mercoledì 23 novembre 2011

Daniele Tenca > Live For The Working Class



Ricordate i Blasters? Quella band incredibile, la band dei fratelli Dalton… Dalvin… Alvin. Phil e Dave Alvin, band di Los Angeles dalle origini rockabilly ma ben presto portabandiera del Rock Americano con la maiuscola, in qualche modo gli eredi dei Creedence dei fratelli Fogerty (di San Francisco). Avete presente i Blasters di No-Fiction, 1983, il loro capolavoro, il disco nato in un'officina grondante grasso? Ecco, mischiatelo con un po' della New Orleans di John Campbell ed un pizzico dello swamp rock di Tony Joe White e avrete il sound di Daniele Tenca, Indiana (Lombardia). Daniele, bella voce profonda, era il frontman dei Badlands. Lo scorso anno ha debuttato con Blues For The Working Class, che ha portato in tour con la Working Class band. Live For The Working Class è il risultato di quel tour, anzi di una data registrata a Milano nel dicembre dello scorso anno.
Il disco è notturno, lucido, muscoloso, elettrico, bluesy. Come un disco dei Blasters. Si apre con l'ululato del loup garou con Cold Confort (una delle belle canzoni uscite dalla penna di Daniele) e segue in una sequenza impressionante con 49 People (dedicata alle vittime del lavoro) e una versione potentissima di Johnny 99 (alla Dave Alvin, da far concorrenza a quella di Johnny Cash, scusate se è poco). Prende fiato con una più lenta Flowers At The Gate da nebbia sul bajou e riprende con una strepitosa versione blues di Red Headed Woman (ancora di Bruce Springsteen) con una gran chitarra elettrica, anzi due. Un intro da bluesman consumato, non c'è che dire.
Poi ancora la Louisiana di John Campbell con Breach In The Levee con l'organo in bell'evidenza, e la sua Factory in blues. Un po' di laid back con He's Working, una ballata con Spare Parts e ci si avvia verso il finale con il classico John Henry che chiude in bellezza nel folk rock alla Seeger sessions.

Un gran bel disco made in Little Italy, che sarebbe grande anche se Daniele Tenca fosse born in the USA. Da ascoltare senz'altro.


lunedì 21 novembre 2011

PNO GTR VOX


Peter Hammill > PNO GTR VOX Live Performances (Fie!)


Se c’è un (grande) musicista che è “altrove” rispetto al mainstream, allo showbiz, ma persino al rock, questo è Peter Hammill. Mi viene in mente solo un altro nome di musicista “imprestato” al nostro secolo ed alla nostra musica solo per caso, ed è quello di Frank Zappa.

“…è probabile che Peter Hammill sia uno dei musicisti e dei cantanti più geniali della musica del XX (e ormai XXI) secolo. La sua produzione discografica è sterminata, considerato che dal 1969 ha prodotto poco più di un album all'anno, fra i dischi a proprio nome e quelli come leader cantante del gruppo progressive Van Der Graaf Generator. Se i dischi con la band sono i più popolari, sia in termini di approccio musicale che di successo, più complicato e tutt'altro che banale è seguire la traccia della sua complessa opera personale, lungo un percorso che ha sempre sperimentato la comunicazione delle emozioni attraverso la voce e canzoni non banali.
La voce viene usata come uno strumento, sfruttato per la sua intera estensione, dai toni più bassi a quelli più acuti, con una teatralità tesa a generare un'atmosfera di pathos, mai banale, anche usando l'iterazione, la ripetizione di parole dal forte impatto emotivo. La musica è melodrammatica ed è subalterna al narrato, seguendo, sottolineando, esaltando il cantato come un moderno Monteverdi”.

PNO GTR VOX è il doppio CD di quest’anno, testimonianza del tour mondiale del 2010, a cui ho avuto la fortuna di assistere e di cui ho raccontato a suo tempo sul blog.

