domenica 29 aprile 2012

A qualcuno piace fusion (part 1)



La grande musica del XX secolo è stata definitivamente quella di impronta afro-americana, tre rami della stessa poderosa pianta: il blues, il jazz ed il rock. Delle tre la musica blues è la più povera, all’inizio suonata addirittura tipicamente da musicisti ciechi perché inabili a guadagnarsi la vita in modo più redditizio. La musica jazz è la più colta. I musicisti Jazz sanno leggere e scrivere la musica ed in molti scrivono le partiture. Quando i musicisti jazz si trovarono a lavorare con i più popolari musicisti rock si stupirono che questi abitualmente sapessero così poco di musica e suonassero ad orecchio.
Blues e rock si sono certamente incontrati, anzi “blues had a baby and they called it rock and roll”. Gran parte del rock è stato declinato nelle 12 battute del blues, dalle band rock blues e rithm & blues, e molti grandi bluesman neri, da Muddy Waters a BB King, da Howling Wolf ad Elmore James, da John Lee Hooker a Willie Dixon sono stati riscoperti e “salvati” dal rock & roll, conquistandosi un seguito di culto presso il pubblico bianco della musica rock. Anche il jazz ed il rock si sono incontrati, sia per amore di sperimentazione che per matrimonio di interesse (come per il blues, i dischi rock vendevano molto di più di quelli jazz), ed hanno avuto un figlio che si chiama Fusion. Vuole la tradizione che il primo disco fusion, o jazz rock come si chiamava allora, sia stato Bitches Brew nel 1970 ma c’erano stati altri tentativi di contaminazione. Negli USA nel 1969 i Chicago registrarono il primo disco, Transit Authority, in uno stile di scrittura che voleva ispirarsi tanto all’improvvisazione del jazz quanto alle partiture di Joan Sebastian Bach, ed un’analoga ispirazione fu cercata da Blood Sweat & Tears e Steely Dan. Nella Swinging London il tastierista Brian Auger veniva dal jazz e ne aveva immesso elementi nel dischi registrati con i Trinity, la band la cui cantante era Joolie (Julie Driscoll, poi moglie del pianista jazz Keith Tippet).
Nel 1972 Frank Zappa registrò il suo capolavoro, Grand Wazoo, un disco orchestrale che è sicuramente jazz e sicuramente rock, ma che è soprattutto Zappa. Ma il genio di Frank Zappa, com’è noto non fece scuola.

La musica jazz è caratterizzata dall’improvvisazione e soprattutto da un uso particolare del ritmo che si può definire swing e che da l’idea di portare a galleggiare la melodia su cui improvvisano i solisti. La musica fusion consiste generalmente nel fondere gli elementi del jazz con un ritmo più rithm & blues. Parlando della musica della propria band, i Weather Report, il tastierista Joe Zawinul disse che stava semplicemente di suonare il jazz sul ritmo dei Temptations, e se si ascolta Boogie Woogie Waltz su Sweetnighter si ha una precisa idea di cosa vuole dire. Una differenza sostanziale fra il jazz ed il rock (ed il pop) è la libertà che ogni band leader concede ai talenti con cui ha deciso di suonare o di registrare. Miles Davis raccontava di accennare i brani ai musicisti prima di ogni session, per poi lasciarli liberi di suonare a proprio estro, registrando non più di un paio di take o tre per non perdere la spontaneità. Charlie Mingus sosteneva di scrivere tutta la musica nella propria testa, e di suonarne al piano le parti ai musicisti lasciandoli poi liberi di interpretare spontaneamente. Quando suoni con gente che si chiama John Coltrane, Cannonball Adderly, Bill Evans non è difficile capire il perché.

Il principale padre dell’incesto fu, come si è detto, il trombettista Miles Davis. Autentica colonna portante della storia del jazz, Miles aveva suonato il be-bop nel quintetto di Charlie Parker, Bird, in cui aveva in qualche modo preso il posto di Dizzy Gillespie. Poi ha inventato il cool jazz con The Birth Of The Cool e qualche anno dopo l’hard bop con dischi come Kind Of Blue. Ansioso di sperimentare ed anche di allargare il proprio pubblico e per niente timoroso di passare per eretico, realizzò alcuni dischi, In A Silent Way e Bitches Brew, con una formazione che si sarebbe dimostrata di li a poco di all stars per il nuovo genere musicale: Joe Zawinul alle tastiere, Herbie Hancock e Chick Corea al piano elettrico, l’inglese John McLaughlin alla chitarra elettrica, Lenny White alla batteria… Ognuno di essi ebbe successo con una proprio band nell’arena del jazz rock (che è la stessa del pubblico del rock).

In America si formarono i Weather Report, i Return To Forever di Chick Corea, Stanley Clark e Al Di Meola, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, gli Headhunters di Herbie Hancock, Tony Williams Lifetime, ed il batterista Billy Cobham.
Il jazz rock inglese subì l’influenza del jazz del giro dei musicisti dei Keith Tippett, dalle band di Canterbury, i Soft Machine, il jazz non jazz dei King Crimson di Lyzard, Brand X, il giapponese a Londra Stomu Yamash’ta, i Nucleus di Ian Carr.
Persino in Italia il jazz rock ebbe una vasta popolarità, con band fusion come Perigeo, che aprirono concerti ai Weather Report ed ai Soft Machine, e con contaminazioni come in Napoli Centrale, nella PFM di Jet Lag, nei primi due dischi di Eugenio Finardi
Di tutte le band citate e dei dischi che produssero, due sono gli indiscussi leader, uno per ogni rispettivo continente, autori di dischi belli da ascoltare ancora oggi: i Weather Report ed i Soft Machine.

(1-continua)

sabato 21 aprile 2012

Record Store Day


Scaricare musica come piccoli file ed ascoltarli dai diffusori di un computer o con cuffiette di plastica nell’orecchio, sa di masturbazione. Appoggiare un disco su un impianto ad alta fedeltà, leggere ed annusare la copertina, cogliere ogni strumento, vibrazione, frequenza della musica è più affine a fare l’amore. Se poi si può fare l’amore davvero mentre suono un disco sull’impianto hi-fi, è meglio ancora.


giovedì 19 aprile 2012

Musica Italiana



Ero tentato di intitolare questo pezzo: "i migliori dischi rock italiani ecc. ecc…". Un po' per gioco ed un po' per provocazione, magari con riferimento ad una rivista di musica leggera che di recente ha pubblicato con risultati risibili una lista del genere. Scrivo "per gioco" perché intanto sarebbe corretto scrivere non "i migliori" quanto piuttosto "i miei preferiti". Poi perché un titolo tanto arrogante implicherebbe di conoscere tutta davvero questa musica italiana, che a parte il periodo classico degli anni '70 è sopravvissuta come underground, fuori dalla luce dei riflettori e dei media nelle cantine e nelle periferie. Conosciamo la musica italiana?
Allora permettetemi di scrivere solo di alcuni "noti" dischi di musica italiana rock e affine, con il baricentro negli anni classici, ed aggiungete da voi i vostri musicisti preferiti.


