venerdì 18 maggio 2012

Eleonora Bagarotti Magic Bus


Quando ho cominciato a leggere Magic Bus (diario di una rock girl) ne sono rimasto sorpreso, colpito, affascinato, turbato, abbagliato, stregato. Immaginavo allora di iniziare a scrivere questa recensione con le parole "in Italia abbiamo una versione femminile di Nick Kent, ed il suo nome è Eleonora Bagarotti". Dopo tutto Nick è il mio cronista rock preferito. Ma mano a mano che divoravo le sue pagine piene di passione, di umanità, di sentimenti, di esaltazione, pagine che non perdono mai grazia, calligrafia, poesia, magia, ho capito che il povero Nick non è mai stato capace di scrivere cose così. Ho letto Magic Bus come un romanzo che non riesci a distogliere dalla mente nemmeno quando lo chiudi e cerchi di tornare alla realtà, e in un tutt'uno ho letto gli altri libri di Eleonora: le analisi sottili e acute e passionali su Tom Waits ed Elvis Costello, e l'enorme (in tutti i sensi) The Who Pure And Easy, e sono rimasto senza fiato.
Lasciatemi raccontare con ordine. Magic Bus (anno di grazia 2001) è il romanzo autobiografico del cammino di una teenager, fan degli Who e di Pete Townshend, che insegue la propria passione spostandosi a Londra, vivendo l'esperienza di fan e di groupie, conquistando chi la incontra e trasformandosi un passo dopo l'altro in corrispondente, giornalista, scrittrice, musicista (classica), e nel frattempo donna, strappando più di un cuore e ribaltando con la sua innocenza il rapporto fra fan e divo.
Eleonora si muove nel percorso che racconta con la leggerezza e la purezza ingenua di una fata, attraversa situazioni scabrose, difficoltà, vincitori e perdenti di un mondo che ha schiacciato pesi massimi e lo fa senza mai perderne la visione magica, la gioia di vivere, la capacità di meravigliarsi e soprattutto di emozionarsi. Nick Kent è rimasto travolto dalla scena del rock. Eleonora l'attraversa senza macchiare il suo vestito (magari giusto perdendo le scarpette come Cenerentola).
"Eleonora è un angelo", scrive Pete Townshend, che le dedica forse più di una canzone. "Eleonora è Alice nel Paese delle Meraviglie" aggiungo io. Alice che passeggia nel mondo del rock attraversando traversie e situazioni e incontrando ogni tipo di persone colorando tutto e tutti con la propria poesia, la propria meraviglia, la propria gioia di vivere, e tutto e tutti contagia in questa sua visione, conquistandosi un lasciapassare che la rende immune da ogni pericolo. Eleonora è Alice che canta: "di rosso le coloriam!" senza timore della Regina di Cuori. Eleonora è Alice che non chiede nulla se non il permesso di guardare e di bearsi della bellezza che vede in ogni cosa. Per questo Magic Bus è alla fin fine una fiaba in rock.
Il nostro mercato letterario è asfittico e quello rock in particolare è oberato dal dilettantismo ad ogni livello, da arroganza, da ignoranza e da mancanza di talento. Siete liberi di aspettare a scoprire Eleonora "Angel Eyes" Bagarotti fra vent'anni, quando il suo talento sarà riconosciuto anche dai ciechi, oppure entrare in libreria oggi e diventare suoi lettori e suoi fan. Posso salire con i miei stivaletti da cowboy sul tavolino da tea di qualsiasi critico letterario e proclamare che Eleonora Bagarotti è il miglior scrittore della scena rock che io abbia letto! E me ne sono innamorato.



L'eredità del sogno, (Raffaello Cortina Editore, 1997)
La cosa vera, (Editori Riuniti, 2000)
Magic Bus - Diario di una rock girl, (Editori Riuniti, 2001)
The Who, (Editori Riuniti, 2002)
Le canzoni di Tom Waits, (Editori Riuniti, 2003)
Ligabue, 1990-2004: in viaggio tra rock, cinema e letteratura, (Editori Riuniti, 2004)
Elvis Costello, (Editori Riuniti, 2006)
The Who: pure and easy, (Arcana, 2011) 

