giovedì 19 gennaio 2012

Little Italy: Cesare Carugi > Here's To The Road



La scena di Little Italy (la musica americana suonata dai musicisti italiani) si rivela ogni giorno di più una delle vivaci realtà di questi altrimenti intorpiditi anni. Non sono pochi dalle nostre parti i ragazzi che si sentono stretti nella landa dei "navigatori santi e poeti" e sono invece nati per correre sulla Highway 51: Frankie Lucarelli, Lawrence Bertocchini, Daniele Tenca, Miami & The Groovers, Cheap Wine… Sergio Marazzi, Tony Zirilli sono rocker di peso qualsiasi sia la loro spiaggia. Cesare Carugi arriva oggi con il disco d'esordio, ma con un talento di songwriter, una voce solida e un gusto rock che lasciano il segno. Non ho esagerato promuovendo Here's To The Road come il migliore italiano (in studio) dell'anno: il disco è una di quelle opere prime che si impongono. Mi viene da pensare (senza cercare paragoni di merito) a Dire Straits o Del Fuegos. Un disco che appare già maturo e perfettamente realizzato, pur lasciando spazio ad una crescita che il talento di Cesare lascia ben sperare. Il suono ha l'elegante fattura, la bella calligrafia ma anche la bucolica poesia  di un James McMurtry (Too Long In The Wasteland), o di un Michael McDermott, ma non gli è estranea la britannica americanità di un Kevin McDermott (ma che Cesare sia un McCarugi?) o di un Lloyd Cole. Basso, batteria, chitarre soprattutto acustiche, violino a ricamare, una voce robusta e del bei cori. La musica ideale per un road trip.
Il disco si apre con il brano più orecchiabile e radiofonico, che però è anche il meno originale, Too Late To Leave Montgomery, con coretti da west coast, la slide guitar e l'armonica.
È London Rain a dare la misura del talento (ok: talento è la parola chiave della recensione) compositivo di Cesare. Aperta sulle note di Simple Twist Of Fate è una ballata intensa, dolce e ricca assieme, su un ricordo lontano proprio alla Blood On The Tracks.
Blue Dress è una ballatona elettrica malinconica che sa di luna piena e di loup garou su una ragazza assassinata a New York.
Goodbye Graceland (una canzone dedicata ad una star del rockabilly amica del presidente Nixon) scopre le carte di un Carugi che si ispira a Dylan e Prine, ma le cui canzoni scorrono invece dalle parti di duri in giacca di pelle alla Mike Ness, alla Peter Wolf, alla Del Fuegos, alla Tonio K, alla Mitch Ryder. Insomma, la creme del rock delle chitarre. Goodbye Graceland è a tutti gli effetti un gran pezzo Clash London Calling al 100% e reclama che si alzi al mix la ritmica.
Caroline è una bella ballata elettrica su una sfortunata Carolina che cammina sulle orme di una Carolyn (Steve Wynn) o una Mary Jane (Tom Petty). Con un violino alla Desire.
Dakota Lights è un pezzo molto dolce per piano e voce, che sottolinea se ce ne fosse bisogno la personalità della robusta voce di Cesare; una canzone che godrei come una Living Doll (John Eddie) se non cantasse dell'assassino di John Lennon.
There Ain't Nothing Wrong With Going Nowhere ("non c'è nulla di male ad andare da nessuna parte") è il mio pezzo preferito, che spesso si intrufola nei miei pensieri e suona non autorizzato nella mia testa; una ballate morbida ma robusta che racconta come la cultura musicale di Carugi non sia infarcita solo di west coast ma anche di malinconiche nebbie inglesi dell'età di Lloyd Cole & The Commotions e Prefab Sprout. Non credo sia per caso che nella canzone si citino rattlesnakes
L'altro highlight del disco, secondo il gusto di questo recensore, è la bellissima Every Rain Comes To Wash It All Clean, un oscuro e notturno rockabilly che meriterebbe una cover di sua maestà Sir Tom Waits, e che reclama un trattamento cattivo a base di chitarre distorte, megafoni, cori e lamenti cacofonici.
Cumberland è una ballata acustica scritta apposta per chiudere un disco di fine cesello come questo, in duetto con il citato Michael McDermott come ospite (o no?).