Al primo posto, beh, non è di moda dirlo ma è facile: il musicista italiano più innovativo e di talento, il nostro Paul McCartney o Brian Wilson, fu Lucio Battisti.
Lucio Battisti piombò nel panorama delle canzonette italiane come un terremoto, ribaltandone le regole e rivoluzionando i paradigmi, svecchiandone la formula e abbondando di invenzioni. Eppure alla fine non influenzò nessuno perché nessun (musicista) decise di seguirlo e non lasciò eredi, come talvolta succede agli artisti geniali (qualcuno ha detto Frank Zappa?). Nonostante un enorme, popolare successo di pubblico, che non è esaurito neppure ai giorni nostri, lo sforzo collettivo di discografici, giornalisti, pubblico e persino del suo amico paroliere, fu costantemente quello di ricondurlo nei ranghi, di assimilarlo alle regole, di omogeneizzarlo al tranquillizante noto ed usato. Sforzo che riuscì a spezzare il morale dell'uomo Lucio Battisti, che finì per isolarsi per sfuggire al mondo ed al pubblico fino alla sua purtroppo prematura scomparsa. Battisti esordì nel campo della "musica leggera", ma con una fantasia capace di sorprendere e di distinguerlo nettamente da tutti gli altri canzonettisti. La casa discografica lo preferiva autore che cantante, cosa che permetteva di omologare le sue canzoni almeno nel canto e negli arrangiamenti, ed in ogni caso lo volle fortissimamente solo cantante di 45 giri (di consumo), ostacolandolo in ogni tentativo di realizzare long playing di senso compiuto. I dischi di Battisti per l'etichetta Ricordi sono tutti raccolte di canzoni, e non a caso prendono per lo più il titolo di vol.1, vol.2, vol.3, vol.4. Un 33 giri intitolato Amore Non Amore fu ideato da Lucio come album a sé stante e fu rifiutato per un anno dalla casa discografica: registrato nel 1970 fu pubblicato solo alla fine del 1971 e comunque in contemporanea all'ennesima raccolta, il vol.4. Non che fosse un capolavoro: solo quattro strumentali minimalisti e quattro curiosi brani garage rock suonati con la chitarra acustica (stile motocicletta 10hp, per intenderci). Personalmente non riesco ad ascoltare oggi canzoni come Pensieri e Parole, 29 settembre, Io vivrò, Fiori Rosa Fiori di Pesco, Acqua Azzurra Acqua Chiara, forse perché il loro successo nazional-popolare fu così vasto da colorare indelebilmente i nostri anni sessanta, e soprattutto di colorarli in tinte provinciali a causa dei testi di Mogol, che per quanto indiscutibilmente autore dotato per le parole che scorrono via rotonde in rime orecchiabili, era anche inzuppato di filosofia da Bar Sport di provincia, specie quanto scrive di rapporti fra maschietti e femminucce. Per sottrarsi al controllo sul proprio processo creativo Battisti volle creare la Numero 1, la propria etichetta discografica che gli permise di far vela verso tematiche musicali più proprie del territorio rock, e trascinò nell'operazione anche Mogol. Se Il Nostro Caro Angelo è puro rock con chitarra elettrica basso e batteria (Formula 3 e Camaleonti), è Anima Latina (anno 1974) ad essere considerato da molti, compreso il sottoscritto, il miglior disco realizzato dal rock italiano. Fuori dagli schemi e da ogni percorso battuto tanto dalle nostre parti che nella musica straniera, nella migliore tradizione di Lucio, è un fluire senza soluzione di continuo di invenzioni ed emozioni sonore, vive e sognanti al tempo stesso, con temi, strumenti, parole e cori che affiorano e scompaiono in un tutt'uno di musica globale che non rinnega la musica mediterranea ma anzi la integra in una sorta di sinfonia che riecapitola tutto ciò che avevamo sentito fino ad allora. Al disco non mancò il consueto enorme successo di pubblico, ma non fu capito dai media, allora come dopo: di Anima Latina si è sempre parlato poco e non ne è mai stato celebrato il ricordo.
Non appartenendo in definitiva a nessuna corrente musicale, nemmeno il rock, Lucio virò con eleganza verso i ritmi soul bianchi che si ballavano alla fine dei settanta (Una Donna Per Amico mi ha sempre portato alla mente il paragone con Double Fun di Robert Palmer), per poi separarsi dal paroliere Mogol, inviso forse alla compagna (come in ogni storia rock che si rispetti), per tuffarsi in una esperienza che lo ripulisse alla fine dell'etichetta di cantante nazional-popolare. Dopo un disco con parole prodotte in casa (firmate Velezia, la moglie Grazia Letizia Veronese, ma si dice scritte da lui stesso) si legò al poeta Pasquale Panella per inventare canzoni dallo stile caratterizzato da un suono sintetico, apparentemente glaciale ma proprio per questo in grado di evidenziare negli ascolti la mediterranea dolcezza della vena musicale di Lucio, con la complicità di testi a tutta prima incomprensibili e apparentemente non più di giochi di parole, ma capaci di lasciare filtrare negli ascolti suggestioni e frasi ad effetto. Come sempre non fu capito dalla critica leggera ed ignorato da quella rock, ma diede alla luce almeno un paio di straordinari lavori, L'Apparenza e La Sposa Occidentale, che a tutt'oggi non hanno perso nulla nella loro forza innovativa e della loro criptata poesia. Vertici sonori di tanto livello, non ebbero al solito alcun riflesso né alcuna influenza sulla musica italiana.


Ci fu un tempo, un tempo felice per la canzone italiana. Anzi di certo il tempo più bello. Furono i giorni dei cantautori, che declinavano le ballate d'oltreoceano di Bob Dylan e Leonard Cohen nel nostro idioma latino: i primi anni settanta di Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Antonello Venditti, Angelo Branduardi, oltre ai più rockettari Edoardo Bennato, Eugenio Finardi e tutti gli altri (su su fino ai gruppi fusion e progressive). Noi che eravamo già rochettari ascoltavamo la musica "della California o delle porte del cosmo", di Canterbury, dei figli dei King Crimson o di Miles Davis, e li snobbavano quei dischi cantati in italiano, ma ci fu tutta una generazione a riconoscersi in quelle pagine e a partecipare attraverso quelle canzoni alla mitologia del rock. E siccome tutti avevamo una fidanzata o una compagna di scuola che possedevano i LP di Radici, Rimmel, Automobili, La Luna, Sotto Il Segno dei Pesci, quei dischi li conosciamo comunque a memoria.
All'inizio degli anni settanta i cantautori nazionali scoprirono i songwriter d'oltreoceano ed in particolare Bob Dylan e Leonard Cohen. Fino ad allora la canzone d'autore si era ispirata altrove, per esempio Brassens e gli chansonniers francesi (Fabrizio De André). I cantautori si ispiravano a Bob Dylan e Leonard Cohen, ma anche ad autori più sperimentali come Tim Buckley o Nick Drake, o magari persino dai Rolling Stones (Finardi, Bennato). Difficile è stilare una lista dei loro dischi migliori, perché i confini sono incerti verso la musica leggera, o il folk, per la presenza di grandi autori che provengono dagli anni sessanta. Non mi pare neanche che ci siano rimasti LP particolarmente compiuti da poter definire come capolavori: era piuttosto l'insieme di quelle canzoni, di quegli autori e di quella scena a creare una atmosfera particolarmente prolifica. Per esempio il Francesco De Gregori (il nostro piccolo Dylan) di Alice Non Lo Sa e di Rimmel. E il suo amico Lucio Dalla dalle spigolose radici jazz e lo scat di Anidride Solforosa e Automobili, che virò poi nel lirismo mediteraneo di Com'è Profondo il Mare e l'omonimo Lucio Dalla, con piccole gemme come Disperato erotico stomp o Cosa sarà o L'anno che verrà. Anche un autore etereo di minor peso specifico come Angelo Branduardi prima di recarsi alla Fiera dell'Est trovò il modo di registrare un disco delicato come La Luna, con un pezzo suggestivo come Confessioni di un malandrino, musicato sulla poesia di Esenin.
Fra tutti Francesco Guccini fu un'icona degli anni settanta, dotato una personalità magnetica: la voce e l'eskimo, gli stessi dei guru del Liceo, quelli che possedeva le verità che non avresti mai trovato il coraggio di contraddire. La voce di Guccini non poteva fare a meno di incantare anche i più rockettari, come non non commuoversi alle sue storie? I suoi testi lirici sono stati paragonati da qualcuno al Carducci, e sono molte sue canzoni sono entrate nel mito popolare. I suoi giorni di gloria sono rappresentati da Radici e Via Paolo Fabbri 43.
Anche il grande Faber, padrino dei cantautori, si contaminò con gli arrangiamenti rock, collaborando con la PFM, con Massimo Bubola, Mauro Pagani, Ivano Fossati. Fu con quest'ultimo che realizzò il delicato Anime Salve, il suo disco che ancora oggi mi capita di ascoltare più di frequente.

