lunedì 22 agosto 2011

Asbury Park #3


Ancora un post a completamento dell'epopea delle cover dei brani dei primi anni sessanta eseguite dalle band del Jersey Shore. Non so quali canzoni suonasse Bruce Springsteen nei locali, ma qui ho raccolto alcune delle cover eseguite dalla E Street Band, che Bruce ha scherzosamente definito: "la più grande bar band al mondo!". Ho cercato di concentrarmi sul repertorio originale, quello suonato negli anni settanta ed ottanta, ed ho escluso i pezzi eseguiti in varie occasioni in duetto con altri artisti (per esempio, Helpless con Neil Young) perché non attinenti. Queste sono infatti le canzoni che il giovane Bruce, o almeno il suo pubblico, amava ascoltare. Le canzoni dello shore sound. Potete aggiungerne altre nei commenti.

  folk
Auld Lang Syne (trad for new year)
On Top Of Old Smokey (trad; Pete Seeger)
This Land Is Your Land, Vigilante Man (Woody Guthrie)
I’m So Lonesome I Could Cry (Hank Williams, Johnny Cash, Nick Cave)
CC Rider (trad)
Satan Jewel Crown (trad)
Ring Of Fire (Johnny Cash)
Santa Claus Is Coming To Town, Merry Christmas Baby

  rock & roll
All Shook Up, Can’t Help Falling In Love, Follow That Dream, Viva Las Vegas, Jailhouse Rock, Heartbreak Hotel (Elvis Presley)
No Money Down (Chuck Berry)
Jenny Jenny, Good Golly Miss Molly (Little Richards, Mitch Ryder)
Have Love Will Travel (Richard Berry)
Wooly Bully (Sam the Sham and the Pharaohs )
I Fought the Law (Bobby Fuller)
Twist and Shout (Isley Brothers, Beatles)
Do You Love Me (Contours, Dave Clark Five, Hollies)
Let It Be Me (Everly Brothers)
Crying, Lonely Teardrops (Roy Orbison)
The Wanderer (Dion)
Little Latin Lupe Lu, Devil With The Blue Dress On (Mitch Ryder)
Good Loving (Young Rascals)
Mountain Of Love (Johnny Rivers)
Midnight Special (trad, Johnny Rivers, CCR)
Quarter To Three (Gary US Bonds)
Seven Nights To Rock (Mull Mullican)
When You Walk In The Room (Jackie DeShannon)
Mona (Bo Diddley)

  soul
Boom Boom (John Lee Hooker)
In The Midnight Hour, Ninety-nine and a Half (Wilson Pickett)
Havin’ A Party, A Change Is Gonna Come (Sam Cooke)
It’s All Right (Curtis Mayfield)
Sweet Soul Music (Sam & Dave, James Brown, Ike and Tina Turner)
Raise Your Hand (Eddie Floyd)
Save The Last Dance For Me (Drifters)
Higher and Higher (Jackie Wilson)
Many Rivers To Cross, Trapped, Time Will Tell (Jimmy Cliff)
War (Temptations, Edwin Starr)
The She Kissed Me (The Crystals)
Jole Blon (cajun)
Don't Let Me Be Misunderstood (Nina Simone, Animals)
A Satisfied Man (Ella Fitzgerald, Byrds, John Martyn, Tim Hardin, Johnny Cash, Bob Dylan, Joan Baez, Rosanne Cash, Willie Nelson, Lucinda Williams, Walkabouts)
Get Up Stand Up (Bob Marley)

  rock
Ballad Of Easy Rider, Chimes Of Freedom (Byrds)
Who’ll Stop The Rain, Run Through The Jungle (CCR)
Satisfaction, Street Fighting Man, The Last Time (Rolling Stones)
Rocking All Over The World (John Fogerty)
Drift Away (John Henry Kurtz, Dobie Gray)
Crazy Love (Van Morrison)
Ramblin Gamblin Man (Bob Seger)
Across The Borderline (Ry Cooder)
Jersey Girl (Tom Waits)
Just Like A Woman, One Of Us Must Know (Bob Dylan)
Settle For Love (Joe Ely)
Stay (Jackson Browne, Maurice Williams)
London Calling (Clash)

Quello riportato fra parentesi non è il nome dell'autore, ma del musicista che ne ha realizzato la versione più famosa o significativa, o comunque la versione che probabilmente è stata ascoltata da Bruce & friends...

lunedì 15 agosto 2011

Britannica



Lo tsunami del punk prese le mosse a Londra sulla fine del 1976. Nel novembre di quell'anno i Sex Pistols pubblicarono il loro singolo per la EMI, Anarchy In The UK, mentre un mese prima i Damned avevano dato alle stampe per la Stiff il singolo New Rose, prodotto da Nick Lowe. Il pubblico  del rock, alle prese con le braci ormai fredde della musica progressive, del fusion, del glam o della west coast, fu colto di sorpresa dall’irresistibile energia generata dalla nuova ondata, e se ne lasciò contagiare buttando alle ortiche i vecchi dischi. Fu un colpo mortale per tutta una scena musicale che, come sessanta milioni di anni prima i dinosauri, scomparve da un giorno all’altro per essere (temporaneamente) sostituita da una rivoluzionaria scena musicale.
I Beatles del punk furono i Sex Pistols, e tanto il loro look quanto la violenza musicale del loro show rappresentarono un'ispirazione per le altre band, come i Clash, messi assieme da un Joe Strummer folgorato da un loro show. Ma l'ambiente da cui il punk e la new wave presero le mosse, quello dei piccoli club come alternativa agli stadi e alle arene, quell'ambiente era stato forgiato dalla vivace scena musicale underground della prima metà degli anni settanta a cui fu affibiato il nome di Pub Rock dall'abitudine dei gruppi di esibirsi in pub vittoriani spaziosi e frequentati come l'Hope and Anchor. In precedenza la musica che si ascoltava in questi locali era il folk acustico oppure il jazz; esattamente la stessa situazione di una decina di anni prima ai vagiti della scena R&B londinese di Rolling Stones, Animals, Yardbirds e compagnia. Si racconta che la prima band pub rock fu un gruppo country americano, gli Eggs Over Easy, che arrivati per un tour inglese rimasero invece come gruppo fisso di un pub a nord di Regents Park, il Tally Ho. Gli Eggs Over Easy non ebbero mai la soddisfazione di un successo discografico ma conobbero una forte popolarità locale presso i frequentatori del pub, di cui presto fecero parte anche i membri di una band inglese la cui leggenda superava di molto il successo, i Brinsley Schwarz di Nick Lowe e Ian Gomm. I BS iniziarono a dividere il palco con gli Eggs, richiamando altro pubblico ed altri musicisti che finirono per allargare la cerchia agli altri grandi pub della zona. I BS erano (stati) un gruppo di talento lanciati con enfasi a suo tempo dalla casa discografica, la Capitol, che addirittura pensò di farli esordire pubblicamente al Fillmore East di NYC in apertura a Van Morrison e QuickSilver Messenger Service (dischi recenti: Moondance e Happy Trails, per capirsi) e trasbordando i giornalisti musicali inglesi, allora piuttosto potenti, in aereo appositamente per l'occasione. Stiamo parlando dell'anno di grazia 1970, quando la globalizzazione era di la da venire ed il mondo era enormemente più vasto di oggi. Il gruppo non ebbe successo, ma continuò per diversi anni ad incidere dischi ed a suonare nella scena Pub, guadagnandosi, come accennato, un alone leggendario con il proprio rock energico ispirato fortemente alla Band di Robbie Robertson, Levon Helm, Ricky Danko e compagnia. Quando i BS nel 1975 si sciolsero i tempi erano ormai quasi maturi per la new wave. Lowe e Gomm furono presi sotto contratto dalla neonata Stiff Records di Jake Riviera, ed il primo ebbe anni di successo come musicista e come produttore nella nuova eccitante scena musicale. La maggior parte dei gruppi Pub Rock si rifaceva musicalmente ai primi selvaggi passi nel blues revival di band come i Rolling Stones di Mick Jagger, Brian Jones, Keith Richards e Ian Stewart: gruppi come Dr Feelgood, Ducks Deluxe, Kilburn And The High Roads, Eddie & The Hot Rods.


