sabato 30 luglio 2011

Un sentiero verso le stelle (sulla strada con Bob Dylan)


Una volta i libri italiani di musica erano enciclopedici elenchi di recensioni di dischi. La nostra posizione geografica alla periferia dell'impero ed oltretutto a lungo esclusi dai tour dei musicisti americani ed inglesi, ci ha costretto a concentrare il nostro vissuto del rock soprattutto sui vinili. Paolo Vites è uno che ha avuto il coraggio di vivere fino in fondo il proprio amore per la musica rock non solo come passione ma facendone una professione, trovando il coraggio di realizzare la propria vita come rocker, sia pure come writer invece che come musicista. Paolo Vites è un giornalista rock professionista, conosciuto ed amato, ed ha già pubblicato libri in cui racconta invece in prima persona della propria esperienza (Do You Believe In Magic), oppure scrive la biografia del proprio musicista preferito, Bob Dylan (Quarant'anni di canzoni). Ritorna sulla scena del delitto con questo "Un sentiero verso le stelle (sulla strada con Bob Dylan)" che non è però narrato, questa volta, dal Paolo Vites giornalista ma piuttosto dal Paolo Vites fan, fan assoluto di Bob Dylan, che testimonia di tutte le volte in cui ha assistito ad un suo concerto dal giorno in cui, da ragazzino, è riuscito ad acquistare il suo disco del 1976, Desire. Come in un racconto giallo Paolo mette assieme, pazientemente, un pezzo alla volta, gli elementi di un puzzle la cua soluzione potrebbe essere la risposta alla domanda: chi è veramente l'uomo Bob Dylan, l'idolo di due o tre generazioni, l'artista che assieme ai Beatles ha inventato la musica rock, la (contro)cultura stessa di noi una-volta-giovani e anche dei nostri figli giovani-di-oggi. Un'indagine che si svolge nell'unico modo possibile, quello di assistere ad ognuno dei concerti che Dylan ha suonato in Italia negli ultimi venticinque anni (non mi ero mai accorto che fosse venuto dalle nostre parti tanto spesso, io l'ho visto non più di un paio), studiandone i modi e le canzoni, ma anche appostandosi nei backstage o nelle hall degli alberghi o ancora entrando in confidenza con i musicisti e con l'entourage. Il detective Vites non solo indaga in proprio, ma non trascura neppure di interrogare i testimoni, gli amici che hanno avuto la ventura di arrivare più vicini all'indagato, magari come autisti, guardie del corpo quando non addirittura musicisti di supporto (come il grande Elliott Murphy, il primo dei "nuovi Dylan", che nonostante il peso del titolo racconta di non aver mai avuto la ventura di parlare a tu per tu con Mr. Zimmerman).
Un enigma che non arriva ad essere svelato nelle pagine del libro, perché al detective Vites non riuscirà di mettere il suo idolo alle strette e di sparargli domande che certo non gli mancherebbero, ma ci arriva comunque molto vicino.  Il fascino della narrazione sta nell'indagine, nel racconto di quella curiosità ed emozione che abbiamo vissuto tutti noi appassionati di un musicista conosciuto (ed amato) sui dischi, quando abbiamo infine la fortuna di essere testimoni del suo show.
Un libro da fan per fan, perché dei numerosissimi concerti visti da Vites l'autore tiene un accurato resoconto, con tanto di scaletta e di distinta dei musicisti. Io ho apprezzato particolarmente le testimonianze dei musicisti raccolte da Vites, sopra tutte quella conclusiva di Steve Wynn (leader dei Dream Syndicate e figura chiave del Paisley Underground), un fan disincantato che su Dylan trovo la pensi in modo  affine al mio. Mi piacerebbe riportare qui le sue parole ma non farei un buon servizio a Vites, che il libro lo deve anche vendere. Compratelo, leggetelo e saprete. Pacini editore, 205 pagine, 18 euro.


