venerdì 23 marzo 2012

i dischi rock che vendevano in Italia



La scoperta di un sito italiano che ha raccolto le classifiche di vendita dei dischi negli anni è stata per me occasione di un deja vu sui gusti dei fruitori di musica degli anni d'oro nel nostro paese, basata su dati obiettivi e non sugli inganni della memoria. Vale la pena di premettere alcune cose: negli anni sessanta e settanta i dischi vendevano parecchio, a differenza di oggi dove gli acquirenti siamo solo noi, appassionati di una cultura che pare non appartenere più ai nostri tempi. All'epoca i concerti servivano per pubblicizzare i dischi, ed infatti costavano pochissimo ed in tutto il mondo; vale la pena di raccontare come il biglietto degli show del tour Charisma che comprendeva fra gli altri i Genesis di Peter Gabriel e i VDGG di Peter Hammill e David Jackson costava 50 pence, mezza sterlina. Oggi è il contrario, i dischi si registrano per portare pubblico ai concerti.
Un'altra precisazione è che nei sixties il mondo non era ancora il villaggio globale ma un posto molto grande dove UK e USA erano molto molto remoti e molto lontani fra di loro e dall'Italia. LP nei sixties ce c'erano pochi, come pure dischi stranieri in generale. All'inizio la musica rock ed il beat britannico furono presi dalla stampa nostrana come un buffo fenomeno leggero e non come l'espressione delle cultura di metà del XX secolo. Le canzoni inglesi (ed alcune americane, anche) non si trovavano in Italia in classifica ma neppure nei negozi di dischi, ma rappresentavano invece l'ispirazione per cover tradotte dai nostri complessi "bit", che riducevano il rock alla formula della nostra musica leggera.
È dagli anni settanta che i dischi inglesi ed americani hanno cominciato ad essere stampati o importati anche da noi, e che hanno trovato un pubblico attento, quello a cui il rock (che allora però chiamavamo musica pop, per via probabilmente della pop art) ha cambiato la vita.

Leggere le classifiche dimostra chiaramente come il mercato fosse diviso in due: quello del rock e quello della musica leggera, cioè delle canzoni di Mina, Ornella Vanoni, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Iva Zanicchi, Domenico Modugno. Nulla di male, anzi è significativo come esistesse un pubblico attento per la musica leggera disposto ad acquistare (ed ascoltare, evidentemente) i dischi, a differenza degli zombie di oggi che la musica la considerano una carta da parati da far uscire in sottofondo dalla radio. C'era veramente una terza categoria, quella dei latin lover, camicia sbottonata, petto villoso, catena d'oro, che acquistava (in abbondanza) una musica ruffiana per la propria colonna sonora, spesso sotto forma di cassette o stereo 8: il sax di Fausto Papetti che riarrangiava ogni tema di successo come una sorta di Reader's Digest.

Nel 1970 la classifica di vendite nel nostro paese era già di quelle da leccarsi i baffi: al primo posto si alternarono i Beatles con Abbey Road e Let It Be, i Led Zeppelin con II e III, Simon & Garfunkel con Bridge Over Troubled Water, e le colonne sonore di Easy Rider e Hair. Seguono McCartney, Ray Charles, Creedence CR (Cosmo's Factory), Vanilla Fudge, Jimi Hendrix con Band Of Gypsyes, Fabrizio De André (Tutti Morimmo a Stento), Aphrodite's Child e gli Shockin' Blue di Venus. Joan Baez, Rolling Stones (Get Yer Ya Ya's Out, Let It Bleed), Moody Blues, Chicago II (addirittura!) e Self Portrait di Bob Dylan. Fece il diciottesimo posto il disco dei Blind Faith.

I dischi più venduti del 1971 furono Mina e Charles Aznavur, ma subito dopo Emozioni di Lucio Battisti (che era autore anche di Io Vivrò sul disco di Mina), Pendulum dei Creedence CR (che fu un grande successo grazie a Hey Tonight e Have You Ever Seen The Rain), Santana (Santana ed Abraxas), Concerto Grosso per i New Trolls, EL&P (Tarkus, 1° posto della classifica di vendite), Aqualung dei Jethro Tull (2° posto), Fireball dei Deep Purple (3° posto), Ram del Macca, All Things Must Pass, il capolavoro di George Harrison (2° posto), Ten Years After, Sticky Fingers degli Stones (5°), Black Sabbath (Paranoid), Atom Heart Mother dei Pink Floyd (che dunque vendevano dischi anche ben prima di The Dark Side), John Lennon, Chicago III, Colosseum Live e Jesus Christ Superstar.