I più amati e probabilmente i migliori del mazzo furono gli scatenati Dr Feelgood del cantante Lee Brillaux e del chitarrista Wilko Johnson. Originari tutti di Canvey Island nell'Essex (celebrata con la band nel film Oil City Confidential di Julian Temple) si ispirarono pesantemente: Lee agli stessi 45 giri R&B che piacevano anche a Jagger e Richards, Wilko al suono di chitarra di un gruppo chiamato Johnny Kid & The Pirates, quello dell'hit Shakin All Over (celebrato anche da David Bowie su Pin Ups). Racconta Wilko che fu il tentativo infruttuoso di imitare il chitarrista dei Pirates che lo portò ad inventare l' originale ed entusiasmante suono della sua chitarre ritmica elettrica, che costituì la colonna portante del sound dei Feelgood. Wilko era anche l'autore delle canzoni: straordinarie, pezzi dallo scatto a serramanico come Roxette, She Does It Right, Keep It Out Of Sight, Back In The Night, Going Back Home. I quattro avevano uno stile che avrebbe ispirato anche gli altri gruppi pub rock ed infine la grinta dello show dei Sex Pistols. I Feelgood vestivano come teppistelli londinesi, con jeans a gamba d'elefante, camice sporche, giacche consunte, scarpe dalla grossa suola (alla dr Martens). Lee cantava immobile sul palco con una grinta da alticcio al pub pulendosi la bocca con il doso della mano e accompagnandosi con l'armonica a bocca come un bluesman consumato, mentre Wilko sembrava preso dal ballo di San Vito, spendendo tutto lo show a muoversi avanti ed indietro, a destra e sinistra per il palco con i movimenti meccanici di un folle robot, usando la Fender come un fucile puntato contro il pubblico. Il bassista John B Sparks sembrava uno di quei bulli inglesi malvestiti con i basettoni, di cui avresti paura ad incrociare lo sguardo in un pub, ed il batterista infine con quella sua aria da Blues Brother ante litteram si era conquistato il soprannome di The Big Figure.
Il brit blues dei Feelgood, recupera le sonorità selvagge, scatenate e gutturali del blues elettrico delle origini così come era suonato negli afosi locali di Chicago, senza il filtro del produttore discografico che lo registrava per il pubblico di Perry Como. O se preferite il blues elettrico come era suonato dai Rolling Stones al Crawdaddy. Dopo due album asciutti ed essenziali, mono ed in bianco e nero, trovatisi imbarazzati sul materiale da scrivere per il terzo disco, decisero di cavarsela pubblicando un concerto dal vivo del 1975 che evidentemente deve essere stato epocale perché da esso nel tempo sono anche stati estratti un film e innumerevoli brani extra ripescati negli anni successivi. Il disco uscì alla fine del 1976, in giorni ormai maturi per il nuovo rock, ed esordì al primo posto della classifica inglese garantendo alla band un posto imperituro nell'olimpo del rock britannico. Comprendeva tutti gli hit dei dischi precedenti assieme ad una manciata di blues e rock & roll, da Howlin Wolf a Chuck Berry. Colpì il pubblico come un'illuminazione, e di quel pubblico facevo parte anch'io; acquistai Stupidity (questo è il nome del live) a Londra nell'estate del 1977, la stessa dei Pistols, e mi convertii definitivamente alla new wave che da allora è il mio genere preferito. Sembrava ovvio in quei giorni che i Feelgood fossero destinati a diventare nuovi Stones (ma gli stessi originali Jagger & Richards nei giorni della new wave registrarono il loro ultimo buon disco, Some Girls). Invece eravamo già giunti all'epilogo. Partiti per una sofferta tournée americana, Wilko Johnson cominciò per qualche motivo ad estraniarsi dal resto della band; quando tornarono in studio per il primo disco dopo il successo, si accesero gli attriti fra lui, che era l'autore del materiale oltre che il marchio registrato del suono del gruppo, e Lee Brilleux, che era il front man ed il leader indiscusso per gli altri componenti della band. Alla fine delle registrazioni, tese e piuttosto deludenti, Wilko gettò dalla finestra il futuro di tutti e quattro abbandonando il gruppo. Forse era finita l'ispirazione ed i Feelgood avevano già semplicemente suonato tutta la meravigliosa musica di cui erano capaci; a differenza degli Stones non riuscirono ad inventarsi una seconda fase. Per Wilko fu un suicidio artistico: mise assieme senza successo un nuovo gruppo, i Solid Senders, poi divenne session man con i Blockheads di Ian Dury ed infine intraprese una carriera solista sul viale del tramonto. Gli altri tre lo rimpiazzarono con un nuovo chitarrista, trovato prima in Gypie Mayo, poi in Johnny Guitar, ma la disperazione di Lee è ben racchiusa nella sua frase: "io so cantare, ma non sono capace di scrivere le mie canzoni!". Registrarono un disco prodotto da Nick Lowe, piazzarono nelle parti alte della classifica uno scialbo 45 giri Milk & Alchool, ma un po' alla volta furono riassorbiti dall'anonimato. Bassista e batterista alla fine lasciarono, mentre il destino di Lee sarebbe stato crudele ma tale da scrivere il suo nome nella leggenda; morì a 41 anni di linfoma mentre ancora era considerato il padrino della scena pub, unico sopravvissuto di una band che ancora usava esibirsi all'Hope & Anchor. Anzi, la band sopravvisse persino a Lee ed ancora oggi ogni anno si celebra uno show in sua memoria a cui prendono parte molti dei musicisti che hanno attraversato la storia dei Dr Feelgood.


