venerdì 30 dicembre 2011

Jonathan Wilson > Gentle Spirit




C’è un’eccellenza di band americane il cui suono si ispira con tutta evidenza ai giorni del rock classico, gli anni sessanta e settanta, anni in cui alcuni di quei musicisti non erano ancora nati o al massimo frequentavano le elementari. Fra le altre Black Crowes, Drive-By Truckers, Cowboy Junkies, (Jayhawks), Ryan Adams e adesso anche Jonathan Wilson. O se è per quello anche band inglesi come Porcupine Tree. I tratti comuni sono: disprezzo per la musica commerciale e mainstream, amore per le proprie radici, una tendenza alla logorrea con dischi lunghissimi e ravvicinati nel tempo, canzoni tenui, nebbiose ed appena accennate ma con arrangiamenti inconfondibili, nessuna evidenza di assoli e stress vocali (che invece erano all’ordine del giorno nei loro modelli). Rocker romantici, insomma… 

Di tutti questi manieristi del rock, Jonathan Wilson pare avere le carte in regola per poter essere considerato  il vertice creativo. Esordito del 2011 all’età di 37 anni, dieci minuti fa neppure conoscevamo il suo nome e già oggi tutti scriviamo che è l’enfant prodige della scena new rock di Los Angeles, capace di vantare amicizia e collaborazione con Roy Harper, Jackson Browne, Wilco, Fleet Foxes, Chris Robinson ed infiniti altri talenti del vecchio e del nuovo millennio. Chiccoso produttore, hippie nel Laurel Canyon, J Wilson ha dato alle stampe un lungo disco (quasi ottanta minuti, un doppio album di altri tempi) frutto pare di una altrettanta lunga gestazione, Gentle Spirit, spirito gentile. Copertina lisergica non troppo attraente, che rappresenta una piramide fra le dune da cui nasce un fiume ed una valle fertile. Note di copertina essenziali e mimetizzate. La musica è dolce e gentile come vuole il titolo, vagamente diffusa in un nirvana da cui emergono suoni acustici, una voce delicata, e note che rimbalzano, si perdono e ritornano per realizzare diluite melodie che senza fretta compongono come un puzzle gli elementi di ballate alla Grateful Dead. I due nomi che si affacciano alla mente al primo ascolto sono il David Crosby di If I Could Only Remember My Name, ed il David Gilmour di dischi dei Pink Floyd come Echoes o More. E volendo, specie nei dieci minuti della conclusiva ballata di Valley Of The Silver Moon, il Neil Young di On The Beach o di Zuma. E magari le corde di John Lennon (in Can We Really Party Today).
Gentle Spirit si è fatto ascoltare molto da quando ha conquistato il mio lettore di CD, si è fatto ascoltare ininterrottamente più di ogni altro disco di questo 2011, ed anzi a dirla tutta l’ho ascoltato sicuramente di più per esempio anche del citato disco di Crosby del 1971. Ed un poco alla volta, ascolto dopo ascolto, nel suo fluire di suoni ipnotici, di echi lontani, di suggestioni che prendono gradualmente corpo in una tenue luce da aurora, materializza canzoni importanti, capaci di farsi amare. Prima il brano più orecchiabile, The Way I Feel, radiofonico persino (nel senso più bello del termine); poi la straordinaria Desert Raven, sostenuta dalla melodia di una chitarra elettrica alla Stephen Stills, che è certamente una delle canzoni più belle ascoltate negli ultimi anni. Un po’ alla volta questi ottanta minuti di musica (coerenti con la logorrea dei new rockers), che a tutta prima sembrano troppi ma si lasciano ascoltare in loop ininterrottamente, ci svelano canzoni di una bellezza disarmante, come il folk sofferto di Don’t Give Your Heart To Rambler, o la psichedelica Waters Down, o la pink floydiana (alla Rick Wright questa volta) Rolling Universe, o il country incantato di Magic Everywhere. Alla fine dalle nebbie emergono robusti tutti i tredici brani, e dopo diecimila ascolti come si può non cominciare a pensare che siano alcune delle canzoni più belle ascoltate dai lontani giorni dei Fab Four?

