mercoledì 29 giugno 2011

Old Rockers Never Die



Hot Tuna. Il nome di una band che sa di mito, che sa della leggenda degli anni 60, San Francisco, Haigh Hasbury, Jefferson Airplane, psichedelia, la generazione hippie. Hot Tuna sta per Jorma Kaukonen e Jack Casady, metà degli Airplane, la metà meno lisergica e più blues. Nati come side project della band nel 1969 sotto forma di combo acustico (a lungo costituirono un siparietto acustico negli show della banda madre), aggiustarono il tiro con Burger nel 1972, dove blues delle radici e musica rock, chitarre acustiche e chitarre elettriche trovarono il loro equilibrio. E mentre Paul Kantner e Grace Slick davano fuoco alle polveri della propria visionaria fantasia con i dischi assieme al resto della crema psichedelica di Frisco, nel corso di session in cui cominciava a far la comparsa il nome di Jefferson Starship (che in seguito avrebbe finito per etichettare un sound molto più addomesticato), Kaukonen e Casady si mettevano definitivamente in proprio per creare galoppate elettriche con America's Choice, Yellow Fever e Double Dose. Ancora oggi on the road, il loro ultimo disco in studio risaliva al 1990. Così costituisce un po' una sorpresa un nuovo disco del dinamico duo. Per quanto mi riguarda la mia attenzione è stata attirata soprattutto dalla bella copertina - i Tuna hanno sempre avuto buon gusto per la grafica dei propri dischi, e questo Steady As She Goes è uno dei migliori. Il disco è registrato negli studios di Levon Helm e prodotto da Larry Campbell, quello del Dylan ritrovato di Love And Theft. C'è effettivamente del Dylan negli arrangiamenti di questo disco, un po' dell'elegante mestiere della band del never-ending tour. Evitando di frugare nel blues acustico, e rinuciando alle tirate hard di chitarra elettrica, Jorma Jack & Larry scelgono di presentarsi un po' gigioni con uno stile laid back che alla fine più che Dylan (o gli Hot Tuna) porta alla mente il Knopfler tranquillo dei dischi recenti. Angel Of Darkness è il brano più vivace, capace di evocare, vagamente, nei contro canti femminili addirittura la Grace Slick degli Airplane. Children Of Zion in verità è un bel blues del Rev Gary Davis (presentato molto a la Knopfler). Bella la ballata a due voci di Smokerise Journey.  Tutto il disco scorre piacevolmente senza prendersi troppo sul serio fra ballate, blues e western swing, senza picchi ma anche senza valli. Un disco che non aggiunge nulla alla leggenda dei due musicisti, ma che può divertire i fan. Per chi invece fosse curioso di conoscerli, il consiglio è di procurarsi Burgers, e di non perdere il tour italiano di supporto al nuovo disco.

Hot Tuna > Steady As She Goes
Red House, aprile 2011
★★★





Anche NRBQ è una band che, ad un pubblico un po' smaliziato e probabilmente dai capelli ingrigiti, parla di mito e leggenda. Pur non avendo mai frequentato le classifiche di vendita dei dischi, il gruppo, un po' di Miami, Florida, ed un po' di NYC di Terry Adams, Joey Spampinato, Al Anderson e Tom Ardolino, si è costruito una solida fama grazie a show robusti e divertenti dove mischiano rock & roll, rithm & blues, sound del bajou, beat, pop, jazz, tanto mestiere e gusto di suonare. Musicisti dei musicisti, sono stati sicuramente un'ispirazione per Bonnie Raitt, Little Feat, Los Lobos e possono citare fra i propri fan nomi come Bob Dylan, Elvis Costello, Nick Lowe, Dave Edmunds, Paul McCartney. In realtà i NRBQ sono stati probabilmente la maggiore ispirazione, assieme ai Beatles, dei Rockpile (sempre che qualcuno negli anni duemila si ricordi dei Rockpile). Dei tanti dischi realizzati uno in particolare è da conoscere: At Yankee Stadium del 1978 (no, non è registrato dal vivo, e meno che mai allo Yankee Stadium). Come pure sono da evocare canzoni come Riding In My Car, Me and the Boys, Green Lights. Oggi i NRBQ non sono più fisicamente quel quartetto (anzi, quel ‘nuovo rithm & blues quartetto’). Del gruppo originale è rimasto solo il pianista Terry Adams, che da un decennio porta in giro il suo Terry Adams R&R Quartet che ora, uscito dal tunnel di una malattia, ha deciso di ribattezzare con il nome della vecchia band. E non senza ragione, perché questi NRBQ assomigliano proprio tanto agli old NRBQ. Keep This Love Goin' (il nuovo disco) non aggiunge proprio nulla a quanto era già stato detto, ma è delizioso come sempre, con il suo mix di generi cantati con tanta voglia e tanto contagioso piacere: un po' Beatles, un po' CCR, un po' Tin Pal Alley. Proprio la stessa ricetta dei migliori Nick Lowe e Dave Edmunds.

