domenica 29 luglio 2012

ALT Van Der Graaf Generator



I Van Der Graaf Generator sono una band molto speciale per il pubblico italiano, e l'unico vero gruppo sopravvissuto della stagione del rock progressivo, considerando che sia gli Yes che i Jethro Tull in circolazione sono in realtà scampoli di passato che utilizzano il nome per mere necessità economiche (l'una senza il frontman, l'altra con solo quello). Dal 2005, anno in cui sono riapparsi come band (Peter Hammill non era mai scomparso, avendo più o meno sempre realizzato un disco all'anno a proprio nome dal 1969), il mio rapporto con la band ed i loro dischi si è piuttosto modificato; cresciuto direi. Da allora ho realizzato un sito (PH VDGG) che tiene traccia del loro lavoro negli anni, ho conosciuto personalmente Hammill, Banton ed Evans, li ho seguiti in concerto, ed ho assistito anche ad almeno uno dei migliori show di Hammill; esperienze che hanno modificato in modo sensibile il mio punto di vista sui loro dischi. Da allora un elemento portante del suono della band, il sassofonista David Jackson, se ne è andato (leggi: è stato allontanato) per problemi caratteriali, ed il trio superstite ha dovuto reinventare gli equilibri del proprio suono. In modo egregio in concerto, come dimostra Live At The Paradiso del 2007, fratello gemello del live Real Time del quartetto del 2005. In modo più strutturato in studio, con due album molto elaborati, molto studiati ed anche riusciti ed apprezzati dal pubblico come il lucido Trisector del 2008, un tentativo di rendere gradevole e contemporaneo le proprie canzoni, e lo sghembo A Grounding In Numbers del 2011, lavoro che i ritmi geometrici e l'esuberanza delle tastiere rendono più affine a certi EL&P se non Gentle Giant (Free Hand) che ai gotici e fiabeschi Van Der Graaf del passato. Gli show del trio dimostrano però che il nuovo materiale non costituisce nulla di più del tessuto sonoro da cui prendere il largo verso gli esaltati e visionari grandiosi affreschi del passato. Mi era capitato in cuor mio di rimpiangere in qualche modo una certa mancanza di coraggio del trio che si presenta al nuovo secolo (millenio) con sobrietà quasi a sottolineare di non essere legati a schemi sonori considerati troppo fuori moda: l'avanguardia ed il rock sinfonico. Qualche cosa deve essere scattato nel concepire ALT, perché qui il gioco dei Van Der Graaf Generator appare niente meno che ribaltato. Non solo ALT non è un disco educato e corretto, ma neanche è un disco che ripesca nel confortante mondo del noto e del passato. ALT non è niente di meno di un disco sperimentale, d'avanguardia, come quelli che comparivano nei negozi di dischi nel 1970 e poco oltre. Alla Pink Floyd o alla Can o Faust per intenderci - in effetti non assomiglia affatto ad alcun disco dei VDGG. Intanto Peter Hammill, tradizionalmente autore principale e front man, non canta neppure. C'era un secondo CD ad accompagnare quel Present del 2005 citato sopra (un doppio cd in studio! Merce più rara di un doppio vinile…), un disco di improvvisazione in cui il quartetto si riscaldava in studio di registrazione per ritrovare l'intesa dopo un così lungo silenzio, per registrare le nuove canzoni. Peter Hammill paragona questo ALT a quel lontano disco, ma si tratta più di un richiamo al metodo di lavoro che al suono; per effetto dell'affascinante sax di Jackson la seconda parte di Present era venato di improvvisazione jazzistica qui del tutto assente. Non piacque molto ai fans, ma mi accorgo che personalmente è il lavoro che preferisco fra quelli dei redivivi VDGG. Diversa è la sperimentazione di ALT: pura improvvisazione, senza alcun programma e senza nessun progetto, tanto che si tratta per lo più di riscaldamento di studio o di sound check, divertissement che non era previsto sarebbe stato udito da alcuno. Molto basata su batteria ed organo (e non c'è da stupirsene, visto che Hammill è più cantante che strumentista, e che qui decide di non cantare mai), richiama tanto una band che con i Van Der non ha mai avuto a che fare, i Pink Floyd cosmici di Ummagumma e tutte le band tedesche che ne sono rimaste influenzate, dai Tangerine Dream in la.
Già di per sé un disco "sperimentale", il primo nel music biz dopo quarant'anni, avrebbe tutte le carte in tavola per essere tenuto in gran considerazione dai palati fini. Poi è anche molto agradable, a patto ovviamente di essere portati per il rarefatto suono cosmico dei nomi citati, dai Dream ai Floyd ai tedeschi. Si potrebbe obiettare che nessuno avrebbe avuto da ridire se in questa ora (e un minuto) di musica avessero trovato posto anche un paio di canzoni di Hammill, magari come quelle due che chiudono il suo recente disco solista Consequences che sembrano scritte apposta apposta per i Van Der Graaf. Ma non è nello stile di Hammill, rigido classificatore amante della pulizia e del rigore: se ALT doveva essere un disco di echi (Echoes) di improvvisazione nella nebbia, così lo deve essere dagli uccellini della prima traccia alle note dell'ultima.