P.S.: mi auguro che Paolo Vites insista nella direzione del racconto della sua esperienza rock, perché lo sa fare davvero bene. Che ci narri anche di altri musicisti, e che lo faccia per esteso, a lungo, senza timore di annoiarci, perché nella sua esperienza ci riconosciamo in tanti appassionati di rock in Italia. 


domenica 24 luglio 2011

Hot Tuna a Chiari


In vita mia non ho avuto il privilegio di assistere ad un concerto dei Grateful Dead, né dei Quicksilver Messenger Service, né dei Jefferson Airplane. Però adesso ho visto in azione gli Hot Tuna di Jorma Kaukonen e Jack Casady, e li ho stampati nel cuore. Raggiunto Chiari sotto un cielo pesante, fra alti campi di mais alla Stephen King ed olezzo di letame, al mio ingresso al San Bernardino (che è ormai diventato un punto di riferimento del rock in Italy) l’impressione è di trovarmi ad un raduno di reduci, freakkettoni con lunghi capelli grigi raccolti in coda di cavallo e abbigliamenti improbabili, se non insospettabili impiegati apparentemente prossimi alla pensione che si accalcano al banco dei bootleg. Anche all’ingresso della band sul bel palco (finalmente un concerto organizzato come si deve!) i musicisti potrebbero essere reduci da una riunione di condominio. Ma appena gli amplificatori si accendono e gli strumenti cominciano a suonare ci si rende conto di trovarsi di fronte ai cannoni di una nave ammiraglia: un talento, un mestiere, una capacità ed una voglia di suonare di una classe superiore, da mettersi in tasca gli altri gruppi che abbiamo applaudito in questa estate di musica. Voglia di suonare e piacere di farlo: i ragazzi (degli anni sessanta) sono tosti come una squadra di guastatori dei Marines, ma anche rilassati come è difficile vedere nelle band di oggi. Sono chiaramente sul palco perché si divertono a suonare e sul volto di ognuno resterà stampato un grande sorriso per tutta la durata del concerto mentre si esibiscono in assolo da togliere il fiato o mentre assistono a bocca aperta a quelli dei compagni annuendo con piacere.
Skoota Warner, il corpulento nero alla batteria che ha l’aria di divertirsi un mondo, è un treno della ritmica. Prima che con i Tuna ha suonato con Santana, Arto Lindsay, Lionel Richie, Cyndi Lauper, i B-52.
Barry Mitterhoff, il mandolinista, è “l’uomo con più dita di chiunque altro”, come lo presenta Jack. Simpaticissimo e trascinante, nel corso di un intervallo regalerà al pubblico anche un “Volare, nel blu dipinto di blu…”.
Jack Casady, tutto vestito di nero, un punk di 67 anni, imbraccia il suo grande basso elettrico dorato con la classe di Jaco Pastorius.
Jorma Kaukonen è un chitarrista scolpito nella roccia del Monte Rushmore: non c’è spocchia, non ci sono annunci roboanti sulla rock & roll hall of fame, alla madonnasantissima Jefferon Airplane, Haigh Hasbury e Summer Of Love. Solo una contagiosa gioia di suonare da cui il pubblico viene investito sin dalle prime note come da un uragano, rispondendo con entusiasmo con continui applausi a scena aperta, e trattenendo il fiato durante i preziosi scambi strumentali. Gli Hot Tuna sono maestri del suono acustico e di quello elettrico ed alternano con naturalezza bluegrass a galoppate di rock delle chitarre. Mentre Skoota da il tempo alla band, Jorma e Barry si palleggiano temi da banjo, oppure Jorma imbraccia la sua Gibson rossa e si dimostra uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi: citatemi i cinque migliori e Kaukonen è uno di loro. Barry Mitterhoff ha tecnica da vendere ed infiamma il pubblico, ma la chitarra non è affare solo di virtuosismo ma anche di cuore e Kaukonen ha un cuore grande così e tutta la seconda parte dello show è la sua, quando le canzoni non sono più importanti ma sono solo il pretesto per suonare torridi assolo.
Il concerto decolla da subito, io non riesco a stare seduto e non posso fare a meno di ballare a fianco del palco galleggiando sulle note della sua chitarra. C’è molto repertorio dell’ultimo disco nel concerto, e anche se non sono esattamente le migliori canzoni della band costituiscono per l’appunto solo lo spunto da cui iniziare a suonare musica in libertà che vorresti si trasformasse in jam senza nome. Fra le altre cose si riconosce una citazione scherzosa di Smoke On The Water e c’è l’assolo di Skoota affatto noioso nella tradizione dei “drums” dei Grateful Dead. Due ore passano in un attimo e i Tuna chiudono con un bis che sfiora l’hard rock. Ci sarebbe ancora voglia di un altro po’ bluegrass nella cornice rurale di Chiari, ma ce la terremo per il prossimo anno. Qui tutti hanno visto gli Hot Tuna una quantità di volte e la sete di rivederli non si placa mai.
Hot Tuna: una cartolina di quando la musica era una ragione di vita.