NRBQ > Keep This Love Going
Burnside, giugno 2011
★★★½




Parlando di miti e leggende, che dire dell'autore di quel pezzo che Jake e Joliet Blues (i Blues Brothers) hanno definito "i nostri Brahams, i nostri Beethoven"? Già: l'immortale Green Onions di Booker T & the MGs, vale a dire la band di studio della Stax Records. Booker T Jones di Memphis Tennessee è tornato, nel 2009 con un disco registrato con i Drive By Truckers, oggi con questo The Road From Memphis. Il disco ha 11 canzoni, 4 cantate e le rimanenti 7 strumentali. Nessuna delle strumentali è  (come) Green Onions, ma nessuno pretendeva tanto. Beethoven non ha scritto tutte le settimane il tatatata della V sinfonia. Ma dopo un po' che le ascolti sono affascinanti; fanno molto colonna sonora di Tarantino, più o meno dalle parti di Jackie Brown. Magari non sono straordinarie ascoltate da sole, ma sono impagabili nel creare il climax per le quattro canzoni cantate. Particolarmente belle Crazy e Everything Is Everything. Poi ci sono le canzoni: grandi R&B asciutti ed essenziali modello Stax 1960. La mia preferita è Down In Memphis, un errebì a serramanico con la voce roca di Booker T che sembra Gil Scott Heron. Giù a Memphis, e ti sembra di vederla una periferia nera che forse non esiste neanche più. Representing Memphis è il pezzo che potrebbe fare da 45 giri, un soul per due voci, quella maschile di Matt Berninger e quella femminile di Sharon Jones. Progress è cantata da Yim Yames dei My Morning Jackets. Il disco si chiude con lo strumentale di Harlem House che tira la volata a The Bronx, cantata da brivido da Lou Reed come fosse un pezzo di New York o Street Hassle.
Un disco impagabile, che cresce ascolto dopo ascolto e che testimonia quanto fosse potente la musica nera negli anni sessanta.

Booker T. Jones > The Road From Memphis
Anti, maggio 2001
★★★★

lunedì 27 giugno 2011

A King Crimson ProjeKct > A Scarcity Of Miracles


Jakko Jakszyk, Robert Fripp, Mel Collins with Toni Levine and Gavin Harrison
A King Crimson ProjeKct
A Scarcity Of Miracles (Panegyric Maggio 2011) 