Blue Bottazzi BEAT

giovedì 26 luglio 2012

Tom Jones > Spirit In The Room


Dicono che il modo più sicuro di essere aggrediti in Galles sia di proclamare di non apprezzare Tom Jones. Sarà questo il motivo per cui non ho mai visitato il Galles, perché nella sua cinquantennale carriera Tom ha attraversato il mio cammino diverse volte, dalla Delilah di quando ero bambino alla più recente Sex Bomb, e non è mai successo che mi risultasse gradito. Resta il fatto che questo entertainer ha una voce soul bianca, una personalità da vendere e nel Galles è popolare come Townes Van Zandt in Texas, Paul McCartney a Liverpool o Gesù in Alabama. Succede che, dopo aver venduto si racconta cento milioni di dischi, Tom raggiunti i settant'anni abbia cominciato a valutare la propria carriera in un'ottica diversa, com'è forse capitato in un modo o nell'altro ad Elton John, a Johnny Cash o a Robert Plant. Incontrato il produttore Ethan Johns (il figlio di Glyn Johns: Rolling Stones e Who) si è sentito forse in dovere di preparare per i posteri un ricordo più consono alla propria arte, ed ha recuperato una serie di cover di gran spessore, da Dylan agli Zeppelin a John Lee Hooker, suonati con un gran piglio rock & roll & blues e cantati con la propria straordinaria voce, per quel disco nudo, crudo, elettrico, minimale ed essenziale quanto assolutamente dell'anima che fu Praise & Blame. Si racconta che alla nuova casa discografica prese un colpo quando lo ascoltò, tanto che fu rifiutato e dovette essere stampato da Lost Highway. Per sottolineare quanto siano incompetenti i manager delle case discografiche e quanto siano responsabili della crisi del disco, l'album vendette un milione di copie ed arrivò a sfiorare il primo posto delle classifiche di vendita inglesi. Deve essere questa la ragione per cui il nuovo Spirit In The Room è infine stampato Island Records. La formula, il produttore ed il risultato sono gli stessi del precedente, solo più acustici, e le cover portano le firme di Leonard Cohen, Paul Simon, Paul McCartney. Per capirci siamo dalle parti del Johnny Cash di American Recording, ed ascoltare queste canzoni e queste storie è un vero piacere, come lo è poter considerare finalmente dei nostri anche un macho del soul bianco come Tom Jones. Per tacere del fatto che potrò finalmente visitare il Galles.

giovedì 19 luglio 2012

Bruce Springsteen San Siro 2012


C'è più di un punto di vista nel raccontare una storia.