(le foto purtroppo sono state scattate con un iPhone: mi sono pentito di non aver portato con me la fotocamera...) 

domenica 17 luglio 2011

generazioni


L'ho letto da qualche parte da adolescente: che la generazione precedente non è in grado di comprendere la musica (ed in generale l'arte) della generazione successiva. Lasciato perdere, per ovvietà, il test su Soft Machine, Yes e Pink Floyd, ascoltando Elvis (Presley) mi domandavo come potesse essere possibile non apprezzare il suo modo di cantare. Poi uno zio mi rivelò di non apprezzare Lucio Battisti perché "non sa cantare" e da allora ho dato per provata quella regola, prendendo per certo anche che prima o poi sarebbe successo anche a me. La prima volta che mi capitò di ascoltare un modo "diverso" di cantare fu nel 1984 con Morissey degli Smiths. Fino a quel momento tutti i cantanti che apprezzavo cantavano in definitiva nello stesso modo, da Chuck Berry a Bruce Springsteen, da David Bowie a Peter Gabriel, dai Beatles a Bob Dylan, da Lou Reed a Johnny Rotten: tutti cantavano con urgenza e con furore. Morissey cantava in un altro modo, cantava come se non ne avesse voglia. Allora non ne ebbi sentore ma oggi ne sono sicuro: la musica della generazione successiva alla mia la inventarono gli Smiths. Comprai il loro primo omonimo LP ma non mi conquistò, e lasciai perdere. Ci riprovai in epoca di CD con un'antologia di singoli, con la migliore intenzione di farmeli piacere, ma non riuscii a penetrare il loro segreto. Forse acquistai inutilmente anche un disco di Morissey ma non ne sono sicuro. L'unica loro canzone che posso dire di aver apprezzato l'ho sentita cantare da David Bowie su un suo disco del 1993. Da allora gli Smiths hanno avuto figli e nipoti e secondo me hanno inventato il rock degli anni zero, anche se non ho mai letto nessun critico musicale scriverlo.
Io sono andato avanti con i miei cantanti e non me ne lamento. Anzi, fino agli anni '90 sono andato avanti benissimo. Tutta la cosa del movimento groove e dei festival come HORDE e Lollapalooza è stata musica per le mie orecchie: Phish, Blues Traveler, Spin Doctor, Dave Matthews Band, la prima Sheryl Crow, ma anche Jayhawks, Wallflowers, condividono il mio stesso DNA. Ma negli anni duemila, o anni zero (così chiamati anche in senso un po' disonorevole, credo) non me la sono cavata altrettanto bene. Se leggi Anni Rock, il sito in cui ho raccolto le uscite più significative della storia discografica del rock, fino al 1999 me la cavo con qualche onore, ma dal 2000 le liste non sono più quelle dei dischi più significativi dell'anno, ma al massimo dei miei dischi preferiti, che è decisamente una nicchia riduttiva.
Eppure non solo sono per natura un curioso, ma anche sento necessità di ascoltare cose nuove da affiancare al mio Classic Rock. Un po' è che non esiste più una scena, o almeno così mi pare: non ci sono i Beatles ed i Dylan di questa generazione a illuminare e suggerire cosa ascoltare e cosa comprare (come vestire e cosa leggere). Un po' è che mi accorgo di non conoscere più tanti giovani: mia figlia è ancora pre-adolescente e io non conosco ventenni, e se li conosco non ascoltano musica, almeno non come l'ascoltavo io. Ai concerti che frequento il pubblico ha i capelli grigi ed ai rave party non ci vado.
E allora come mi sono difeso negli anni zero, a parte acquistando ristampe e "rock revival"? (Black Crowes,) Cowboy Junkies, DriveBy Truckers, Wilco, Okkervil River... sono pochi? Non ho neppure dischi di Vic Chesnutt, il Tim Buckley degli anni zero.
Cantano abbastanza come se non ne avessero voglia (ma dentro ci puoi sentire le armonie di Beach Boys e Beatles, e la lirica di Roy Orbison oppure il soul di Rod the Mod...) ma soprattutto suonano in sordina, con calma, rassegnazione, low-fi dalle cantine, senza assoli brucianti, tirate di chitarra o cariche di sax, ma al massimo echi gentili di Hammond B-3 e ritmi sostenuti da sei corde acustiche. Ma se come musica mi ci posso avvicinare quello che stento davvero a condividere sono i testi: temi cupi e pessimisti e murder songs. Niente All You Need Is Love o The Times They Are A Changing o The Fever o Born To Run. È così che i giovani vedono il mondo?
(Anche le copertine non sono quelle nostre: cosa vuol dire un cammello su un balcone?)
Chi vuole aiutarmi nei commenti a questo post, magari lasciando fra parentesi anche la propria età (vietato barare)?