Cesare Carugi, Here's To The Road, irrinunciabile per tutti coloro che amano le belle canzoni.

lunedì 16 gennaio 2012

The Weight



Wilco, Nick Lowe & Mavis Staples provano "The Weight" nel backstage della Civic Opera House a Chicago (dicembre 2011, filmato da Zoran Orlic).
L'emozione abita ancora qui. 

mercoledì 4 gennaio 2012

The Del Fuegos

Incredibile. Ho ritrovato per caso il numero 67 di Rockerilla, del marzo 1986, che avevo dato per perduto con il mio articolo sui The Del Fuegos. Dovrei forse vergognarmi un po' dei toni sopra le righe, ma come direbbe Bob Seger, I was young and wild! Ve lo propongo. 


Corsi e ricorsi. Chi è nel rock da un sacco di tempo, come il sottoscritto, si è accorto ormai che le cose non procedono in modo omogeneo, in ordine sparso, tipo ogni anno dieci dischi buoni, dieci cattivi, quattro gruppi nuovi e così via. C'è stato il 1976 a Londra, un sacco di energia tutta in una volta, Sex Pistols, Clash e Graham Parker che ti saltano fuori da tutte le parti, e subito dopo la Stiff, la nuova ondata Beat, i Rockpile, Joe Jackson e compagnia. Ma nell'80 zac! si spegne l'interruttore e la cosa più divertente che da allora puoi ascoltare sono i Culture Club. Oltreoceano lo stesso: a NYC dopo dieci anni di torpore e su un Greenwich ammuffito, nel '77 saltano fuori Mink DeVille, Ramones, Blondie, Talkin' Heads e tutti gli altri. Nello stesso momento in California la gente sui bordi delle piscine si sloga le mascelle dagli sbadigli, noia di una generazione di autori giunti al capolinea, Nash che ha bisogno di eroina anche solo per arrivare al bagno, un Jackson Browne al canto del cigno, gli stucchevoli Fleetwood Mac, la signora SLick ed i suoi Jefferson ed i morti riconoscenti del signor Garcia. Ed al vecchio sud di bollente era rimasto ormai solo il sole, fra un Gregg Allman perso dietro alla Cher prurito della sua gioventù ed i Lynyrd Skynyrd, poveretti, arrostiti come sulla copertina dell'album. Marshall Tucker a sperimentare come cocaina e dollari fossero un'accoppiata più eccitante di rock & roll & Jack Daniels. Passa qualche anno e cosa succede? New York City è diventata la patria dei radi e getta, disco music, moda e frivolezza. Viceversa in California hanno seppellito i morti e si sono simboccati le maniche: una fanzine -Slash - riesce a diventare una rivista che riesce a diventare una label discografica che riesce a diventare la culla del nuovo rock americano. I fratelli minori dei fan di John Fogerty imparano a suonare e di nuovo sono le dodici battute ad infiammare i teenager. Le porte dei garage si spalancano e saltano fuori Blasters, Los Lobos, Jason, Long Ryders, Violent Femmes, Beat Farmers, Lone Justice. In classifica trionfano Springsteen, Fogerty, Cougar. È sempre così: sotto le ceneri ardono le braci. Così non è che sulla east coast si siano rincoglioniti tutti. Corsi e ricorsi, ed il ricorso si chiama Del Fuegos e viene da Boston, Massachussett, New England, la città di Jonathan Richman e di una quantità di garage band fra cui forse si nasconde qualche promessa come i Lyres ed i Neats.
I Del Fuegos non sono dei pivelli: hanno già inciso due album per la Slash, che si è accorta di loro nonostante la larga fetta di America che separa Boston da Los Angeles. Sono il gruppo preferito del Boss, che è innamorato di Backstreet Nothing, la canzone più bella del primo album, e che assieme a Nils Lofgren è salito sul palco ad un concerto dei Fuegos in North Carolina per suonare con i ragazzi Hang On Sloopy e Stand By Me. Robert Plant è innamorato di I Can't Sleep, il retro del primo 45 giri del gruppo, un bluesaccio che a suo dire lo accompagna nelle nottate insonni nei Motel, tanto che lo ha inciso con gli Honeydrippers e non è escluso che finisca sul prossimo lavoro della band.
Boston, Mass, il secondo recente album dei Fuegos è pure finito nei posti alti delle preferenze di un sacco di critici e, se vi interessa, è il mio disco preferito del 1985. I Del Fuegos benché giovanissimi sentono il senso delle radici musicali di un paese come gli States, quella impagabile musica americana fatta di blues, ballate, rock & roll, soul, Chuck Berry, Phil Spector, Creedence, Tom Petty, il Boss. Senso delle radici che appare chiaro nei titoli, come l'attaccamento al patrio suolo di Boston, della sua musica e dei suoi umori. The Sound Of Our Town! E dire che Boston non è neppure la città di origine dei quattro che in realtà sono del New Hampshire, lì sono nati, sono cresciuti, si sono conosciuti ed hanno messo assieme il gruppo nel 1981. Allora erano un trio, Dan Zanes (il leader, chitarra e voce), Tom Lloyd al basso ed una serie di batteristi di cui non vale la pena di ricordare il nome. I tre approdarono a Boston nel settembre di quel 1981, suonavano un rock un po' alla Richman, un po' surf, volevano sfondare ma non sapevano bene come.
"Amavo moltissimo Jonathan Richman, lui e Buddy Holly. L'ho visto per la prima volta quando facevo le superiori. Siamo partiti per vederlo suonare a Boston io, mio fratello Warren, mia sorella e mia madre". 