Uno degli artisti preferiti di Lee Brilleaux era Mickey Jupp, un gallese del ’44 che scrisse per la band “Down At The Doctors”. Songwriter di grande talento, Jupp era la versione britannica di quegli educati rock & roller americani della seconda ondata, quelli che negli anni sessanta aveva sostituito i maledetti Elvis e Jerry Lee. Rossiccio con il ciuffo rocker d'ordinanza e un modo di muoversi da entertainer, fra Gibson e pianoforte, che probabilmente fu ciò che gli negò il successo di un pubblico in cerca di qualcosa di più trasgressivo in cui potersi identificare. Jupp aveva il dono di saper scrivere ottime canzoni, ispirate al rock americano del sud, ma anche ai Beach Boys e alle ballate britanniche. Fu on the road dagli anni sessanta, e per qualche anno scomparve anche dalla scena, pare per scontare un periodo di detenzione in galera. Spesso nel r&r chi ha l’aspetto da bravo ragazzo è un tipo più pericoloso di chi si atteggia a teppista. Nel 1969 Jupp mise assieme una band dal nome Legend, che non conobbe mai il successo ma entrò nel mito, nella “leggenda” degli appassionati di pub rock. I Legend registrarono un omonimo disco semiacustico di belle canzoni ma che difettava di aggressività. Jupp sciolse la band, la riformò e registrò un secondo disco, questa volta elettrico, con grandi canzoni. Il titolo? Per la seconda volta Legend, che per i fan divenne Red Boots, dall'immagine degli stivaletti rossi da tamarro sulla copertina. In epoca di progressive e di glam rock il disco non ebbe successo e la band fu sciolta; qualche anno dopo quando Jupp tornò ad incidere alla corte di Nick Lowe assemblò un'antologia della vecchia band, intitolandola... Legend. Tre su tre. Recuperato dai Dr. Feelgood e presentato alla Stiff Records, incise Juppanese, un disco molto bello di rock & roll tanto malinconico ed evocativo quanto potente, sullo stile degli album del periodo Legend ma con il sapore extra del lucido suono della new wave. La prima facciata fu registrata con Nick Lowe e la seconda con i Procol Harum, suoi amici e fan.
Per molti versi affine a Jupp fu il chitarrista Dave Edmunds, un altro gallese del ’44. Allo stesso modo di Jupp, Edmunds fu influenzato dai rocker americani dei primi anni sessanta, quelli di American Graffiti: da Duane Eddy agli Everly Brothers, da Johnny Cash ai Ventures. Edmunds non aveva il talento di songwriter di Jupp, ma fu maggiormente apprezzato dalle classifiche. Nel 1968 arrivò al quinto posto dei 45 giri inglesi (con la sua band, i Love Sculpture) con uno strumentale per chitarra ispirato ad un brano di musica classica, Sabre Dance. Subito dopo fece il primo posto con una cover di I Hear You Knocking. Un LP del 1972 dal titolo Rockpile accese la fantasia di Nick Lowe dei Brinsley Schwarz, che con l’arrivo della new wave mise assieme proprio con Edmunds un gruppo che battezzò con il nome di Rockpile. Però Edmunds aveva firmato un contratto con la Swan Song dei Led Zeppelin, mentre Lowe era diventato il padrino del nuovo rock inglese, in-house producer della Stiff Records, e poi di Radar ed F-Beat, e per il mercato americano aveva firmato niente meno che con la Columbia Records. Come risultato la band poteva vivere solo nel live show, mentre le incisioni erano ripartite fra gli album solisti a nome dell’uno e dell’altro. Nick Lowe ebbe un successo internazionale con I Love The Sound Of Breakin’ Glass dall’album Jesus Of Cool (il Gesù dei fighi, 1978, ribattezzato nei puritani USA Pure Pop For Now People, puro pop per gente moderna). Nel 1979 realizzò Labour Of Lust, lavoro di libidine, il più perfetto dei dischi dei Rockpile, una lucida ricapitolazione di dove avrebbe dovuto dirigersi il beat degli anni sessanta se non avesse preso la strada della psichedelia della Summer Of Love. Di Dave Edmunds tre dischi furono registrati con i Rockpile, Get It - Trax On Wax - Repeat When Necessary (1977-78-79) che gli procurarono qualche hit fra i 45 giri, come Girl’s Talk di Elvis Costello. Quando infine nel 1980 la band fu libera di registrare a proprio nome, l’album Seconds Of Pleasure dimostrò che il piacere di suonare assieme era ormai svanito, e il gruppo si sciolse. Lowe ed Edmunds resteranno amici collaborando ancora occasionalmente negli anni a venire.


Il vero compagno di merende di Lowe in quel vivace finire di anni settanta fu però Elvis Costello, un ragazzo londinese del 1954 che filtrava rock & roll con un piglio intellettuale, come nelle storie migliori. Lowe e Costello ebbero un sacco da divertirsi in quegli anni: giocavano a rifare il rock & roll di Buddy Holly, i Beatles, il rithm & blues di Stax e Motown, registravano dischi tanto per etichette indipendenti che per la Columbia Records, davano alle stampe 45 giri che non includevano nei 33, cambiavano l’ordine delle canzoni sui dischi inglesi ed americani, come facevano Beatles e Rolling Stones all’inizio della carriera, cantavano cover di altri artisti e scrivevano per altri canzoni proprie. Andarono assieme (come Beatles e Rolling Stones) alla conquista dell’America e Lowe divenne niente meno che il genero di Johnny Cash sposandone la figlioccia Carlene Carter (figlia di June Carter, la cantante sposa di Cash) e Costello incise un paio di dischi country alla corte dell’imperatore della country music. Un’avventura da rivivere musicalmente rintracciando i dischi di quegli anni. Oltre a quelli citati di Lowe, di Costello almeno i primi due My Aim Is True e This Year’s Model (77 e 78, entrambi prodotti da Lowe - soprattutto il secondo), qualche antologia e a parer mio anche King Of America. In realtà tutti i dischi di Costello hanno un loro fascino, ma procedendo con gli anni la concentrazione di spare parts è andata aumentando a danno dei picchi di qualità, sempre meno e sempre più annoiati. Uno dei miei dischi preferiti di Costello è sempre stato Taking Liberties, compilation del 1980 per il mercato USA, perché fotografa il passaggio dal rock tosto con gli Attractions di This Year’s Model (No Action, The Beat, Pump It Up, Chelsea, Lipstick Vogue) al pop più folle ed obliquo di Girls Talk, Talking In The Dark, Tiny Steps. La versione inglese dell’album è Ten Bloody Marys & Ten How's Your Fathers.