domenica 10 luglio 2011

Il Coguaro (Mellecamp a Vigevano, Italy)


La voce da imbonitore da circo nell'altoparlante, come ai concerti di Dylan, presenta il primo concerto italiano di sempre di Mellencamp presentandoci "l'uomo che è nella Rock & Roll Hall Of Fame". Possibile che sia già passato tanto tempo... Quest'uomo ha avuto i suoi glory days negli anni ottanta, quando suonava rock da motociclisti e si faceva chiamare John Cougar Mellencamp, il coguaro, il puma, il leone d'America. Ricordo Jack & Diane, il singolo che lo ha fatto conoscere a noi tutti ai tempi in cui i singoli, le canzoni, facevano la differenza. Poi un tris di album da iscrivere nel firmamento del rock & roll americano: Uh uh (quello di Pink Houses e Authority Song), The Scarecrow (il capolavoro, quello con Rain On The Scarecrow, Small Town e R.O.C.K. in the USA) e The Lonesome Jubilee (la consacrazione, la sua Promised Land...). Il coguaro sapeva scrivere le canzoni come John Fogerty, gli venivano naturali quei ritornelli che diventano parte della vita di chi li ascolta, e aveva quel tono rock scanzonato in giacca di pelle che era l'essenza del rock & roll e che oggi mi sembra andato perduto. Poi neanche Mozart ha un numero infinito di canzoni da scrivere, ed un po' alla volta la concentrazione di dinamite fra i solchi dei suoi dischi è andata diluendosi, e Mellencamp è andato a cercare la fonte dell'ispirazione alle radici, le roots della musica americana con dischi sempre più acustici, ma inevitabilmente meno esaltanti. Si invecchia, è normale.
Siamo purtroppo più vecchi anche noi qui a Vigevano ad assistere allo show. A proposito di Vigevano, c'è da notare come la cornice del Castello sia magnifica per un concerto rock, e come sia bello il prima del concerto, con Rigo Righetti (vogliamo la reunion degli indimenticati Rockin' Chairs! Graziano Romani verremo a prenderti a casa!), Vites che parla di Dylan, e tutti gli amici che incontro sempre meno spesso, da Aldo Pedron a Zambo a Cifo (il grande fotografo, che mi ha fatto strada con la enorme Harley come un perfetto chip) e i tutti gli altri a cui ho stretto la mano. Però entrare alle 7 del pomeriggio per vedere un concerto alle 10:30 restando sempre in piedi nella polvere resta nella peggior tradizione dei concerti italiani! O mettete delle sedie come in tutto il resto del mondo, o cominciate a suonare alle 8 come in tutto il resto del mondo. Quando Mellencamp fa il suo ingresso, dopo la proiezione di un film piacevole ma fischiato per la stanchezza, il pubblico è già stanco abbastanza da tornare a casa.