domenica 13 maggio 2012

Cowboy Junkies > The Wilderness



I Cowboy Junkies sono il gruppo preferito di mia figlia (per via di Flirted With You All Of My Life). Piacciono molto anche a me, e non credo che questo costituisca un anacronismo perché nel 1988 questa band canadese ha registrato una delle canzoni preferite della mia adolescenza, Sweet Jane di Lou Reed (la amavo nella torrida versione di Rock’n’roll Animal) e perché i ragazzi hanno pressapoco la mia età. I Cowboy Junkies di Toronto, Canada, sono una famiglia canterina: Margo Timmins al canto (bellissima lei e bellissima la voce), Michael Timmins il fratello chitarrista ed autore delle canzoni, Peter Timmins alla batteria. Il loro disco più noto è The Trinity Session (1988) bissato in Trinity Revisited (dal vivo 2007). È da un paio di anni che se ne escono con dischi con la stessa copertina (alla faccia del marketing) che hanno battezzato Nomad Series e che dovrebbero rappresentare una specie di seconda scelta del repertorio. Al contrario Demons dello scorso anno (con le canzoni di Vic Chesnutt) e The Wilderness quest’anno appartengono di certo alla crème della loro produzione.
The Wilderness è un disco immobile, stregato (ma non maladetto: non è cupo, magari invernale) tutto basato sulla voce di Margo, importante, calda, tenorile, piena, accompagnata giusto da pochi tocchi minimali di chitarra, violino, vibrafono, batteria, Wurlitzer.
Un disco magico. Gli arrangiamenti sono perfetti, i tocchi strumentali oggetti d’arte, le canzoni (nella tradizione del rock degli anni duemila, il post rock) quasi non ci sono oppure spesso riecheggiano altre canzoni già sentite: Fairytale credevo fosse una cover di The Heart Of Saturday Night, Angels In The Wilderness richiama il riff di un’altro pezzo che non mi riesce di mettere a fuoco. Splendida The Confession Of Georie E con il suo coro “the sweet sweet cycle of you and me”.
Nove lenti ed un unico pezzo con un beat rock, il conclusivo Fuck, I Hate Cold, che mi ha fatto pensare ad una bella ragazza che mi raccontava di essere stanca dell’interminabile e buio inverno tedesco…


P.S.: leggi anche la recensione di Gianfranco Callieri su Roots Highway

martedì 8 maggio 2012

Fusion part 2: Weather Report


(continua)