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domenica 18 marzo 2012

Veronica Sbergia & Max De Bernardi > Old Stories For Modern Times



C'è stato questo disco, Jazz di Ry Cooder (WB, 1978), che ho molto amato e che puntualmente ancora torna sul mio stereo: jazz delle origini e delicati gioielli acustici. Allo stesso modo sto amando il disco jazz di Veronica Sbergia & Max De Bernardi, entrambi Red Wine Serenaders, la band a D.O.C. di old time music. Jazz cantato (sia al maschile che al femminile) effervescente, divertente, entusiasmante, che evoca un mondo che non c'è più ma una umanità che c'è ancora. Quindici gioielli standard del jazz, del ragtime, del folk, già sentiti magari da Ella Fitzgerald o Cab Calloway o Louis Amstrong, che risalgono agli anni '20 come a quelli della grande depressione (che a giudicare da queste canzoni pare che la gente prendesse con più spirito della depressione in atto oggi).
Quindici pezzi suonati acustici da mandolini, ukulele, chitarre, mandolini, washboard a tenere il ritmo trascinante, kazoo, armonica (del grande Sugar Blue), chitarra resofonica (Bob Brozman), che suonano come un'intera orchestra nonostante il suono sia rigorosamente mono e registrato (benissimo) in analogico da microfoni panoramici...

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sabato 10 marzo 2012

Del Fuegos Silver Star



Tu chiamala, se vuoi, sincronicità. All'inizio di gennaio ritrovavo per caso in uno scatolone di vecchie cose, il numero del marzo 1986 della rivista Rockerilla, il numero che aveva stampato un mio pezzo su una promettente nuova band di Boston, The Del Fuegos, il cui secondo disco era il mio preferito dell'anno. Non passano pochi giorni che scopro che la band, sciolta da vent'anni, si è rimessa assieme per alcune date in concerto a Boston e a NYC al Bowery Ballroom. Un mese dopo, cercando in rete qualche testimonianza degli show, scopro che la band ha fatto uscire questo mini-LP di otto canzoni, Silver Star, apparentemente solo in formato digitale ma reperibile su iTunes.
The Del Fuegos sono una band di grande talento di Boston, Massachusset (come la più anziana J.Geils Band a cui in parte si sono ispirati). Tutto sommato abbastanza ignorati in patria, hanno invece conosciuto un seguito di culto nel nostro paese, come in quegli anni facilmente succedeva a grandi band di rock romantico, un nome per tutti i Mink DeVille.
I Del Fuegos ci hanno lasciato quattro album entrati nella leggenda del rock: l'energico garage band dell'omonimo esordio; il piovoso e lucido rock romantico di Boston, Ma; l'errebì vagamente J.Geils Band di Stand Up ed infine l'evocativo rock rurale di Smokin' In The Fields. Trovarsi di fronte senza preavviso alla bellezza di otto nuovi pezzi è un'emozione paragonabile a quella di un disco nuovo del Boss o di un'inedito degli Stones. Un'emozione ed anche un'aspettativa notevole: come scrisse Piero Chiara, non c'è un mezzo più efficace per mandare a fondo un ricordo che riviverlo. Un bel pericolo, vent'anni dopo, specie scoprendo che in realtà le nuove canzoni non godono di ricchi budget e produttori blasonati come negli anni che furono, ma sono invece una registrazione low-budget, quasi casalinga, qualche cosa di più di un asciutto demo senza le sovraincisioni cariche di fiati, tastiere e tutto il resto.
Il pericolo scongiurato, dopo un paio di giorni di ascolti ininterrotti lo posso certificare. Al primo ascolto lascia infatti un po' spiazzati il suono molto tranquillo, laid back, dei pezzi, essenziali nella povertà delle incisioni, basso batteria chitarra e voce, pochi tocchi qua e la di piano o di organo, con un Dan Zanes quasi sedato che invece di ruggire, sussurra come un Mark Knopfler. Ma ascolto dopo ascolto dopo ascolto, il cuore pulsante delle otto canzoni viene a galla e conquista.