La prima parte dello show è molto teatrale: su un palcoscenico che sembra un presepio, molto buio ma illuminato da luminarie tipo palle di Natale, e l'introduzione di un intero pezzo di Johnny Cash, la band suona come i Creedence suonati dai Blasters suonati da Tom Waits ripresi da David Lynch. Mellencamp stesso, illuminato dal basso da una luce bianca, gesticola come Tom Waits, favorito dalla sua presenza brachitipa. A conti fatti è stato forse il momento più suggestivo della show, anche se l'unica canzone di una certa rilevanza è stata la I Fight Authority con cui è partito. La band un po' surreale, con una chitarra solista che sembra fare assoli che poi non arrivano mai. Alla David Lynch, appunto. L'unica musicista capace di emozionare davvero è sembrata la violinista Miriam Sturm.
Lo ammetto: temevo di assistere ad un concerto folk, ed in questo sono stato piacevolmente sorpreso: nella seconda parte dello spettacolo Mellecamp ha sciorinato il proprio greatest hits, con i brani scelti proprio dai dischi degli anni ottanta, e la cosa è stata molto apprezzata dal generoso pubblico del castello. Però quello che ha fatto difetto è stato il ritmo: da una parte il frequente alternarsi di pezzi elettrici con la band a quelli acustici per sola chitarra ha bloccato il groove del concerto. Dall'altra davvero la pur brava band al dunque dei pezzi r&r stentava ad agganciare il ritmo, come un motore a 4 cilindri che gira a 3. Check It Out è venuta fuori un po' sgangherata, e pure l'acustica Smalltown non ha trovato mordente. La stessa Cherry Bomb acustica non vale quella elettrica. Mellencamp ha una voce potente ed una bella mimica, ma sembrava sempre indeciso fra il mood da "country fair" ed il leader del gruppo rock. Un po' di coesione è arrivata sul finale, specie con ROCK in the USA, ma ormai era mezzanotte e il locale chiudeva, senza lasciare neppure lo spazio per il bis. Era ora di salire in moto e tornare a casa nella notte.
Uno show gradevole, specie per chi come me quelle canzoni le ha amate dal cuore. Più di quanto mi aspettassi e molto meno di quanto mi aspettassi. Uno show che forse sarebbe suonato straordinario in un club invece che in un grande spazio. Ma come si dice: "ce ne fossero, di questi tempi..."

PS: grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno stretto la mano. Date un senso al mio lavoro.

(fotografia © Renato Cifarelli)

aggiornamento: qualche incidente diplomatico nel corso del tour italiano di Mellencamp. A Vigevano ha suonato 1:30, a Roma una miseria di 1:15, e Udine il concerto è saltato. Perché? Si dice per problemi di soldini con il manager, più probabilmente per ritorsioni nei confronti dei fischi con cui il pubblico italiano ha accolto il film proiettato a forza dall'artista prima del concerto. Che dire? Che è solo rock & roll, e quando il successo da alla testa i risultati sono questi. Mellencamp che costringe il pubblico a sorbirsi un film in cui si mostra come l'eredità dell'American Music di Elvis (Sun Records) e del rock delle radici mi ricorda il Berlusconi che propina ai suoi ospiti i filmati dei suoi incontri con i capi di stato stranieri. Chi si loda s'imbroda, e che sei un grande lo devi dimostrare ogni notte in concerto, e non auto-incensandoti.