I Weather Report nacquero nel 1971 come la band di Joe Zawinul (austriaco, alle tastiere elettroniche), Wayne Shorter (americano, al sax soprano e tenore), Miroslav Vitous (Praga, contrabbasso e basso elettrico). Tutti e tre avevano suonato con Miles Davis, Joe e Wayne assieme negli album della svolta elettrica del 1969, In A Silent Way e Bitches Brew. Vitous era un virtuoso del contrabbasso alla cui scoperta aveva in qualche modo contribuito Zawinul. Quando Zawinul si trovò libero dalla band con Cannonbal Adderly e Shorter da quella di Miles, fu Vitous a proporre di creare un supergruppo jazz.
Nessuno dei tre (o forse Josef in cuor suo sì) partì con l'idea di inventare il jazz rock: i primi due album sono lontani sia dalle sonorità di Bitches Brew che da quello che in futuro sarebbe stato lo stile dei Weather Report. Il disco Weather Report del 1971 è jazz elettrico piuttosto rilassato, con Zawinul che suona il suo piano elettrico Rhodes ed aggiunge effetti elettronici che contribuiscono a dare all'insieme un effetto piuttosto spiritato. Un disco d'insieme, con una buona presenza dei tre leader, basato sull'improvvisazione. Ottenne il riconoscimento di essere album dell'anno di Down Beat, la prestigosa rivista di jazz.
Il disco successivo, I Sing The Body Electric, non è dissimile, con Joe Zawinul che sperimenta con il sintetizzatore (non l'allora onnipresente Moog ma l'ARP 2600) nella prima facciata di studio, piuttosto gelida ma di fascino, aperto da un lugubre Unknown Soldier ("il milite ignoto") e dove fanno la comparsa i primi echi world in The Moors, basata addirittura su una chitarra acustica a 12 corde suonata da Ralph Towner. Determinanti l'apporto di Shorter e di Vitous, in delicati e suggestivi contrappunti con le tastiere di Zawinul.
Joe Zawinul fu sicuramente il tastierista capace di far suonare in modo più caldo e comunicativo il sintetizzatore, se non l'unico. Il suo stile è quello di far suonare le tastiere elettroniche come se si trattasse di strumenti a fiato, dal sax alla tromba al flauto, senza mai cercare la velocità o il virtuosismo (come fecero tutti i suoi colleghi), ma la bellezza ed il calore del suono.
La seconda facciata del disco fu registrata il 13 gennaio 1972 in Giappone, con il batterista jazz Eric Gravatt che ha preso il posto di Alphonse Mouzon (messo fuori per motivi caratteriali, il primo di un infinito balletto di cambi di batteria e parcussione: anche Airto Moreira era stato infatti rimpiazzato), ed è largamente basata sull'improvvisazione. Fu a questo punto che Zawinul si decise a prendere in mano la leadership del gruppo. La sua visione non andava in quella direzione, ma in quella di inserirsi con prepotenza nel mondo del rock (o meglio del jazz rock), fondendo le sonorità del jazz con la ritmica del rithm & blues "dei Temptations". Ed è esattamente quello che accade in Boogie Woogie Waltz, il pezzo che apre il successivo Sweetnighter del 1973. Il batterista fu licenziato, colpevole di essere troppo "jazz" e di avere una batteria di dimensioni troppo ridotte. A Vitous fu assegnato un basso elettrico e impartita la direttiva di suonare funky. In questo senso Boogie Woogie Waltz, 125th Street Congress e Non-Stop Home suonano molto più Bitches Brew, con una tappeto ritmico funky che fa da base per dieci minuti abbondanti agli interventi del synt e del sax, e compiono un balzo verso il futuro sound della band. Adios è uno di quei suggestivi lenti vecchio stile con il malinconico sax tenore di Shorter ed il grande apporto del basso di Vitous; di suggestione orientale anche Will di Vitous con gli echi di sax e di synt; muscoloso e vagamente africano Manolete di Shorter.
Da questo momento diventa evidente che una band non è grande abbastanza per due leader, e  Miroslav Vitous deve lasciare, perché non gli piace suonare il basso elettrico e non sente il funky (Zawinul) o perché mina la leadership del pianista (Vitous). In Mysterious Traveler (1974) arriva l'eccezionale bassista elettrico Alphonso Johnson, accompagnato dal batterista Ishmael Wilburn. La nuova ritmica compie il miracolo di generare il primo capolavoro dei Weather Report. Scrive Rolling Stone: "è il trionfo del feeling sulla tecnologia".
Nubian Sundance è definitivamente il pezzo funky world che caratterizzerà lo stile della band: una danza di afrore nero, con i tamburi e le voci a fare da sfondo ai tocchi improvvisati del synt, del piano elettrico, del sax tenore e del sax soprano.
American Tango è il commovente saluto di Vitous, un ritmo lento del basso su cui canta la melodia vagamente mediorientale del synt di Zawinul - un highlite della band. Mysterious Traveler un jazz funky di Shorter sul ritmo spezzato di due batterie. Blacktorn Rose è un'altra melodia jazz di Shorter il cui sax soprano è accompagnato solo del piano acustico di Zawinul.
Scarlet Woman è un'immobile pezzo corale che riecheggia le atmosfere mistiche delle alte quote della catena montuosa dell'Hymalaya. Jungle Book è un'improvvisazione che chiude l'album riprendendo le atmosfere world dell'apertura.
Mysterious Traveler diede alla band un'enorme popolarità, incrementandone la fama, la vendita di dischi a livelli dei gruppi rock ed il pubblico ai concerti.
Di nuovo senza batterista, i WR presero a prestito l'ottimo Ndugu dalla band di Santana per registrare il disco del 1975, Tale Spinnin'. "Il basso è la madre della musica e la batteria è il padre" questa è la considerazione che Zawinul aveva per la sezione ritmica, che fu un po' la cifra stilistica della sua band. Anche se non da tutti considerato alla pari dell'album precedente, Tale Spinnin' è un disco ricco di energia, un disco positivo, ottimista e forte, che difficilmente si può ascoltare senza mettersi a ballare. E dedicato ad un ballerino è il bel pezzo che lo apre, Man In The Green Shirt, ispirato ad un danzatore solitario "molto vecchio, molto nero, con una camicia verde che danzava meravigliosamente da solo ad una festa alle isole Vergini". Lusitanos è una splendida melodia di Wayne Shorter, il cui titolo è dedicato a una popolazione del Portogallo. Between The Thighs è una bella improvvisazione funky del synt di Zawinul. Badia un lento ricco di caldo sapore world, come solo lui è mai stato capace di colorare le tastiere elettroniche. Five Short Stories un altro bel momento meditativo per piano e sax.
Era il momento più creativo per i Weather Report che con l'album successivo, Black Market (1976), dalla bella copertina africana, finì a lungo nelle classifiche di vendita in competizione con dischi pop. La formazione era quella che sarebbe stata considerata "classica": Josef e Wayne, Chester Thompson alla batteria, Alejandro Acuna alle percussioni e al basso Alphonso Johnson che passava il testimone a Jaco Pastorius. Jaco sarà considerato il più grande bassista elettrico di tutti i tempi, ed a quanto pare ne era cosciente se si presentò a Zawinul dicendo: "il mio nome è John Francos Pastorius III e sono il più grande bassista elettrico al mondo". Si racconta che il burbero Zawinul lo mandasse a quel paese, per la costernazione di Jaco il cui carattere fu sempre uno sconcertante mix di arroganza e di ingenuità. Jaco fu un bassista straordinario e molto amato dal pubblico, ma, nella tradizione del jazz, fu anche sfortunato, instabile di mente, dedito all'alcool ed agli stupefacenti e dovette morire giovane e barbone, ucciso a pugni per strada. Ma in quegli anni il pubblico lo avrebbe decretato il front man della band, cosa che a Joe Zawinul andò sempre un po' di traverso, restio a cedere lo scettro del controllo del suo gruppo.
Sul disco, Black Market fu l'ideale seguito di Nubian Sundance. Cannon Ball un bel lento del synt di Zawinul ritmato dal morbido Fender Jazz Fretless Bass di Jaco, che canta come solo lui era capace. Un altro disco assolutamente da avere per godere delle quattro corde di Pastorius è lo splendido Hejira delle cantautrice canadese Joni Mitchell.
Elegant People è una ballata lenta estremamente "elegante" di Shorter, con un bel dialogo fra il suo sassofono e quello virtuale di Zawinul.
Barbary Coast è il primo pezzo scritto da Jaco per la band, un bel R&B che divenne la sua sigla, ma che all'inizio trovò un po' di resistenza da parte di Zawinul a cui "non piaceva troppo".
Grandissimo Wayne Shorter sulla conclusiva Herandnu, l'ultimo brano scritto per il gruppo da Alphonso Johnson.