A San Siro il 7 giugno ho assistito ad un evento popolare, tipo Giochi senza Frontiere. Uno Springsteen piacione a la Fiorello che sorride sempre per quanto siano drammatici i testi che canta, che fa cantare la gente e offre volentieri le sue canzoni al trattamento karaoke del pubblico con tanti sha na na na la la la la batti batti le manine, che corre incessantemente avanti e indietro per la pedana lungo il palco, che offre le sue mani alle mani del pubblico, che offre le sue guance ai baci delle ragazze, che fa cantare il pubblico nel suo microfono e gli fa suonare la sua chitarre, che fa cantare i bambini, che fa ballare le fans, che cammina sulla acque, che moltiplica i pani ed i pesci, che fa alzare gli storpi e resuscitare i morti, che canta tutte ma proprio tutte le canzoni del proprio repertorio, che canta canzoni che fanno accendere le lucine sugli spalti (pieni all'inverosimile fino all'anello più alto nel cielo, stipato di famiglie dai nonni ai bimbi, teen-ager che danzano ed anziani in estasi mistica), che fa alzare le braccia alla gente e le fa ondulare a destra e sinistra mentre vengono ripresi dalle telecamere e proiettati sul megaschermo sopra un palco dove la band suona quasi al buio, che sostituisce un sassofonista con cinque fiati di cui uno suo parente, che canta un pezzo meraviglioso (The Promise) all'intimità del solo pianoforte così intanto lo stupendo pubblico italiano può finalmente chiacchierare e controllare le foto sul telefonino e aggiornare FaceBook e scambiarsi i pareri sullo spettacolo.

Però ho anche visto uno Springsteen che a sessant'anni è all'apice della forma, con una voce solida e perfetta (nonostante un'acustica orribile che sembra di ascoltare le canzoni dai cessi del Meazza), che canta e suona e balla per 3 ore e 47 minuti senza un attimo di sosta (il secondo più lungo in assoluto della sua pur eccezionale carriera) e che inanella un bis a cui ancora nella mia lunga frequentazione di concerti mai avevo assistito, con uno show che riprende implacabile ed incredibile ogni volta che pare terminato di certo, con una Cadillac Ranch che fa danzare anche il fantasma di James Dean, Hungry Heart e Dancing In The Dark con un assolo di sax di dieci minuti mentra una ragazza balla con Jake Clemons (che porta alla mente quello mitico che Paul Gonsalves eseguì nel 1956 seguendo per dieci minuti la danza di una ragazza, che rilanciò definitivamente la carriera di Duke Ellington al festival jazz di Newport). Bobby Jean dedicata a Miami Steve Van Zandt e il siparietto di Bruce Springsteen - Jake La Motta pugile a k.o. che viene risvegliato dalla spugna di Little Steven per rituffarsi in una incredibile 10th Avenue Freeze-Out che quando arriva il punto che "when the Big Man joined the band…" proprio mentre sto baciando la Bagarotti e non posso non trattenere il fiato per capire cosa succederà e la band tace ed il pubblico applaude mentre proiettano le foto di Big Man ed il momento invece che mieloso si risolve in un atto commovente di dignità e di amore. Ed il concerto è finito e la band ringrazia inchinandosi al pubblico come in teatro e tu ancora non ci credi al bis che hai udito e invece il Boss rimanda tutti agli strumenti per un'ultima Glory Days che ti spiazza perché erano Glory Days nel 1984 e ti accorgi che lo sono ancora oggi che è il 2012. E non è finita, il colpo di grazia arriva con Twist & Shout, trentatreesima canzone dello show, per piegare definitivamente la schiena ai miscredenti, ma non ce n'è uno dei sessantamila di San Siro che a questo punto non creda nel Boss, e mentre i membri della E Street Band escono lui ha una parola ed una pacca sulla spalla per ognuno, come un grande coach.
Non lo so, ho paura di essere diventato troppo vecchio per i concerti negli stadi, ma quello a cui ho assistito sarà il mio insuperabile ultimo big show.

Blue Bottazzi (SUONO)

C'è una seconda recensione dello stesso show, quella di Eleonora Bagarotti:


