domenica 30 settembre 2012

Van Morrison Born To Sing No Plan B


C'è una scena nel film di Scorsese The Last Waltz, girato al Winterland Ballroom di San Francisco il 25 novembre 1976 (il Thanksgiving Day) durante l'ultimo concerto di The Band, durante la quale uno degli illustri ospiti del gruppo, piccolo, rosso di capelli, paffuto (e cattivo) fa una buffa corsetta che termina calciando nell'aria durante il coro della sua inarrivabile canzone Caravan. Il cantante in questione è Van Morrison, ed il momento è universalmente riconosciuto come il climax di quel celebre show. Van Morrison è il cantante dei gutturali blues di Baby Please Don't Go e Gloria (il più tipico dei garage rock) dei Them. È l'autore di Astral Weeks, mitico vinile sulla top ten della maggior parte dei critici musicali, compreso Lester Bangs. È l'autore di Moondance, che il NME definì il miglior lato A della storia del rock. È l'irlandese esiliato a Los Angeles autore di infiniti splendidi album per tutti gli anni settanta ed ottanta. È uno dei migliori live act a cui io abbia assistito assieme ai Mink DeVille e Bruce Springsteen & The E Street Band. Dalla metà degli anni novanta il rosso irlandese (che oggi ha 65 anni ma allora solo 50) sembra aver perso l'ispirazione, diradando apparizioni in concerto e produzione discografica, che si è fatta francamente poco interessante. Born To Sing: No Plan B ("nato per cantare: non c'è un piano alternativo") rappresenta per molti versi un suo ritorno in ghingheri, nonostante (o in virtù di) le tragedie familiari che lo hanno colpito.
Registrato non negli USA ma a Belfast, la sua città Natale, per un'etichetta jazz di culto come la Blue Note (in passato Van the Man aveva inciso un paio di dischi jazzy per la Verve ed un altro per la Blue Note stessa), è un disco lanciato con una certo dispendio di marketing, per lo meno per gli standard dell'artista. Ed il disco è in effetti tutt'altro che banale o ininfluente sia pur in una palmarés così importante. È un disco solo apparentemente di basso profilo e poco adatto a sorprendere al primo ascolto: la band non ha star influenti come ad esempio il George Fame di How Long, ed oltretutto è vistosamente tenuta a freno dal leader, un esempio per tutti il minimalismo della batteria.

"Suoniamo quello che dobbiamo senza tanti fronzoli. Nessun trucco di fumo, specchi o luci, solo canzoni, sono un cantante, non un ballerino di tip tap".

Tutto il suono è effettivamente di un minimalismo jazz quasi alla piano bar, arrangiamenti puri ed essenziali che riportano all'esperimento degli arrangiamenti jazz delle canzoni di Mose Allison di Tell Me Something del 1996 (l'ultimo disco notevole del Van, sedici anni or sono). Si apre con un tipico errebì alla Van Morrison, Open The Door To Your Heart, che è anche il singolo del disco (ma esistono ancora i singoli? E quale teen-ager lo acquisterebbe?) ma senza gli arrangiamenti raffinati di un Into The Music, per dire. Segue presto un pezzo irresistibilmente alla Solomon Burke, Born To Sing, che fa temere un Van Morrison un po' geriatrico alla Tom Jones. Invece, brano dopo brano, o se vogliamo ovvietà dopo ovvietà, è evidente ad ogni ascoltatore che la magia accade, la stessa dei suoi live show: l'atmosfera si fa magica, magnetica, il disco si separa dall'impianto stereo per salire al Nirvana delle ispirazioni superiori. Misticismo quasi, per spendere un aggettivo che si lega bene alla musica di Van Morrison. Il segreto sta nel groove, nella irresistibile capacità del cantante non solo di creare con la propria voce una tensione palpabile, ma addirittura un crescendo, che ti fa aguzzare le orecchie e ti impedisce di distrarti. La band lo asseconda, con tocchi tanto sapienti quanto dosati di tromba, sassofono, pianoforte, Hammond e chitarra jazz. Fino a sfociare in un vero e proprio zenit, significativo anche per uno come Morrison, con lo strepitoso jazz ipnotico di If In Money We Trust, in cui per la lunghezza di otto strepitosi minuti il cantante ripete un mantra dei temi sociali o meglio esistenziali che gli stanno a cuore, cioè la condanna di una società che ha sostituito il misticismo con il dio denaro: "quando Dio è morto e non è abbastanza, crediamo solo nel denaro, nessun sostituto". 
Ancora meglio, sporco e gutturale come ai tempi eroici dei Them, i sette minuti del blues elettrico e sotterraneo di Pagan Heart, che riporta alle cantine dei Rolling Stones di cose come Going Home. "Il mio cuore pagano, devo raggiungere qualche crocevia, devo andare ai boschi dell'Arcadia, il mio cuore pagano, la mia anima pagana".
Chiusura alla grande con il pezzo 100% Morrison di Educating Archie per un disco che dimostra che gli artisti quando sono grandi e sinceri invecchiano come il vino quando è grande e sincero. Ben tornato Man…