Gentle Spirit è un capolavoro, non dei giorni nostri ma in assoluto, e come tutti i capolavori arriva inaspettato, non annunciato, controcorrente, al di fuori del mainstream e di ogni logica non dico commerciale ma anche di critica musicale. Io non so se Jonathan Wilson si rivelerà un enorme talento oppure l’uomo di un solo disco, ma Gentle Spirit è un disco per me alla pari di un, diciamo, Astral Weeks.


mercoledì 28 dicembre 2011

rock revival: Ryan Adams > Ashes & Fire



C’è un’eccellenza di band americane il cui suono si ispira con tutta evidenza ai giorni del rock classico, gli anni sessanta e settanta, anni in cui alcuni di quei musicisti non erano ancora nati o al massimo frequentavano le elementari. Fra le altre Black Crowes, Drive-By Truckers, Cowboy Junkies, (Jayhawks), Ryan Adams e adesso anche Jonathan Wilson. O se è per quello anche band inglesi come Porcupine Tree. I tratti comuni sono: disprezzo per la musica commerciale e mainstream, amore per le proprie radici, una tendenza alla logorrea con dischi lunghissimi e ravvicinati nel tempo, canzoni tenui, nebbiose ed appena accennate ma con arrangiamenti inconfondibili, nessuna evidenza di assoli e stress vocali (che invece erano all’ordine del giorno nei loro modelli). Rocker romantici, insomma… 

Ryan Adams è un rocker di talento, ma ci sono dischi (come l’ottimo Gold) dove la passione e le citazioni lo portano al confine dello Zelig (il personaggio di Woody Allen, non la trasmissione di cabaret), dove sarebbe possibile canzone per canzone citare ognuno dei musicisti che le ha ispirate, come Neil Young, Van Morrison o Bob Dylan. Come i suoi colleghi Adams non è tipo da compiere selezioni severe del materiale che registra, di modo che nei suoi tanti dischi di nascondono gioielli e filler in par misura, ma sempre frutto di passione e mai di routine. Il disco di quest’anno si intitola Ashes & Fire (ceneri e fiamme) ed è una delle cose più belle che abbia registrato nella sua breve ma corposa carriera. Nato come progetto acustico e senza band (i Cardinals - che bel nome per una band!) ha avuto la fortuna di incappare in un produttore che gli anni del rock classico non solo li ha vissuti ma addirittura ha provveduto a costruirli, quel Glyn Johns che ha messo le mani in Who’s Next ma anche nei dischi di Beatles, Rolling Stones, Clapton e Dylan fino al miglior John Hiatt.
Johns ha provveduto a vestire la chitarra acustica delle undici canzoni di Ashes and Fire di tocchi strumentali di assoluta eleganza, una batteria delicata come pioggia, tocchi di organo Hammond e testi di piano elettrico, ed echi di violini e steel guitars dal sapore country, con una maestria che mi porta alla mente un altro disco di fine cesello di quest’anno, quello blues di Gregg Allman prodotto da T. Bone Burnett. Le canzoni sono belle ed ispirate, a volte splendide, come l’iniziale Dirty Rain:
“l’ultima volta che sono stato qui stava piovendo / ora non piove più
l’ultima volta che sono stato qui tu mi stavi aspettando / ora non mi aspetti più 
l’ultima volta che sono stato qui tu stavi piangendo / ora non piangi più”

Davvero bella, malinconica e struggente Come Home:
“Tu hai costruito questa casa, costruita dalla pietra 
un martello nelle tue mani hai costruito questa casa 
questa casa è forte, l’hai costruita con il tuo amore 
un rifugio dai venti, dal freddo e dell’oscurità… 
…domani andrà tutto bene, io sarò qui per te al tuo fianco 
così vieni a casa, vieni a casa…” 

Magica Rocks:
“Non sono una pietra, non sono la pioggia 
sono solo un’altra ombra nella corrente spazzato via dopo tutti questi anni 
non sono una pietra nel fiume, sto per piangere e il giorno sta nascendo…” 

Belle Do I Wait e Invisibile Riverside, bellissima Save Me, orecchiabile Kindness. Bella Lucky Now.
Un lento inarrivabile I Love You But I Don’t Know What To Say, ti amo ma non so come dirtelo, che chiude l’album come fosse un disco dei primi anni ottanta, riportando alla mente il miglior quasi omonimo canadese Brian Adams di ballate come Please Forgive Me.
Ci fosse un po’ di malizia nel grande Ryan Adams avrebbe inframmezzato tante ballate con qualche pezzo più veloce e gigione, magari un rock & roll con un coro da trasmettere alla radio. Ma in Ryan e in tutto la sua ghenga di rocker romantici di questa generazione non c’è compromesso, solo passione ed arte. E l’arte non è in vendita.
Quasi l’album più bello dell’anno, cinque stelle piene, e fra i miei preferiti della mia sterminata discoteca.