Nel ribollire generale ci furono città a rappresentare in qualche modo direzioni musicali. Per esempio Napoli, dove la radio dei soldati americani della base NATO aveva diffuso il virus del jazz a disc jockey come Raffaele Cascone (vibrazioni che lui ridiffondeva tramite Per Voi Giovani e soprattutto Pop Off, assieme a Carlo Massarini, Fiorella Gentile, Paolo Giaccio e gli altri amati pirati dell'etere) e musicisti come James Senese. I nomi dei musicisti erano Alan Sorrenti, Saint Just, Edoardo Bennato, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Napoli Centrale. Il miglior disco di quella scena fu Aria, anno 1972, ad opera di un ragazzo napoletano di buona famiglia di mamma gallese, Alan Sorrenti, che riuscì a farsi firmare un contratto dalla stessa etichetta Harvest dei Pink Floyd e di Kevin Ayers.
Aria è un disco che oggi sarebbe inconcepibile: ispirato al Tim Buckley più sperimentale ma anche dal Van Morrison di Astral Weeks come dai Pink Floyd di Meddle, sviluppa tutta la prima facciata del vinile lungo un’unica eterea e onirica suite, dove da una nebbia d’aurora compaiono, rimbalzano e spariscono delicati strumenti come una chitarra acustica - che detta il ritmo del pezzo - un flauto, una chitarra classica vagamente spagnoleggiante, un violino (niente meno che del grande Jean Luc Ponty, allora un mito con Frank Zappa e la Mahavishnu Orchestra), le soffici percussioni di Toni Esposito, e i fiati - tromba e trombone - mentre la voce incantata di Alan solleva in arditi ghirigori sonori la melodia. Flower power, figli dei fiori, venti minuti, prima dissolti, poi organizzati dal ritmo della chitarra e delle percussioni e infine esplosi nella melodia di mellotron del finale.
Al nord la scuola di Milano fu rappresentata da Eugenio Finardi ed Alberto Camerini. Finardi lo vidi la prima volta in una trasmissione del pomeriggio in tv. Imbracciava una chitarra elettrica nel set dello scompartimento di un treno e cantava: “Se solo avessi un Kawasaki allora si che mi farei tutte le donne che vorrei. Ma siccome un Kawasaki non ce l' ho solo resterò (but until I get old I'll just be singing my rock & roll)”. Ecco finalmente un cantante italiano in cui anche un rocker adolescente poteva identificarsi! I suoi dischi migliori i primi due, funky al limite del fusion, sporchi e vitali come i Weather Report che suonassero le canzoni dei Rolling Stones, ed una grande voce ricca di personalità. Il sound milanese, un ritmo bicilindrico fra la Harley Davidson e la Guzzi (altro che Kawasaki), da allora perduto e mai più ritrovato. Già dal terzo LP, Diesel, Finardì iniziò a virare verso un suono più convenzionale.


Gli anni settanta furono anche e soprattutto quelli della musica progressive italiana. Fino ai giorni del progressive la musica rock aveva intaccato pochissimo la superficie della cultura musicale italiana. Se il rock & roll aveva goduto di qualche popolarità era stato soprattutto per mezzo della “traduzione” di artisti leggeri come Adriano Celentano, e anche se negli anni sessanta i nomi di Beatles e Rolling Stones erano noti, i dischi originali inglesi ed americani nel nostro paese erano pressoché introvabili; tutto il Beat arrivava riflesso nei 45 giri dei gruppi “Bit” nostrani, che banalizzavano le melodie più orecchiabili in chiave leggera.
La rivoluzione della musica Rock (che allora chiamavamo però Pop, probabilmente da Pop Art) arrivò per la prima volta di prima mano ad opera dei gruppi prog: King Crimson, Genesis, Van Der Graaf Generator, EL&P, Pink Floyd, così come conobbero un notevole successo il jazz rock di Weather Report e la musica elettronica di Tangerine Dream.
Addirittura gruppi come i Genesis di Peter Gabriel, i VDGG di Peter Hammill ed i Gentle Giant ebbero un successo di massa prima nel nostro paese che in patria. Cosa che si sarebbe ripetuta, in chiave assai minore, una generazione dopo con i Porcupine Tree. Forse questa sintonia del pubblico italiano con il progressive sinfonico può trovare una spiegazione nella nostra cultura di melodramma, opera ed operetta.
Non solo gli italiani amavano il rock progressivo, ma ne diventarono primi attori, prima con gruppi allevati oltremanica come The Trip di Joe Vescovi, poi esportando in Inghilterra, in USA, in Giappone i nostri gruppi più belli come Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Perigeo.

PFM e Banco ebbero l’onore di un contratto discografico inglese firmato con Manticore (l’etichetta discografica di Greg Lake e soci), collaborarono strettamente con artisti come Pete Sinfield dei King Crimson e Peter Hammill dei VDGG, e tennero concerti in teatri come il Rainbow di Londra e a NYC, dove registrarono Live In USA, cogliendo l’obiettivo delle classifiche di vendita straniere.
Il gruppo jazz rock dei Perigeo fece da gruppo di spalla ai Weather Report in parte di un tour mondiale.
Il Banco del Mutuo Soccorso creò fra il 1972 ed il 73 alcuni fra i più creativi dischi del prog internazionale, forti delle fantasiose, classiche ma effervescenti tastiere di Vittorio Nocenzi e della voce lirica e mediterranea di Francesco di Giacomo. Una musica complessa, densa ma al tempo stesso fruibile e melodica, che fondeva Verdi, Gentle Giant e Battisti.
La PFM realizzò per la produzione di Pete Sinfield (King Crimson) Photos Of Ghosts, il disco del 1973 considerato uno dei gioielli della musica progressive globale. Ma il tocco delicato e i climi fiabeschi di Sinfield misero in ombra la vocazione jam-rock della band a la Allman Brothers Band, così come si sfogava in concerto e si sviluppò soprattutto nel periodo californiano (quello che portò alla realizzazione di Jet Lag), quando il gruppo divise il palco con tutti i grandi nomi della musica fusion.
Accanto ai gruppi più celebri e celebrati era presente un underground di gruppi minori che in una certa ingenuità di suono e nell’incertezza dell’idioma anglofono realizzarono piccole gemme ancora oggi piacevoli da ascoltare, una sorta di scena di Canterbury “de noiartri”: The Trip, Il Balletto di Bronzo, Il Rovescio della Medaglia, Quella Vecchia Locanda, Acqua Fragile. Tutti dischi ristampati in CD. Altri gruppi più sperimentali come gli Area di Demetrio Stratos si guadagnarono un seguito di culto nel pubblico più smaliziato. Franco Battiato aprì la sua carriera incidendo musica elettronica (praticamente in contemporanea a band teutoniche come i Tangerine Dream di Edgar Froese e Klaus Schulze e i Can di Jaki Liebezeit) per poi planare verso una canzone d’autore mai priva di volontà di sperimentare, ed arrivare infine al romanticismo delle canzoni d'autore di Fleurs.
Rapidamente come era arrivato il Prog uscì dai radar del nostro pubblico nella seconda metà degli anni settanta, lasciando però in eredità una cultura del Rock che non si sarebbe più estinta, grazie anche alle numerose testate giornalistiche che nacquero in quegli anni (o in quelli immediatamente successivi).


Dopo quegli anni settanta il rock italiano uscì dalle luci della ribalta per tornare in un suo underground. Potrei citare in ordine sparso band come Modena City Ramblers, Gang, CCCP o Liftiba, per restare fra i più noti, ma non ne conosco granchè.
Fra i cantautori di oggi spicca il talento di Massimo Bubola, autentico rocker italico con la sua Eccher Band, come pure Davide Van De Sfroos, cajun del lago di Como che spesso preferisce il suo dialetto all'italiano, e altri indomiti come Andrea Parodi, Massimiliano Larocca, Vinicio Capossela…

Con il nuovo millenio si è imposta, sia pure totalmente ignorata dai canali di comunicazione (le radio libere purtroppo non esistono più), una scena rock ortodossa italiana mossa da un inestinguibile entusiasmo, gioia di vivere e di suonare e da tanto talento. È la scena di tante rock & roll band che dalla west coast del Tirreno alla east coast dell'Adriatico passando magari per la via Emilia, sono giorno dopo giorno on the road suonando canzoni non in italiano ma nella lingua madre del rock. I padrini della scena furono probabilmente i Rockin Chairs di Graziano Romani, Rigo Righetti e Roby Pellati che nel 1990 registrarono l'album No Sad Goodbyes a NYC con Elliott Murphy. Seguirono Cheap Wine, Mandolin' Brothers, Miami & The Groovers e tutta la scena di cui raccontiamo ogni giorno sul sito Little Italy.

domenica 15 aprile 2012

Nebraska

Lo so che suona un po' tronfio, ma per me è un grande onore ed una grande soddisfazione avere una mia recensione dei vecchi tempi del Mucchio Selvaggio tradotta e inserita nella Bruce Springsteen Special Collection curata da Bob Crane.  Per cui è con orgoglio che ve la propongo su queste pagine, nella traduzione americana di Luca Lanini e, naturalmente, nell'originale del 1982, quando ero giovane e selvaggio. 