Nick Lowe proveniva dai Brisley Schwarz. Un altro BS fu Ian Gomm, che pure mise a segno un paio di album in epoca di new wave. Il resto della band, vale a dire Brinsley Schwarz alla chitarra e Bob Andrews alle tastiere, si unì a Martin Belmont (chitarra) proveniente dai Ducks Deluxe e a Andrew Bodnar (basso) e Stephen Goulding (batteria) dai Bontempz Roulez, per mettere assieme uno dei più energici e capaci ensemble della scena britannica, i Rumour (forse dal titolo di una canzone di The Band). Se già i Brisnley Schwarz erano stati accostati al suono della Band, lo stesso avvenne per The Rumour, con l’aggravante di accompagnare quello che per un po’ fu considerato il Bob Dylan d’Albione (oltre che il Van Morrison ed il Bruce Springsteen): Graham Parker.
Graham Parker era un ex benzinaio che indossava maglie a girocollo, occhiali scuri imitazione di Ray-Ban e cantava il Rithm & Blues. Il suo primo disco fu Howlin’ Wind nel 1976, che comprende Between You And Me, una magnifica ballata registrata come demo trasmesso ripetutamente dalla radio fino a procurare al cantante un contratto con l’etichetta progressiva Vertigo. L’album conteneva metà del repertorio classico di Parker; l’altra metà si trova su Heat Treatment, un potente disco di R&B e fiati prodotto nello stesso anno da Nick Lowe. In quell’album c’era il marchio della new wave, ma sopratutto c’era il soul di Stax e Motown, c’era l’energia di Van Morrison, c’erano le ballate del pub inglese. Per tutto il resto degli anni settanta la musica di Graham Parker & The Rumour fu una cuccagna, con la “NYC serenade” di Stick To Me, che fu accostato allo Sprinsgteen, di E Street Shuffle con torride ballate romantiche come The Heat In Harlem e Watch The Moon Come Down e danze elettriche come New York Shuffle e I’m Gonna Tear Your Playhouse Down. Poi il doppio live di Parkerilla, che faceva il riassunto di tutto; infine il successo del rock serramanico di Squeezing Out Sparks, che rinunciava ai fiati a favore di un muro di chitarre elettriche. Nel frattempo anche i Rumour trovavano il tempo di realizzare piccoli gioielli tutti inglesi, forse troppo raffinati per il grande pubblico: Max, Frogs Sprouts Clogs and Krauts e Purity Of Essence (una citazione da Stanley Kubrick). Raggiunto l’obiettivo del successo, il carattere difficile di G Parker contribuì a provocare la separazione con i Rumour, che si spostarono negli USA per accompagnare Garland Jeffreys, grandissimo ma pigro rocker di Brooklin, per un album live (Rock n Roll Adult - un titolo che è un omaggio a Lou Reed), dopo di che si separarono. Senza il supporto dei Rumour, Parker ebbe uno sbandamento con qualche disco minore, anche se fini che ottenne le migliori vendite della sua vita con l’album peggiore, Steady Nerves del 1985 per la Elektra, in virtù di un singolo, Wake Up (Next To You), un lentone che si avvaleva del grande assolo di sax di quel Louis Cortelezzi dei Mink DeVille. Parker conobbe il secondo picco artistico con una deliziosa serie di album a partire dal 1988, The Mona Lisa’s Sister (di nuovo con il vecchio compagno il chitarrista Brinsley Schwarz), Human Soul, energico r&r a la Quadrophenia, Struck By Lighning doppio LP a la Blonde On Blonde.


Considerato all’esordio un “Graham Parker più punk” fu Joe Jackson, autore nel 1979 di un Look Sharp di un’energia da lasciare senza fiato. Lo vidi a Milano all’epoca del secondo disco e devo dire che il ragazzo e la sua band picchiavano parecchio. Dopo tre dischi affilati come rasoi, JJ diede prova di versatilità registrando prima Jumpin’ Jive, un disco swing anni 40, poi un disco che avrebbe influenzato tutta la scena lounge a venire, da Sade a Working Week al cosiddetto nu-jazz: l’ottimo Night and Day, dove il suo piano evoca sonorità cool alla Cole Porter e Duke Ellington. Poi ancora jazz caldo con Body and Soul, fino ad autosospendersi per noia dalla scena rock.


Una band fra le più più quotate nel giro del pub rock fu Kilburn and the High Roads, importante soprattutto per aver dato al nuovo rock britannico il cantante Ian Dury. Nato nel 1942, piccolo-brutto-cattivo-poliomielitico e con un immenso talento ed un'assoluta presenza scenica, Ian Dury mise nel suo punk rock la folle ciondolante invenzione musicale di un Captain Beefheart o di un Frank Zappa della nuova generazione. Incontrato il polistrumentista Chez Jankel ed un altro circo di folli fra cui il sassofonista Dave Payne, creo il gruppo dei Blockheads (dal titolo di una sua canzone) con cui registrò nel 1976 il ciondolante e folle inno di Sex & Drugs & Rock & Roll, prima ancora di aver trovato una casa discografica interessata. Che, dopo i rifiuti di diverse major, si concretizzò nella neonata Stiff Records, appena nata grazie al prestito di 400 sterline fatto da Lee Brilleaux a Jake Riviera. 45 giri ed album (New Boots and Panties, scarpe e mutande nuove, gli unici indumenti che Dury aveva l'abitudine di non acquistare usati) rappresentarono la prima stampa della Stiff ed anche un ottimo affare per entrambe le parti. I primi mesi dei Blockheads furono frenetici, con una serie di uscite sotto forma di singoli o EP come ai vecchi bei tempi di Who, Stones o Beatles. Wake Up and Make Love With Me è un irresistibile pezzo funky che recita: “mi sono svegliato questa mattina con un regalo per il genere femminile / tu stai ancora dormendo ma al regalo pare non importi / svegliati, e fai l'amore con me!”
Il pezzo dedicato a Gene Vincent (rock & roller morto di cirrosi epatica) che parte lento ed esplode in un rock & roll sfrenato, e poi il rock obliquo di What A Waste, il disco funk che non si può non ballare di Hit Me With Your Rhitm Stick e Reason To Be Cheerful pt 3. A Ian Dury piaceva incidere e stampare questo materiale di getto, senza metterlo sugli album (come si faceva nei ruggenti anni sessanta), creando un alone di leggenda attorno ad ogni pezzo. Il secondo album, Do It Yourself, lanciato in pompa magna dalla Stiff con una dozzina di copertine diverse (carte da parati prese da un catalogo) sfiora il capolavoro, con il suo melting pot di funky, jazz, disco, reggae e free rock, con pezzi come Inbetweenies. Eppure fu durante la registrazione di quell'album che cominciarono ad emergere i fantasmi di Dury, o forse sarebbe più appropriato dire i suoi demoni. Dal carattere brutto e collerico, Dury non riusciva a gestire bene il successo, assumendo posizioni sgradevoli per chi lo circondava. Chez Jankel, che era l'autore principale della musica, se ne andò e ritornò nella band a ripetizione, per l’incapacità di reggere a lungo il cantante. Nel terzo album non è presente, sostituito da Wilko Johnson, e nonostante i molti spunti di classe, le cattive vibrazioni generate dal cantante durante le registrazioni riescono a rendere debole il lavoro. Per il quarto disco Jankel torna ma se ne vanno i Blockheads, costringendo i due ad avvalersi della ritmica nera dello straordinario duo di Sly & Dunbar. Ciò nonostante il disco stenta a funzionare, tranne che per il folle brano di Spasticus Autisticus (che Dury dedica a sé stesso). Da questo momento la carriera di Dury si farà rarefatta, nonostante il tentativo di realizzare un musical, ed un ottimo live con i Blockheads. Blockheads che avevano giurato di non suonare più con Dury ma che invece torneranno per un buon e tragico motivo: Dury ha un tumore e vuole registrare ancora un album con la sua band. Sarà Mr Love Pants (1998), un disco a livello dei suoi tempi migliori, ma anche il canto del cigno: Ian Dury suonerà l'ultimo concerto con i Blockheads il 6 febbraio del nuovo millennio, e morirà di li ad un mese il 27 marzo. Su di lui saranno realizzati un musical ed un film, ed in patria è stimato poeta maledetto, almeno dalla critica.