“È evidente che non stiamo assistendo ad un concerto rock. I tasti del pianoforte sono martellati come ad un concerto di musica classica e la voce si modula, si alza e si abbassa, sperimenta toni arditi, riempie con la propria potenza di magnifico strumento tutto la spazio del teatro, mentre il pubblico respira piano. Sperimenta Peter Hammill con il canto, ma non è una sperimentazione musicale fine a sé stessa quanto la ricerca di esprimere le emozioni e i sentimenti dei suoi testi quasi dovessero prendere vita ed esibirsi da sé. Nonostante la complessità oggettiva delle canzoni e del cantato, non c'è ombra di freddezza nella musica di Hammill, anzi, da subito siamo aggrediti dalla marea delle emozioni, dalla forza delle canzoni e dei loro temi, l'amore il dolore la vita la morte…
A ondate dalla schiena mi assalgono i brividi, sono in trance e credo di poter parlare al plurale perché dall'attento silenzio con cui ognuno segue le canzoni di Peter e dagli applausi, che sono liberatorie esplosioni, che segnano gli intervalli è evidente che lo stesso incantesimo ha colpito ognuno degli spettatori in sala”.

PH in concerto per sola voce, accompagnata dal pianoforte oppure dalla chitarra acustica, è probabilmente il modo più vero, essenziale, vergine di testimoniare le sue canzoni. Nessun arrangiamento, nessun belletto, nessuna influenza (prog, new wave, soft) ma solo la sua nuda creazione. Tanto che i pezzi cantati ed ascoltati in questa veste diventano estremamente omogenei, e le differenze di epoca (parecchi decenni) e di “genere” scompaiono di fronte alla nuda anima, che si più che mai contemporanea o per meglio dire fuori dal tempo.

Il disco è registrato in UK ed in Giappone, ed è stato organizzato in un modo originale: mentre PH dal vivo cambia postazione dal pianoforte o alla chitarra ogni tre o quattro canzoni, qui ha messo su un CD tutte le canzoni per piano e sul secondo quelle per chitarra, chiamando i due rispettivi dischi “cosa se avessi dimenticato la mia chitarra?” e “cosa se non ci fosse il piano?”; aggiungendo il valore aggiunto del paradosso (i suoi testi sono così ricchi di giochi di parole da essere difficilmente comprensibili per intero, specie ad uno spettatore italiano) che nel disco dove compare la parola “chitarra” si suona il pianoforte, e viceversa.

C’è almeno un precedente, Typical Solo Performances, registrato nel 1992 ed edito nel 1999, in cui PH registrava un suo concerto acustico per piano e/o chitarra. Più una seconda testimonianza degli show dello stesso anno, In The Passionkirche Berlin 92, per CD o DVD. Non a caso Typical è “tipicamente” citato come il disco preferito di PH dalla gran parte dei suoi fedeli fan.

Rispetto a Typical la scelta dei brani è forse meno orientata ai pezzi più famosi, ma il risultato è parimenti straordinario. Bastano tre o quattro ascolti perché chi conosce PH ami totalmente il disco, non so quanti per i neofiti della sua arte - ma vale assolutamente la pena di provarci; in particolare per chi è già orientato all’ascolto di canzoni di una certa profondità, come, tanto per mettere l’acquolina, a quelle del miglior Nick Cave.

In un altrove (dal rock), a redini basse il miglior disco dell’anno.

Seguire i link per saperne di più.


disc 1 "What if I forgot my guitar?"

1. Easy to Slip Away (da Chameleon in the Shadow of the Night) 
2. Time Heals (da Over) 
3. Don t Tell Me (da Enter K) 
4. Shell (da Skin) 
5. Faculty X (da pH7) 
6. Nothing Comes (da Everyone You Hold) 
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon (da Singularity) 
9. Traintime (da Patience) 
10. Undone (da Thin Air) 
11. The Mercy (da Thin Air) 
12. Stranger Still (da Sitting Targets) 
13. Vision (da Fool's Mate) 


disc 2 "What if there were no piano?"