Blue Bottazzi

giovedì 27 settembre 2012

Joe Jackson The Duke



La storia del jazz si può riassumere in un full di nomi: Louis Armstrong, Duke Ellington, Charlie Parker, Charles Mingus e Miles Davis. "The Duke" non fu solo l'eroe dell'era delle big band, dello Swing e del Cotton Club, ma dopo il leggendario show al festival di Newport del 1956 si laureò uno dei musicisti più importanti del XX secolo con le sue numerose suite come And His Mother Called Him Bill, New Orleans Suite e Far East Suite, che lo portano dalle parti di Gerswin.
The Duke di Joe Jackson sta a Duke Ellington quanto Roll Over Beethoven di Chuck Berry sta a Ludwig Van Beethoven, con la differenza che Joe Jackson non è Chuck Berry.
Joe Jackson è un musicista britannico di successo degli anni ottanta che, esordito in piena energia punk con la JJ Band, con il jazz ha più di un debito in virtù del successo del suo masterpiece Night and Day (il cui titolo è uno standard di Cole Porter) oltre che dell'hot jazz di Jumpin' Jive e del jazzy di Night and Day. Dopo inutili inseguimenti con remake e reunion di scarso successo, JJ ci riprova oggi con un omaggio al Duke, con molto amore (basti leggere il suo articolo sul libretto) ma anche con molta personalità. Nelle interpretazioni di JJ non c'è jazz, né swing né big band né jungle. Ci sono invece quindici canzoni compresse in dieci tracce eseguite con arrangiamenti tanto sofisticati quanto ristretti (per numero di musicisti e strumenti), declinati in altrettanti stili, tutti diversi da quelli di Ellington, dal lounge al beat, dal latino alla salsa, dal blues a Zappa.
Ciò che caratterizza questa calendoscopica varietà è l'omogeneità del risultato e soprattutto la bellezza di ogni traccia e del disco nel suo intero. Si può ben affermare che se Joe ha messo il cuore per realizzare un lavoro della perfezione di Night and Day, beh, forse c'è riuscito.
Il disco si apre con Ishafan, suggestivo strumentale notturno basato sulla chitarra elettrica vagamente santaneggiante di Steve Vai e su un suono di tastiere quasi di xilofono di JJ, che si scioglie in una strepitosa Caravan medio-orientale sostenuta dalla magica voce femminile di Sussan Deyhim.
Pop frizzante è I'm Beginning To See The Light; evocative di sensazioni beatlesiane (alla Macca) sono Mood Indigo e I Got It Bad (And It Ain't Good). Rockin' in Rhythm con Tony Aiello e Tuba Goodin Bryson è uno strumentale pregnante di New Orleans.
I Ain't Got Nothing But The Blues è virata in soul dalla voce nera di Sharon Jones.
Perdido / Satin Doll è una salsa brasiliana cantata da Lilian Vieira.
Invece di mettere il meglio all'inizio e finire in dissolvenza, The Duke si conclude con il botto. Prima con una The Mooche in versione reggae che si sviluppa quasi zappiana come uno strumentale sostenuto dalla fantasiosa chitarra di Steve Vai che scivola nella Black & Tan Fantasy per organo e fisarmonica, poi con il pezzo più orecchiabile e godibile, l'hit di Duke Ellington It Don't Mean A Thing (If It Ain't Got That Swing) su una elegante base elettronica lounge su cui si rincorrono le voci di Jackson e dello stooge Iggy Pop.
Un disco che coniuga il miglior pop con una musica più sofisticata, come faceva una volta appunto il Jazz.