A Reason to Believe
By “Blue” Bottazzi

There’s a moment in The River Tour shows when Clemmons, Miami and Bittan step aside, rock’n’roll shuts up; Bruce takes his acoustic guitar and sings a slow rendition of Woody Guthrie’s This Land is My Land.
That’s the moment when inspiration coming from Berry’s and Presley’s r’n’b, from the  U.S. Bonds’ and Phil Spector’s hits is put aside to shine a light on the other root that feeds the Bruce’s strong oak: the folk music of hobo’s acoustic ballads.
A three minute song has became today the highway where the wonderful new Springsteen album speeds on, the sixth of a unprecedented ten year career.
NEBRASKA, an album in grey and red, where the magnificent six of the E Street Band keep on resting like in that song of the live shows and the artist takes the lead in forty minutes of voice, acoustic guitar and harmonica.
After many albums recorded in long months of endless sessions, for the first time ever Bruce releases a record cut in his house with a tape recorder -a Teac 144-  you can find at your corner shop.
Bruce often writes this way: he demos songs on the tape recorder and when he got a bunch of them he calls up Miami, Landau and the boys of the Band, locks’em all up in the studio and you guys won’t be heard of them for awhile.
Not this time. After four years of waiting, it seems the legendary live album would have materialized for good this time. Springsteen have been working editing hundreds hours of live recording to finally cut the four sides of the album. Perfectionist as usual, listen to this and that, cut here and there, time passes and new songs gather. A bunch of them have been given to Gary U.S. Bonds for the new album, one’s for Donna Summer, then the order arrives: stop it, the new album is in studio.
Voice, guitar and harmonica, these home recordings are so intense that they finally made the record (there’s always the chance to quickly release the live album with the band).
When I became aware that Nebraska would be an acoustic record, I figured out something like Greetings From Asbury Park, his first album  played with the band but with many acoustic moments. Back then it was a different story. Bruce wanted to release a rock’n’roll album like it would have been The Wild, The Innocent &… but the producer (Mike Appel) and the Record Company pushed the envelope in the direction they pigeonholed the Boss: the new Bob Dylan.
The Boss doesn’t repeat himself, as you know. Nebraska is an acoustic record made of blues and ballads, inspired by a kind of folk music preceding Bob Dylan’s Greenwich Village adventures.
The lyrics are inspired by the classical themes of the songs of hobos travelling along America with a guitar in their hands, sitting on the buffers of trains, living outside society and outside the law that had the face of policemen dressed in blue.
In another occasion I wrote that The River is a great album about human feelings: love, sensuality, resignation, misunderstanding.
Nebraska is an album about survival: grey as the lack of love, red as blood; no girls, no hopes. The long straight road running beyond the windshield on the cover of the album, from Nebraska to Wyoming, is haunted by death and desolation, by poverty and jail, by policemen like doberman, no brains but sharp teeth.
The opener and the title track, Nebraska, is the more desperate one. Music sounds familiar, it’s easy to connect it to the Springsteen version of This Land is My Land, slow and dark. The slaughterous lyrics cold have been written by Warren Zevon. He travels from Nebraska to Wyoming, killing everybody in his path. He’s been arrested, the jury sentenced him to death.
Atlantic City is a rock song, the only one with a double-tracked voice that should have been arranged for Gary U.S. Bonds.
“Everything dies baby that's a fact
But maybe everything that dies someday comes back
Put your makeup on fix your hair up pretty and meet me tonight in Atlantic City”


Mansion on The Hill is a slow song reminding Racing in The Street, childhood memories of a mansion on the hill.
Johnny 99 is the ballad of Ralph, coming to town looking for a job that he can’t find and in a night of booze (from mixing Tanqueray and wine) uses his gun and kill a night clerk. The judge sentences him for 98  and a year and so they call him Johnny 99.
Every crime has its rhetoric and Bruce do not even think to speak up for these people. Just for this time the point of view it’s not the struggle of an undefended individual against injustice, but the life of those outcasts dragging themselves in a crude, squalid, meaningless world.
Guilt and death don’t mean nothing to the heroes of those ballads. They don’t fear them because they have no values, no “reason to believe” as it said in the last song.
A quite original point of view in rock music world.

In Lost in the Flood (on the first album), the Spanish boy was a robber but he was photographed just in the moment when a policeman took his life with a perfectly aimed shot, and we all are by his side (the boy side, I guess). Spanish Johnny in Incident On The 57th Street (on the second album), lives for the day looking for easy money, because that’s his way of surviving in the Latin neighborhood of New York City. Even the pusher in Meeting Across the River knows what he’s living for: two grand’s. The thief in Stolen Car has no future, but we can see in his heart the disillusion for a love that has been .
But in this album is different: the rider in Nebraska has killed just for fun and he’s not afraid to die, Johnny shot because he was drunk and he’s sorry just because he got 99 years.
That’s way I quoted Warren Zevon: do you remember Roland, the headless Thompson gunner? Or what the excitable boy did?

But let’s go back to Springsteen and his album.
Highway Patrolman is about family relationships, a topic Bruce is deeply exploring in the last years.
This is the story of Joe Roberts and his brother Frankie, a petty criminal.

“Me and Franky laughin' and drinkin', nothin' feels better than blood on blood
Takin' turns dancin' with Maria as the band played "Night of the Johnstown Flood"
I catch him when he's strayin' like any brother would
Man turns his back on his family, well he just ain't no good”

That song that is explicitly connected to Independence Day, a track that Bruce started to play live back in 1978 and was eventually recorded for The River, a conversation with his father the day before leaving his family. Bruce never had a good relationship with his family, especially with his father. As I wrote it before, he sings often about it, not with love but with comprehension. Things have changed in the last few years, the artist definitively put family – his woman, or his father and mother- in his own scale of values and forced himself to come and see his father more often than in the past. It seems they solved their misunderstandings and Bruce is so happy he talks about it introducing Independence Day in concert.
Today he wrote My Faher’s house. “Last night I dreamed that I was a child out where the pines grow wild and tall. I was trying to make it home through the forest before the darkness falls”.


State Trooper is a rock song reminding Fire in a desperate day. He runs the highway at night…
Used Cars is one of that simple and delicate jewels, heart to heart, that Bruce does so well, like I Wanna Marry You.
Open All Night is a Ramrod type rock’n’roll in an acoustic vest to be suitable in this setting.
This wonderful album, so full of humanity as well as of coldness and meanness, disillusion and resignation, classic topics of those ‘30s ballads, has a great closer in Reason To Believe.
The final redemption. Nevertheless there’s hope, a reason to believe still worth to hold on when the night falls. No, even that reason to believe is a lie,  just an illusion to carry on:
“Seen a man standin' over a dead dog lyin' by the highway in a ditch
He's lookin' down kinda puzzled pokin' that dog with a stick
Got his car door flung open he's standin' out on Highway 31
Like if he stood there long enough that dog'd get up and run
It struck me kinda funny, seemed kinda funny sir to me
Still at the end of every hard earned day people find some reason to believe”


A great song reminding in its music some of the best things in Bruce’s catalogue, from The Fever at Point Blank.
The Boss took us by surprise and shook us too, our previsions and our souls. And it seems that this time too we have to wait the usual two years for the next Springsteen’s record. A double live record is likely to hit the shelves by Christmas, a phoenix we have heard of for so long and never materializes.

(traduzione di Luca Lanini)


Ogni volta che leggo un mio vecchio pezzo, sono tentato di riscriverlo, o quanto meno di correggerlo. Allora non potevo sapere quello che so oggi, e non potevo avere la stessa esperienza. Questa recensione non ha fatto eccezione, ma non sarebbe stato corretto farlo in questo contesto. Ciò nonostante non potevo credere di avere lasciato a metà il racconto di quello che era successo in un paio di canzoni (tanto da dubitare che fosse stato tagliato all'epoca per motivi redazionali) e non ho potuto fare a meno di completare qualche troppo avara traduzione dei testi... 