giovedì 1 dicembre 2011

the greatest rock & roll band in the world



Per essere una band che ha creato l'ultimo album buono 33 anni fa e vivere da allora recitando sé stessi, i Rolling Stones sono ancora molto a la page. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla ristampa dei dischi Decca (quelli dei ruggenti anni londinesi), poi dei dischi Rolling Stones Records (tutti gli altri); il film di Scorsese; la ristampa extended del live del '70 Get Her Ya-Ya's Out; la acclamata ristampa di Exile On Main Street con un'intero disco in più; il libro di Zambellini (Il tempo è dalla nostra parte); la autobiografia di Keith Richards (Life); la ristampa raddoppiata di Some Girls; il live a Brussels del 1973 con Mick Taylor; il live in Texas del 1978 con Ron Wood. Mica male. Certo, non sfuggirà il fatto che il 90% di questa offerta si riferisce al periodo anni settanta della band, che evidentemente è ben cosciente di quanto sia calato il proprio appeal nei decenni successivi. Non potrebbe essere che così, se si considera che i Rolling Stones si sono praticamente sciolti dopo Some Girls. L'enorme successo del singolo "disco" Miss You, in contemporanea all'affondare umano e creativo di Keith Richards sotto il peso dell'eroina, avevano portato Mick (Jagger) a desiderare una via di fuga dal gruppo. Emotional Rescue è il tentativo di Jagger di creare un disco che si potesse ballare allo "Studio 54", mentre Tattoo You è un lavoro di (ottime) outtake, in particolare da Some Girls stesso, ma anche Goats Head Soup, Black & Blue ed Emotional Rescue. La CBS non fece troppa fatica a convincere il cantante di avere il potenziale per essere il prossimo Michael Jackson, e fu in occasione dell'album solista She's The Boss che Mick Taylor dichiarò che le pietre rotolanti non erano ormai che una pietra al suo piede. Keith prese malissimo il tradimento del suo vecchio amico e partner, e da allora il loro rapporto non fu mai più lo stesso - e cercò di riciclarsi con gli X-Pensive Winos. She's The Boss di Jagger fu un disco debole e vendette poco (come i successivi tentativi solisti), mentre Talk Is Cheap di Richards fu ottimo ma vendette anche meno. I due ormai amici / nemici dovettero prendere atto che il pubblico voleva da loro gli Stones e da allora recitano (occasionalmente) la propria parte nella band per un nuovo disco ed un tour mondiale, ma senza sprecarci troppa passione.
Ma i dischi di cui si parla qui, beh, qualle è un'altra storia: quelli erano i giorni! In primis il disco del 1973, The Brussels Affair, ritrae perfettamente la band al proprio zenit. Gli Stones avevano messo assieme la sequenza di Beggar's Banquet - Let It Bleed - Sticky Fingers - Exile On Main Street e se Goats Head Soup era stato un passo falso era principalmente per le pietose condizioni del produttore Jimmy Miller ormai schiavo dell'eroina ("era arrivato come un leone, se ne andava come un coglione" avrebbe commentato Jagger). Gli Stones del 1973 erano la oltraggiosa, glam, sensuale, decandente miglior rock & roll band al mondo, quelli in camicia di raso e pantaloni di velluto della copertina di Sticky Fingers. Watts Wyman e Richards erano la più straordinaria sezione ritmica dopo il motore diesel, Jagger le rosse labbra sensuali del logo della band, Mick Taylor l'infuocata perfetta incarnazione del chitarrista rock, il miglior solista di Gibson dal tempo dei Cream. Billy Preston alle tastiere.
Tutto nel live The Brussels Affair è rovente vibrazione rock, con il manometro della pressione tutto sul rosso del fondo corsa dal primo secondo all'ultimo senza un attimo di sosta per tirare il fiato.
Tour europeo del 1973, il primo in patria dal 1970; non potendo suonare in Francia per via degli strascichi legali legati al soggiorno a Nellcôte di Richards (dove i ragazzi avevano registrato Exile…) il concerto per i fan transalpini fu tenuto a Brussels. Lo show si apre con un'anfetaminica versione accelerata di Brown Sugar, tanto per dichiarare da subito quale sarà il registro. Fiati come se piovesse e quando non ci sono quelli c'è Mick Taylor in assolo a costruire il vertice della propria carriera con un'esibizione che, dispiace notarlo, mette decisamente in ombra il chitarrista anziano. Gimme Shelter fa paura, meglio che sul disco, con un Jagger più oscuro blues singer di un Johnny Lee Hooker; Taylor il leader della band. Happy e Tumblin' Dice sono una sequenza uno-due da knock out. Arrivano le canzoni da Goats Head Soup, il disco debole registrato in Jamaica, e si scopre che le canzoni deboli non le sono affatto: Star Star riecheggia Chuck Berry, è la rivincita di Keith Richard, ed il coro è irresistibile, ci riporta al blues gutturale dei giorni nei club come il Crawdaddy. Dancing With Mister D profuma di zolfo, Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) è una danza tribale, e infine il singolo di successo, Angie. Siamo al climax del concerto con le versioni infinite della lenta You Can't Always Get What You Want e del blues di Midnight Rambler, per un totale di 24 minuti di puro woodoo rock. Il gran finale si può permettere in sequenza Honky Tonk Women, All Down The Line, l'anfetamnica Rip This Joint, Jumpin Jack Flash (il rock & roll definitivo) e Street Fighting Man.
Il più grande disco rock & roll della più grande rock & roll band al mondo.