Il tempo è spesso tiranno, cambia le cose. Nel caso di Bruce Springsteen, in concerto allo Stadio San Siro di Milano, i decenni trascorsi hanno indubbiamente portato alcuni cambiamenti. Ma qualcosa contraddistingue il Boss rendendolo unico, diverso da tutti gli altri rocker attempati. Non è un caso se il giornalista newyorkese John Strausbaugh, premiato dal New York Times per il saggio critico "Rock Til You Drop" (che fa incazzare pubblicamente personaggi come Mick Jagger e Pete Townshend, per intenderci), non lo piazza nel mucchio dei gerontofili nostalgici.
Per (ri)parlare del concerto di Bruce Springsteen allo stadio San Siro di Milano, il primo della serie trionfale di show italiani, si deve partire da lontano. Da quella primavera del  rock che piace tanto ai critici nel ribadire che "Lou Reed non è più lo stesso di Transformer", "David Bowie si è fermato alla Trilogia berlinese", "Si stava meglio quando si stava peggio" ecc. ecc.
San Siro 2012 è la prova che il nostro Bruce, con i suoi capelli tinti, il mood piacione e la consapevolezza delle sue radici italiane (nel ricordo di quel primo, memorabile show del 1985 - quando l'acustica dello stadio parve di gran lunga migliore di quella pessima dell'altra sera), porta tuttora con sé tutta l'energia che gli consente di suonare 3 ore e 40 minuti senza il minimo calo di tensione.
Certo, quello di oggi è un Bruce maturo e consapevole, capace di cavalcare i suoi 62 anni e non di subirne il declivio. Si conferma un rocker unico e inarrivabile, con un innato istinto del palcoscenico e decenni di canzoni che hanno fatto (la) storia. Un Bruce che ama assai divertirsi, forte di quella spinta  corale della sua "family" chiamata E Street Band - in cui, guarda caso, è entrato Jake Clemons, nipote di Clarence (rimpiazzato però a malapena da una sessione di fiati, a riprova del suo essere insostituibile).
Nel tour "Wrecking Ball", Springsteen ostenta un po' troppo il suo essere un perfetto entertainer ma quel certo atteggiamento "americano"  da trascinatore di folle (anche tralasciando l'aspetto musicale), l'ha sempre tenuto. Se facciamo scorrere il nastro all'indietro, ecco affacciarsi il sombrero dei tempi di "Born in The Usa" o i balletti con mamma e zia sul palco di Genova. Insomma, qui la questione non è certo l'età anagrafica.
Ci sarà pur qualcuno che avrà da ridire sul fatto che gli album degli ultimi anni "non sono Nebraska" (di nuovo???) ma il tutto è totalmente estraneo a uno show che annovera in scaletta quasi tutte le canzoni immortali, interpretate con una voce a dir poco straordinaria, sia nella sua potenza che nelle sue capacità espressive.
Dispiace, casomai, che nei momenti più lirici al pianoforte e alla chitarra acustica - quando lo stesso Bruce chiede un po' di silenzio - il pubblico dello stadio sia incapace di un ascolto più autentico, puntando alla chiacchiera o allo scambio di foto sui telefonini. Come se, in mancanza del  "ritornello  sparato", l'adrenalina calasse e non valesse la pena prestare l'orecchio del cuore (e parliamo di "The promise"!?!?!)
Certo, nulla manca in un carnet che si prefigge di incendiare gli animi: non le ritmiche, non le chitarre, non canzoni come "Darkness on The Edge of Town", "Glory Days" e persino la finale "Twist and Shout", a ribadire la richiesta dei cori da stadio.
Ma nella storia di Bruce, nel suo (ammirevole) impegno politico, nel suo essere un performer con una personalità e un talento monumentali, c'è qualcosa che va oltre la sua leggenda e il nostro modo - tutto italiano - di viverlo come icona (stra)popolare. Il rock senza tempo di Bruce esplode e getta attorno a sé brandelli di poesia. E questo, come scrisse il grande Bukowski, sbeffeggia il trascorrere del tempo e tutte le sue regole: "Sono passato dall'energia della gioventù a quella della vecchiaia. Non ci sarà nessun declino. Uh Uh".
Forse Hank, senza saperlo, parlava di Bruce.

Eleonora Bagarotti (SUONO)