La band era lanciata come un treno in corsa. Heavy Weather nell'anno successivo, il 1977, divenne il disco fusion più venduto di tutti i tempi, ed il più trasmesso alla radio grazie al tremendamente orecchiabile Birdland, il cui titolo si rifà al locale di NYC che prese il nome da "Bird" Charlie Parker. Potenza al massimo, grandi strumenti primo fra tutti le innovative linee del basso elettrico, e quella confidenza che fu dei grandi del jazz all'apice della forma. Strepitosa anche la lenta A Remark You Made, scritta da Zawinul ma giocata dal duetto fra il basso senza tasti di Pastorius ed il sax tenore di Shorter. Teen Town è un funky festoso del bassista. Harlequin di Shorter un tipico dialogo lento fra sax e synt in cui si intrufola il basso.
Quello fu il punto più alto raggiunto dai Weather Report e dalla musica fusion. Quando l'anno dopo uscì Mr.Gone, forse voluto un po' troppo orecchiabile da Joe Zawinul ("sia io che Wayne abbiamo famiglie numerose da mantenere") il pubblico del rock era distratto dall'energia della new wave, e per la prima volta Down Beat assegnò un provocatorio "una stella" al disco, al posto delle cinque di tutti i dischi precedenti.
8:30 fu il disco del tour, forse un po' tenuto a freno dalla necessità (o dalla volontà) di suonare al pubblico i pezzi più noti del gruppo nelle versioni più vicine a quelle dei dischi in studio. Meglio andrà con il disco del 1980, Night Passage, registrato dal vivo a Los Angeles.
Sicuramente c'erano elementi di tensione all'interno del gruppo fra il serio Zawinul e l'estroso Pastorius, che negli show veniva inneggiato dal pubblico come l'Hendrix del basso elettrico. Quando nel 1982, che era stato scelto come anno "libero" per i membri della band che avrebbero avuto la possibilità di realizzare progetti personali tanto come incisioni che come concerti, il manager dovette richiamare la band al lavoro per aver fatto scivolare il tour previsto per l'anno precedente (i WR avevano una rigida sequenza alternata di nuovi dischi e relativo tour, uno all'anno), Pastorius, Erskine e Thomas Jr non aderirono all'invito. Non so con quanto dispiacere Zawinul decise di rimpiazzarli tutti per il tour ed il disco successivo, Procession, in cui rimasero solo lui ed ovviamente Shorter.
Sull'onda dell'entusiasmo del tour Zawinul ebbe a dire che si trattava di una delle migliori formazioni dei WR, ma resta il fatto che il disco, per quanto piacevole e per quanto la bella copertina ricalchi quella di Black Market, che il disco ri rivelò molto poco jazz. Cominciò per la band la china discendente; Wayne Shorter lasciò il gruppo nel 1986 con l'accordo che Zawinul non avrebbe potuto usare il nome del gruppo senza di lui. Suonarono ancora assieme in una sola occasione nel 1991 con Miles Davis. Josef Zawinul continuò a suonare musica world jazz rock fino alla propria morte nel 2007. Pastorius era morto nel 1987 (all'età di 35 anni). Wayne Shorter è ancora vivo, ma non incide più dal 2005. In ogni caso dopo la band avrebbe inciso nove dischi in proprio, fra cui Bachianas Brasileiras No. 5, un suggestivo mix di jazz, folk, bossa nova e classica sull'album Alegrìa.