A Reason To Believe 

C'è un momento nello show del tour di The River in cui Clemmons, Miami e Bittan si fanno da parte, il rock'n'roll tace e Bruce impugna una chitarra acustica per intonare una versione molto lenta di This Land Is My Land di Woody Guthrie. In quel momento si lascia da parte per un istante l'ispirazione del R&R di Berry e Presley, degli hits di U.S. Bonds e Phil Spector per aprire uno squarcio su un'altra radice da cu itrae linfa la robusta quercia di Bruce, il folk delle ballate acustiche degli hobos. Quei tre minuti di canzone sono oggi diventati l'autostrada sui cu iscorre l'intero nuovo splendido album di Springsteen, il sesto della serie in dieci anni di una carriera senza precedenti.
Nebraska, un album in grigio e rosso dove i magnifici sei della E Street Band continuano a riposare come in quella canzone del live show e dove l'artista conduce il discorso per quaranta minuti di voce, chitarra acustica e armonica. Dopo tanti album registrati in lunghi mesi di registrazioni interminabili, Bruce per la prima volta ci presenta un prodotto registrato in casa, con a disposizione solo un registratore a cassette, il Teac 144 in vendita sotto casa al negozio all'angolo. Spesso Bruce compone in questo modo, incidendo prima il pezzo sul registratore, e quando ha a disposizione un bel po' di canzoni fa un fischio a Miami, a Landau, agli altri della band, si rinchiude negli studios e per un po', gente, non avrete sue notizie. Questa volta è andata diversamente. Dopo quattro anni di attesa sembrava che questa fosse la volta buona per materializzare il mitico album dal vivo. Springsteen era al lavoro per selezionare fra le centinaia di ore di registrazione i nastri da stampare sulle quattro facciate del disco. Se non che, perfezionista come sempre, ascolta questo e ascolta quello, taglia qui e la, il tempo passa e nuove canzoni si accumulano. Una manciata è stata regalata a Gary U.S. Bonds per il nuovo album, una a Donna Summer, pi è arrivato l'ordine: fermate tutto, incido il prossimo album in studio.
Voce chitarra e armonica, le incisioni casalinghe sono così intense che (complice la possibilità di fare uscire il disco con la band a breve distanza - quello dal vivo) vengono date alle stampe. Quando ho saputo di Nebraska come lavoro acustico ho immaginato qualche cosa sul tipo di Greetings From Asbury Park, il primo album. Anche se allora la storia era diversa, Bruce tirava a realizzare un lavoro rock'n'roll come sarebbe stato poi The Wild The Innocent... mentre erano produttore (Mike Appel) e casa discografica a spingere le registrazioni nella direzione in cui avevano inquadrato il Boss, cioè come il novello Bob Dylan.
Il Boss non si è mai ripetuto e non si smentisce. Nebraska è un disco acustico di blues e ballate che si ispira ad un folk precedente alle avventure al Greenwich Village di Bob Dylan. Anche i testi sono pervasi dei temi preferiti delle canzoni degli hobo che viaggiavano l'America in lungo e in largo sui respingenti dei treni con una chitarra in mano, vivendo rapporti di ostilità nei confronti della società, diffidenza verso la gente e fuga dalla legge, nei panni di poliziotti in blu.
Scrivevo in un'altra occasione che The River era un album di sentimenti, di grandi sentimenti umani: l'amore, la sensualità, la rassegnazione, l'incomprensione.
Nebraska è un album di sopravvivenza, grigio come l'assenza di amore, rosso come il sangue, senza ragazze, senza gioie. La lunga strada diritta che corre oltre il parabrezza dell'auto in copertina, dal Nebraska al Wyoming, è frequentata dalla morte e dalla desolazione, dalla povertà e dalla galera, da guardie lanciate come doberman, senza cervello ma con i denti molto affilati.

La canzone che apre l'album, Nebraska, è la più esasperata. La musica suona familiare alle nostre orecchie: è facile coglierne la parentela con la versione springsteeniana di This Land Is My Land, lenta e cupa. Il testo è truculento, degno di un Warren Zevon.
Lui parte dal Nebraska per il Wyoming ammazzando tutte le persone che si trova davanti. È arrestato, la giuria lo dichiara colpevole e il giudice lo condanna a morte.
Atlantic City è un rock, l'unica canzone con due voci di coro, e sarebbe adatta ad un arrangiamento alla U.S. Bonds.

"Tutto muore baby, 
questo è fuori discussione
ma può darsi che tutto quel che muore un giorno tornerà. 
Fatti il trucco, sistemati i capelli
e incontriamoci stanotte ad Atlantic City"

Mansion On The Hill è un lento alla Racing In The Streets, ricordi d'infanzia di un castello sulla collina.
Johnny 99 è la ballata di Ralph che arriva in città per cercare un lavoro, ma di lavoro non ce n'è e in una notte di sbronza (from mixing Tanquerary and wine) usa la sua pistola per far fuori un guardiano notturno. Il giudice lo condanna a 98 anni più uno di galera e da allora lo chiamano Johnny 99.
Ogni delitto ha una sua retorica e Bruce si guarda bene dal prendere le difese di questi personaggi. Per una volta la chiave di lettura non è la lotta dell'individuo indifeso contro l'ingiustizia, ma il tascinarsi di questi sbandati in un mondo crudo, squallido e privo di interesse. La colpevolezza e la morte non interessano i protagonisti di queste ballate, non li spaventano perché hanno perso ogni valore, la «Reason To Believe» dell'ultima canzone.
Un punto di vista piuttosto inedito nel panorama del rock.

In Lost In The Flood (sul primo album) il ragazzo spagnolo era sì un rapinatore, ma era fotografato nel momento in cui il poliziotto con un colpo ben mirato gli toglie la vita, e noi siamo tutti dalla sua parte (del ragazzo, spero). Johnny lo Spagnolo di Incident On The 57th Street (dal secondo disco) vive alla giornata in cerca di easy money, soldi illegali, ma perché è il suo modo di campare nel quartiere latino di New York City. Anche lo spacciatore di Meeting Across The River sa per cosa vive, per i due bigliettoni. Il ladro d'auto di Stolen Car non ha speranze per l'avvenire, ma noi possiamo leggere nel suo cuore la delusione di un amore che c'è stato.
Ma nell'ultimo album è diverso: il rider di Nebraska ha ucciso per divertirsi e non gl importa di morire, Johnny ha sparato perché era ubriaco e l'unica cosa che gli dispiace è l'idea dei 99 anni. Per questo ho citato Warren Zevon: ricordate il suo Roland, the headless Thompson gunner, o quel che faceva l'excitable boy?
Ma torniamo a Springsteen ed al suo album.

Su Highway Patrolman salta fuori di nuovo la storia dei rapporti con la famiglia, cosa che da anni sta molto a cuore a Bruce. Questa è la storia di Joe Roberts e di suo fratello Frankie, di professione disonesto.

"Io e Frankie a ridere e a bere, non c'è niente di meglio del sangue del proprio sangue, danzando a turno con Maria mentre la banda suona Night Of The Johnston Flood. Lo vado a ripescare tutte le volte che si inguaia, proprio come ogn ifratello dovrebbe fare. L'uomo che volta le spalle alla propria famiglia non è un uomo buono". 


"La notte era come le altre quando ricevetti una chiamata ad un quarto alle nove. C'erano problemi in una roadhouse al confine con il Michigan, c'era un ragazzo sul pavimento che sanguinava dalla testa, c'era una ragazza ad un tavolo che piangeva, era stato Frankie, dicevano. Corsi fuori, saltai sull'auto ed accesi i fari. Devo aver fatto i 110 verso il Michigan quella notte, è stato all'incrocio della Willow bank che ho visto una Buick con la targa dell'Ohio, al volante c'era Frank. L'ho inseguito per le strade di campagna fino a un cartello che diceva 'confine con il Canada a 5 km'. Mi sono fermato sul lato della strada e ho guardato le sue luci sparire nel buio". 

La canzone richiama Independence Day, una song che Bruce presenta in concerto dal '78 e che ha incluso in The River, dove parla con suo padre alla vigilia del giorno in cui lascia la famiglia. Bruce non ha mai avuto buoni rapporti con la famiglia, specie con il padre, e ne parla spesso non con amore ma con comprensione. Le cose sono cambiate negli ultimi anni, l'artista si è fatto prendere nella sua ferrea scala di valori dall'importanza della famiglia - sia che si tratti della propria donna che del padre e della madre - e si è sforzato di incontrare suo padre più spesso di quanto facesse in passato. Pare che i loro problemi di incomprensione siano caduti e Bruce ne è così contento che ne parla in concerto nell'introduzione di Indipendence Day. E oggi ha scritto My Father's House.


"La scorsa notte ho sognato di essere bambino, fuori dove i pini crescono alti e selvaggi stavo cercando di trovare la strada di casa prima che facesse notte". 
Esce dagli alberi con il cuore in gola come se lo inseguissero fantasmi ed il diavolo stesso, per trovarsi di fronte alla casa del padre, rassicurante ed illuminata. Si sveglia e pensa che non avrebbe mai più lasciato che le cose lo separassero da suo padre. Si veste nella notte e guida fino a casa sua.