Passano cinque anni fra Brussels e Live In Texas. Mick Taylor ha lasciato la band con una mossa suicida per scomparire nel limbo dei c'era-una-volta; c'è di mezzo il tour of Americas e l'arrivo del nuovo chitarrista, Ron Wood dai Faces, che agli altri Stones assomiglia perfino fisicamente. Gli anni settanta sono cambiati, il mondo ed il rock & roll pure. Sono arrivati i Sex Pistols ed il punk, sono tornate le canzoni da due minuti e mezzo. Con un inaspettato guizzo di coda gli Stones invece di soccombere assieme agli altri dinosauri, mettono assieme un disco che non solo è un concentrato di rock & roll (Some Girls), ma esordisce con un pezzo disco che oltre a divenire il loro singolo più venduto di sempre conquista anche il pubblico dei neri, quello della musica che fino ad ora gli Stones avevano saccheggiato. Se pure Some Girls comprende di nuovo una cover dei Temptations (Just My Imagination), il loro pezzo "nero" è più nero di quello dei neri. Sarà il canto del cigno, ma che canto! Il disco è ristampato in questi giorni con un intero CD di inediti, tratti da quelle che sono state le session di registrazione più proficue per quantità dai tempi francesi di Exile. Dodici pezzi inediti, che vanno ad aggiungersi alle tre già edite su Tattoo You. Certo, il meglio è già preso, ed a dirla tutta i pezzi, per quanto gradevoli, non sono niente di più di semplici lati-B, riempitivi scartati per una ragione. Con la sola eccezione delle tre cover: fenomenale la We Had It All cantata con il cuore da Keith Richards, che ripulisce la ballata di Troy Seals di tutte le buzzurrate country & western di Waylon Jennings, di Dolly Parton e persino di Tina Turner, per farne una intensa malinconica ballata da amare. Esaltante il rock & roll texano di Tallahassee Lassie con un Jagger in gran splovero. Ascoltabile, a chi piace il genere, il country di You Win Again da Hank Williams. Niente di più dal disco di inediti. 

Il live show del tour di Some Girls, lo scopriamo oggi su Live In Texas 1978, sarà persino più tosto del disco in studio. La band è un'altra rispetto a quella di cinque anni prima; il cambio di chitarrista solista è stato determinante. Dallo straripante rock power elettrico di velluto del '73, siamo passati ad un muro di rock alla Chuck Berry che gli imberbi punk se li beve a colazione: non fanno prigionieri i nuovi cinque Stones più il piano boogie di Ian "Stu" Stewart. Ron Wood non agita la sciabola di Taylor, ma mostra un coltello a serramanico che incute rispetto. L'esordio è Let It Rock di Chuck Berry e racconta cosa ci aspetta. Non ci sono più capelli lunghi, siamo tornati alla brillantina ed ai palchi dei fifties. All Down The Line è veloce, Honky Tonk Women compatta, i ranghi serrati, il ritmo implacabile; nessuno spazio per le sbavature, è tutta sostanza. Sono bel sette i pezzi nuovi tratti da Some Girls, per portare aria nuova al repertorio. Si viaggia fra il punk di When The Whip Comes Down, il soul lucido di Just My Imagination, persino il country di Some Girls. Miss You dal vivo è una sorpresa, otto minuti e mezzo di ritmo che si dichiara canzone totalmente stile Stones. Ancora Chuck Berry con Sweet Little Sixteen, resa perfettamente da Jagger, e qualche greatest hit come Tumblin Dice, Brown Sugar e l'immancabile Jumpin Jack Flash in chiusura. Ottanta minuti in apnea, sbattuti da un ritmo implacabile. 