Warren, il fratello minore di Dan, stava finendo gli studi. Appena diplomato i tre lo andarono a prelevare per portarlo a Boston. Era il nuovo chitarrista e così, come accade nelle storie più belle (Creedence, Kinks, Dire Straits, Blastes, Frank and Jesse James) i Del Fuegos erano diventati la band di due fratelli. Dan è un tipo incredibile, un incrocio fra il Sylvester Stallone di Taverna Paradiso e l'Elliott Gould di tutti i film, bello moro e riccio, faccia da duro ma di quelli che sai che poi salta fuori che sono buoni, ed un berretto che non si capisce se vuole essere quello di Marlon Brando in Gioventù Bruciata o quello di un fattorino. Adora Springsteen ma canta come Mick Jagger. Warren, il fratellino, sulla copertina del primo album potrebbe essere l'attore di un film di Walt Disney, un bambino biondo con un'enorme Telecaster a tracolla. Lo rivedi poi l'anno dopo con quel ciuffo sugli occhi e il giubbottaccio di pelle, modello ti ci vorrebbe un anno di servizio militare…
Il primo 45 giri lo incisero per divertimento, una garage band che prova l'emozione del vinile. Un amico danaroso ci mise i soldi ed inaugurò la Czech Records. Lato A, I Always Call Her Back, un surf strumentale, lato B I Can't Sleep, il bluesaccio di cui sopra. È la Ace Of Hearts Records ad offrire ai quattro la possibilità di incidere un LP. Non è che i ragazzi fossero proprio dei virtuosi dei propri strumenti: si trattava ancora di un muro di suono per far ballare la gente nei club. Ma Dan aveva già orizzonti più ampi, oltre i confini ancora limitati della band, sognava un suono rock levigato alla Springsteen.
"Le canzoni che più abbiamo ascoltato sono il soul degli anni sessanta, e poi Chuck Berry, Bo Diddley, Buddy Holly, Everly Brothers. Ma più di tutti ci hanno influenzato Petty e Springsteen. È meravigliosa questa resurrezione del rock & roll americano: ci sono in classifica Bruce e Fogerty! Penso che noi Del Fuegos siamo capitato nel posto giusto al momento giusto". 
Così Dan inviò i nastri che stava registrando alla Slash di L.A. e quelli inviarono a loro volta un talent scout per osservarli in concerto. L'impressione non fu però entusiasmante ed il contratto non si fece; ma Dan non si perse d'animo ed inviò altri nastri a T Bone Burnett e Dave Alvin e fu l'entusiasmo dei due a convincere Bob Briggs, il boss dell'etichetta, del potenziale che si celava dietro le ruvide registrazioni. La Slash acquistò i nastri alla Ace Of Hearts (tranne due brani già pronti, Crying In The Rain degli Everly Brothers e Busy Man) e mise a disposizione un vero studio di registrazione, i Sunset Sound Factory, e soprattutto un vero produttore, Mr Mitchell Froom.
"Mitchell è stato veramente unico per noi: ci ha insegnato come va arrangiata e registrata una canzone. Ci ha fatto davvero entrare nel ritmo del R&B. Ha preso tante canzoni che facevamo e ci ha fatto capire come potevano diventare. Un'armonica in Mary Don't Change, un Hammond B3 in Backstreet Nothing… pensa, quella era una vecchia canzone che neanche facevamo più. Lui l'ha ascoltata, ha proposto qualche cambiamento ed ora è il nostro pezzo preferito, una canzone di grande feeling. Mitchell è grande: gli bastano poche parole subito vedi le cose come lui, in un modo molto… intenso". 
Il risultato è sbalorditivo. The Longest Day, il primo album dei Del Fuegos, è davvero un disco fuori dal comune e nonostante i ragazzi non li citino mai i binari su cui le canzoni corrono saldamente sono quelli dei primi tre album dei Rolling Stones, quelli delle cover dei R&B americani e dei primi lenti semiacustici di Jagger & Richard. Questione di radici: non per niente un altro nome che ti salta subito alla mente è quello dei Mink DeVille di Cabretta e Return To Magenta, sporchi, caldi, colorati, duri ma anche tanto dolci.
Ti aspetti che fra un solco e l'altro posso saltar fuori I Heard It Through The Gravepine. Non a caso il repertorio live comprende classici del soul come In The Midnight Hour, I Thank You, The Way That Love Is. Su tutto Dan Zanes rovescia i colori della periferia, delle backstreets umide di pioggia, bar fumosi, prostitute nere, piccoli delinquenti, macchine con le fiamme colorate sui fianchi. È lo stesso film di It's Hard To Be A Saint In The City: una realtà così viva esiste solo nella celluloide, sui dischi e nelle pagine di Bukowski. Alcune sequenze sono impressionanti: Backseat Nothing, con il suo ritmo di R&B notturno, ha un passo da Cadillac Walk e lo sculettare di Pretty Flamingo. Missing You è stato descritto come gli Everly Brothers che cantano una canzone di Buddy Holly. Anything You Want, un lento alla sixty.
"Ho voluto scrivere l'album su tutte le ragazze che mi hanno fatto diventare pazzo in vita mia". 
Non per niente The Longest Day si apre con "non voglio nessuna che non voglia me, ma non voglio nessun altra se non posso avere te". 
Mary Don't Change, un'armonica country su un tema rock & roll, e  Have You Forgotten, l'altro lento, in perfetto stile Stones.
"Tesoro, dimmi la verita, hai dimenticato?
i vecchi tempi, te li sei scordati? 
tutte le promesse che mi hai fatto 
portate via come dal vento
hai dimenticato?
Ora passeggio solo per la strada
il mio cuore mi sanguina sui piedi 
e tu dici che il tuo amore era sincero 
ma te lo sei dimenticato? 
Tutto quello che ho fatto per te
ti sei dimenticata?"