Time Slips Away è una dolcissima e delicata lullabye d'amore che culla l'ascoltatore in un mood a la Dire Straits, miagolando gli che il tempo sfugge. Ma per fortuna qualche volta ritorna (come cantava Patti Smith: i cammini che si incrociano si incroceranno di nuovo).
What You Do ha un bel ritmo ed un bel coro, sottolineato dall'organo, potrebbe essere il pezzo radiofonico.
Friday Night è un bel erre-bi (rithm & blues) da notte tardi, di quelli che faceva forte la band.
Better Let Me è una breve ballata elettrica scritta con calligrafia delicata su carta ruvida dove la chitarra è supportata dal cesello di un bell'organo.
Through You Eyes è il pezzo romantico con un bellissimo refrain, di quelli che non ti riesci a togliere dalla teste, di quelli che Dan Zanes scriveva in modo così naturale: "when the sky was grey I see a brighter day through your eyes, you gave your heart to me, I see how love can be through your eyes" (quando il cielo era grigio io vedevo un giorno più luminoso, nei tuoi occhi, tu mi hai dato il cuore e io vedevo come può essere l'amore, nei tuoi occhi). 


The Midnight Train è il r&b cool, a la Stand Up, quello che reclama un sezione fiati alla Brecker Brothers.
Don't Go Down In The Hole è una ballata dolce e orecchiabile con una chitarra in wah wah, da 45 giri su una spiaggia del golfo del Messico.
Raw Honey chiude il disco con uno straordinario lento alla Boston Ma, che canta forte che i fratelli Zanes sono tornati, un lento di quelli che si potrebbero ballare stretto stretti: "io avevo una ragazza, così dolce e così bella, il sapore del suo miele è ancora nella mia mente…" 
Sì, anch'io avevo una ragazza così…

venerdì 9 marzo 2012

Little Italy rocks!



Nel recente film Midnight In Paris, Woody Allen realizza la fantasia di trovarsi indietro nel tempo, a Parigi nell'epoca magica di  Ernest Hemingway, Salvador Dalí, Pablo Picasso, Luis Buñuel, Man Ray, Gertrude Stein, Cole Porter, Henri Matisse, Francis Scott Fitzgerald... Una fantasia, appunto: non passeggiavamo per le vie di Parigi quando si poteva incrociare Amedeo Modigliani, ma nemmeno per le vie di Londra nell'epoca della swinging London quando i Beatles andavano ai concerti degli Stones e quando Eric Clapton suonava con i Bluesbreakers, oppure durante la summer of love quando all'UFO club suonavano i Pink Floyd di Syd Barrett o i Soft Machine… né a San Francisco quando ad High Hashbury jammavano Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Jefferson Airplane e Big Brother and the Holding Company.
Quelli che viviamo oggi non sono i Glory Days della musica Rock: gli americani si ripetono, gli inglesi pare addirittura si siano proprio arresi, in giro non si sente che musica commerciale e poca anche di quella.
Ma a drizzare le orecchie c'è una scena musicale qui ora, vicina a noi, che è invece viva vegeta e vivace. È la scena del rock italiano, che anche se manca del tutto di canali di comunicazione, radio libere e club per i concerti, è pur mossa da un inestinguibile entusiasmo, gioia di vivere e di suonare e da tanto talento.
È la scena di tante rock & roll band che dalla west coast del Tirreno alla east coast dell'Adriatico passando magari per la via Emilia, sono giorno dopo giorno on the road, suonando belle canzoni che vale la pena di ascoltare. Musicisti "foolish and hungry", ricchi di talento, che cantano il rock spesso nella sua lingua originale e incidono dischi che non si trovano nei superstore ma che sono vere e proprie gemme come altrove non se ne stampano più.

È per parlare di questa scena che abbiamo realizzato un sito su misura, Little Italy, in cui raccogliamo articoli apparsi altrove e pezzi originali. Fatevi una passaggiata per questa Little Italy, chissà che troviate qualche cosa capace di entusiasmarvi… E non perdetevi i concerti delle vostre local band, proprio all'angolo di casa…