I King Crimson sono il gruppo rock più intellettuale del Regno Unito. Inventori del Progressive Sinfonico nel lontano 1969 con In The Court Of Crimson King, nel 1974 furono loro a decretarne la fine, dopo averne disseminato il percorso di gemme amate ancora oggi. Nel 1980 ripresero il percorso musicale come Art Rock con la splendida trilogia di Discipline. Negli anni novanta le tensioni interne li hanno portato ad allargare la formazione ad un doppio trio, con cui realizzare il suono industriale di THRAK, per poi dar vita una serie di esperimenti mischiando i sei membri in sotto formazioni definite ProjeKct, numerate rispettivamente one, two, three, four, X, six... Progetti che sono serviti soprattutto a allungare il brodo di un'ispirazione calante, come dimostra l'album del 2000, il più debole della carriera della band. Nel 2003 è stato dato alle stampe l'ultimo disco dei Crimson, The Power To Believe, di nuovo di ottima qualità, che sembrava però destinato a rappresentare il canto del cigno di tanta band. Robert Fripp, infatti, pareva aver perso la voglia di giocare al Re Cremisi, dichiarando ufficialmente che non ci sarebbe stato un futuro per il gruppo. Ma l'uomo propone e dio dispone, ed il destino fa a modo suo. Destino che ha voluto che Fripp incontrasse in un negozio di dischi Jakko, promessa del mondo dell'art rock e già cantante negli anni 90 in una formazione che aveva portato in concerto le musiche dei Crimson degli anni settanta, ancora nel cuore dei fan. Siccome una chiacchiera tira l'altra, i due si ritrovarono a registrare un po' di quei soundscapes cari all'anziano Fripp, musiche destinate a far da tappezzeria sonora all'ambiente ma piuttosto noiose se ascoltate in primo piano; una musica in confronto alle quale l'elettronica tedesca è boogie woogie. Ma l'astuto Jakko prendeva poi l’iniziativa di sovraincidere i soundscapes delle due chitarre con la propria voce, facendone delle canzoni, e poi, non pago, di passare i nastri ad un altro ex Crimson degli anni settanta, il sassofonista Mel Collins, perché vi incidesse anche sax e flauti. Infine le sei canzoni, risultato di tanto sforzo, sono state passate al trattamento della sezione ritmica del leggendario bassista Toni Levine e del batterista dei Porcupine Tree, Gavin Harrison. Insomma, questo disco è nato come una di quelle torte a strati, in cui tutti i gusti sovrapponendosi danno vita ad un unico omogeneo sapore gustoso. Le registrazioni, tornate a Fripp, lo hanno sbalordito, portandolo a dichiarare di essere uno dei dischi in cui è stato implicato di cui va più fiero - ed è stato vicino tanto così a contraddirsi promuovendo la formazione a King Crimson. Per risolversi alla fine, siccome è Bob Fripp l'incontentabile, al compromesso di definire il lavoro A King Crimson ProjeKct, un progetto dei KC.
Il disco, A Scarcity Of Miracles, non è affatto male. Anzi, di questi tempi di scarsità di miracoli, è proprio piacevole. Gli uggiosi soundscapes hanno preso vita palpitando come canzoni, per le cui parti cantate Jakko si è ispirato ad un altro rocker già del giro dei KC, David Sylvian. Mel Collins può dirsi in un certo modo il mattatore del disco, con i propri incontenibili sax mai sperimentali, ma anzi molto orecchiabili. Harrison ha conferito al suono un'aria moderna con la sua batteria agli antipodi di quelle dei KC degli anni settanta a cui invece il disco sembra ispirarsi. Un po' Formentera Lady e un po' anni duemila. Quello che manca della tradizione dei KC è la sperimentazione: dice Fripp che questo disco piacerà anche alle fidanzate.
I fan hanno accolto l'insperata sorpresa a corrente alternata: i fan del suono industriale dei ProjeKcts hanno storto il naso, i nostalgici di Islands e di Starless hanno apprezzato. Io sono, per una volta, con Fripp: il disco non sarà un capolavoro, ma è di una inaspettata bellezza e piacevolezza. E poi lascia sperare in un intero nuovo capitolo per la banda del Re Cremisi, considerando che di regola i cicli creativi di Fripp & soci vanno di tre dischi in tre dischi.

venerdì 24 giugno 2011

Warren Haynes > Man In Motion



Scrivevo: “Pur senza essere un genio musicale alla Mozart né un virtuoso da circo, Warren Haynes è il chitarrista più amato di questa generazione”. Amore / odio sarebbe una definizione eccessiva, però love & disappointment lo posso scrivere. Warren è un musicista dotato di talento e di ottimo gusto musicale. È anche il chitarrista che ha voluto essere il sostituto di Duane Allman (negli Allman Brothers Band) e di Jerry Garcia (nei Dead), e - va da sé - nessuno può sostituire Duane Allman o Jerry Garcia. Il problema principale di Warren Haynes è la mancanza di misura. Va in tour con i Dead, va in tour con gli ABB (e registra ogni tanto anche qualche bel disco), va in tour con i Gov’t Mule con cui registra quasi un disco all’anno, e infine registra a proprio nome. Un po’ troppo per riuscire a tenere uno standard qualitativo elevato. Quando però decido di essere “disappointed” con Warren, mi capita per le mani la registrazione di uno show come quelli di Halloween e mi sciolgo nei suoi assolo di Gibson Les Paul.