Out For A Ride e Call My Name sembrano uscire da un album di Bo Diddley, con sotto Warren Zanes che crede di essere Jimi Hendrix. L'album non vende molto, qualche migliaio di copie. Ma conquista alla band i favori della critica e moltiplica i fan sull'intero globo, compresi Springsteen e Plant. Passa un anno e si ritorna in sala d'incisione con Mr Froom. Boston Mass è il risultato degli sforzi. Un disco adulto, un capolavoro. Senza tradire le proprie radici i fratelli Zanes passano a volo radente su vent'anni di rock. Il cambiamento è più formale che di sostanza; in realtà è l'acuisita tecnica strumentale e di studio che permette ai Fuegos di ottenere i suoni del disco. Dove non arrivano le ruvide chitarre dei fratelli Zanes supplisce la bravura di un navigato Jim Ralston, chitarrista della Tina Turner Band. Boston Mass è un atto di amore verso il suono metropolitano non solo di Boston ma di ogni metropoli dell'east side, da NYC a Detroit a Chicago. Un disco che fa il pari con The River di Springsteen e le Chat Bleu di Mink DeVille. Un disco che avrebbe potuto far da colonna sonora a All'Ultimo Respiro. La colonna portante è il ritmo, il basso e la batteria attorno a cui echeggiano chitarre, cori ed il piano Wurlitzer. Qualche cosa che accadeva con i primi album dei Police, anche se Mr Sting è lontano dalla profondità e dalla ricchezza di queste immagini e non possiede il calore cuore a cuore di queste canzoni. Don't Run Wild, che è anche il primo singolo tratto dall'album, potrebbe proprio essere un sogno of the blue turtles. Hand in Hand e Shake sono due rock & roll frenetici, tirati come una Workin On The Highway, coinvolgenti come un pezzo degli Stones. Still Want You echeggia le impressioni malinconiche del grande Willie Nile, ma finisce poi con il dichiarare l'amore per le sonorità dell'adorabile Tom Petty di Breakdown. Su tutto spicca il lucido intrecciarsi delle chitarre degli Zanes con i solismi liquidi di un Jim Ralston che si dimostra grande. Detto così già sarebbe un gran album ma devo ancora raccontare dei tre gioielli. Night On The Town è il fratello grande di Longest Day: un inno, una bandiera a tempo di rock con la freschezza da hit da radio FM ed una carica da Born To Run. Una macchina lucida, la radio accesa, la notte su una città elettrica, e lei dov'è?
Fade To Blue è un lento sofferto e delicato, sezionato da una chitarra a serramanico.
"La nostra vita è così dolce, amore
i nostri cuori così sinceri 
sarò davvero triste guardando tutto questo rovinarsi"
Coup DeVille, non vi dicono niente queste due parole? È il fantastico R&B di chiusura, triste, maledetto, con la chitarra che ti affetta il cuore, da ascoltare respirando piano. Ma allora c'è ancora gente che sa scrivere queste canzoni!
The Del Fuegos. Per me… il numero uno.