sabato 2 luglio 2011

dal vivo


I primi anni settanta non furono un bel momento per l'appassionato di musica rock che avesse voluto godersi un concerto in Italia. Ci furono casini costanti ad opera di squadristi che allo slogan "la musica appartiene a tutti" impedivano a chiunque di suonare. Ci furono casini ai concerti dei Van Der Graaf, di Led Zeppelin, di Lou Reed; gli autoriduttori sfasciavano ed anche la polizia ci metteva del suo con i lacrimogeni. Andò a finire che in Italia a suonare non ci venne più nessuno, e per un lustro dovemmo darci all'autarchia musicale. Non che ai musicisti nostrani andasse sempre meglio: ci furono persino "processi" durante i concerti per decidere cosa un cantautore potesse o non potesse suonare... anni di piombo. Però per qualche motivo furono anche gli anni più creativi per i musicisti di casa nostra, non saprei dire se per mancanza di concorrenza o se invece il contatto sia pur breve con il rock inglese e americano fosse stato sufficiente ad ispirare i nostri musicisti. Gli spazi per la musica rock a casa nostra da allora sono sempre stati pochi, niente club, niente sale, e gli spazi per i concerti sono spesso al limite della decenza, ben diversi da quelli delle manifestazioni sportive o della musica classica. Una conseguenza della mancanza di concerti fu che per molti anni per noi alla periferia dell'impero i musicisti rappresentarono più un mito stampato sulla copertina dei dischi che delle persone vere in carne ed ossa, più o meno capaci o incapaci di intrattenere un pubblico. Tutto questo fino agli anni della new wave, quando Iggy Pop riapri la strada ai concerti in Italia (era il 1979); ma anche oggi chi ha la fortuna di assistere ad un concerto in un altro paese si rende conto che una bella differenza rimane sempre.
Comunque anche noi ragazzi degli anni settanta abbiamo assistito ai nostri show. Il primo concerto di peso di cui ho memoria fu quello degli Area di Demetrio Stratos al Teatro Municipale di Piacenza. Anno, immagino, 1974. Fin da quella prima esperienza provai la sensazione che non mi ha mai abbandonato negli anni e che io definisco: 'quando il concerto decolla'. C'è il gruppo che suona, ci sono le canzoni, c'è il teatro, c'è il pubblico; ma quando, e se, il concerto decolla, lo spazio/tempo si annulla, ti sollevi dagli umani affanni ed entri in un altrove, in un Nirvana fatto solo di musica fino a che l'ultimo applauso non ti riporta a terra, stremato, incredulo e con l'impressione di aver vissuto un'esperienza, un trip unico. Non succede sempre, non succede nemmeno spesso; ma quando succede vuol dire che valeva la pena di assistere allo show. Quella prima sera con gli Area il concerto decollò, e fu una grande esperienza, sostenuta, ricordo, da brani come Cometa Rossa e Luglio Agosto Settembre suonato addirittura due volte. Rividi gli Area, ma senza che la stessa magia riuscisse a ripetersi. Ricordo che raccontai questa cosa a un Demetrio Stratos stanco dopo il concerto, che mi guardava però perplesso, forse sospettando che il mio stato avesse qualche cosa a che fare con l'assunzione di qualche sostanza chimica - o forse era solo desideroso di andare a dormire (ciao Demetrio, spero tu esista ancora da qualche parte). Vidi De Gregori, la PFM, vidi Arti & Mestieri, Henry Cow e cento altri, ma nessuno riuscì a far decollare il concerto: ero sempre semplicemente io che ascoltavo interessato un gruppo di musicisti suonare piacevolmente.
Iggy Pop in Italia nel '79 fu furioso, ma si udì molto poco che avesse a che fare con la musica. La cosa migliore di quella serata fu andare a cena con Glen Matlock. I Byrds (o meglio McGuinn & Hillman) furono puliti e ben educati, Bruce Cockburn ispirato e quasi mistico. Ma per far decollare un palco ci vuole un quadrimotore molto potente. Ci vuole che un gruppo perfetto metta assieme qualche canzone che ti fa drizzare le orecchie, che crei un climax che cresce fino a che... bang! in un momento ti trovi nell'iperspazio. Uno che sapeva davvero come farti decollare era Willy DeVille, specie con i Mink DeVille; come partiva il giro di boogie di Cadillac Walk e lui faceva il duck walk, eri in paradiso. Lo stesso per il pachuco di Spanish Stroll. Anche nel periodo New Orleans era imbattibile, quando smetteva i brani dei Mink che non gli venivano più così bene e partiva con i rithm & blues di Victory Mixture...
Ho visto il vecchio Jerry Lee Lewis con la sua band e al confronto sembrava Casadei.