Di tutta la sua produzione, di regola i dischi meno eccitanti sono quelli da solista. E Man In Motion è un disco da solista. Un disco rigorosamente R&B elettrico, ispirato ai lavori della Stax e del Muscle Shoes degli anni sessanta. Warren alla voce e alla Gibson, Ivan Neville all’Hammond, cori, fiati, tutto il contorno. Alcuni pezzi sono splendidi.
River Gonna Rise (“il fiume salirà”) è un errebì ritmatissimo con una chitarra vagamente santaneggiante che trasmette energia e ti fa accompagnare i cori.
Everyday Will Be Like A Holyday (“ogni giorno è una vacanza quando la mia bambina torna a casa”) è uno di quei lentoni soul con tanto di duetto vocale, che a Warren riescono così bene.
Sick Of My Shadow (“spaventato dalla mia ombra”) è un brano groove di sette minuti che cresce fra fiati ed Hammond come un pezzo dei Phish che furono.
On A Real Lonely Night (“in una notte davvero solitaria”) è un R&B classico alla Stax o alla NRBQ che si sviluppa per sette torridi minuti su un crescendo di fiati alla Blues Brothers.
Hattiesburg Hustle è una dose di blues con tanta chitarra.
Take A Bullet (“prenderei una pallottola per te”) è un lato B alla Sam & Dave, con questo testo… disarmante.
Dunque, di cosa mi lamento? Che Warren non abbia messo queste canzoni a disposizione della band. La sezione ritmica è precisa ma timida: cosa ci sarebbe stato di male nel far suonare la batteria a Mat Abts e a far di questo un disco dei Mule?
Ancora meglio: Low Country Blues di Gregg Allman è un ottimo disco. Cosa sarebbe stato mischiato a questo Man In Motion come disco della band dei fratelli Allman? Un capolavoro.
Insomma, Man In Motion di Warren Haynes è un buon / ottimo disco, tre stelle o quattro (a seconda del vostro umore e dei vostri gusti). Però qui si è persa la capacità di sognare e di pensare in grande…

giovedì 23 giugno 2011

Il Camionista Ghost Rider


C’è questo pezzo, il camionista Ghost Rider, un folk acustico tiratissimo con un armonica che sembra Hurricane di zio Dylan, dove un camionista nel suo viaggio dalla Svizzera all’Adriatico carica Johnny Cash al Gottardo, Woody Guthrie a Casalpusterlengo, Robert Johnson a Faenza e Jimi Hendrix a Forlì. Un brano che sa parlare il linguaggio della gente semplice che vive il rock & roll sulle nostre lande, senza le menate del critico ma con il piacere della passione; oltre tutto nel dialetto lombardo caro al comasco Van De Sfroos (“vanno di contrabbando”). Un pezzo che chi ama la nostra musica dovrebbe ascoltare. Ed anche nel resto del disco affiora la sensazione di testimoniare l’energia del Dylan di quel disco ormai lontano, Desire. Da qualche parte c’è anche un violino alla Scarlet Rivera, se non me lo sono immaginato - proprio ascoltandolo in autostrada sulla A1 verso Forlì.
Bella La Machina del Zio Toni, ma anche altre cose come Dove Non Basta il Mare o La Figlia del Tenente e, perché no, anche la DeVillesca El Carnavaal De Schignan.

lunedì 20 giugno 2011

Clarence Clemons R.I.P.


(11 gennaio 1942 - 18 giugno 2011)

Big Man ha avuto una vita molto sopra le sue aspettative, anche se certamente più breve delle sue aspettative. Come si dice: "una candela che brucia da entrambi i lati".
Quello che abbiamo perso noi è un altro tassello della nostra giovinezza: la E Street Band...