giovedì 20 settembre 2012

Dave Matthews Band Away From The World



La Dave Matthews Band non è solo Dave. Ci fu un momento in cui il frontman ed autore del 90% delle canzoni deve averlo pensato, reduce dei capolavori di Under The Table e Crowded Street. Litigò con il produttore Lillywhite, limitò l'apporto della band, diede spazio a produttori "moderni", provò persino a registrare da solista. Il risultato fu una dicotomia fra gli show, i migliori concerti rock a cui potevi assistere, ed i dischi malati di anemia ingravescente. Mentre a Lucca abbiamo testimoniato che la DMB è il più grande spettacolo del circo, coi dischi abbiamo imparato ad accontentarci. Poi il relativo insuccesso solista ed il doloroso lutto per la morte di Leroi Moore hanno compattato il gruppo ed hanno donato nuova passione al progetto della DMB. Non a caso l'album precedente a questo portava la firma collettiva della band. In Away From The World fa il suo ritorno anche il produttore dei dischi di mito, che ormai risalivano agli anni 90, ed appaiono i membri onorari Tim Reynolds (chitarrista di cesello) ed i due fiati Ross e Coffin che sostituiscono il sassofonista perduto. Il risultato va oltre ogni rosea aspettativa. AFTW potrebbe addirittura essere fra i loro miglior album: arrangiamenti esemplari, suoni ad altissima definizione che cesellano la perfezione, canzoni dolcissime che si susseguono in un mix cross-over di generi ed emozioni. Un disco di una categoria a cui non siamo più abituati.

di Eleonora Bagarotti & Blue Bottazzi (per SUONO)

martedì 18 settembre 2012

SUONO di Settembre


Su SUONO di Max Stéfani in edicola a Settembre:

  • Maccarty di Eleonora Bagarotti (articolo & intervista) 
  • Yellow Submarine (il film) di Blue Bottazzi 
  • Paul's Small Songs di Pierangelo Valenti 
  • Paul Weller di Stefano Gilardino 
  • U2 di Max Stéfani 
  • special di (quasi) venti pagine: il ritorno del Grunge 
  • Dylan, Hiatt, Allen, Rollins live 
  • Joe Jackson 
  • libri, film, recensioni e ristampe 
  • ...e molto molto altro 

Brian Auger Julie Driscoll & The Trinity Season Of The Witch. Si vola in alto qui, molto in alto. Julie e Brian rileggono Donovan Phillips Leicht con una classe ed una bravura da far impallidire qualsiasi altro tentativo. Ma non solo. È innanzi tutto una composizione perfettamente in tema con la voce, il temperamento, l'abbigliamento, l'acconciatura ed i ninnoli della cantante - un po' gypsy, a volte rinascimentale, un ticco di gotico, una spruzzata di bauhau, il mistero... Poi scopriamo il magico organo Hammond di Brian Auger nel suo lungo assolo, non già una semplice, quasi obbligata, parte solista, ma una vera e propria atmosfera coinvolgente creata ad arte e che reinventa il brano. Conosco solo due grandi organisti in grado di competere con il maestro in questa specialità, per climax e pathos: Ken Hensley e Vincent Crane. Cover definitiva? Ditemi. (Pierangelo Valenti) 


sabato 15 settembre 2012

Bob Dylan Tempest


Bob Dylan non è un tipo espansivo. Impossibile incontrarlo, conoscerlo, parlargli, intervistarlo. Sale sul palco senza salutare, si mette su un lato a pigiare i tasti della pianola che non sa suonare e tortura con la sua voce arrugginita canzoni dagli arrangiamenti irriconoscibili. Tempest, il più recente arrivato di una serie di cinque album di "Western R&B" con la band di cowboys dell'Endless Tour, è come una telefonata confidenziale ricevuta da un Bob angosciato nel mezzo della notte. Non puoi trovare la confidenza con zio Bob nelle frasi delle interviste o nei live show; la trovi nelle canzoni di dischi come questo. Registrato in modo essenziale, nudo e crudo senza alcuna profondità sonora o separazione fra gli strumenti, per la prima volta usa persino la voce consumata e rugginosa che sfodera dal vivo (beh, non proprio così scarsa, in effetti, ma quasi). Che cosa cantino i suoi testi allucinati ed onirici, zeppi di riferimenti e di vivide immagini, è difficile dirlo: c'è di tutto. Ma lo cantano in modo soffuso e confidenziale, parole che Dylan ti sussurra nella cornetta come se ti rivelasse un segreto che lo angoscia.
Alcune canzoni sono le solite, alcune sono semplicemente divertenti (Duquesne Whistle), alcune sono davvero belle (quattro).