(vai a Little Italy)

mercoledì 7 marzo 2012

J.Geils Band



La J. Geils Band è (stato) uno dei più torridi e divertenti combo di rock & roll, boogie, R&B, della storia del rock. A dispetto di ciò in Europa ha goduto di pochissima celebrità e stima, e quasi nessuno se li ricorda, li ascolta e li celebra di questi giorni. C'è un consenso generale sul fatto che i J. Geils siano stati gli Stones d'America. In realtà, nonostante l'innegabile influenza che la voce di Jagger ha avuto su quella del cantante Peter Wolf, lo spirito delle due band è parecchio diverso. Se pure i primi dischi di entrambi (nei sixty quelli degli Stones, all'inizio dei seventies quelli della JGB) siano gutturali raccolte di oscuro rithm & blues, tanto quello degli Stones è cool, fico, aggressivo e pericoloso, così quello degli americani è un boogie festoso e sfrenato, sguaiato fino a sfiorare la parodia.
È più corretto dire che le fonti delle due band sono le stesse: il rock & roll di Chuck Berry, il rithm & blues di Memphis, il boogie di New Orleans. Un rock & roll di tale fattura non era di moda quando la Atlantic diede alle stampe il primo omonimo LP della band nel 1970, l'era hippie o del country - folk. Un po' quello che era successo (agli occhi della critica) ad una band r&r della west coast di enorme successo popolare, i Creedence Clearwater Revival.
Eppure il suono della J.Geils Band più che in ritardo era in anticipo sui tempi, tanto si può definire oggi seminale il loro suono. Il rock & roll sfacciato di band come le New York Dolls avrebbe attinto a piene mani dal loro stile, ma ancora di più lo fecero le band d'oltreoceano in epoca di new wave: Dr. Feelgood, Eddie & The Hot Rods, Dave Edmunds, Rockpile si servirono del loro dizionario per tradurre il blues americano in punk. Brani come Hard Driving Man potrebbero tranquillamente far parte del repertorio di Stupidity.
Ma di tutte le great american bands, quella che andò più vicina a ricordare i primi ruggenti giorni della JGB  furono i Blues Brothers di Elwood e Joliett Jake Blues. Difficile stabilire se sia nato prima l'uovo o la gallina: se l'armonica di Elwood insegue quella strizzabudella di Magic Dick (il più grande fra tutti gli armonicisti bianchi, ci potete scommettere il cappello da cow-boy), l'organo trascinante di Seth Justman deve tutto a Booker T. Jones. Perché che altro furono i Blues Brothers se non gli MGs, il Memphis Group, cioè la in house band degli studi Stax di Memphis?
Infine la JGB fu assolutamente l'ispirazione principale di un'altra band della loro stessa città, Boston, Massachusset, costa orientale: The Del Fuegos dei fratelli Zanes, quelli di Boston, MA e Smokin In The Fields.
Oltre che dai citati inarrivabili talenti dell'armonicista e del suonatore di Hammond, la JGB è composta da un altro asso, quel Peter Wolf disc-jokey in Boston, con un'estensione vocale da Mick Jagger e James Brown, autore della gran parte delle canzoni, comprese tutte quelle plagiate al repertorio del blues. Gli altri tre sono il chitarrista J.Geils (che non ne fu il leader) ed un'onesta quanto precisa e calda sezione ritmica. I due strumenti principali furono sempre l'armonica, strumento solista praticamente in ogni canzone, e le tastiere che cercano giri armonici alla Green Onions, oltre alla potente e roca voce.

The J.Geils Band (Atlantic 1970 ★★★★★, copertina nera, fotografia virata seppia di sei ceffi vestiti da Village People) è un esordio in forma di torrido, notturno, festoso, viscerale disco di R&B. Dal boogie per piano di Wait, al giro strumentale sixty di Ice Breaker (una delle rare esibizioni del chitarrista), il blues di Cruisin' For A Love, che potrebbe far parte tanto del repertorio dei Blues Brothers come dei Dr.Feelgood o della britannicissima Blues Band. Il rock & roll alla Bob Seger di Hard Drivin' Man, punto fermo del live show, al blues di Serves You Right To Suffer di John Lee Hooker, che in concerto diventa un happening di dieci minuti. Homework, il fantastico r&b di Otis Rush, che Wolf riprenderà anche nella carriera solista in tempi recenti, First I Look At The Purse, il primo (modesto) successo, preso in prestito da Smokey Robinson. On Borrowed Time deve aver ispirato molto i fratelli Zanes, mentre Pack Fair and Square è identico a quella Flip Flop & Fly suonata dai Blues Brothers. Sno-Cone chiude il 33 giri con un boogie strumentale di Albert Collins dove duettano chitarra elettrica ed armonica.