martedì 7 giugno 2011

Americana


Il 1967 è celebrato come la Summer of Love, il culmine del flower power e della filosofia hippie, l'era psichedelica su entrambe le sponde dell'oceano. Di qua l’estate dell’amore si celebrava all'UFO Club con i Pink Floyd di Syd Barrett e con i primi Soft Machine, con i Beatles di Sgt. Pepper, la Jimi Hendrix Experience, i Cream di Disraeli Gears, i Traffic di Mr. Fantasy. Dall’altre parte dell’Atlantico nella Haight Ashbury di Grateful Dead, Jefferson Airplane, Big Brother, QuickSilver Messenger Service, Santana e la Los Angeles psichedelica di Love e Doors,
Bob Dylan nella Summer of Love era assente. Era in un seminterrato ad inventare la nuova musica americana con la sua band, la Band.
Non tutti i musicisti americani erano rimasti folgorati dalle band della british invasion e non proprio tutti avevano cercato di diventare i Beatles, gli Stones, gli Animals o gli Yardbirds d’America. Uno stuolo di operai del rock'n'roll, di blue collar della musica, si guadagnava da vivere suonando giorno per giorno nei piccoli locali per trecento sere all’anno, oppure come backin’ bands in sale di registrazione del R&B come il Fame ed i Muscle Shoals. A Muscle Shoals, a Memphis, a Nashville, a Los Angeles. Operai del rock che neanche nella più fervida delle proprie fantasie potevano immaginare che il proprio momento fosse prossimo.
I futuri ispiratori del nuovo rock americano non erano molto di più di una modesta band canadese che accompagnava un rock & roller di seconda scelta del Tennessee, Roger Hawkins, emigrato a cercare un po' di popolarità locale nella terra dei grandi laghi. Il gruppo prendeva il nome di The Hawks: Rick Danko al basso, Garth Hudson all'organo, Robbie Robertson alla chitarra, Richard Manuel al piano, a cui si aggiungeva l'americano dall'Arkansas Levon Helm alla batteria. Tutti ottimi musicisti, quattro su cinque erano in grado anche cantare, oltretutto ognuno con una voce suggestiva. Ciò nonostante quando, dopo aver accompagnato Hawkins per un lustro, nel '63 si trovarono senza cantante, all’inizio lo cercarono fuori dalla band per poi decidersi solo alla fine per Levon Helm, il batterista dalla voce commovente. Qualche tentativo di incidere un singolo di qualche successo non ebbe esito, e si proposero allora al bluesman John Lee Hooker, che però era prematuramente vicino alla fine dei propri giorni. Furono d’aiuto a John Hammond nel registrare un disco, e capitò che John li consigliasse addirittura al nuovo astro nascente del folk Bob Dylan che era in cerca di una band elettrica per trasformare il proprio folk in rock come la musica di quei diavoli di inglesi. Dylan scelse Robertson e Levon Helm, ma i due, che non avevano neanche un’idea troppo precisa dell’importanza artistica di zio Bob, gli imposero tutto il gruppo. Furono giorni strani per la band, che dalla routine si ritrovava improvvisamente catapultata in concerti funestati dalle contestazioni del miope e talebano pubblico del folk, che pretendeva che Dylan si accompagnasse con la sola chitarra acustica. Fu troppo per Levon Helm che lasciò tutta quella follia. Con Dylan il gruppo fece esperienze straordinarie ed impensabili, come il tour londinese di Dylan, accolto dal pubblico inglese come un superdivo; Robertson suonò la chitarra sui due più celebrati dischi di Bob, Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde, che arrivarono al primo posto della classifica americana e che sarebbero stati considerati in futuro come pietre miliari della storia del rock.


Nel 1967, mentre il mondo viveva la Summer of Love, la Band affittava una grande casa rosa a Woodstock vicino a Bob Dylan (che si era ritirato in quella smalltown dopo l'incidente in moto del 1966) e registrava con lui centinaia di canzoni nei basements, lo scantinato, realizzando quelli che sarebbero stati noti al mondo come The Basement Tapes, canzoni rese note per lungo tempo solo grazie ai bootleg, i dischi pirata, e che furono reinterpretate da una quantità di artisti, come Peter Paul & Mary, Manfred Mann, Julie Driscoll e Brian Auger con i Trinity, ed i Byrds. Ci volle quasi un decennio perché le registrazioni fossero infine parzialmente edite dalla Columbia, nel 1975. Robbie Robertson iniziò a scrivere le proprie canzoni, e qualcuna ne scrisse Richard Manuel e Rick Danko assieme a Bob Dylan. Il disco di quella che ìnel frattempo era divenuta The Band (semplicemente "la banda") uscì nel 1968, con il titolo di Music From Big Pink, e benché non finisse in testa alle classifiche, sarebbe destinato a diventare uno dei più acclamati ed influenti dischi rock di tutti i tempi. L'atmosfera delle dieci canzoni era quanto di più lontano si potesse immaginare dal rock psichedelico che si sentiva in giro, ma anche dal beat che le band britanniche avevano importato.
Canzoni come The Weight e Tears Of Rage sembravano intrappolare l'elegiaco suono dell'epopea della campagna americana, dei suoi grandi spazi e della sua storia. Una musica rilassata, evocativa, romantica ma al tempo stesso robusta, una musica delle radici che faceva leva sulla intensa bellezza delle canzoni anziché sul volume degli strumenti o sugli assolo di chitarra o di batteria. Il distillato di americanità sprigionata da quei solchi fu epidemico: chi l'ascoltava si convertiva al nuovo suono. Racconta il critico musicale Nick Kent che tutto d’un tratto ogni musicista americano o inglese gettava la camicia fosforesente e si faceva crescere la barba per assumere il look del cacciatore di orsi. Eric Clapton decise di farla finita con il supergruppo psichedelico dei Cream, all’apice della popolarità, per inseguire quel suono morbido e rilassato, mettendo assieme i Blind Faith con Steve Winwood dei Traffic, il più americano dei musicisti inglesi. I Rolling Stones si convertirono al rock della cotton belt (la “cintura del cotone” del sud degli States), i Grateful Dead registrarono Workingman's Dead ed American Beauty, i Byrds si unirono temporaneamente a Gram Parsons per registrare un disco country, Sweetheart Of The Rodeo. Bob Dylan registrava il suo disco roots, Nashville Skyline. L'estate dell'amore era finita, era cominciata l'era della Musica Americana.
The Band avrebbe replicato la magia del primo disco con due altri magici capolavori, The Band e Stage Fright, prima di forzare Bob Dylan a tornare sul palco per il primo concerto dopo l'incidente, per lo show di capodanno del 1971 testimoniato nel disco Rock Of Ages, in cui le canzoni del gruppo sono accompagnate dai fiati arrangiati dal leggendario musicista di New Orleans Allen Toussaint. The Band avrebbe accompagnato ancora Dylan in Planet Waves (1974) ed il live Before The Flood, prima del proprio celebrato ultimo concerto, tenuto come si trattasse di un avvenimento epocale al Fillmore West nel giorno del ringraziamento del 1976 con ospiti tutti i musicisti che avevano in qualche modo incrociato la carriera del gruppo come Clapton, Hawkins, Muddy Waters, Paul Butterfield, Emmylou Harris, Neil Young, Van Morrison e naturalmente Bob Dylan. Il concerto è testimoniato dal film The Last Waltz di Martin Scorsese che aggiunse ulteriore popolarità al mito della Band.