1. Comfortable (da Patience) 
2. I Will Find You (da Fireships) 
3. Driven (da Clutch) 
4. The Comet, the Course, the Tail (da In Camera) 
5. Shingle Song (da Nadir's Big Chance) 
6. Amnesiac (da X My Heart) 
7. What s it Worth? (da Chameleon...) 
8. Ship of Fools (da Vital) 
9. Slender Threads (da Chameleon…) 
10. Happy Hour (da Enter K) 
11. Stumbled (da Thin Air) 
12. Central Hotel (da Sitting Targets) 
13. Modern (da The Silent Corner and the Empty Stage) 
14. Ophelia (da Sitting Targets) 


P.S.: i testi li trovate qui, mentre una guida alla discografia di Hammill è su PH VDGG

sabato 19 novembre 2011

ancora l'Isola Deserta


Credo di averlo già scritto. Una cosa ho imparato da questi lunghi anni di frequentazione del rock: Sobre el gusto no hay disputa. Sebbene io sia un assertore convinto dell'esistenza del concetto di bello, e di conseguenza di una differenza fra il bello ed il brutto, il buono ed il cattivo, l'alto ed il basso, l'artistico ed il commerciale, quando poi si arriva al dunque è il gusto a farla da padrone. Diceva Frank Zappa che ogni musica ha diritto di esistere se ha un pubblico. Ma, ben inteso, i gusti musicali dipendono anche dal potenziale intellettivo e dalla cultura. Un bimbetto ascolta la canzone del grillo e la formica, ma sarebbe preoccupante se lo facesse anche da adolescente. La musica leggera è per chi non ama la musica o è irrimediabilmente tonto. Ma data per scontata la passione per la musica di per sé e non come tappezzeria di sottofondo, c'è chi la ama jazz, chi folk, chi sperimentale… Io immagino di avere gusti eclettici, non tanto per scelta ma perché mi annoierei a ingollare tutto il giorno tutti i giorni la stessa minestra. Mi emoziono tanto con i dischi di Peter Hammill, Frank Zappa, Soft Machine, Can, quanto con Ian Hunter, Bruce Springsteen, Lou Reed, Muddy Waters, Curtis Mayfield, Ryan Adams fino a De André e Massimo Bubola. Sarà che con il rock & roll ci sono cresciuto, a partire da quel 45 giri di Blue Suede Shoes che aveva mio padre quando ero bambino, e ne ho attraversato le fasi sempre nutrendomi le orecchie, l'anima e la mente. Solo non ascolto la musica di plastica, la muzak patinata che vende milioni di pezzi alle anime incolte. Comunque, dicevo, è anche questione di gusti. Me ne rendo conto quando il mio amico Zambo, che pure ha (in parte) dei gusti affini ai miei, dichiara di prendere per buoni dischi che non mi entusiasmano e viceversa. Quando mi accorgo che Vites si lascia cullare più dalle chitarre acustiche ed io dalle Gibson Les Paul. Quando Fabio Cerbone dichiara il suo amore per alt.country ed io preferirei ascoltare il glam dei Mott The Hoople. A fine anno non ci sono due liste uguali dei propri dischi preferiti; succedeva fino dai tempi in cui al Mucchio Selvaggio ognuno preparava la propria lista, e si mettevano assieme per quella del giornale, ed i lettori scrivevano la loro (ed è la lista dei lettori quella con cui mi trovo spesso più in sintonia). Comunque ho sempre preso questa pluralità per una cosa buona, ognuno faceva la sua parte nell'ascoltare i dischi e tutti assieme facevamo una voce autorevole.
Leggere la lista dei preferiti di un altro potrebbe dunque sembrare una cosa noiosa, ma se si considera che un disco che qualcuno ama qualche cosa di buono deve pur avere, può essere un buon modo per scoprire gemme nascoste che ci erano sfuggite.
Avete presente la famosa lista dei dischi dell'isola deserta? Ogni giorno ne scriverei certamente una diversa. Una volta al vecchio Mucchio ci abbiamo anche fatto un inserto, credo che ai primi posti ci fossero Exile e Blonde On Blonde. Non ci si scappa, i capolavori sono sempre quelli, con Velvet Underground and Nico, Darkness, John Barleycorn, Happy Trails, Sgt Pepper, magari In The Land Of Grey And Pink e Ummagumma. Certo la storia è importante, ma non è detto che poi quello che mettiamo sul piatto davvero sia il disco più importante; non discuto Sgt Pepper o l'album bianco, ma magari io poi preferisco ascoltare la seconda facciata di Abbey Road. Tutti questo pensieri mi ronzavano per la mente mentre rimuginavo il post per i migliori dischi dell'anno, che come d'abitudine pubblicherò sul blog il primo gennaio alle ore 0:01. E intanto mi chiedevo: arrivato a cinquanta virgola anni sono infine capace di nominare i miei dieci dischi dell'isola deserta? Quali sono davvero i dischi che porterei con me in una baita se avessi il piacere sublime di starmene per un paio di mesi fuori dal mondo? Vediamo, ma sinceramente…