"Salii i gradini e rimasi ad attendere sotto il portico
venne una donna che non riconobbi e mi parlò attravero la porta chiusa con la catena
mi disse 'mi dispiace ragazzo, ma nessuno con quel nome vive più qui'". 

State Trooper è un rock alla Fire in un giorno di disperazione. Lui corre in auto per la highway…

"patente, libretto, non ho nulla, 
ho solo la coscienza pulita per le cose che ho fatto
signor poliziotto per favore non fermarmi
magari tu hai un bimbo, magari hai una moglie carina 
la sola cosa che ho io 
è aver preoccupazioni da tutta la mia vita"

Used Cars è uno di quei gioiellini semplici e delicati diretti da cuore a cuore che Bruce sa fare così bene. Tipo I Wanna Marry You. Una di quelle poesie in cui neppure una parola va sprecata.

"Mio padre suda lo stesso lavoro giorno dopo giorno 
io torno a casa per le stesse strade sporche dove sono nato 
al mio isolato posso sentire mia sorella che suona quella tromba 
l'eco scende per tutta Michigan Avenue 
Ora signore, il giorno che esce il mio numero 
non voglio mettere mai più piede su un'auto usata"

Open All Night è un rock'n'roll alla Ramrod qui reso acustico per esigenze di copione.
Questo stupendo album, così ricco di umanità come pure di freddezza e cattiveria, disillusione e rassegnazione, temi classici di tante ballate degli anni '30, si chiude alla grande con una canzone intitolata Reason To Believe, una ragione per credere. Come dire: il riscatto finale. Nonostante tutto c'è ancora una speranza, una ragione per credere che valga la pena di andare avanti quando cala la notte. Macché, anche la ragione per credere si dimostrerà una fregatura, una mera illusione.

"Ho visto un uomo accanto ad un cane morto in un fosso di fianco all'autostrada
come se lo stare li abbastanza a lungo potesse fare alzare e correre quel cane
mi è sembrato piuttosto ridicolo, signore
mi è sembrato piuttosto strano 
che ancora alla fine di una dura giornata di lavoro 
la gente trovi una ragione in cui credere". 

Una canzone stupenda che riporta anche nella musica alle cose più belle e vissute del Boss, da The Fever a Point Blank.

Ancora una volta il Boss ci ha presi alla sprovvista e ci ha stupiti. Ha sconvolto prima le nostre previsioni e poi, una volta ancora, la nostra anima. E pare che anche questa volta dovremo aspettare i soliti due anni per il prossimo Springsteen.
È probabile che già a Natale sarà fuori il doppio live, questa specie di araba fenice di cui da tanti anni si parla ma che puntualmente si allontana.



venerdì 13 aprile 2012

pfm in concerto 2012 (pfm canta de andré)


Sì lo so che sto abusando di questa parola: sincronicità (questa sera a Franco Mussida ho detto Serendipity, in omaggio all'album della band). Proprio ieri ho pubblicato un post dal titolo "PFM in Concerto" dedicato alle registrazioni dal vivo della PFM, che sono più di quanto possa sembrare. Perché se è vero che la Premiata è stata la band italiana di maggior successo di tutti i tempi, e se è vero che l'album Photos Of Ghost del 1973 è citato come uno dei migliori lavori del Progressive globale, in realtà la band è stata persino di più di tutto questo. In tempi prima di internet in cui il mondo era assai più grande di oggi, qui alla periferia dell'Impero ci giungevano a mala pena sfumate notizie di tournée inglesi, americane, giapponesi. Ma la band stanziava a Los Angeles e macinava dozzine e dozzine di show tenendo testa ai maggiori live act del periodo, con show energici e fantasiosi che erano più di quanto appariva sui dischi in studio che conoscevamo (o sul Live In USA del 1974). Improvvisazione, fusion, mediterranea, la magnifica chitarra di Franco Mussida precorreva i tempi, ispirando addirittura il suono di jam band che sarebbero venute vent'anni dopo. Ascoltare Alta Loma, Is My Face On Straight, La Grande Fuga e le varie jam per credere. Soprattutto procurarsi 10 anni live - official bootleg series (RTI, 1996) o almeno PFM Cook (3CD, Esoteric 2010). 
Avevo dunque appena finito di scrivere queste cose quando mi imbatto in un cartello che non solo recita "PFM in concerto - PFM canta De André + Anthology", ma anche specifica "questa sera". Che il cielo stia cercando di dirmi qualche cosa?



Entro in un teatro strapieno. Alla Premiata Forneria Marconi i fan non mancano mai. I posti sono numerati, ed io ne ho uno ottimo in seconda fila. Rifletto sul fatto che preferirei assistere ad una lunga galoppata musicale della band piuttosto che ascoltare le canzoni del Faber, ma se vai ad un concerto che si intitola "De André", beh, è logico che quello ti devi aspettare. Quando i ragazzi fanno il loro ingresso, i timori svaniscono. Della band classica sono rimasti in tre, Franco Mussida, Franz di Cioccio e Patrick Dijvas. Più Lucio Fabbri al violino, già dai tempi. Flavio Premoli ha lasciato il posto di tastierista, ed un più giovane drummer supporta Di Cioccio a cui piace fare il front-man ed il cantante. Per lo meno la differenza fra la sua voce e quella del Faber evitano il deja-vu, ed i pezzi scorrono piacevoli oltre che suonati con perfezione, predisponendo il pubblico ad una serata piacevole. Quando però Franz torna ai piatti, e Franco Mussida prende il microfono per "Giugno 73", ecco che affiora la PFM che conosciamo, sia nel cantato che nella magia della chitarra. Una magia che dura lo spazio dei brani de La Buona Novella (il remake dell'album del cantautore genovese che la band ha realizzato nel 2010) e trova il suo zenit nei dodici minuti di "Amico Fragile", in cui il talento esplode nei meravigliosi assolo che ci confermano che Franco Mussida è uno dei più grandi chitarristi elettrici al mondo. Patrick Dijvas e Franz di Cioccio sono una straordinaria sezione ritmica (alla Mike Gordon & Jon Fishman), ed è qui che ho un'epifania: mi rendo conto che la PFM è sempre stata la backin' band di Mussida, sia pure impreziosita dal sapore raffinato del talento di Mauro Pagani e Favio Premoli.
Oggi nella band condividono due anime: la sua e quella canzonettistica di Cioccio, che viaggia però su un livello decisamente più mondano e casereccio.
L'annunciata seconda parte del concerto, dopo ben due ore di musica, è in realtà il bis. Il pubblico si predispone con un enorme applauso ad accogliere le musiche originali del gruppo, ma quello che ci aspetta è solo un souvenir di oldies but goodies, con La Carrozza di Hans ed una Impressioni di Settembre un po' "bit". Poi non si scampa al tormentone di Celebration / Se le brescion da strapaese con un Di Cioccio da tarantella. Non si può avere tutto.



P.S.: nel dopo concerto è stato un piacere conoscere finalmente di persona Franco Mussida. Per il ragazzino che scopriva la Premiata Forneria Marconi infilando la moneta nel juke-box per ascoltare "È festa" è un momento importante.

Blue Bottazzi

(leggi anche PFM in concerto)

mercoledì 11 aprile 2012

PFM in concerto



Qui sul Blue Bottazzi BEAT abbiamo già reso omaggio in passato alla PFM, la più celebre band italiana degli anni '70 (assieme al Banco del Mutuo Soccorso - e forse a tutt'oggi ancora la più celebre, con i vecchi ragazzi ancora on the road). Fatto sta che il nostro racconto era centrato soprattutto sui dischi realizzati negli anni '70, in italiano per la Numero 1 ed in inglese per la Manticore (l'etichetta discografica di EL&P). Se un disco come Photos Of Ghost del 1973 è entrato nella leggenda come uno dei capolavori della musica progressive globale e non solo di casa nostra, è giusto sottolineare come le sonorità soffici e incantate di quel disco furono dovute anche alla perfetta produzione di Pete Sinfield, il poeta dei King Crimson, che nello stesso periodo realizzò un disco dalle tinte sonore non dissimili, intitolato Still. Quel disco, come pure tutta la produzione discografica della band, per quanto ottima non rende però del tutto giustizia allo straordinario talento musicale di Franco Mussida, Mauro Pagani, Franz di Cioccio, Flavio Premoli, Patrick Dijvas e Bernardo Lanzetti. Perché il massimo del talento la Premiata Forneria Marconi era capace di esibirlo nel corso dei torridi concerti che per anni ebbe modo di eseguire in tutto il mondo e specialmente in Inghilterra, negli USA ed in Giappone. Nell'atmosfera live la PFM riusciva a trascendere il genere musicale progressive che andava di moda in quei giorni, per esibire invece una potenza di fuoco sonora che ben pochi dischi dal vivo delle migliori band al mondo possono vantare.
Posso saltare con i miei stivaletti da motociclista sul tavolino da caffè del grande Gregg Allman per testimoniare che i live della PFM non hanno nulla da invidiare a quelli della ABB. Solo che per motivi di scelte di marketing discografico hanno avuto immensamente meno risalto. Questo pezzo è il mio tributo a farvi conoscere dei grandi concerti che sarebbe un peccato (per voi) ignorare.