The Morning After (Atlantic 1971 ★★★★, copertina identica alla precedente solo che la band è stipata nel letto di un motel) fa il bis dello stesso album, con un'altra infornata di cover e qualche brano originale di Wolf. I Don't Need You No More sembrano i Rockpile di Dave Edmunds, ma più di un lustro prima. Whammer Jammer, firmato Juke Joint Jimmy, è un boogie furioso per armonica, dove Magic Dick farebbe danzare i morti. Un highlight della band ed il pezzo più atteso del live show.
Tutti gli altri pezzi sono standard boogie, lentoni anni cinquanta e rock & roll sfrenati molto sporchi di south, cotton belt e Louisiana a la Victory Mixture. Strepitoso il finale soul di It Ain't What You Do (It's How You Do It!) urlato a la James Brown.

Full House Live (Atlantic 1972 ★★★★) è forse il disco più noto della band, il primo dei tre dischi dal vivo, tutti registrati a Detroit, Michigam, la casa dell'hard rock (e del soul: Bob Seger, MC5, Stooges, Tamla Motown). Vengono riproposti i pezzi più scatenati dei primi due dischi in versione più festosa in un'atmosfera da encore: First I Look At The Purse, Homework, Whammer Jammer, i dieci minuti di Serves You Right To Suffer, il finale di Crusin For A Love / Lookin For A Love. Un esplosivo cocktail di Blues Brothers e Dr. Feelgood, ma nessuna delle due band esisteva ancora.

Bloodshot (Atlantic 1973 ★★★, copertina rossa dopo quella gialla e quelle nere) è un tentativo di andare oltre, o forse di uniformarsi un po' ai gusti del momento, con un certo successo visto che il disco arrivò al numero 10 della classifica USA dei long playing. Spariscono le cover e le canzoni sono quasi tutte di Peter Wolf, anche se spesso assomigliano molto ai classici. House Party tira forse vagamente agli Who, Back To Get Ya agli Zeppelin (molto amati in quei giorni), e c'è persino un reggae in anteprima assoluta, Give It To Me, anni prima di Marley e Stones.
Il pezzo che amo è Make Up Your Mind, praticamente identico a Beating Like A Tom Tom, lo standard di New Orleans cantato da Willy DeVille nel 1990. Ma anche Southside Shuffle, un altro pezzo che sa di Decatur Street ed i r&r di Struttin With My Baby e Hold Your Loving (All Night Long), a la Jerry Lee, con tanto di piano infuocato.

Ladies Invited (Atlantic 1973 ★★★★★, con in copertina un puzzle di Faye Dunaway - allora fidanzata e successivamente moglie di Wolf) è un disco che amo particolarmente. Scoperto di non essere i Led Zeppelin, i JJB decisero che sarebbero stati gli Stones, e Ladies Invited è il disco da party che più assomiglia a dei giocosi Rolling Stones, con tanto di sezione fiati sempre presenti (a rubare un po' la scena a Magic Dick) e sempre un grande Justman a fare la parte di Booker T.
Did You No Wrong vuole essere un hit degli Stones, e in tutti c'è da dire che la band di Wolf scopri i ritmi funky prima di quella di Jagger. Bella I Can't Go On, ancora N.O. (New Orleans) in Lay Your Good Thing Down. That's Why I'm Thinking On You è uno di quei lentoni che hanno insegnato a Dan Zanes a scrivere le canzoni, da Del Fuegos a Smoking In The Fields. Ma anche i brani successivi hanno quel rock & roll lucido, metropolitano e piovoso  che avrei imparato anni dopo ad amare nei dischi dei fratelli Zanes.
Insomma, un disco assolutamente da riscoprire e da amare.

La J.Geils Band avrebbe messo assieme ancora molti dischi, per tutti gli anni settanta. Io allora non li conoscevo e molti di questi dischi a tutt'oggi uno li ho mai sentiti, come non ho sentito i primi dischi solisti di Peter Wolf.
J.Geils fini a vendere macchine sportive, Magic Dick a suonare il blues, il grande Seth Justman credo si ritirò, ne aveva abbastanza di music-biz e di non vedere riconosciuto a dovere il proprio talento.
Peter Wolf è diventato un raffinato rocker in giubbotto di pelle, a la Willy Nile o Willy DeVille, e di lui conosco solo gli ultimi due splendidi album solisti (su sette che ne ha registrati), Sleepless e Midnight Souvenirs: rock raffinato e di gran classe, ma inevitabilmente privi di quella scomposta adrenalina che sapevano aggiungere i compagni della band.