Un altro grande gruppo fra pub e new wave trovò la sua ispirazione nei Dr. Feelgood: gli Eddie and the Hot Rods, provenienti dalla stessa Canvey Island dei primi. Il chitarrista Dave Higgs aveva suonato con Lee Brilleaux; si mise assieme al cantante Barrie Masters ed ottennero un suono molto vicino a quello dei Feelgood. Rispetto alla grande band mancavano dello stesso talento nello scrivere canzoni, ma se la cavavano perfettamente con le cover, come Wooly Bully, 96 Tears, Get Out Of Denver, The Kids Are Allright, Show Me (di Joe Tex), e un grande medley di Gloria/Satisfaction usato nel bis. Sulla scena c’era spazio per loro e per i Feelgood, come dieci anni prima c’era stato spazio per gli Stones e gli Who; anzi, gli Hot Rods furono la prima band new wave in assoluto a farsi notare dalla stampa londinese, e di conseguenza dal grosso pubblico (allora la stampa musicale contava), grazie ai loro coinvolgenti show al Marquee, e furono loro a scoperchiare la scena. I loro concerti furono paragonati alla furia di quelli degli Who, e l’EP Live at the Marquee a Live At Leeds della band di Townshend. Gli stessi Sex Pistols fecero il loro esordio al Marquee come spalla agli Hot Rods il 12 febbraio 1976. Come una candela che brucia da entrambi i lati, esaurirono la loro carica nel giro di qualche singolo, il citato EP live ed il 33 giri d’esordio Teenage Depression, che conteneva il primo pezzo “punk” di sei minuti e mezzo, On The Run, quasi psichedelico.


Tutta la scena del pub rock non sarebbe mai venuta alla luce senza l’esplosione del punk. I padrini, si sa, furono i Sex Pistols, un quartetto squinternato capitanato da Johnny Rotten alla voce e Glen Matlock al basso (autore di gran parte del materiale) e due teppisti dal nome di Steve Jones alla chitarra e Paul Cook alla batteria, e ostinatamente voluto dal controverso Malcolm McLaren, uno stilista londinese nel cui negozio lavorava quella Vivienne Westwood che contribuì a definire l’immagine del punk. McLaren tentava da anni di diventare il manager di un gruppo di rock selvaggio, corteggiando prima quell’Iggy Pop che ciondolò a lungo inosservato a Londra ai margini della corte di sua maestà glam David Bowie (ripagato da Bowie proprio in era punk con i due album, The Idiot e Lust For Life, a cui deve il successo), e le New York Dolls. Se il look di Johnny Rotten (il cantante) aveva più di un debito nei confronti di Johnny Thunders delle New York Dolls, il sound proveniva dai dischi degli Stooges oltre che pari pari da un paio di canzoni che il cantante Peter Hammill aveva infilato in un innovativo splendido album del 1975 intitolato Nadir's Big Chance. A dispetto delle apparenze, il suono dei Pistols era davvero devastante, capace di catturare ogni ascoltatore capitato a tiro. Una buona parte dei ragazzi che assistettero ai loro primi show cercò di mettere in piedi un gruppo punk, e questo comprende Clash e Buzzcocks. Io stesso ascoltai il loro Pretty Vacant su un juke-box dell’east end di Londra, in pieno trip Tangerine Dream, Kraftwerk, Hatfield and The North e tuttalpiù Metro, e mi convertii per sempre al rock & roll. La loro rivoluzione si basa su tre canzoni: una devastante Anarchy In The UK, una contagiosa God Save The Queen, ed una conclusiva Pretty Vacant. Non si può neppure dire che non furono in grado di reggere il successo, perché partirono già squinternati. Cambiarono tre case discografiche, la EMI, la A&M (per la quale non incisero neppure una canzone) e la Virgin (allora l’etichetta più sofisticata in città, in procinto di cedere lo scettro alla Stiff), finirono su ogni lista nera, persero subito il loro principale compositore Glen Matlock per sostituirlo con un eroinomane psicopatico, Sid Vicious, e incisero infine un LP, Never Mind The Bollocks, Here Is The Sex Pistols (non far caso ai coglioni, ecco le pistole del sesso) niente affatto male ma la cui forza consisteva soprattutto nel raccogliere i tre singoli di cui sopra (lasciando fuori però un ottimo lato B, la cover di No Fun degli Stooges). Durante la prima ed unica, disastrosa, tournée americana si chiamò fuori persino Johnny Rotten, e finì in tragedia, con Sid che accoltellò a morte la fidanzata Nancy e non passò troppo tempo che morì di overdose.


A pensarci i Pistols furono gli Elvis Presley del punk, quelli che colpirono in faccia il pubblico con le loro personali Heartbreak Hotel e Jailhouse Rock. I Beatles ne furono piuttosto i Clash di Mick Jones. Joe Strummer, Paul Simonon e Topper Headon. All’epoca i primi due album non fecero troppa impressione, ma fu con London Calling, il doppio LP in studio negli ultimi giorni della decade dei settanta, che dichiararono la loro differenza, con un pugno di canzoni in grado finalmente di superare l’impasse del punk dei due accordi suonati con energia, per aprirsi ad un mondo di nuovo rock ispirato al rockabilly, allo ska, al sound dei quartieri caraibici. London Calling diede la stura a qualche anno di energia pura ed apparentemente inesauribile, con un EP reggae e dub, Black Market Clash, e niente meno che un triplo LP, Sandinista, nel giro di soli dodici mesi. Il progetto iniziale della band era di uscirsene con un nuovo singolo ogni quindici giorni, ma la miopia della Epic (che non aveva mai sentito un progetto del genere e lo rifiutò) fece in modo che tutto il materiale preparato fosse pubblicato in un solo colpo su Sandinista. In ogni caso la band ottenne che il doppio fosse venduto a prezzo di un singolo, ed il triplo a quello di un doppio. Allora non andava di moda mungere il proprio pubblico come fanno gli artisti ai giorni nostri, ed il rock aveva ancora un senso sociale e politico, quello dei Clash in modo speciale. Nel giro di due anni i loro singoli furono I Fought the Law, London Calling, Clampdown, Train in Vain, Bankrobber, Hitsville U.K., The Magnificent Seven, This Is Radio Clash. E non era finita perché il conclusivo Combat Rock del 1982, lungi dal risentire negativamente del tour de force, fu quasi il migliore dei loro dischi, con singoli del calibro di Know Your Rights, Rock The Casbah e l’irresistibile Should I Stay Or Should I Go. Ma la campana suonava anche per i Clash: Headon il batterista fu buttato fuori, e scoppiarono le tensioni anche fra Strummer e Jones. Dopo un tour americano troppo trionfalistico, documentato da Live At Shea Stadium, Strummer e Simonon “licenziarono” Mick Jones. Una cattiva idea, a giudicare dalla debacle di Cut The Crap, l’inascoltabile disco del singolo We Are The Clash. Mick Jones avrebbe cercato inutilmente sonorità nere con i Big Audio Dinamite, mentre Joe Strummer, più amato dal pubblico, non realizzò più dischi dello stesso spessore della band, fino alla sua morte improvvisa il 22 dicembre 2002 che lo trasformò definitivamente in un mito agli occhi del suo pubblico.