Blue Bottazzi, Rockerilla.

Si sa poi come finì la storia. I Del Fuegos restano un mito del rock & roll degli anni ottanta, ma non ebbero troppo successo e per qualche motivo Dan Zanes decise di chiudere l'avventura, anche se non fu mai capace di dare un seguito alla propria carriera. Nel 1987 arrivò Stand Up, l'ultimo album prodotto da Mitchell Froom per la Slash records. Un album particolare, un po' letterario, giocato su un R&B adulto e con una delle mie canzoni preferite, I'll Sleep With You (Cha Cha D'Amour). Poi il contratto fu sciolto, Warren Zanes lasciò la band (succede sempre così nelle band di fratelli), i  Del Fuegos cambiarono casa discografica (RCA) e produttore (Dave Thoener) per realizzare nel 1989 il loro capolavoro, Smoking In The Fields, un disco di rock & roll adulto che sembra abbandonare il rock romantico metropolitano dei primi due lavori per un grande rock rurale americano, un rock delle praterie e delle chitarre elettriche, fra gli Stones di Exile e The Band. Non a caso fra gli ospiti si registra il grande Rick Danko, oltre a Magic Dick e Seth Justman dei J Jeils Band, gli Stones d'America.
Con una sequenza di grandi canzoni da brivido, fra cui I'm Inside You, Breakaway, Dreams Of You, Stand By You, Part Of This Heart. Quando i Del Fuegos ed il loro leader erano all'apice della maturità, Warren per qualche motivo decise di togliere la spina. Una pessima idea, per noi fan e per la sua carriera. Nessuna nuova band negli anni a venire mi avrebbe entusiasmato così tanto fino ai Wallflowers di Bringing Down The Horse.