La prima è la lunga Narrow Way, la sua tipica tirata anni sessanta in cui sembra raccontare di tutto e i cui versi l'ascoltatore può interpretare come gli fa più comodo.

Scarlet Town è un bel lento nebbioso a la Oh Mercy, con tanto del violino di Hidalgo: "in Scarlet Town, dove sono nato c’è la foglia d’edera e la spina d’argento. Le strade hanno nomi che nn puoi pronunciare e l’oro è ad un quarto di oncia. La musica comincia e la gente ondeggia e tutti dicono “stai andando a modo mio?” Lo zio Tom lavora ancora per lo zio Bill e Scarlet Town è sotto la collina…” 

Tin Angel è un lento teso.

Tempest è l'architrave del disco, una magica ballata folk irlandese di quindici minuti e quasi cinquanta versi in cui Dylan canta immagini dell'affondamento del Titanic mentre la canzone, verso dopo verso, ti strega irresistibilmente.

C'è un'ultima canzone, Roll On John, a chiudere il disco, non eccezionale come musica ma i cui testi Dylan dedica al vecchio compagno dei sixties John Lennon, l'artista che con lui (e Paul) ha generato la musica rock.


"Shine your light, move it on, you burn so bright, roll on John
From the Liverpool docks to the red light Hamburg streets 
Down in the quarry with the Quarrymen. 
Playing to the big crowds Playing to the cheap seats 
Another day in your life until your journey’s end
Shine your light, move it on, you burn so bright, roll on John

Shine your light, move it on, you burn so bright, roll on John
I heard the news today, oh boy 
They hauled your ship up on the shore 
Now the city’s gone dark 
There is no more joy 
They tore the heart right out and cut it to the core

Shine your light, move it on, you burn so bright, roll on John
Put on your bags and get ‘em packed. 
Leave right now you won’t be far from hine 
The sooner you go, the quicker you’ll be back 
You’ve been cooped up on an island far too long"



P.S.: le parole che seguono le avevo scritte su Dylan l'ultima volta. Le ripropongo. 

Dylan c'è. E la cosa è molto rassicurante. Credo sappiate di chi sto parlando. Dell'uomo che nel corso degli anni sessanta ha scritto il songbook della musica rock. Dell'uomo che, in concerto con i Beatles, ha inventato la musica rock. Del musicista che negli anni settanta ha registrato Blood On The Tracks, Desire, Street Legal, Slow Train Coming e negli anni ottanta Infidels e Oh Mercy. Nei novanta ha intrapreso il suo tour infinito, ma dal punto di vista discografico ha latitato. Negli anni duemila è tornato, e nonostante la sua bella età ci rifila con regolarità gemme del calibro di Time Out Of Mind, Love And Theft, Modern Times. 
È bello che in un mondo che ha così deluso le aspettative, Dylan ci sia ancora. Da quando io ho ricordi, lui c'è. Questa cosa mi fa sentire ancora giovane... è come se ci fossero ancora JFK e John Lennon... 


martedì 11 settembre 2012

Revival


L'anno di grazia di 2012 si è riempito a  sorpresa di dischi degli amati settantenni che furono la scena del rock, da Bob Dylan a Leonard Cohen, da Bruce Springsteen a Neil Young, da Ry Cooder a Van Morrison. Per tacere di "minori" come Little Feat, Bonnie Raitt, Dr. John.
Sono dischi anche decisamente buoni (alcuni più, altri meno) e spesso contengono anche qualche ottima canzone, come la lunghissima ballata folk di Tempest di Dylan. Ma sono inutili: non aggiungono nulla né all'ascoltatore né all'artista né alla musica rock. Se non li avessi ascoltati non mi sarei perso niente. Tutt'al più è revival, per usare un termine con cui nei '70 si definivano le canzoni di una volta, Elvis o Sha-na-na. Musica anacronistica, senza togliere nulla al suo diritto di esistere ed al nostro di ascoltarla. Ma la scena rock, se ancora esiste, non abita più qui. Il problema vero forse è che una scena rock non esiste più.