Un altro pilota spaziale era Van Morrison. Arrivava piccolo e tozzo già incazzato e senza salutare nessuno attaccava con la sua magia; tre o quattro pezzi e poi lasciavi la poltrona e cominciavi a veleggiare fra le nuvole. E quando lui cominciava ad agitare le gambe o le braccia come un jazzista, lo sapevi che era il suo modo di sorridere, di dirci, ok vi amo anch'io prendetevi questa poesia e portatevela nell'anima...
Bob Dylan in concerto è una penitenza, che gli devi volere proprio bene per restare lì e non andartene; a Modena assieme a Tom Petty neanche ricordo cosa suonò. Ma anche lui una volta mi fece un regalo: era sul lago di Como, uno show insopportabile, canzoni che credevi fossero altre e poi a metà ti accorgevi che ti eri sbagliato ed alla fine che ti eri sbagliato di nuovo. Per qualche attimo ti sembrava di aggrapparti alla nota giusta, ma poi finiva subito e tu eri li a guardarti imbarazzato attorno, imbarazzato di essere li e imbarazzato che lui fosse Dylan, con quella voce sgraziata come se gli si fosse rotto un microfono da quattro soldi. Ed infatti ad un certo punto mi sono stufato e sono uscito. Volevo vedere il lago ma non si poteva raggiungere, nascosto com'era dalle ville dei ricchi, ed alla fine siccome mi annoio rientro, in tempo per i bis, e lui si vede che se ne accorge (lol) perché improvvisamente imbrocca qualche nota, salta sui binari e non so più che pezzi fece ma in extremis il climax arriva e non tutto è perduto. Una sveltina, ma meglio di niente. Posso raccontare di aver goduto anche della band del Never Ending Tour.
Uno dei migliori show a cui ho assistito, che ci crediate o no, è stato degli Yes, in formazione completa con Rick Wakeman alle tastiere. Li ho visti anche senza Rick, ed è lui che tiene in piedi la band. Lo so che i suoi dischi sono di un pessimo gusto, ma ciò nonostante ha talento da vendere. Sono arrivato a concerto già iniziato, avevo un posto in prima fila che era ancora libero, mi siedo ed il gruppo sta suonando qualche musica magica che mi pare familiare ma non riesco a mettere a fuoco, e questa cosa va avanti per un sacco di tempo, la canzone non finisce mai ed è bellissima, ci sono cori che sembrano i Beach Boys, tutto perfetto ed io galleggio nello zucchero. Scoprirò poi che si tratta di un medley fra South Side Of The Sky e qualche cosa di minore registrato di fretta in California negli anni novanta in un disco intitolato Keys To Ascension.
A volte accade che lo show sembri decollare per qualche canzone, ma poi l'aereo è troppo pesante e torna a sbattere sulla pista. Mi capitò di andare a vedere il cantante dei Free, quando salta fuori il presentatore per dire che Paul Rodgers non è potuto venire ma al suo posto c'è Peter Green. Chi c'è? Mammamiasantissima, Peter cazzo Green dei Bluesbreakers, Fleetwood Mac, The End Of The Game?!? Entra, un po' ingrassato che sembra Crosby, lo prendono e lo girano verso gli spettatori e lui comincia a suonare. Non sembra molto presente, ma quando attacca Black Magic Woman (se la canzone era quella e la memoria non mi imbroglia) la chitarra mi manda in feedback le orecchie; non dura troppo, ma finché funziona sono in paradiso. Ricordo altri concerti che sono magicamente decollati: Joe Ely sul palco con il chitarrista spagnolo di flamenco alla sua destra ed il chitarrista elettrico più cattivo del Texas alla sinistra. Strepitoso. Persino la prima volta che ho visto Popa Chubby era in gran forma: ha preso all’amo il pubblico con la sua Fender e l'ha letteralmente sollevato. Erano i giorni di gloria di Booty and the Beast.
Di tutti i concerti dei gruppi new wave mi sono divertito a quello di Joe Jackson, ai tempi di Look Sharp. Ricordo che ballavo nel parterre. I Ramones sono stati una delusione, hanno suonato venti volte lo stesso pezzo e poi sono usciti. I Police anche peggio: Sting dal vivo è bollito e le canzoni non funzionavano. Tutti gli altri punk più che altro strillavano, ti accorgi che i dischi riuscivano a farglieli incidere (e mi piacevano pure), ma saper cantare o suonare davvero era un altro paio di maniche. Non ho visto i Clash, e nemmeno Graham Parker & The Rumour, né Elvis Costello.  Di concerti reggae ho visto Bob Marley e Peter Tosh, ma non ricordo molto: con il secondo ero sotto il palco e praticamente era nascosto dalle nuvole di fumo profumato, che l'unica cosa che ricordo è stato di svegliarmi nel mio letto al mattino, ma non ero decollato, ero proprio svenuto.