The Longest Day - Slash 1984 - ✭✭✭✭✭
Boston Mass - Slash 1985 - ✭✭✭✭✭
Stand Up - Slash 1987 - ✭✭✭✭
Smoking In The Fields - RCA 1989 - ✭✭✭✭✭

Ancora più incredibile, secondo un link che ho trovato, The Del Fuegos saranno in concerto il 22 febbraio di questo 2012 al Paradise Rock Club di Boston, MA, il 23 al Bowery Ballroom, New York, NY ed il 3 marzo al The Bell House, Brooklyn, NY.




domenica 1 gennaio 2012

Blue Bottazzi BEAT Best of 2011



È da molti anni che alla fine dell'anno infilo un foglio A4 nella macchina per scrivere e batto i tasti della classifica dei miei dischi preferiti. Alla fine degli anni settanta quella lista finiva al Mucchio Selvaggio, che tradizionalmente in febbraio pubblicava i preferiti di ogni redattore assieme alla classifica dei lettori. Era una grande occasione per avere una manciata di consigli su cose che potevano esserci sfuggite, e di quei tempi i dischi buoni non facevano difetto. Molti anni dopo ho preso l'abitudine di stilare quella lista per il mio blog, che all'inizio di intitolava Texas Tears (dal nome di una fanzine che avevo messo assieme credo nel 1985) e poi BEAT (un po' da Kerouac, un po' dai Beatles ed un po' dai King Crimson). Sul blog ho l'opportunità di aggiungere un po' di parole all'elenco dei miei dischi preferiti, ed avere chi mi legge è un privilegio che reputo impagabile. Alla fine tutti scriviamo per essere letti, o, come ha detto qualcuno, per essere trovati. Il 2011 è stato un grande anno musicale per me, nonostante ascolti musica con passione da tanti decenni. Il 2011 è stato per me un anno determinante anche come persona. È l'anno in cui sono stato messo a knock-out, in cui mi sono rialzato e in cui ho ripreso a camminare, walk like a man, camminare come un uomo, direbbe il mio amico di Asbury Park. È stato l'anno in cui ho attraversato il purgatorio per arrivare al paradiso. Ho cercato e trovato il coraggio di lasciare una vita che aveva preso una direzione sbagliata  e ricominciare tutto da capo. È stato l'anno in cui mi sono trovato solo, in cui tutto ciò in cui credevo pareva non avere più valore, l'anno in cui ho conosciuto la disonestà, il tradimento, la solitudine, l'anno in cui ho capito cosa significa il vecchio blues "nobody wants you when you're out and down", l'anno in cui ho dovuto riscrivere la lista dei miei amici, in cui ho dovuto guardarmi negli occhi allo specchio per ritrovare la fiamma; ma non ho rinunciato neppure per un attimo ai miei valori ed alle cose in cui credo, ed anzi proprio a quelli mi sono aggrappato. L'anno in cui ho vissuto nella mia Big Pink nella mia Woodstock, anche se la casa è gialla e il basement è sotto il tetto e Woodstock la via Emilia. L'anno in cui potevo trovarmi da solo sotto la pioggia, ma proprio in quel momento mi sentivo più umano e più vivo che mai, più felice di vivere ed affamato d'amore. L'anno in cui dopo troppo tempo ho ritrovato la felicità e le cose che contano. Un anno fa a Natale mi sentivo come Dan Aykroid vestito da babbo natale che fa cilecca con la pistola. Questo Natale tocco il cielo con un dito. Mica male per un anno solo. Ho ascoltato tantissima musica, posso dire di non averla mai spenta, ho sentito la musica vicina alla mia anima come in ogni momento importante della mia vita, e la musica non mi ha mai tradito.
Ed allora partiamo con questi dischi del 2011. Partiamo dalle canzoni, perché non ho ancora perso l'entusiasmo per la singola canzone di quattro minuti, che come dice il mio amico è l'essenza del rock & roll; lo stesso entusiasmo di quando infilavo a ripetizione le monete nel juke-box per ascoltare la canzone che mi piaceva, oppure di quando a sedici anni rimettevo incessantemente la puntina su Rebel Rebel di David Bowie fino a consumarne il dischetto arancione marchiato RCA.