I Rolling Stones, non ci piove, sono la mia band preferita da sempre. Magari quando ascolto i King Crimson di Fripp Belew Bruford e Levine penso che i Beatles siano stati più importanti, ma quando sento il ritmo sincopato di Watts Wyman e Richard non ho dubbi su chi io ami di più. A volte (come ora) adoro il loro blues gutturale da garage band degli esordi, altre il beat dorato dell'epoca Brian Jones, oppure il vellutato rock decadente dei '70 di Mick Taylor, ma insomma sempre gli Stones sono. Il disco preferito non ce l'ho: se avessero registrato un disco con Jumpin Jack Flash ed Honky Tonk Women, sarebbe quello - ma non l'hanno fatto. Adoro ogni cosa che hanno inciso da Come On ad Exile. E ci aggiungo anche It's Only R&R e Black & Blue. E in fondo alla classifica anche il patinato Some Girls. Ma nella baita cosa porto? Facciamo The London Years, che son tre CD (e siamo a posto anche con Kinks, Who, Animals, Faces e tutta la british invasion). Che se proprio ho voglia di brit rock un po' più in la, e sono molto vicino a prendere Mott The Hoople Live, me la cavo con il compromesso storico di Pin Ups di David Bowie, la cui energia è inarrestabile e ci sono dentro anche i Them di Van Morrison ed i Pink Floyd di Syd Barrett.