 Il live del 1973 è il più grande disco rock & roll della più grande rock & roll band al mondo. Quello del 1978 forse è anche meglio. Con che coraggio terrano ora in catalogo le pallide ombre di Love You Live o Still Life o quello che è venuto dopo (con l'eccezione del più che dignitoso Stripped, che però sono altri Stones, più innocui)? 
Ladies and Gentleman: The Rolling Stones! 

P.S.: va sottolineato che per qualche misterioso motivo di marketing i due live della recensione non sono al momento venduti come CD tradizionali ma il primo è solo scaricabile dal web dal sito ufficiale degli Stones oppure dal nuovo servizio di vendita di Google. Il secondo è venduto in CD solo assieme al DVD video... mah...


Lou Reed & Metallica > Lulu



L’arte non è comoda, si sa. I dipinti non servono ad armonizzare con i colori dei mobili, e la musica (vera) non serve a coprire il silenzio di fondo. Se Lulu di Lou Reed & Metallica è arte, non è lecito pretendere che sia più confortevole di così. Se invece è solo rock & roll, qualche osservazione la si può portare. Disco sentito, studiato e lavorato da parte del geniale artista newyorchese (è necessario ricordare i Velvet Underground, Transformer, Berlin, RnR Animal, Coney Island Baby, Street Hassle, Take No Prisoners, New York e Songs For Drella?) non è lavoro che si possa liquidare fra le produzioni minori. Intriso dei temi tipici di Lou, è dedicato al personaggio letterario di Lulu, santa e puttana, in qualche modo affine alla Caroline di Berlin, mentre musicalmente vorrebbe essere estremo come il folle feedback di Metal Machine Music. Nella pratica è un disco dalle sonorità nude e crude di New York, reso un po’ più estremo dalla deriva haevy metal della band che lo accompagna, i Metallica, che pure fanno un’ottimo lavoro a livello di ritmica (solida come una roccia) e di chitarra, mentre diversi archi provvedono qua e la ad abbellire il quadro. Lou Reed più che cantare tende a recitare, lunghi e lunghissimi monologhi sulla base musicale che spesso sembra limitarsi ad accompagnarlo. Il risultato mi ha paradossalmente portato alla mente il lavoro di un altro musicista, lontanissimo geograficamente e culturalmente, quel John Trudell pellerossa che con una vociona alla Reed recita su un accompagnamento musicale rock. Comunque, per farla breve, se Lulu è solo rock & roll è esagerato: troppo lungo. Troppi brani (per la bellezza - si fa per dire - di ben 2 CD), alcuni riusciti, altri solo abbozzati, sempre eccessivi. I testi, ammetto la mia colpa, non li ho seguiti, perché non ho voglia di splatter, di sangue e di smembramenti. I pezzi sono talora indovinati, ma esagerati: Brandemburg Gate introduce bene, semplicemente ma bene. The View è il singolo, un originale, cattivo e lucido riuscito mix di Reed e haevy metal. Pumping Blood è brutta, Mistress Dread insopportabile: vorrebbe citare musicalmente dissonanze elettriche dei Velvet che però erano ben altra cosa. Iced Honey un bel rock & roll. Cheat On Me, undici minuti, è ispirato ai Velvet, a cose come Heroin senza però essere Heroin.
Sul secondo CD (neanche Blonde On Blonde o Exile On Main Street hanno avuto bisogno di un secondo CD!) Frustration è lunghissima, ma di un certo pathos. Little Dog è un lento acustico abbellito dagli archi. Lunghissimo. Dragon è solo lunghissimo. Junior Dad, in chiusura, dura venti minuti ma almeno è una canzone, sullo stile di Street Hassle, il brano migliore del lavoro, un rock elettrico lento ben ritmato che scorre sinuoso e va spegnendosi in un crepuscolo di archi.
Quello che a Lulu manca per essere un bel disco sono un po’ di umiltà ed un produttore. Sarebbe stato sufficiente togliere le canzoni brutte, accorciare quelle lunghe e restare nei confini di un solo CD. Ma Lou, si sa, ha un ego smisurato. Ma se Lulu è invece Arte, chi siamo noi per obiettare? Certo, non è il genere di disco che capiti di voler ascoltare spesso (Lou, chi si loda s’imbroda, e l’arte per non diventare onanismo ha bisogno di un pubblico).


Lulu (Blue Bottazzi cut): 
Brandemburg Gate
The View
Iced Honey
Cheat On Me
Junior Dad