giovedì 3 maggio 2012

Dr.John > Locked Down


C'è una tradizione di vecchi leoni che tornano alla ribaltà grazie alla collaborazione di un giovane musicista, o di un giovane produttore, che del vecchio rocker era un fan nell'adolescenza. Da Fathers and Sons di Muddy Waters, con Michael Bloomfield e Paul Butterfield, allo stesso Waters nei dischi con Johnny Winter, ai dischi di John Lee Hooker per la Silvertone, al disco di Roy Orbison prodotto da T-Bone Burnett, alla serie Americana di Johnny Cash a cui Rick Rubin è riuscito a dare fama imperitura. Dr.John è sicuramente un leone del bollente suono melting-pot del sud, della Louisiana e di New Orleans, di quello che ha influenzato Lowell George, i Little Feat, Bonnie Raitt e l'ultimo Willy DeVille. Autore di non abbastanza conosciuti capolavori come Gris-grisGumbo e In The Right Place, balzò (come molti) all'attenzione del pubblico mainstream del pubblico con la ciondolante esecuzione di Such A Night nell'ultimo valzer di The Band. Avviato da anni con onore sul viale del tramonto (Dr.John ha ormai settant'anni suonati) torna a sorpresa con questo stregato Locked Down registrato in collaborazione con Dan Auerbach (31 anni) della band di nuovo rock di Ohio, i Black Keys, autori lo scorso anno di un disco, El Camino, finito in molte liste di migliori dell'anno (non nella mia).
L'innesto fra le stregonerie del vecchio lupo mannaro e il ritmo asciutto e dance del rock moderno da buoni frutti e funziona. Se pure canzoni memorabili sull'album non ne appaiono (e questa sembra essere una cifra ricorrente del nuovo rock del duemila) gli arrangiamenti sono gustosi e divertenti. Con tutte le differenze del caso, è come ascoltare Bitches Brew: jazz sopra, ritmo sotto.


Locked Down, il brano, mi porta subito alla mente, nella voce ma anche nelle tinte e nei profumi, gli ultimi dischi di Mr. DeVille, quelli prodotti da John Philip Shenale. Dr.John appare un saggio stregone woo-doo distaccato quanto basta da far pesare il proprio fascino sulle canzoni il cui timone è nelle mani di Auerbach, fra echi di luna piena, di bajou e di loup garou.
I miei brani preferiti sono quelli che si richiamano nella melodia ai sixty, Revolution, Big Shot ("non c'è mai stato, e non ci sarà mai più, un pezzo grosso come me"), God's Shure Good. Quest'ultima sembra proprio venir fuori da Pistola*.
Belle anche la ballata alla luna piena di My Children My Angel e la danza woo-doo di Getaway, e sono usati con arte i fiati da brass band di N.O. (You Lie) ed i cori femminili, sulla pianola di Dr.John e la chitarra di Auerbach.
Niente che possa competere con le vecchie cose, ma nessuno lo pretende: il pubblico non è comunque più lo stesso. Ladies and Gentleman, the Big Easy 2012!