Back al 1980, la new wave era agli sgoccioli ma non aveva ancora finito di divertirsi. Richiamandosi alle mode degli anni sessanta, quando ogni anno era hip qualche cosa di nuovo, anche a Londra nel 1979 e ’80 divenne di moda lo ska, con il look da ganster, il cappello Borsalino, i gruppi bianchi e neri e canzoni (spesso cover dello ska giamaicano) come One Step Beyond dei Madness, A Message To You, Rudy degli Specials e Too Much Pressure dei Selecter, etichette discografiche come la 2 Tone, mentre i Police erano ai vertici della classifica con i loro reggatta, Joe Jackson cantava la The Harder They Come di Jimmy Cliff e venivano riscoperti Toots and The Maytals e Black Uhuru (Bob Marley e Peter Tosh erano già star dai tempi di Eric Clapton - I Shot The Sheriff - e Rolling Stones - Don’t Look Back). Nel 1981 era diventato assolutamente cool il rockabilly revival capitanato da una band americana residente a Londra, gli Stray Cats, prodotti da Dave Edmunds. I rocker inglesi erano sempre andati matti per artisti come Gene Vincent, Eddie Cochran e Carl Perkins. Più o meno nello stesso momento comparvero anche i gruppi di celtic-folk-soul “punk” come Moving Hearts, Dexy’s Midnight Runners ed i Pogues del piccolo grande Shane MacGowan.


Più o meno la cosa si fermò a questo punto. Le case discografiche ripresero il controllo della situazione, abbastanza almeno da riuscire a diventare avide multinazionali e contemporaneamente a strangolare la scena musicale. Londra da allora è diventata musicalmente molto più noiosa, almeno da quando esiste MTV ed i video prefabbricati. Molti degli artisti citati sono passati dall’essere la new thing, la nouvelle vague, a dei c’era-una-volta tornati a suonare per un pubblico di fan affezionati come il sottoscritto. Graham Parker si è fatto newyorchese, Brinsley Schwarz gestisce un negozio di articoli musicali (come Ray Charles in Blues Brothers), Costello cambia genere ad ogni disco. Nick Lowe è diventato inaspettatamente ricco con i diritti d’autore di una cover della sua Love Peace and Understanding infilata nel blockbuster Guardia del Corpo. In ogni caso ha realizzato nell’ultimo decennio dischi in mood da cronner di grande bellezza, confermandosi un autore di talento. Johnny Rotten non si è vergognato di prendere parte a tour di reunion dei Sex Pistols di cui non si è accorto nessuno. Joe Jackson è andato (abbastanza inutilmente) alla ricerca del tempo perduto riunendo la JJ Band e poi registrando Night & Day II. I Madness hanno realizzato una bella “rock opera” (o quasi) The Liberty of Norton Folgate, dedicata a Londra. I morti sono stati quasi dimenticati, mentre Julian Temple ha girato diversi film sulla scena della rivoluzione dimenticata.
A me quei giorni e quella scena mancano, e non mi dispiacerebbe se i Rumour facessero un disco di reunion come fece la Band ai tempi di Jericho.

venerdì 12 agosto 2011

American Graffiti


A complemento del post Live In Asbury Park: “La musica ... era quella dell’America di American Graffiti e di Happy Days; i giorni dei primi anni sessanta, quelli di JFK e della guerra fredda, ma anche quella della adolescenza di una generazione nuova, ottimista e differente dalla generazione dei padri. Nella seconda metà degli anni cinquanta era esploso il rock & roll, ad opera di personalità del calibro di Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richards, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly. Nel 1960 si era in risacca, fino alla codifica del Rock da parte di Beatles e invasori britannici e Bob Dylan. Ma fu in quegli anni che si scrisse un enorme songbook di classici del rock, i three minutes records che segnarono la cultura di Bruce Springsteen e più o meno di tutta la musica moderna americana ed inglese. Dal soul a marca Stax, Atlantic e Motown al muro del suono di Phil Spector, dalle canzoni di Roy Orbison a quell’ondata di band da un brano solo o poco più che divennero l’antologia delle cover degli anni a venire, come Del Shannon, Gary US Bonds, Mitch Ryder. Non c'erano più crooner nella classifica di vendita dei dischi, ma solo teenager. Era la musica rock "prima di Beatles e Rolling Stones"

Da Anni Rock abbiamo raccolto alcuni dei singoli del periodo successivo a “the night that r’n’r died”, l’incidente aereo del 2 febbraio 1959 in cui persero la vita Buddy Holly e Ritchie Valens, fino al 1964, l'anno della British Invasion:

1959

James Brown > Please Please Please
Isley Brothers > Shout
Chubby Checker > The Twist
Dion & The Belmonts > A Teenager In Love
Barrett Strong > Money (That's What I Want)
Chuck Berry > Back In The USA
Ritchie Valens > La Bamba, Donna
Buddy Holly > Raining In My Heart; Peggy Sue Got Married
Ronnie Hawkins > Forty Days; Mary Lou
Everly Brothers > Take A Message To Mary
Ray Charles > What I'd Say
Phil Phillips & The Twilights > Sea Of Love

1960

Roy Orbison > Only The Lonely
Sam Cooke > Wonderful World, Chain Gang (RCA)
The Drifters > Save The Last Dance For Me
Ventures > Walk, Don't Run
Johnny Kidd and the Pirates > Shakin All Over (HMV)
Shadows > Apache
Everly Brothers > Cathy's Clown
Jim Reeves > He'll Have To Go
Brenda Lee > I'm Sorry
Duane Eddy >  Because They're Young
Ray Charles > Georgia On My Mind
Johnny Burnette > Dreamin'
Maurice Williams > Stay

1961

Sam Cooke > Cupid (RCA)
Ben E King > Spanish Harlem, Stand By Me
Gary US Bonds > Quarter To Three
Del Shannon > Runaway
Chubby Checker > Let's Twist Again
Elvis Presley > Little Sister
Dion > Runaround Sue
Gary US Bonds > School Is Out
Roy Orbison > Cryin'
Ray Charles > Hit The Road Jack
Ike and Tina Turner > It's Gonna Work Out Fine
Shirelles > Will You Love Me Tomorrow
Dave Brubeck > Take Five

1962

Beatles > Love Me Do (Parlophone)
Booker T & MGs > Green Onions (Stax)
Isley Brothers > Twist And Shout
Crystals > Uptown, He's A Rebel (Philles)
Darlene Love > He's A Rebel (Philles)
Elvis Presley > Can't Help Falling In Love (RCA)
Elvis Presley > Follow That Dream (RCA)
Roy Orbison > Dream Baby
Ray Charles > I Can't Stop Loving You
Chubby Checker > Limbo Rock, The Twist (Parkway)
Little Eva > The Loco-Motion (Gerry Goffin, Carole King) (Dimensions)
Dion > The Wanderer (Laurie)
Beach Boys > Surfin Safari
Joey Dee > Shout
Pat Boone > Speedy Gonzales
Peter Paul & Mary > If I Had A Hammer

1963

Beatles > Please Please Me; From Me To You; She Loves You (Parlophone)
Beach Boys > Surfin' USA (Capitol)
Rolling Stones > Come On / I Want To Be Loved (Decca)
Rolling Stones > I Wanna Be Your Man / Stoned (Decca)
Dusty Springfield > I Only Want To Be With You (Philips)
Peter Paul And Mary > Blowing In The Wind (Warner Bros)
Johnny Cash > Ring Of Fire
Dave Clark Five > Do You Love Me
Ronettes > Be My Baby (Philles)
Crystals > Da Doo Ron Ron, Then He Kissed Me (Philles)
Kingsmen > Louie Louie (Jerden)
Buddy Holly > Bo Diddley
Four Seasons > Walk Like A Man (Vee-Jay)
Jackie DeShannon > Needles and Pins
Chiffons > He's So Fine (Philles)
Miracles > You've Really Got A Hold On Me
Rufus Thomas > Walking The Dog