John Barleycorn dei Traffic ogni volta che lo ascolto penso che sia lo zenit del rock britannico. E Rock'n'roll Animal di Lou Reed, con la chitarra di Steve Hunter, quello del rock americano. Di Bob Dylan? Dilemma. Il capolavoro dei sixties, Blonde On Blonde, oppure un disco spumeggiante come The Basement Tapes con la Band? O magari lo ieratico Slow Train Coming con i Dire Straits, o un disco rilassato R&B come Street Legal? Ho deciso, prendo il teso, lucido, essenziale, perfetto Blood On The Tracks. E Springsteen? The River, New York City 1980. Van Morrison: l'eterno dilemma fra Astral Weeks e Moondance. Metto in borsa Moondance: la prima facciata più perfetta del rock.
Di Grateful Dead e Jefferson Airplane non prendo niente? No, ma metto nello zaino il mitico Happy Trails dei Quicksilver Messenger Service, la voce degli dei.
Chitarre. Chi è il mio chitarrista preferito? Per anni avrei risposto Eric Clapton, BB King e Mark Knopfler; non perché siano i più virtuosi, ma perché sanno far cantare la voce della loro chitarra come nessun altro. Ma oggi se devo mettere un disco di chitarre, metto Shut Up And Play Your Guitar di Frank Zappa. Che anche questi sono tre CD, di una musica coinvolgente ed intelligente al tempo stesso. E parlando di Frank, come non pensare al folle Capitain Beffheart ed all'irrinunciabile (per me) Bongo Fury? Mettiamo il Capitano o mettiamo Tom Waits? E se è Waits, mettiamo Swordfishtrombones o Rain Dogs o Franks Wild Years o invece il notturno The Heart Of Saturday Night? Siccome nella baita ci vado io il disco lo scelgo io, e vi sorprendo con un Foreign Affairs dal vivo in studio per voce (rauca), piano, tromba e orchestra e la straordinaria Bette Midler come ospite. Non tutto il disco mantiene lo stesso livello, ma l'intro di Cindy's Waltz, la poesia di Muriel, il duetto di I Never Talk To Strangers e l'attacco di tromba di Jack & Neal valgono tutta la carriera di Waits.
A proposito di  BB King, un disco di blues per tutti. È possibile fare una scelta fra BB King, Muddy Waters, Elmore James, Howlin' Wolf? Ed il brit blues, ed i capolavori di John Mayall? Sono molto tentato dal grezzo London Sessions di Howlin' Wolf con gli Stones (e Ringo e Clapton), e I'm Ready di Muddy Waters con Johnny Winter. Ma alla fine ho già i Rolling Stones.
Vuoi non portare Allman Brothers Band e Little Feat? Posso cambiare le regole? Posso fare che oltre ai dieci dischi dell'isola deserta posso portare anche i dieci dischi dal vivo dell'isola deserta? Ecco dove mettere At Fillmore, Waiting For Columbus e già che ci siamo anche Live Bullett.
Un po' di musica progressiva. Come rinunciare a Nine Feet Underground dei Caravan, Moon In June dei Soft Machine, Close To The Edge degli Yes, o anche cosine minori, magari canzoncine come Vitamin C o Come Sta La Luna dei Can? O magari lo sgangherato ebbro prog-folk di Aqualung di Jethro Tull, la precisione sinfonica dei King Crimson di In The Court o la danza felliniana di Lizard, la storia di The Lamb Lies Down On Broadway dei Genesis di Peter Gabriel, i primi tre dischi di Mike Oldfield, l'elettronica tedesca? Prendo un disco considerato meno di tutti quelli citati, l'onirico Atom Heart Mother, che ha dentro ancora il flower power e tutto il sapore del 1970 nelle ballate della seconda facciata. E la copertina hippie con le mucche.
Un disco italiano. Ovviamente degli anni settanta. La Milano del diesel di Eugenio Finardi o la Napoli di Napoli Centrale o la promessa di Alan Sorrenti di Aria? Rimmel di Francesco de Gregori, oppure la meraviglia fiabesca di Photos Of Ghost della PFM o Banco del BMS? Facciamo che prendo a sorpresa Anima Latina di Lucio Battisti, il genio del pop nazionale che è riuscito a sintetizzare qui una musica italiana di cui nessuno ha saputo seguire le tracce.
Siamo a dodici ed abbiamo lasciato fuori metà abbondante della musica rock. E tutta la musica soul. E il reggae. La fusion. E la new wave. Clash. Mink DeVille. Talking Heads. Patti Smith Horses. Il rock & roll di Chuck Berry, Little Richard e gli altri.
Ok, mentre esco di casa con lo zaino carico per l'isola deserta, cambio tutto: lascio i "dieci dischi" troppo importanti e li sostituisco di getto con i dieci outsider più divertenti. Fleshtones: Roman Gods, Lee Fardon: The God Given Right, Animals: Before We Were So Rudely Interrupted, Ry Cooder: Bop Till You Drop, John Hiatt: Bring The Family, Willy Nile omonimo, Tonio K: Life In The Foodchain, Garland Jeffreys: Boys and Girls, George Thorogood: Move It On Over, Tom Petty: Damn The Torpedoes.

I dieci dischi dal vivo. I migliori: Winterland 78 di Bruce Springsteen, At Fillmore East degli Allman Brothers Band, Absolutely Live dei Doors, Waiting For Columbus dei Little Feat, Live Bullet di Bob Seger and the Silver Bullet Band. Live Dead dei Grateful Dead. Stupidity dei Dr. Feelgood. It's Too Late To Stop Now di Van Morrison. Typical di Peter Hammill. Greatest Hits (Live) di Little Richard. Rock'n'roll Animal di Lou Reed. Jazz Blues Fusion di John Mayall (eccolo Mayall!).
E parlando di concerti, avete mai sentito Live In Japan delle Runaways o At Budokan dei Cheap Trick?