(leggi anche la recensione di Mauro Zambellini sullo Zambo's Place)

mercoledì 2 maggio 2012

interviste


Parlandone con Claudio Milano, cantante di talento dell'avanguardia, mi è sovvenuto che la mia prima intervista l'ho effettuata ancora adolescente agli Area di Demetrio Stratos dopo un concerto nella mia città. Mi ero presentato con un registratore a cassette chiedendo un'intervista per una radio libera, ed era una mezza verità, nel senso che nessuna radio libera mi aveva davvero inviato, ma contavo di offire io a loro l'intervista. Gli Area erano una band coinvolgente, li avevo conosciuti poco tempo prima ascoltandoli in un ottimo spettacolo in teatro durante il tour di Caution Radiation Area. Questo concerto si era tenuto invece d'inverno in una palestra mal riscaldata ed era stato meno facile farlo decollare. Dopo lo show mi ero infilato negli spogliatoi con il mio registratore, e la prima domanda che avevo rivolto alla band era perché lo spettacolo fosse stato meno buono del solito. Guardandomi, ancora sudati e stanchi, un ragazzino imberbe con un registratore a cassette, i ragazzi erano stati sul punto di mandarmi a quel paese. Ma alla fine furono invece gentili, e registrarono un sacco di parole su quella cassettina (purtroppo andata perduta) nonostante anch'io parlassi un po' troppo, probabilmente perché cercavo di non apparire del tutto sprovveduto. Comunque in quell'occasione mi resi conto per la  prima volta che agli artisti non piacciono le critiche, anche se gli Area furono in realtà cordiali. Non che ai giornalisti piacciano le critiche, o che piacciano alle persone in generale. Me ne resi conto con più precisione anni dopo, ventenne alla mia prima missione per conto del Mucchio Selvaggio al concerto di Parma di Iggy Pop. Era un tour importante, perché era il primo dopo il lungo ostracismo che aveva colpito il nostro paese per colpa degl immancabili incidenti ai concerti (Lou Reed e Led Zeppelin, per esempio). E perché in quel momento, dopo tante tribolazioni, Iggy era diventato una star per via dei due dischi che Bowie aveva inciso con lui. Alla conferenza stampa fece un'entrata da vero cafone, con le dita nel bicchiere di birra ed abbracciato ad una squinzia, con un'aria da bullo da luna park. Mi dispiaque perché avevo una passione per Iggy e mi ero anche procurato, con difficoltà, i dischi degli Stooges, compreso un bootleg azzurro. Gli mossi qualche critica e lui si incazzò come se l'avesse punto un'ape. Quello che mi stupì veramente fu il servilismo dei giornalisti presenti, praticamente il gotha, da Poster a Ciao 2001, che più che i critici saccenti che ero abituato a leggere parevano groupie. In quell'occasione imparai un po' di cose. Primo che, come ho letto anni dopo da Nick Kent, che James Newell Osterberg è una brava persona, ma Iggy Pop sa essere uno stronzo. Secondo, di non dire mai a un'artista che non ti è piaciuto il suo disco (o a uno scrittore il suo libro, o a un giornalista il suo pezzo). In terzo luogo è che non tutti gli artisti valgono umanamente quanto i loro dischi (ma cosa ci si può aspettare da ventenni coatti viziati?). Infine che non mi piace fare le interviste alle star, perché loro non hanno voglia di parlare e ti concedono qualche minuto solo per obbligo; meglio glissare con un complimento e magari una richiesta d'autografo, e parlare piuttosto con la band o ai roadie, che invece sono ricchi di storielle. Certo, ho avuto occasione di parlare amabilmente anche con persone magnifiche, come Miami Steve Van Zandt, Willy DeVille, Glen Matlock, Bruce Cockburn, Peter Hammill per citare i primi che mi vengono in mente. Ma con le interviste ho lasciato perdere subito.