Nel 1968 Eric Clapton era il più mitizzato fra i chitarristi elettrici, secondo al solo Jimi Hendrix, al quale Eric era debitore del suono psichedelico dei Cream di Disraeli Gears e Wheels Of Fire. Music From Big Pink aveva sparigliato le carte; né il suono né il seguito fanatico dei Cream appartenevano veramente al DNA di Clapton, che si sentì subito attratto dalle atmosfere laid-back e bucoliche della Band. C’è chi racconta che il mitico slowhand fece persino un tentativo di essere assunto dal gruppo di Robbie Robertson. Di certo si decise per l’addio al power trio, per lavorare al suono “americano” assieme ad un altro soul man di anima nera nato in Inghilterra, Steve Winwood dei Traffic (un gruppo per molti versi affine alla filosofia della Band). Il progetto prese il nome di Blind Faith (fede cieca, per l’attesa che aveva creato fra i fan) ma andò in porto solo a metà, forse per la partecipazione di Ginger Baker alla batteria, che pare non fosse stato invitato. Baker era un membro dei Cream, il che fece pensare ai fan (e forse anche ai discografici) che i Blind Faith sarebbero stati una riedizione dei Cream senza Jack Bruce. L’album del gruppo inglese contiene molte chicche, fra cui Presence Of The Lord e Can’t Find My Way Home, ma il tour americano non fu apprezzato dai fan accorsi per ascoltare le tirate elettriche che Clapton non aveva alcuna intenzione di suonare. Per qualche motivo la band che supportava nel tour i Blind Faith era il duo R&B bianco di Delaney & Bonnie, accompagnati dai Friends, vale a dire un’infornata di quei session man blue collar del rock americano che si diceva in apertura: dal talentuoso pianista Leon Russell (session man con Phil Spector e musicista di studio con i Byrds, e successivamente guest star di tutto il gotha del R&R), a Jim Gordon, Carl Radle e Bobby Whitlock, già session man con gruppi dei sixties come Beach Boys, Everly Brothers, Byrds oppure in studio con gli artisti della Stax Records come Sam & Dave. Clapton rimase impressionato dall’atmosfera familiare dei Friends, dalla loro musica rilassata e dalla personalità di Delaney Bramblett, che divenne il suo mentore e a suo dire gli insegnò a cantare, e gli produsse il primo disco solista, quello di After Midnight. Clapton passò il tempo del tour assieme alla band americana, e alla fine se la portò in Inghilterra per portarli dritti a corte, presentandoli a Beatles e Rolling Stones, registrando con essi il capolavoro di George Harrison All Things Must Pass ed il live Delaney & Bonnie & Friends On Tour With Eric Clapton (che pure non fu all’altezza dell’atmosfera dei concerti).
Diventati star di prima grandezza dalla sera alla mattina, i Friends accompagnarono il tour di Joe Cocker e Leon Russell Mad Dogs and Englishmen (testimoniato dall’omomino doppio di successo), dopo di che Jim Gordon, Carl Radle e Bobby Whitlock divennero addirittura compagni di avventura di Clapton nell’epopea di Derek & The Dominos, la band del mitico doppio album Layla and Other Assorted Love Songs.
Tutta questa energia veniva spesa in poco più di un anno a cavallo del cambio di decennio, il 1970.