giovedì 12 luglio 2012

Neil Young & Crazy Horse > Americana


Furore. Ecco l'aggettivo appropriato per descrivere Americana di Neil Young con i Crazy Horse: Billy Talbot, Ralph Molina, Poncho Sampedro, musicisti il cui nome suona persino onomatopeico, un gruppo con cui il canadese non ha sbagliato un colpo da Gold Rush a Tonight's The Night, da Zuma a Rust Never Sleep a Ragged Glory e Weld (gli ultimi due dischi citati sono quelli che più richiamano il suono di questo Americana). Furore è lo spirito con cui Young imbraccia la Gibson con il jack infilato in un Marshall ed i controlli sul 10 (che chitarrista splendido è Neil Young?). Furore è il fuoco della sua voce, furore è il suono chitarre rabbiose e melodia da 45 giri del '77 dei Sex Pistols. Le undici canzoni sono classici della musica delle radici americane tanto e più di quanto lo furono i brani delle Seeger's Sessions di Springsteen e con altrettanta anima. Non sono però interpretazioni folk, ma rock & roll vissuti dal canadese come se fossero canzoni proprie. Con i rock & roll roots di Americana ci si balla il pogo, ci si saltella per casa mimando una Gibson e ci si canta a squarciagola i cori di Oh Susanna, di My Darling Clementine, di Tom Dula Tom Dula Tom Dula Ton Dula! Get A Job è puro rock & roll anni '50 a la Shocking Pinks. Gallows Pole è il traditional ripreso in modo diverso anche dai Led Zeppelin e riassume i punti di forza del sound di Americana, vale a dire furia rock elettrica e cori melodici, come sui dischi dei Ramones. Jesus Chariot era una canzone religiosa per bambini, mentre la splendida e malinconica Wayfarer Strager è la stessa di Johnny Cash oltre che di una lista di qualche centinaio di artisti che comprende Roger McGuinn e Tim Buckley. This Land Is My Land è quella di Woody Guthrie, il più celebre pezzo folk americano e vero inno dell'altra America, compresa la versione di Springsteen. Ed a proposito di inni God Save The Queen non è quella dei Pistols ma è altrettanto potente e, a pensarci, come inno britannico in defintiva era quello degli americani di prima della rivoluzione. A 66 anni Neil Young non ha perso il gusto per il rock, non ha perso la passione di cantare, non ha perso il furore delle proprie radici. E non ha perso il potere di esaltarmi.

(Blue Bottazzi - SUONO di luglio 2012)

mercoledì 11 luglio 2012

SUONO di Luglio 2012


È in edicola SUONO di Luglio:

Bruce Springsteen Promised Land di Eleonora Bagarotti Blue Bottazzi Paolo Vites & Ermanno Labianca
Pete Townshend Scoop di Eleonora "Who" Bagarotti
Bruce Springsteen Nebraska di Blue Bottazzi dalla BS Special Collection USA

Johnny Rotten e Patti Smith di Luca Garrò
Chris Robinson, Tom Jones, Neil Young, Neneh Cherry…

The Harder They Come, Majakowvskij, Doc Watson, Duck Dunn, Paul Weller, Lucio Battisti…
Cut’n’mix: Teatro, Cinema, Libri, Arte, 45 giri… HI-Fi…