Di canzoni non belle ma bellissime quest'anno ne ho sentite parecchie. La migliore è firmata da Vic Chesnutt, oscuro e tragico eroe degli anni zero, cantata dalla voce profonda, ieratica e superba di Margo Timmins dei Cowboy Junkies. La band canadese dei fratelli Timmins ha voluto dedicare a Chesnutt un disco di 11 canzoni che portano la sua firma, Demon. La più bella in assoluto è Flirted With You All My Life, ho flirtato con te per tutta la mia vita, che a dispetto della sua tragicità (la lei della canzone è la morte, il suicidio, che Vic avrebbe affrontato di li a poco) è di una bellezza ed una potenza da lasciare senza fiato. I Junkies sono una band di assoluto fascino, ma con le canzoni di Vic, migliori di quelle scritte in proprio, arrivano allo zenit della propria produzione. Primo posto delle canzoni e secondo degli album.
Segue un'altra cover, di un altro autore che non è più tra noi, lo sfortunato Eddie Hinton, chitarrista e cantante ai FAME Studios in Alabama, assieme a miti come Duane Allman. La canzone è il rithm & blues bianco di Everybody Needs Love, da brivido, e la versione con i fuochi d'artificio è quella dei Drive-by Truckers, che con i FAME Studios hanno un legame addirittura genetico. Le altre canzoni dell'album non sono sfortunatamente sullo stesso livello, ma il singolo è la seconda migliore canzone dell'anno (btw: anche il loro disco è dedicato alla memoria di Vic). Segue Desert Raven di Jonathan Wilson, rock lisergico da Laurel Canyon, LA, California. Un masterpiece da Stephen Stills o da Quicksilver Messenger Service, splendida canzone, album epocale - specie per gli anni dieci. Sulla recensione l'ho paragonato ad Astral Weeks. Primo posto degli album dell'anno.
Un album tutto pieno di ballate bellissime (e suonate molto bene) è Ashes & Fire di Ryan Adams. La canzone migliore sceglietela voi, può essere Dirty Rain come qualsiasi altra, il livello è altissimo. Io dico I Love You But I Don't Know What To Say. Quarto album in classifica è Low Country Blues di Gregg Allman, un distillato di grandissima classe che ancora cresce ad ogni ascolto, fra blues suonati con strumenti veri e non sintetici. E un vecchio cuore pieno di cicatrici. Da Allman a Booker T Jones il passo è breve; il tastierista della band della Stax (i Booker T and the MGs, quelli di Green Onions) ha creato un disco che è un vero distillato di R&B, secco, essenziale, senza tempo, con cantanti del calibro di Lou Reed, dedicati alla propria città, Memphis Tennessee (anche se la canzone di Reed, ovviamente, si intitola Bronx). Quinto posto.
Una manciata di belle canzoni anche sul disco di John Hiatt, prima fra tutte quella Train To Birmingham che tanti anni fa aveva donato a Kevin Welch. Nei pezzi migliori il disco di Hiatt non sfigura a ruota della trilogia degli anni ottanta: Bring The Family / Slow Turning / Stolen Moments.
Con che dischi arrivare a dieci? Warren Haynes Man In Motion, il disco R&B è molto buono, anche se non so perdonare a Warren di disperdere il suo talento. La sezione ritmica non ha il calore dei Gov't Mule ma, puntando ancora più in alto, perché non portare questo gran materiale a Gregg e gli altri per un disco degli Allman Brothers Band?
Lucinda Willams Blessed è tosto, anche qui un brano è dedicato a Vic Chesnutt. Buono anche se è ormai evidente che il meglio è dietro le spalle. Infine Lou Reed + Metallica Lulu. Un'opera importante, largamente imperfetta, che ha risvegliato tutta quella polemica che solo Reed è capace di generare. Sarebbe bastato poco, un po' di umiltà e un paio di forbici, per farne un capolavoro, ma l'arte è così: scomoda.