Meanwhile, back in the States: in Georgia vedeva nel frattempo la luce un’altra band, formata dai fratelli Gregg e Duane Allman e dal chitarrista Dickey Betts. Duane era uno straordinario chitarrista, anch’esso un operaio session man dei FAME Studios di Muscle Shoals in Alabama, gli studi dove avevano registrato i loro successi musicisti come Aretha Franklin e Percy Sledge. Dopo aver proposto inutilmente il ruolo di cantante solista ad un altro musicista degli studi FAME, Eddie Hinton, i due fratelli e il chitarrista aggiunto decisero di cercare il successo per proprio conto con il nome di Allman Brothers Band. Con una potente formazione basata sulla ritmica di ben due batterie (Butch Trucks e Jaimoe) ed un bassista (Berry Oakley) che faceva da tappeto sonoro alla malinconica voce soul del tastierista Gregg (ispirato da Steve Winwood dei Traffic / Blind Faith), e che lasciava via libera alle galoppate strumentali dei due chitarristi, il più spigoloso Duane, star del gruppo, ed il più morbido e country Dickey Betts.
Il primo album, omonimo, del 1969, comprende brani di culto come Whipping Post, Dreams, Don’t Want You No More, It’s Not My Cross To Bear, inventando quel sound che avrebbe preso il nome di southern rock, un melting pot di rock rurale alla Band, rithm & blues del sud, tirate strumentali alla John Coltrane e jam rock. Per il secondo album, Idlewild South, la band registrava ai Criteria Studios a Miami in Florida nell’estate del 1970, quando il produttore Tom Doad li presentò a Eric Clapton, che stava apprestandosi a registrare proprio a Miami l’album dei Derek & The Dominos. Portò Eric (che allora era ancora God) a vedere il concerto degli Allman, e fu amore a prima vista. Duane fu invitato alle registrazioni, che in realtà consistevano in jam a ruota libera fino a che una canzone prendeva forma dall’ispirazione collettiva. Divenne un grande disco, con Duane alla Gibson ed Eric alla Fender, in una fornace di energia che diede luogo a capolavori come gli assolo di Layla, cover blues come Key To The Highway e Have You Ever Loved A Woman, e canzoni ispirate come Bell Bottom Blues e Why Does Love Got To Be So Sad. Un momento irripetibile, che non riuscì ad essere replicato nei concerti live e destinato ad annegare nell’eroina che avrebbe tenuto Clapton lontano dalla scena per anni e definitivamente fuori dal suo picco creativo (e portato Jim Gordon alla schizofrenia).
Duane Allman avrebbe avuto il suo momento di successo con gli Allman Brothers Band di lì ad un anno, quando il doppio LP dal vivo At The Fillmore, forse il più celebrato disco dal vivo di tutti i tempi, li proiettò nelle classifiche di vendita e nella leggenda del rock.
Prima di incontrare la morte sulle strade di casa in un incidente motociclistico a Macon il 29 ottobre del 1971, con la Harley Davidson contro un lungo camion come quello disegnato sulla copertina del successivo Eat A Peach.
Gli Allman Brothers Band accusarono il colpo e proseguirono il proprio cammino, sostituendo Duane con il tastierista Chuck Leavell e realizzando ancora qualche ottimo album come Brothers and Sisters e Enlightened Rogues, per poi sciogliersi e rimettersi assieme di nuovo all’inizio degli anni novanta quando si resero conto di essere diventati una band di culto come e più dei Grateful Dead.
Il ritorno sui palchi fu possibie grazie alla collaborazione di chitarristi giovani e di talento come Warren Haynes (dei futuri Gov’t Mule) e di Derek Trucks (nipote del batterista Butch Trucks) che prese il posto di Dickey Betts, più interessato alla bottiglia che al lavoro con la band. Questi ABB mark II si spesero soprattutto nel live show, celebrato e mitizzato nei cosiddetti Beacon Run, una serie di show generalmente sold-out suonati al Beacon Theatre di New York ogni anno in marzo. Nel 2009, in occasione del quarantesimo anniversario del gruppo, i concerti consecutivi al Beacon furono addirittura quindici. Non a caso i dischi dal vivo della nuova formazione furono parecchi: A Night With ABB 1st Set e 2nd Set (con Dickey Betts e Warren Haynes); Peakin’ At The Beacon (con Dickey Betts e Derek Trucks) e Live At Beacon Theatre (Warren Haynes e Derek Trucks). Da segnalare anche l’ottimo album di studio del 2003, Hittin’ The Note.