Chi manca ancora? Dire Straits, Warren Zevon (alla fine il mio preferito è il malinconico Bad Luck Streak In Dancing School), Blasters (No-Fiction), Danny & Dusty, Green On Red, John Cougar Mellencamp (Scarecrow), Del Fuegos: Boston, Joan Armatrading, Joe Ely, Steve Earle, Los Lobos, X, John Fahey… mi arrendo, zaino troppo pesante, decisamente…

I vostri?

lunedì 14 novembre 2011

Pink Floyd > Wish You Were Here (experience edition)


Nell'autunno del 1975, diciassettenne, entravo in un negozio di dischi (Club 33) con 4500 lire in tasca; il commesso era impegnatissimo ad estrarre da uno scatolone copie di un disco coperto da una plastica nera come quella dei sacchetti dell'immondizia, per distribuirli ad un pubblico praticamente in fila per l'acquisto. Assieme al disco ti metteva in mano anche un adesivo che nei programmi avrebbe dovuto incollare sulla plastica nera, ma non ne aveva il tempo. Arrivato a casa, aperta la plastica con la massima cura per non sciuparla, era tutt'uno sfilare il vinile, metterlo sul piatto e appoggiare la puntina sul primo solco. Giungeva da lontano un suono fluido d'organo che andava via via caricandosi fino al liberatorio assolo della Fender. Un incipit ascoltato un migliaio di volte per quello che sarebbe stato il disco più gettonato di quel finale d'anno. Sul brano Welcome To The Machine il disco saltava impercettibilmente perché era troppo lungo per poter essere stampato correttamente; essendo il brano più scadente del disco era un difetto sopportabile. Qualche anno prima forse neanche sarebbe stato possibile trovare un disco dei Pink Floyd in quel negozio mentre quel giorno non avevano copie a sufficienza per i clienti, a causa del successo planetario del precedente The Dark Side Of The Moon e dell'uscita (nei cinema d'essai) di Pink Floyd At Pompei.
Dissolvenza in nero. Nel novembre del 2011 apro la piccola confezione di cartone singolarmente bella per essere di un compact disc, salgo in auto, infilo il dischetto nell'autoradio dirigendomi verso la campagna per ascoltarlo, come faccio quando escono dischi nuovi che per me hanno un significato speciale. Di nuovo i diffusori trasmettono l'intro teso d'organo, poi la chitarra fluida di Gilmour; quando arriva però il breve assolo di Wright accade qualche cosa di imprevisto: le note, per qualche istante, non seguono la conosciuta sequenza un po' sintetica ma tremolano nel raga indiana ben noto ai fan di Ummagumma; il giro classico del grande Richard Wright cosmico che abbiamo amato. Si tratta ancora di Shine On You Crazy Diamond, ma non nella versione in studio del '75, bensì in quella mitica registrata in concerto nel 1974 a Wembley e resa nota dai bootleg. E come nei bootleg, due dei brani si intitolano Raving And Drooling e You've Got To Be Crazy. Come Shine On You erano brani inediti quando i Pink Floyd li suonarono in concerto; all'epoca non era ancora tutto music biz per la band, e si potevano abitualmente permettere di suonare brani inediti e improvvisazioni; non erano ancora i PF superstar inchiodati musicalmente dalla sincronia con gli effetti visivi ed i filmati proiettati sul palco. Sia Ravin' che Crazy erano brani molto belli, più di quelli che sarebbero poi apparsi effettivamente su Wish You Were Here, il disco del '75. Qualche hanno dopo Waters, a cui stavano cominciando a fondere le valvole, avrebbe riscritto i testi dei due brani ed inventato un concept intitolato Animals, basato sulla metafora sociale di Cani, Pecore e Maiali (probabilmente ispirandosi al conterraneo George Orwell). Sfortuna volle che i quattro disponessero in quella occasione di uno studio di proprietà, e che il piacere di suonare assieme cominciasse a sfumar loro, così da registrare gran parte di quel disco in sovraincisioni separate e con un eccesso di suono lussuoso e patinato. Oggi alle versioni originali viene resa giustizia dal secondo CD della versione "experience" della lussuosa ristampa di Wish You Were Here. Siccome il resto dello show era costituito da The Dark Side Of The Moon, si trova oggi sul secondo CD dell'analoga ristampa, mentre questo CD è completato dall'incipit di Shine così come era stato concepito in un abortito progetto sperimentale intitolato Household Objects in cui i Floyd cercavano di creare suoni son oggetti quotidiani come bicchieri ed elastici. I suoni realizzati finirono fra gli effetti di Wish You Were Here, in particolare in questo incipit i bicchieri. Poi una versione di Have A Cigar cantata da Gilmour (nella versione originale la voce era prestata dall'amico Roy Harper, ma questa versione è più bella perché decisamente più floydiana), ed infine l'acustica Wish You Were Here (forse il brano più coverizzato della band) con un inedito violino di Stéphane Grappelli.
Non so che effetto possa fare la musica dei Pink Floyd "tardo cosmici" alle orecchie di oggi, di chi non li abbia mai uditi. Certo è che il disco rimane molto bello dopo tanto tempo, e la parte migliore è proprio il rabbocco live. Non è un caso che Shine On You sia stato di recente suonato anche da Gov't Mule e da Grateful Dead (ok, sempre di Warren Haynes si tratta). Di certo è che negli anni sessanta e settanta (e ottanta) si registravano dischi più longevi che di questi tempi.
I bootleg lo testimoniano: le cose più belle i Pink Floyd dopo Barrett le hanno realizzate dal vivo in concerto. Sarebbe molto bello che saltassero fuori i nastri degli show degli anni di Ummagumma, Atom Heart Mother e Meddle. Per ora non sono ufficialmente previsti, ma a questo punto la speranza è lecita.