Ma non è ancora tutto per il 2011. Ci sono altri dischi che per qualche motivo mi piace tenere a parte, in una classifica alt(ernativa) di classic rock. Il primo è il doppio live dell'immortale Peter Hammill. Potrebbe essere il disco dell'anno, ma il fatto è che non appartiene al 2011, né al 1970 né al 2222. Hammill è un vero artista, che vive in un altrove, sia di genere (è rock questo? Naaaa), sia di tempo. Uno spazio tutto suo dove non merita niente meno del numero uno.
Poi le stampe dei due migliori live dei Rolling Stones, quello del 1973  a Brussels (con Mick Taylor) e quello del 1978 in Texas (con Ron Wood). A cui mi piace aggiungere solo due canzoni, non di più ma neanche di meno, dal disco di inediti che ha accompagnato la ristampa di Some Girls. Sono due cover, ma molto belle, che idealmente immagino i due lati di un 45 giri che non è mai esistito: la ballata country di We Had It All che Keith Richards ripulisce magistralmente di tutte le buzzurrate country & western per lasciarne solo il cuore pulsante, backed with un rock & roll sfrenato e sguaiato cantato da Mick Jagger, Tallahassee Lassie.
Ancora live dal passato: i Rockpile di Nick Lowe e Dave Edmunds alle prese con il loro leggendario live show registrato nel 1980 a Montreux. E infine la ristampa extended di Wish You Were Here dei Pink Floyd, il cui secondo disco riporta le mitiche registrazioni a Wembley 1974 dei pezzi che anni dopo sarebbero diventati parte di Animals.

Last but not least, gli italiani. Parlo solo per quelli che ho sentito ovviamente; nessun disco cantato in italiano, ma da Little Italy voglio segnalare lo show di Live For The Working Class di Daniele Tenca, ricco come un Blasters d'annata, ed il disco elettrico di rock rurale e di rock romantico di Cesare Carugi, Here's To The Road.

Long May You Run.



top ten albums: 
Jonathan Wilson > Gentle Spirit 
Cowboy Junkies > Demons 
Ryan Adams > Ashes & Fire 
Gregg Allman > Low Country Blues 
Book T Jones > The Road From Memphis 
John Hiatt > Dirty Jeans and Mudslide Hyms 
Warren Haynes > Man In Motion 
Lucinda Williams > Blessed 
Drive-By Truckers > Go-Go Boots 
Lou Reed + Metallica > Lulu

alt.classic: 
Peter Hammill > PNO GTR VOX 
Rolling Stones > The Brussels Affair 1973 
Rolling Stones > Live In Texas 78 
Rockpile > Live At Montreux 1980 
Pink Floyd > Wish You Were Here 

italia: 
Daniele Tenca > Live For The Working Class 
Cesare Carugi > Here’s To The Road 

songs: 
Cowboy Junkies > Flirted With You All My Life 
Drive-By Truckers > Everybody Needs Love 
Jonathan Wilson > Desert Raven 
Ryan Adams > I Love You But I Don’t Know What To Say 
Rolling Stones > We Had It All / Tallahassee Lassie 

concerti:
Hot Tuna, Black Crowes, Paul McCartney, Warren Haynes... 

libri: 
Nick Kent > Apathy For The Devil
Michele Pizzi > Frank Zappa For President 
Keith Richards > Life 
Paolo Vites > Un sentiero verso le stelle (sulla strada con Bob Dylan)

film: 
Woody Allen > Midnight In Paris 

dedicato a: 
Vic Chesnutt