Per decollare ci vuole una pista, una pista lunga su cui rollare ed accelerare fino al punto di non ritorno, quando i motori ce la mettono tutta ed i carrelli lasciano il terreno. Solo un musicista ho conosciuto che sapeva come si effettua un decollo verticale: Bruce Springsteen con i suoi magnifici sette! La E Street Band partiva dove gli altri arrivavano sudati dopo un paio d'ore nella eccitazione dei bis. Niente preliminari: ti prendevano in piena faccia con un milione di decibel con la prima canzone, come con Born In The USA a San Siro oppure Factory > Prove It All Night a Zurigo, e non ti mollano fino all'ultimissimo degli infiniti encore. L'ultimo grande decollo il Boss me l'ha regalato con il tour delle Seeger Sessions, da allora ha fatto più fatica anche lui.
Non ho visto tutti i grandi act del rock & roll. Non ho visto gli Allman, non i Grateful Dead. Non Lowell George con i Little Feat, ma anni dopo i ragazzi da soli e i carrelli si sono sollevati dal suolo solo per pochi istanti mentre facevano un pezzo di Bob Marley; però li ho visti in un film in concerto a St. Louis e so che quando vogliono sono ancora grandi. Ho visto la Dave Matthews Band, ma non era a Lucca, era a Milano; ma di Lucca ho comunque il disco e mi rendo conto di cosa mi sono perso. Non ho visto i Phish (ma può ancora capitare), non Bob Seger & The Silver Bullet Band, né Warren Zevon.
Ho visto gli Stones pallosi degli anni ottanta che si recitano addosso, e cosa darei per aver potuto vedere quelli veri, abrasivi e bellissimi degli anni sessanta, quelli che solo a vederli a top of the pops a far boccacce resti ipnotizzato dal loro carisma.
Non ho visto le leggende del blues, e so di essermi perso qualche cosa perché per suonare il blues ci vuole una personalità straripante e una voce come quella di Muddy Waters, o BB King, o Howlin Wolf, o Elmore James. Però ho visto Willy DeVille acustico a un metro da me (gli ho passato un paio di bottiglie di Corona - che non mi ha pagato) e la sua voce faceva paura.
Vivo alla periferia dell'impero e ho ascoltato grandi concerti sui dischi. Però per decollare ci vuole un palco, gli amplificatori ed una grande band di vero talento.