sabato 12 novembre 2011

Tom Waits > Bad As Me



Tom Waits rappresenta per me qualche cosa di più di uno dei miei artisti preferiti: Waits è per me un padrino. Fu Blue Valentine il primo pezzo che scrissi per Il Mucchio Selvaggio, nel lontano 1979. E da dove viene il nickname che mi sono scelto per scrivere i miei pezzi? Proprio dalla copertina di quel disco che tanto assomigliava alla locandina di un romantico film di Francis Ford Coppola. Ho amato il Tom Waits pianista di piano bar fumosi testimoniato nel doppio live Nighthawks At The Diner. Ho amato con identificazione il songwriter poetico di The Heart Of The Saturday Night. Ho amato il rambler alcolizzato di Foreign Affairs, e quello in technicolor di Blue Valentine e Heart Attack And Vine. Ho seguito con amore il Waits influenzato da Don Van Vliet "Capt Beefheart" di Swordfishtrombones, quello creativo di Rain Dogs, quello teatrale ed insuperabile dell'operachi romantico di Frank's Wild Years e Big Time. Fino alla perfezione testimoniata dalla perfetta cover di una canzoncina come Sea Of Love, trasformata in capolavoro per l'omonimo film con Al Pacino. Poi per un paio di decenni ho perso un po' la sintonia con l'uomo, incrociandone la strada solo occasionalmente per qualche bella canzone qua e la, come la Trampled Rose cantata con cupa magia da Alison Krauss.
Il disco di quest'anno, Bad As Me, il primo lavoro nuovo da un lustro, è stato accolto bene dalla stampa e dai fan, più che altro perché invece di rumori, rutti e scoregge contiene di nuovo canzoni. Non posso tirarmi indietro neppure io: il disco è compatto, energico, ben suonato, una piccola macchina da guerra con i brillantini di Hollywood.
Ma dove sono le canzoni prodigiose, le sfumature romantiche, i magici tocchi strumentali? Niente di tutto questo: Bad As Me testimonia grande mestiere e grande personalità, ma senza scomodare la poesia. Waits suona da mestierante consumato, ma non si impegna a raccontarsi, fa a meno della poesia, rinuncia a sperimentare. Si limita ad esibire i muscoli. Nella mia collezione di dischi, un Waits piacevole ma minore; però anche il primo apprezzabile da molto molto tempo. A chi il disco piace il mio consiglio è di non perdersi nessuno dei titoli citati in apertura di questa breve recensione. E a chi conosce pure tutti quei titoli, propongo allora un altro deal; di provare ad ascoltare (non dico acquistare, che poi potreste volere da me il rimborso) un vecchio disco del 1975, Bongo Fury di Captain Beefheart (con Frank Zappa). Il fratello disadattato di Waits.