Tornando al 1969, nel dicembre i Rolling Stones erano negli USA per il loro tour americano (quello del tragico concerto di Altamont, l’evento che sancì la fine del movimento hippie) e trovarono il tempo per visitare i Muscle Shoals Studios in Alabama. Decisero di approfittare dell’occasione per registrare nello studio i primi brani di Sticky Fingers, il primo album realizzato per la propria etichetta indipendente. Suonarono in quell’occasione con Bobby Keys (su Brown Sugar), Jim Price e Jimmy Miller (il produttore, che aveva anche prodotto On Tour With Eric Clapton, e prima ancora la mitica Gimme Some Lovin’ dello Spencer Davis Group - per la voce di Steve Winwood). Assieme al successivo Exile On Main Street (registrato però, com’è noto, a Nellcôte, a Villefranche-sur-Mer, durante l’esilio in Costa Azzurra), Sticky Fingers fu l’album più “americano” degli Stones.
Un altro songwriter inglese di grande talento, fan di Leon Russell e più tardi pop star, pagò un tributo alla Band con un album che può essere considerato un atto d’amore: Elton John con Tumbleweed Connection (1970, l’album di Country Confort). Di recente Elton ha fatto ritorno al mondo del rock con un paio di ottimi dischi, The Captain & The Kid, che segna il suo ritorno con Bernie Taupin, e The Union, in coppia con il suo mentore Leon Russell. C’è chi dice che fu Tumbleweed Connection ad ispirare gli Eagles per il loro Desperado.
Il cammino delle grandi band “Americane” proseguì con i Little Feat di Lowell George, gruppo californiano di Los Angeles con il cuore in Louisiana. E poi, in qualche modo tutte le band roots, da Blasters e Los Lobos, Jason & The Scorchers e Long Ryders, Beat Farmers e Lone Justice fino alle contemporanee Whiskeytown, Jayhawks e Wilco, hanno un piccolo grande debito con quei primi dischi della Band di Robbie Robertson, Ricky Danko, Garth Hudson, Richard Manuel, Levon Helm.

Blue Bottazzi © 2011

lunedì 6 giugno 2011

io vado a votare passa parola

domenica 12 giugno (e lunedì 13)

Jefferson Airplane discografia


Jefferson Airplane: Takes Off (RCA, settembre 1966)

Jefferson Airplane: Surrealistic Pillow (RCA, febbraio 1967)
Jefferson Airplane: After Bathing at Baxter's (RCA, novembre 1967)

Jefferson Airplane: Crown Of Creation (RCA, settembre 1968) ★

Jefferson Airplane: Bless Its Pointed Little Head (RCA, febbraio 1969)
Jefferson Airplane: Volunteers (RCA, novembre 1969) ☆

Paul Kantner & Jefferson Starship: Blows Against the Empire (RCA, 1970) ★
Hot Tuna: Hot Tuna (RCA, maggio 1970) ☆

David Crosby: If I Could Only Remember My Name (Atlantic, febbraio 1971)
Hot Tuna: First Pull Up, Then Pull Down (RCA, giugno 1971)
Jefferson Airplane: Bark (Grunt, settembre 1971)
Paul Kantner and Grace Slick: Sunfighter (Grunt, novembre 1971)

Hot Tuna: Burgers (Grunt, febbraio 1972) ★
Jefferson Airplane: Long John Silver (Grunt, luglio 1972)

Jefferson Airplane: Thirty Seconds Over Winterland (Grunt, aprile 1973)
Paul Kantner, GraceSlick, David Freiberg: Baron von Tollbooth & the Chrome Nun (Grunt, maggio 1973) ★

Hot Tuna: The Phosphorescent Rat (Grunt, gennaio 1974)
Grace Slick: Manhole (Grunt, gennaio 1974)
Jorma Kaukonen: Quah (Grunt, 1974)
Jefferson Starship: Dragon Fly (Grunt, settembre 1974) ☆

Hot Tuna: America’s Joyce (Grunt, maggio 1975)
Jefferson Starship: Red Octopus (Grunt, giugno 1975)
Hot Tuna: Yellow Fever (Grunt, novembre 1975)

Hot Tuna: Hoppkorv (Grunt, ottobre 1976)

Hot Tuna: Double Dose (Grunt, marzo 1978)

Jorma Kaukonen: Jorma (RCA, ottobre 1979)

Hot Tuna: Steady As She Goes (Red House, maggio 2011)