Ma andiamo con ordine. La storia della band nasce a Milano all'inizio degli anni settanta da un gruppo di musicisti professionisti che già si era misurata in studio con cantautori del calibro di Lucio Battisti e Fabrizio de André. Ispirati alla novità dei dischi di King Crimson e Jethro Tull quella band cambiò il nome "bit" i Quelli in quello "prog" Premiata Forneria Marconi, inaugurando una moda nei nomi delle band del nostro paese. Il primo disco in studio sarebbe uscito nel 1972 per la Numero 1, la casa discografica di Lucio Battisti. Ma le prime incisioni dal vivo sono quelle che ci giungono dal primo CD dell'Official Bootleg Series (RTI Music), un'incisione del tutto artigianale effettuata nel 1971 al Club Carta Vetrata di Bollate in provincia di Milano, dove i cinque membri originali (con Giorgio Piazza al basso) erano alle prese con 21th Century Schzoid Man dei King Crimson e con My God e Bouree dei Jethro Tull (Mauro Pagani al flauto, naturalmente). Niente che valga la pena di conoscere, veramente, però può offrire l'idea di cosa possa aver influenzato Greg Lake un paio di anni dopo quando decise di puntare sulla band facendola incidere per la propria etichetta e proponendola al mercato inglese.
Il CD si conclude con una migliore registrazione di Dove Quando nel 1972 al Piro Piro di Imola.

Purtroppo non è rappresentato tutto il periodo prog nazionale del '72-'73, tranne che per la registrazione del 1973 de La Carrozza di Hans sul lato b di un singolo Manticore. Decisamente suggestivo ma con il sospetto di un rimaneggiamento in studio degli applausi. Manca del tutto il tour di Photos Of Ghost; e dire che la band si esibì, oltre che al Rainbow di Londra, anche al festival di Montreux ed a quello di Reading, ed inoltre al John Peel Show della BBC. Dove sono i nastri?

Da come la conosciamo la vera epopea delle registrazioni live della PFM "internazionale" nasce nel 1974 con la tournée americana di The World Became The World, un album prodotto in modo più legnoso di quanto le canzoni avrebbero meritato. Canzoni che però prendono decisamente quota nei lunghi e torridi show, di cui esistono diverse registrazioni. Della tournée americana furono registrati gli show del 31 agosto a Central Park, NYC, ed a Toronto in Canada il 22 agosto. All'epoca furono selezionati i brani che riuscivano a trovare posto in un Long Playing singolo, che in Italia prese il titolo di PFM Live In USA ed all'estero PFM Cook (forse perché gli italiani, si sa, erano un popolo spaghetti e mandolino). I brani del disco erano Four Holes In The Ground (La Luna Nuova, un ottimo pezzo), la delicata Dove Quando, Just Look Away (Dolcissima Maria, cantata in un inglese che non valeva la versione originale), Celebration, The World Became The World (la classica Impressioni di Settembre), Mr Nine till five e la lunga e rilassata Alta Loma in cui il chitarrista Franco Mussida rincorre con la sua Gibson Les Paul suggestioni a la In Memory Of Elizabeth Reed.
La versione su 3 CD di PFM Cook stampata di recente da Esoteric comprende invece l'intero show del Central Park, che come tutti i concerti completi riesce a testimoniare meglio la bellezza del concerto, le rilassatezza e la potenza di fuoco della band e soprattutto comprende un altro highlight dello show, la lunga versione di Is My Face Of Straight che Flavio Premoli trasforma con il suo piano in un potente pezzo di jazz elettrico meglio di qualsiasi fusion band del periodo.
Dallo stesso tour è tratto il secondo volume dell'official bootleg series (10 anni live) della RTI, con registrazioni di quell'agosto 1974 a Boston, Cleveland e NYC. Da Cleveland arriva un keyboard jam, e poi una violin jam, da Central Park l'assolo di batteria e infine Impressioni di Settembre e un brano intitolato Poseidon.

Il disco Cook entrò nella classifica americana di Billboard, spingendo la band ad un secondo tour nel 1975 con un profilo da star, suonando per la bellezza di 50 date a fianco fra gli altri di Allman Brothers Band, Santana, ZZ Top, Poco, Beach Boys. Al festival di Charlotte Speedway ebbero un quarto di milione di spettatori, e presero parte a show televisivi come The Midnight Special. Dopo il tour la band si decise ad aggiungere un cantante, nella bella voce di Bernardo Lanzetti (dai toni vagamente alla Peter Gabriel con la sua band gli Acqua Fragile). Con lui registrarono il nuovo album, Chocolate Kings, che però li mise in rotta di collisione con Pete Sinfield, che aveva scritto i precedenti testi inglesi e non voleva seguire la deriva anti americana del disco nuovo. Per lo stesso motivo il disco non ebbe quel successo che i ragazzi si aspettavano negli USA, ma entrò in classifica in Gran Bretagna e, sorprendentemente, il Giappone. Il nuovo tour toccò così anche il Giappone, dove da allora la PFM è molto amata, oltre a USA e Inghilterra. A Londra suonarono alla Royal Albert Hall persino di fronte alla Regina Madre a cui dedicarono l'Adagio di Albinoni.
Gli show del 1976 sono testimoniati nel terzo CD della official bootleg series, sia pure registrati nelle date italiane di Palermo e di Vibo. L'attitudine live della band è testimoniata dalle numerose jam (Spanish Jam, Pascolo Siderale Jam e Mediterranea Jam, Violin Jam) oltre che da due pezzi nuovi, La Grande Fuga e Poseidon che gettarono le basi dell'album successivo.
Inoltre il concerto del primo maggio a Nottingham è riportato dalla Esoteric su un secondo Cd allegato alla ristampa di Chocolate Kings, con i brani Paper Charms, Four Holes In The Ground, Out Of The Roundabout, Chocolate Kings, Mr 9 til 5, Alta Loma / William Tell Overture. Dallo stesso concerto sono tratti Dove Quando e Celebration sul doppio antologico PFM River Of Live - The Manticore Years della stessa Esoteric. Infine un ultimo brano dello stesso show, La Carrozza di Hans, chiude la ristampa di Jet Lag (con la copertina americana, piuttosto diversa da quella italiana per la Zoo).

Al ritorno in Italia la PFM perse Mauro Pagani, che non condivideva le aspirazioni internazionali della band, ed anche il contratto discografico con la Manticore di EL&P, che erano in guai economici per conto loro. La band cercò un contatto negli USA e lo trovò nella Elektra Asylum, per cui i cinque firmarono il contratto discografico e si spostarono in California. A Los Angeles entrarono in contatto con i musicisti del giro fusion, Jaco Pastorius, Billy Cobham, Lenny White come pure con Frank Zappa, un'esperienza importante per spostare l'ago della bilancia con ancor più decisione verso l’improvvisazione e la musica totale che già facevano parte del proprio DNA. Considerarono di sostituire Pagani con un chitarrista oppure un sassofonista (avevano suonato con Mel Collins anni prima durante il tour con Pete Sinfield); invece finirono per trovare un nuovo violinista, in Greg Bloch dei It's A Beautiful Band, Mark Almond Band e Gato Barbieri, per cui un musicista con forti basi jazz.
Il risultato fu un nuovo disco con una forte impronta strumentale che Franz di Cioccio descrive di "sapore mediterraneo e di linguaggio rock jazz di matrice westcoastiana". 
Il quarto CD dell'official bootleg series è in gran parte tratto dalle date italiane del tour di Jet Lag con brani come Left Handed Theory, Greek Reflection, Traveller fino ad una Violin West Dance, ed è un disco magnifico e imperdibile. Gli ultimi brani sono invece del 1981, da Passpartù e Performance.

