t Wait, Graduated. Un duro dall’animo fragile, un artista unico, un songwriter sopraffino e di culto, che farebbe qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo tranne che scrivere canzoni pop. Un piccolo grande eroe del rock & roll.

Negli anni duemila cede un po’ il passo, in una ricerca di suono delle radici del rock americano, una band semplice fatta di chitarre acustiche ed abbandonando il soul bianco per cui è tagliato. Io stesso ho perso un po’ la passione per il suono del mid-west per cui andavo pazzo nel decennio precedente (il blues di Chicago - il r&r di St Louis - il soul di Memphis - il country di Nashville - il boogie di New Orleans) e Hiatt non l'ho più ascoltato molto. Lui continua a registrare un album all'anno e racconta che campa più sugli anticipi che sulle vendite. Album che non mancano mai di contenere qualche buon pezzo, ma finiscono presto nei cassetti dei dischi dimenticati, anche se ad onore del vero gli ultimi tre, Open Road, Dirty Jeans e Mystic Pinball mi sembrano i migliori della serie. Dell'ultimo mi sembra ottima la canzone It All Comes Back Someday



"You shot bolt upright in the middle of the dark 
As she drove her motorcycle through the trailer park 
A hundred miles an hour no helmet on her head 
'Til that concrete drain was runnin' cherry red 
Used to sit and drink coffee at the Waffle House 
Had to spin up her wheels just to get it out 

Now it all comes back to haunt you 
Yeah, it comes back anytime it wants to 
It all comes back through the holes and the cracks 
Where you thought you let it slip away 
Yeah, it all comes back some day 

Feelin' bad about yourself, you were seven years old 
So you got her in the bushes where you had some control 
Tied up her hands so she couldn't fight fair 
Threw a jar of silver model car paint in her hair 
After all these years does the shoe still fit? 
Have you only just now started wearin' it? 

The way she combed her hair 
Straight across a minute where you could have died 
You thought love was something that you had to hide 
To survive 

All those lives you thought you lived away 
There ain't a one showin' any kinda sign of decay 
They're all stacked on your head like infinity's crown 
The truth is you ain't never lived anything down 

You're bound up forever to the blood on the trail 
To the tires on the gravel to the rust on the rail"