1964 - la British Invasion

Beatles > I Want To Hold Your Hand (Capitol USA) #1 in Billboard
Beatles > Can't Buy Me Love, A Hard Day's Night, Love Me Do, ... (Parlophone)
Rolling Stones > It's All Over Now, Tell Me, Little Red Rooster (Decca)
Kinks > You Really Got Me; All Day And All Of The Night (Pye)
Animals > House Of The Rising Sun; I'm Crying; Boom Boom (Decca)
Pretty Things > Rosalyn
Yardbirds > I Wish You Would
Them > Baby Please Don't Go / Gloria (Decca)
Manfred Mann > Do Wah Diddy Diddy
Beach Boys > I Get Around (Capitol)
Otis Redding > That's How Strong My Love Is
Solomon Burke > Everybody Needs Somebody to Love
Supremes > Run Run Run (Tamla)
Darlene Love > Christmas (Baby Please Come Home) (Philles)
Johnny Rivers > Memphis, Maybellene, Mountain Of Love
Kingsmen > Little Latin Lupe Lu, Money, Louie Louie (Jerden)
Chuck Berry > You Never Can Tell; Promised Land (Chess)
Roy Orbison > Oh, Pretty Woman
Searchers > Needles and Pins (Pye)
Drifters > Under The Boardwalk
Martha and the Vandellas > Dancing In The Street




martedì 9 agosto 2011

Shane MacGowan


Shane MacGowan è il folletto sgangherato di una fiaba irlandese. È nato la notte di Natale del 1957 (potremmo essere compagni di classe) per diventare un piccolo grande poeta e un grande bevitore di quella verde terra di grandi poeti e di grandi bevitori che è l’Irlanda.
Negli anni ottanta Shane era il cantante e front man di quella band di “irlandesi a Londra” che furono i Pogues. Cantava e gridava le ballate della sua terra come un punk, ma anche con tanta poesia e dolcezza. Come ogni buon artista maledetto che si rispetti Shane ha dedicato la propria esistenza all’arte , arrivando a confondere mito e realtà fino a rimanere imprigionato dal suo personaggio di alcolizzato e drogato. La leggenda vuole che per anni nessun giornalista sia riuscito ad intervistarlo sobrio. Racconta il cantante Robyn Hitchcock di essere stato all’Hope & Anchor (il famoso pub di Londra dove suonano le nostre band) in attesa del concerto dei Pogues: “arrivò questo tizio traballando e rotolò dalle scale. Io pensai ‘non lo lasceranno entrare?’ Invece salì sul palco: era il cantante”.
Dal canto suo Shane replica “Sono venti anni che la stampa inglese mi da sei mesi di vita”.

Sentirlo parlare suscita tenerezza, e non c’è chi non lo ami, da Tom Waits a Sinéad O’Connor, Joe Strummer, Lou Reed, Johnny Depp. Incapace di mantenere i ritmi professionali lasciò i Pogues nel 1991. Invece di scomparire nelle nebbie londinesi o irlandesi Shane formò un gruppo rock per conto suo, i Popes, con compagni dai nomi evocativi di McGuinness, "McAnimal" McManamon, O'Maonlai o Pope. Il primo album, del 1994, The Snake, è bellissimo, una sorta di energico gioiello alla Clash in Dublin, con rock & roll sfrenati e ballate dolcissime, come Church Of The Holy Spook, That Woman's Got Me Drinking, You're The One e Haunted, con duetti vocali con Maire Brennan (Clannad) e Sinéad O'Connor e Johnny Depp alla chitarra.

“Mio padre era un peccatore, mia madre una santa / e io ho rovinato la mia vita con l’alcool, con mogli cattive, prendendo pastiglie e bestemmiando / rock and roll mi hai crocifisso, lasciami perdere / non avrei mai dovuto voltare le spalle ai vecchi amici a casa”

Ci vollero tre anni per il secondo album, The Crock Of Gold, che contiene la sua ballata più bella, Lonesome Highway:

“Mentre mi trascino lungo l’autostrada della solitudine, incontro altra gente lungo la strada / altri amanti dal cuore spezzato che sono stati abbandonati lungo la via / a vivere di notte e nascondersi dal giorno, e girovagare per questo inferno di solitudine / e se lo sai, non lasciarmi andar via / non lasciarmi andar via, ti amo così tanto, ti amo così tanto, ti amo così tanto...”

Per me Lonesome Highway è sempre stata una canzone speciale, da quando ho visto Shane cantarla alla TV e mi sono dannato inutilmente a cercarla fra i dischi dei Pogues. A proposito di Pogues, dal 2001 Shane si fa rivedere con i “vecchi amici a casa”, con cui tiene concerti ogni anno. Li hanno definiti “una band da vedere prima di morire”.
A Shane sono stati dedicati un libro e un film. Anche lui è da vedere e da ascoltare. Almeno su YouTube.

discografia selezionata:

The Pogues > Rum, Sodomy, and the Lash (1985)
The Pogues > Fairytale of New York (single 1987)
The Pogues > If I Should Fall From Grace with God (1988)
The Popes >  The Snake (1994)
The Popes > The Crock of Gold (1997) -- Lonesome Highway

P.S.: questo pezzo lo avevo scritto anni fa. L'ho rispolverato oggi che mi è capitato di vedere a sorpresa Shane in un video mentre canta Death Is Not The End (di Bob Dylan) con Nick Cave e Kylie Minogue.



domenica 7 agosto 2011

Live In Asbury Park (Clarence Clemons)