Short Talks e la prima puntata della rubrica di storie Shades Of Blue


domenica 8 luglio 2012

Wild Thing di Max Stèfani


Wild Thing - la storia di chi in Italia ha scritto di musica rock dal 1960 ad oggi - è un lussuoso librone di 320 pagine pieno zeppe di storie, di citazioni, di testimonianze, di fotografie, di link che toccano da vicino tutti coloro che nel nostro paese hanno amato, ascoltato, scritto o letto di musica rock anche attraverso indimenticabili pagine stampate più o meno bene più o meno a colori o più spesso in bianco e nero. L'autore è Max Stèfani, probilmente il più carismatico direttore di riviste musicali nel nostro paese ed un personaggio leggendario, ruvido, scomodo, a volte irritante ma alla fine leggendario e (sempre alla fine), lasciatemelo dire, amabile, uno con cui tutti hanno avuto a che fare, molti hanno avuto scazzi e tanti hanno riavvicinato con affetto. Io, lo ammetto, sono legato a Stèfani da un forte legame di riconoscenza perché è lui che ha rinosciuto molti anni fa (gli ultimi anni settanta, i giorni di Tom Waits, dei Ramones e dei Clash, per datarli) un potenziale nei miei scritti ed è anche grazie a lui che è nato Blue Bottazzi e sicuramente è merito suo della mia più leggendaria collaborazione, quella per il Mucchio Selvaggio degli hey days. Anche a me non è mancata occasione di incazzarmi (quando in occasione di non so quale numero celebrativo si è dimenticato del mio nome) e quello di riabbracciarlo, nella banda della nuova avventura di SUONO, in questi giorni a nord del Rio Grande.
Si dice talvolta che Stèfani non sia uno scrittore troppo dotato: è falso, ha un suo stile preciso e sincero e coraggioso ed evocativo che piacerebbe di certo anche ad Ernesto Hemingway. E la parte più bella del libro è proprio quella introduttiva, che purtroppo esordisce con "gli inizi: e la faccio il più breve possibile". Scrivo 'purtroppo' perché è un capitolo stupendo, coinvolgente, che sa tanto di romanzo, con un colore alla Simenon su un racconto di vita racconato tanto di corsa quanto pieno come un uovo. Solletica la memoria (oltre ad essere una testimonianza importante) anche tutto il periodo del racconto di cosa fosse e cosa rappresentasse la musica rock per noi "giovani" negli anni sessanta e settanta, fino ad arrivare a quel momento topico che fu la nascita de Il Mucchio Selvaggio, la più autorevole (e scalcinata) rivista rock del Bel Paese, in un momento sorprendentemente felice anche per la musica rock (il 1978 fu l'anno più creativo probabilmente dai giorni della summer of love). Con il passare delle pagine e degli anni il racconto si focalizza sempre meno sulla musica e sempre più sui tristi scazzi interni della rivista di Stèfani, il Mucchio Selvaggio, e si fa così più un fatto personale che di interesse generale, fino alla sua uscita ed all'annuncio di una rivista nuova che si è concretizzata in questi giorni con il citato SUONO.
Io di Wild Thing ho acquistato (pagandole) due copie. Consiglio anche a voi di non perderlo, perché sono sicuro che non solo sia una lettura evocativa e straordinaria, ma che da qui a qualche anno rappresenterà una delle testimonianze più pregnanti di questa straordinaria avventura collettiva che è stata la musica rock per una generazione ai confini dell'Impero.

Blue Bottazzi

P.S.: (di Eleonora Bagarotti)

Eppure c'è qualcosa, in Wild Thing, che ancora manca... sì, perché Stèfani anticipa l'ennesima svolta del suo percorso giornalistico, un cambio di direzione che - non a caso - si accompagna all'approdo più bello: quello della stabilità affettiva con la moglie Tiziana Solidoro e di una nuova paternità con la nascita di due splendide gemelline. La svolta professionale di Max oggi si chiama Suono ed è una rivista storica da un lato e sperimentale dall'altro, in cerca di rinnovamento e di nuova linfa vitale che già sgorga sin dai suoi primi numeri, innovativi seppur in via di assestamento. Il tutto, sullo sfondo di un tempo amaro per l'editoria e la cultura in generale. Più che sfida, dunque, quella di Max si potrebbe definire vera e propria crociata. Altro aspetto curioso della questione è che la lista di collaboratori di
Suono pubblicata in Wild Thing è già in parte mutata ed è possibile immaginare un'evoluzione, che di certo meriterà un ulteriore capitolo. Non è solo un augurio a Max e a noi tutti, è la pubblica ammissione di riconoscergli da sempre una trasparenza che a volte rasenta l'ingenuità, a volte una mole di sincerità che può essere scambiata per sarcasmo mentre è in realtà il pensiero diretto di chi non ama i giri di parole. Questo è lo stile di Wild Thing, che unisce aspetti didascalici (come, del resto, tante altre pubblicazioni simili) agli aspetti più personali e accattivanti. Piaccia o meno, questa è la versione di Stèfani. E la storia di cui Max non solo ha fatto parte ma che egli stesso ha iniziato, compiendo una sorta di rivoluzione culturale alla quale più generazioni hanno attinto, è testimoniata dalle splendide immagini delle copertine e delle foto d'epoca.
Chi si sofferma sul refuso o non accetta di leggere la sua visione delle cose (che può essere condivisibile o meno ma proviene da un protagonista, tuttora discusso e costantemente "spiato" come lo è solo chi merita di essere rincorso e non dimenticato), ha capito ben poco del messaggio di libertà intellettuale di cui lo storico Mucchio Selvaggio di un tempo si è fatto portavoce. Per il resto, c'è sempre "Tv Sorrisi e canzoni".

Eleonora Bagarotti


Wild Thing, di Max Stefani, gruppoeditoriale, www.suono.it