Oggi Peter compie 66 anni, ed per fargli i miei auguri ho dedicato la mia serata a scrivere questa memoria della band che, chissà, magari farà venire voglia a qualcuno di ascoltarlo (Original Album Series, i primi 5 LP ristampati dalla Rhino al prezzo complessivo di 13 euro). In onore suo e di Joliet Jake, di cui ricordavamo ieri l'altro la ricorrenza dell'addio. Rock on!



martedì 6 marzo 2012

Wrecking Ball la recensione



A scanso di equivoci il nuovo disco di Bruce Springsteen non è suonato con la E Street Band. Anzi, non è neppure un disco rock. È un disco folk, un'esperienza che era già stata fatta con We Shall Overcome. Solo che in quella occasione le canzoni erano del folk singer Pete Seeger. Perché sono le canzoni il tallone d'Achille... Bruce Springsteen ha scritto nella sua carriera centinaia e centinaia di canzoni. Molte, bellissime, sono finite nei dischi ufficiali, altre, a volte altrettanto belle, sono rimaste fuori, ad alimentare la leggenda del Boss. Basti citare The Fever, The Promise, The Way, fra le altre, ma sono dozzine le grandi canzoni inedite, finite qua e la in antologie o cofanetti o singoli o cover o altro. Però ad un certo momento le canzoni le ha finite anche lui. Lo disse Robbie Robertson, qualcuno ha una canzone, qualcuno dieci, qualcuno cento, ma tutti ne hanno un numero finito. Ed il numero di quelle di Bruce è, per l'appunto, finito da un decennio buono.
Non che tutte le canzoni del disco siano male. Per esempio Land Of Hope And Dream e American Land sono buone, molto buone, moltissimo buone; ma ho un deja vu, non è la prima volta che le sentiamo, avevano già trovato posto su uno o due dischi. Wrecking Ball anche è buona, ma era meglio suonata con la band, la E Street Band, com'era stata suonata in occasione della chiusura del Giant Stadium.
Il disco, prodotto da Ron Aniello, è di uno strano folk, un folk moderno, contemporaneo, radiofonico, giovanile, dove strumenti tradizionali si mischiano in uno straniante effetto a sintetizzatori e ritmi elettronici. Non che il risultato stoni, anzi non manca qualche highlight come il (sublime) cantato rap di Michelle Moore in Rocky Ground, o la chitarra di Tom Morello in This Depression, ed il sax di Clarence Clemons in Land Of Hope And Dreams.
Le parole non sono male, anzi, sono dannatamente buone. Testi asciutti ed affilati come una volta, raccontano della Grande Depressione (questa, non quella), di povertà, di durezza, di perdita, ma anche del riscatto, dell'orgoglio, dell'umanità, ed alla fine guardano al futuro non senza ottimismo, recuperando quel sogno americano che si appanna più nel benessere che nelle prove dure del destino. We Take Care Of Our Own parla di orgoglio, come lo fa molto bene Jack Of All Trades, "il tuttofare", che canta alle persone che sono rimaste senza un lavoro in quello che potrebbe essere il pezzo più bello dell'album. Beh certo, sostenere che l'immobile danza dei fantasmi di We Are Alive sia meno che straordinaria, e che l'idea visionaria della canzone sia meno che toccante… no, onestamente non si potrebbe. O che la canzone popolare di Swallowed Up In The Belly Of The Whale sia meno che leggendaria…

Dicono quelli a cui è piaciuto, che Wrecking Ball sia il disco del Boss migliore del decennio. Ed in effetti è assolutamente vero. Perché è un disco unitario, con una visione omogenea, un suono tosto, percussioni precise, una coerenza di fondo e un colore cinematografico. Un disco di epica poesia e di grande umanità. Bruce è determinato e canta con la volontà e la determinazione di un eroe letterario.
Mi rendo conto che il fatto che io avrei forse preferito un disco rock è un problema mio; forse questo disco con la E Street Band sarebbe stato anche migliore, come lo dimostra la versione con la band del pezzo che da il titolo all'album. Jack Of All Trades sarebbe stato un gran lento ed Easy Money e Shackled and Drawn dei r&r alla Darlingston County e Working On The Highway.

No, non mi lamento, perché alla fine di questa recensione mi accorgo che il disco piace moltissimo anche a me… dannazione. Però promettimi una cosa, Bruce. Che il prossimo non sarà un altro juke-box tour, ma che suonerai questo disco per intero con la band. Lo prometti?



Wreckin Ball
etichetta: Sony Columbia
genere: folk for now people