Beatles e Rolling Stones c’erano già. La E Street Band è invece arrivata con la mia generazione, impossibile non amarla. Bruce Springsteen pubblicò il suo primo LP nel 1973, significativamente intitolandolo Saluti da Asbury Park, la cittadina balneare del New Jersey dove lui e la banda erano cresciuti musicalmente assieme. A dispetto del titolo, le musiche del disco non sono quelle che Bruce e le altre band suonavano per piacere e per lavoro nelle tante dancing halls per i turisti come lo Stone Pony. Su Greetings Bruce ricerca piuttosto un proprio universo di songwriting elettrico, cantando le storie di periferia da giovane Chuck Berry del New Jersey, ma attraverso una sintassi quasi dylaniana. Insoddisfatto del risultato (ma le canzoni del disco sono pietre miliari) raduna i ragazzi con cui suonava nei club prima di firmare per Mike Appel e per la Columbia Records, per realizzare un affresco composto degli echi del rock & roll degli anni sessanta (Roy Orbison e Phil Spector) e da un respiro lirico alla West Side Story, perfettamente messe a fuoco negli epici The Wild The Innocent And The East Street Shuffle e Born To Run. Il documentario di The Promise ci racconta che il progetto originale per il quarto album era una ricerca del sound dei 45 giri che la E Street Band e le bar band come loro usavano come cover nei loro show del lungomare. Il tempo avrebbe invece poi dato modo di realizzare il crudo e cinematografico Darkness On The Edge Of Town.
La musica che la band che sarebbe diventata la E Street Band suonava, era quella dell’America di American Graffiti e di Animal House; i giorni dei primi anni sessanta, quelli di JFK e della guerra fredda, ma anche quella della adolescenza di una generazione nuova, ottimista e differente dalla generazione dei padri. Nella seconda metà degli anni cinquanta era esploso il rock & roll, ad opera di personalità del calibro di Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richards, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly. Nel 1960 si era in risacca, fino alla codifica del Rock da parte di Beatles e invasori britannici e Bob Dylan. Ma fu in quegli anni che si scrisse un enorme songbook di classici del rock, i three minutes records che segnarono la cultura di Bruce Springsteen e più o meno di tutta la musica moderna americana ed inglese. Dal soul a marca Stax, Atlantic e Motown al muro del suono di Phil Spector, dalle canzoni di Roy Orbison a quell’ondata di band da un brano solo o poco più che divennero l’antologia delle cover degli anni a venire, come Del Shannon, Gary US Bonds, Mitch Ryder, tutti nomi ben noti ai frequentatori dello Springsteen in concerto.
La musica rock "prima di Beatles e Rolling Stones": è di questa musica che raccontavano le infinite cover sui bootleg del boss, ed è di questo suono che raccontano le band di Clarence Clemons, i Red Bank Rockers prima ed i Temple Of Soul poi. Di tutti i membri della E Street Band, più ancora di Miami Steve Van Zandt e più di Professor Roy Bittan, Clarence Big Man ha rappresentato l’eroe. Una enorme montagna di muscoli di giocatore di football, sassofonista tenore di forza, rappresentava anche sul palco l’amico del cuore di Bruce, quello degli show fra gli amplificatori, del bacio in Fire, dell’assolo di Jungleland, quella presentato per ultimo e più a lungo, come the king of the world e master of the universe, la star dello show. Amico di Bruce Big Man lo era anche fuori dal palco, nel cazzeggio sulla spiaggia e under the boardwalk, protagonista di una mitologia messa assieme nei racconti in presentazione ai brani ed in tante interviste; come nel racconto che veniva fatto del primo incontro di Mister C con la band, in una notte buia e tempestosa quando Big Man si stagliò come un’enorme silouette con il sax all’ ingresso buio ed una folata di vento più forte delle altre scardinò la porta.


Big Man nella E Street Band ci stava come un topo nel formaggio: amava ripetere che avrebbe dovuto pagare il biglietto per essere sul palco con Bruce Springsteen. Ma ancora prima che Bruce nel 1989 decidesse di provare a suonare in proprio e sciogliesse la band per telefono, Big Man si era comprato un locale a Red Bank (il Big Man's West) e aveva messo assieme una site band in proprio, i Red Bank Rockers, che registrarono un disco, Rescue, di R&B ispirato proprio alla musica che i ragazzi erano soliti suonare nei bar, la stessa che aveva ispirato Dedication di Gary US Bonds con la E Street Band, o i dischi di Southside Johnny & The Asbury Jukes, i "juke box di Asbury": chiedi una canzone e noi te la suoniamo. Quest’ultima band altro non era che l’incarnazione del sogno di Bruce nei suoi giorni prima del contratto discografico, quando avrebbe voluto permettersi una big band con una sezione di fiati, ed infatti fu messa assieme dal suo amico e partner di avventure musicali Steve Van Zandt, con cover di Sam Cooke, Dusty Springfield e di inediti del boss. Rescue conteneva una canzone scritta appositamente da Springsteen, Savin’ Up, un pezzo R&B che avrebbe tranquillamente potuto essere un hit del 1961. Un secondo album più convenzionale Hero, contenne l’unico successo in proprio della carriera di Big Man, You’re A Friend Of Mine, una canzoncina cantata in duetto con Jackson Browne (un amico della E Street Band dai tempi dell’incredibile versione di Stay su No Nukes). Un terzo album, Peacemaker, fu uno strumentale che segnava una strada diversa nella musica di Big Man. Negli anni più vicini, e dopo che la band originale, quella della E Street, era stata rimessa assieme, Clarence mise di nuovo assieme una bar band sullo stile dei Red Bank Rockers, i Temple Of Soul. Se l’unico disco in studio è quasi disco, i due album dal vivo ad Asbury Park testimoniano quella musica che piace a noi, quella registrata sui bootleg dove la E Street Band suonava solo per divertire sé stessa ed il pubblico. I tredici pezzi di Live In Asbury Park, registrato allo Stone Pony il 2 e 3 settembre 2001, non sono in realtà cover (o quasi, specie non considerando tali i brani firmati da Bruce) ma soprattutto originali co-firmati da Big Man ma assolutamente ispirati alle band del rock “prima che arrivassero i Beatles”.
Washington Bond è un bell’intro strumentale che avrebbe fatto la sua figura anche in Blues Brothers the soundtrack oppure in apertura degli show dei Mink DeVille (ricordate Harlem Nocturne?). Small Things è una versione strumentale del rock & roll che Springsteen aveva scritto per Dave Edmunds. CC Angel è un potente hit R&B firmato Clarence e forse cantato dalla sua voce rauca (non ne sono sicuro, il disco non offre spiegazioni ed ognuno dei Temple Of Soul oltre a suonare canta pure). Sax In The City è un altro lirico strumentale per sax di Big Man (i miei momenti preferiti) introdotto da un pianoforte un po’ bachiano ed straziato da chitarra elettrica e da una violinista (un altro topos ricorrente della E Street Band) e come tale un po’ Chicagoano (nel senso della band).
Con i fiati di Heat Of A Full Moon siamo in pieno territorio degli Asbury Jukes, quando cantavano soul lenti come The Fever.
Ancora R&B sixty con One Step Two Step, e rock & roll Detroit style (a la Mitch Ryder) con Jump Start My Heart. Se esiste un sound dello Stone Poney è esattamente questo. Don’t Walk Away sembra una cover dei Rolling Stones che fanno una cover dei Temptations.
Il gran finale arriva con lo strumentale sigla della E Street Band Paradise By The C, che Clarence Clemons introduce come "il rock & roll del New Jersey". Segue un altro di quegli entusiasmanti strumentali che poi non sono che grandi assolo di sax, Road To Paradise, fino alla conclusiva Savin’ Up, che chiude il disco dove tutto era cominciato molti anni prima.
Non so, questa è la mia musica. Gran parte della mia musica, almeno, e sono felice che sia esistita una band chiamata E Street Band: Miami Steve Van Zandt alla chitarra, Nils Lofgren alla chitarra, Professor Roy Bittan al piano, Danny Federici “il fantasma” alle tastiere, Mighty Max Weinberg alla batteria, Garry “W” Tallent al basso. E infine, ladies and the gentleman, the king of the world, the master of the universe, the big man, il più grande di tutti, il più cattivo di tutti: Mr. Clarence Clemons. The heart-stopping, pants-dropping, house-rocking, earth-shaking, booty-quaking, Viagra-taking, love-making - Le-gen-dary E - Street - Band!

Big Man con i Temple Of Soul

P.S.: una curiosità. Spulciando fra le classifiche musicali americane degli anni sessanta, ho scoperto che Bruce ha l'abitudine di riutilizzare titoli di vecchi hit per le sue canzoni, in qualche modo a titolo di omaggio. Qualche esempio? Talk To Me, Walk Like A Man, Two Faces Have I, Back In My Arms Again e naturalmente Tomorrow Never Knows.