Per rimanere in ambito live, nel 1979 e 1980 uscirono due LP dal vivo con le incisioni del tour elettrico con Fabrizio De André che servì a rinvigorire la popolarità di entrambi.

La band tornerà live solo nel 2002 con Live In Japan 2002, un Cd doppio registrato in un tour su invito dei fan giapponesi, che comprende anche un brano di Peter Hammill cantato da lui (Sea Of Memory) ma in studio. Fra i brani i classici del periodo prog compresi Photos Of Ghost, Promenade The Puzzle e finalmente Dolcissima Maria anziché Just Look Away.
Nel 2004 un Cd singolo, PFM + Pagani Piazza del Campo, registrato appunto a Siena con ospite Mauro Pagani, che si apre con Rain Birth > River Of Life > Photos Of Ghost, e comprende anche Un Giudice di De André.


10 anni live - official bootleg series (RTI, 1996)
1971-1972 l'inizio
live Club Carta Vetrata di Bollate (MI)

La carrozza di Hans (Manticore)
b-side live in Italy 1973

PFM Live In USA (Numero 1, 1974)
live Toronto 22 ago e NYC Central Park 31 ago '74

PFM Cook (Manticore, Esoteric)
3 CD con l'intero concerto al Central Park del 31 ago '74 e PFM Live In USA.

10 anni live - official bootleg series (disco 2)
1973-1974 l'esperienza americana
live Boston ago '74, Cleveland ago '74, NYC ago '74

PFM River Of Life (antologia Esoteric 2010)
live Nottingham 1976 (Dove Quando, Out Of The Roundabout, Celebration)

Chocolate Kings (Esoteric, secondo CD)
live Nottingham 1976 may 1 (Paper Charms, Four Holes In The Ground, Acoustic Guitar Solo, Out Of The Roundabout, Chocolate Kings, Mr 9 til 5, Alta Loma > William Tell)

Jet Lag (Esoteric)
La Carrozza di Hans
live Nottingham 1976 may 1

10 anni live - official bootleg series (disco 3)
1975-1976 in giro per il mondo
live Palermo, Rimini, Vibo '76

10 anni live - official bootleg series (disco 4)
1977-1978 contaminazioni
live Italia '77 - '81  

Fabrizio De André in concerto - arrangiamenti PFM (Ricordi 1979/80)
live Firenze e Bologna 1979

Live In Japan 2002 (Sony 2002)
live Kawasaki (Japan) 12 mag 2002

PFM + Pagani Piazza del Campo (Sony 2004)
live Siena 29 ago 2003

PFM canta De André (Universal)
live Sulmona (L'Aquila) 29 marzo 2008



martedì 10 aprile 2012

Jack Of All Trades


...poi, fra tutte, c’è una canzone, una sola, che è un capolavoro, un seven-eleven, una di quelle canzoni memorabili che scrive il Boss. È un lento di sei minuti, si intitola Jack Of All Trades, che vuol dire il tuttofare, e canta di un american hero, un common man, un blue collar, un uomo che ha perso il lavoro e trova dentro di sé la forza, la dignità, il coraggio di restare in piedi, di confermare il proprio ruolo, di far coraggio alla propria famiglia, alle persone che ama e che credono in lui. Un uomo che cerca il coraggio di tranquillizzare una famiglia con parole come “martellerò i chiodi, sistemerò le pietre, raccoglierò i tuoi raccolti quando saranno cresciuti e maturi, aggiusterò quel motore e lo farò ripartire perché so fare di tutto e tutto andrà per il meglio, so fare di tutto e noi staremo bene…”

Ma aspettate, perché questa non è neppure la metà. Perché questo common man a cui nella canzone va tutta la nostra solidarietà, il nostro amore, questo uomo mite e coraggioso alla fine della canzone alza la testa e dopo aver sottolineato che “il banchiere ingrassa mentre il lavoratore stringe la cinghia, è già successo prima e succederà ancora, scommetteranno la tua vita”, dopo averlo fatto avvisa “se avessi una pistola cercherei i bastardi e gli sparerei a vista, perché so fare di tutto…”

E un brivido corre lungo la schiena.

(leggi tutto su Silver Surfing)

lunedì 2 aprile 2012

Mark Lanegan Band > Blues Funeral



Di quando in quando, non di frequente anzi sempre più raramente, vede la luce un disco che rasenta, nell’equilibrio delle canzoni, dei temi, delle esecuzioni, dei tempi, dei ritmi, dell’emozioni evocate, che rasenta - scrivevo - la perfezione. È questo senz’altro il caso di Blues Funeral della Mark Lanegan Band.

Mark Lanegan: chi era costui? 

È probabile che la maggior parte dei miei lettori non abbia bisogno di domandarselo ma, lo confesso, me lo sono domandato io. Il nome aveva un che di familiare che a naso avrei attribuito ad un rocker irlandese, uno della stirpe dei Pogues o magari di band obliate come Hothouse Flowers o Energy Orchard; alla peggio di un gruppo Brit Pop degli anni novanta. Invece Mark è stato il cantante di un gruppo compromesso con il grunge di Seattle, e non c’è da stupirsene che non lo sapessi - anche se c’è stata una ragazza che mi regalava i dischi dei Nirvana. Ma ha registrato cose notevoli anche di suo, titoli come Whiskey For The Holy Ghost (1994) o Bubblegum (2004).

Questo Blues Funeral ha catturato la mia attenzione oltre che a causa del nome anche per l’elegante e decadente copertina romantica che porta alla mente Nick Cave (No More Shall We Part? Abattoir Blues?) e, come negarlo, a causa del crescente buzz generato sulla rete. Mai intuizione fu più premiata.
A chi ancora non l’abbia ascoltato suggerirò alcuni ipotetici ingredienti, gusti già assaggiati che Blues Funeral mi ha evocato: Lou Reed Street Hassle, Cure Seventeen Seconds, Marianne Faithfull Broken English, Robert Plant Band Of Joy, Radiohead… molto Radiohead in effetti. Il disco, elettronico, cupo, denso, romantico è in realtà anche molto divertente e piacevole, ricco di un’energia contagiosa che ti spinge a lasciarlo suonare ininterrottamente come colonna sonora del quotidiano proprio in virtù di quel perfetto equilibrio di cui si diceva in apertura. E colonna sonora questa musica potrebbe esserlo.

The Gravedigger’s Song apre con un rumorismo alla Velvet Underground o meglio alla Street Hassle, o di un ispirato Nick Cave and the Bad Seeds. Bleeding Muddy Water distende lungo i suoi sei minuti abbondanti le spire di un blues ipnotico: il brano più cupo dei dodici, puro woodoo. Per contraltare la piacevolissima Gray Goes Black è un perfetto hit radiofonico elettronico fra Kraftwerk e, perché no, Billy Idol.
St. Louis Elegy è un romantico inno alla tristezza, un pezzo di allucinata poesia, un testo malato come ne cantavano i Violent Femmes nei giorni di Halloweed Ground.
Riot In My House è il punk rock più morbido in cui ci si possa coricare.
Ode To Sad Disco è un altro highlight, un brano frizzante come un Kinks degli anni ottanta che avrebbe potuto essere parte della colonna sonora del dimenticato Crusing di William Friedklin (Al Pacino, Mink DeVille, John Hiatt, Germs).
Phantasmagoria Blues è un dolce ipnotico veleno dai toni psichedelici, un dannato canto delle sirene, vagamente un crossover fra Nick Cave, Jim Morrison e Donovan.
Quiver Syndrome è ancora morbido punk futurista, a la Radiohead o Lords Of The New Church.
Splendida, intima, notturna, magica e maledetta la cantilena di Deep Black Vanishing Train, giocata su una chitarra acustica e una voce che sa di loup garou: “Yellow moon keep hanging there and don’t you ever come down / tattered newspaper pages are scattered across the ground / lost on the violent sea gone for endless days / I’ve tried to free myself but it’s been hard to break away”.
E così di traccia in traccia fino alla dodicesima, Tiny Grain Of Truth che, per concludere il gioco delle evocazioni, non è estranea al David Bowie di Heroes.

Un disco da non perdere e da ascoltare (finalmente) tanto.

★★★★★