domenica 27 marzo 2011

VDGG > A Grounding In Numbers


Un caveat! Il Ministero della Musica avverte: questo è un disco di musica Progressive Sinfonica Inglese. Se non sai cos’è, non partire da qui, perché ti troveresti di fronte ad un disco probabilmente indigesto, dalle sonorità spigolose, geometriche, di quella geometria escheriana che caratterizzava una volta il logo della band. Non per niente si parla di numeri.
I VDGG sono un gruppo di culto dal lontano 1969, e sono sempre stati particolarmente amati nel nostro paese. Mentre il loro leader Peter Hammill non ha praticamente mai realizzato meno di un nuovo lavoro ogni anno, i VDGG sono stati effettivamente assieme non più di un pugno di anni, dal ’69 al ’71, dal ’75 al ’76, e infine dal 2005. Nell’attuale incarnazione sono rimasti in tre, perdendo il sassofonista David Jackson. A Grounding In Numbers è uno dei dischi più pensati, arrangiati, complessi dei VDGG dai tempi di Pawn Hearts. Evidentemente la voglia di farcela senza il sassofono di David Jackson è tanta. Il disco dura quasi un’ora, ma è un concentrato di idee, un liofilizzato che cresce nel tempo. Un lungo fluire di musica lungo tredici episodi legati l’uno all’altro da un filo logico e coerente, quasi a creare una unica composizione. Un complicato nodo gordiano che si srotola lentamente e faticosamente ascolto dopo ascolto alle orecchie dell’ascoltatore attento e paziente (e aggiungerei anche un po’ colto). Venuta meno l’altra personalità dominante della band (quella di Jackson, appunto), resta Hammill a farla da padrone in quello che potrebbe apparire un disco solista rivestito però dei preziosi arrangiamenti che nella povertà francescana dei suoi dischi mancano (recentemente) quasi del tutto. Le idee, gli spunti, le musiche sono molti/e; quello che però manca con evidenza è il lirismo liberatorio di Jackson, il suo sax che con le sue note emozionanti riusciva a limare gli angoli spigolosi della sperimentazione della musica del generatore, l’improvvisazione e il guizzo libero degli strumenti che sul disco pare bandito. Non a caso la geometria non convenzionale della voce di Hammill e gli arrangiamenti basati largamente sulle tastiere portano talora alla mente i momenti migliori di un’altra raffinata band dell’era progressive, i Gentle Giant. Il disco inizia dalla fine, da una Your Time Starts Now che ha tutte le caratteristiche del brano lento di chiusura; e si sviluppa ora fra echi progressive (Highly Strung, Mr. Sands, Bunsho), ora ritmi funky (Smoke, 5533), ora temi sci-fi (Medusa, Splink) ed esercizi della fantasia (Mathematics), legando l’ascoltatore ad un disco comunque splendido per chi ha la voglia di ascoltarlo, un disco che ricambia lo sforzo non consumandosi neppure dopo mille ascolti. Ma forse con il rimpianto che Jaxon avrebbe saputo aggiungere più di un tocco d’anima e di umanità.

vedi anche il sito PH VDGG (guida alla discografia di Peter Hammill / Van Der Graaf Generator)

★★★★ (corposo)
Genere: progressive sinfonico
Esoteric, 2011
in breve: un concentrato di geometrico progressive

giovedì 24 marzo 2011

Lucinda Williams > Blessed


UMG, febbraio 2011

Buttercup
I Don't Know How You're Livin'
Copenhagen
Born To Be Loved
Seeing Black
Soldier's Song
Blessed
Sweet Love
Ugly Thruth
Convince Me
Awakening
Kiss Like Your Kiss

canzoni di Lucinda Williams
prodotto da Don Was, Eric Liljestrand, Thomas Overby
missato da Bob Clearmontain
registrato ai Capitol Studios di Los Angeles, California, con:
Elvis Costello (chitarra su 1, 6, 10) Matthew Sweet (cori su 1, 3, 6)

Lucinda Williams, la ragazza cattiva della Louisiana, rocker autentica dalla voce sofferta, autrice di talento ma non prolifica, dieci album in più di trent’anni, fra cui il riconosciuto capolavoro di rock rurale di Car Wheels On A Gravel Road nel 1998, ed il lucido rock & roll di West nel 2007.
Per il suo nuovo album Blessed, Lucinda ha a disposizione pezzi da novanta dietro il banco della regia, da Don Was, produttore californiano di successo, a Bob Clearmountain, prodigio del suono del Bruce Springsteen dei tempi belli. Ed i risultati non mancano: Blessed riesce a coniugare il rock dell’anima e senza compromessi della Williams con il bel suono rock mainstream di capolavori del passato come Damn The Torpedoes (Tom Petty) o Born In The USA (Bruce), per intenderci - anche se il sound di Lucinda non rinuncia mai ai toni drammatici.
In qualche modo Blessed si apre dove il precedente Little Honey si chiudeva, nel rock’n’roll delle chitarre. Quello si chiudeva con la cover di It’s A Long Way To The Top (mi dicono degli AC/DC e io ci credo anche se non sono mai stato tentato di ascoltare un loro disco). Questo si apre con la chitarra di Elvis Costello sul rock & roll di Buttercup:
“...adesso vuoi qualcuno che sia la tua tazza di burro / auguri, vattela a cercare…”

Canta di amore e di disamore la Williams, sempre in prima persona perché lei è capace così, di cantare con l’anima, con il cuore in mano. Anche se il suono è lucido e scintillante, i temi sono quelli: la voglia di amore, la voglia di non soffrire, l’illusione del futuro a dispetto di ogni evidenza.
“Non so come vivi, non so dove sei / e potresti non avere voglia di aprire la porta”

A parte qualche rock pimpante alla Stones, come Seeing Black, i tempi sono soprattutto lenti e i toni spesso quelli della preghiera, come in Born To Be Loved:
“Non sei nato per essere abbandonato, non sei nato per essere maltrattato, non sei nato per soffrire / sei nato per essere amato”

Seeing Black è il mio pezzo preferito, un inno alla Bruce o alla Tom Petty che però dietro il ritmo nasconde una dedica in morte di Vic Chesnutt (dopo i Drive-By Truckers e i Cowboy Jumkies anche Lucinda lo piange).
“Come hai scelto la data, non mi avevi detto di aver cambiato idea / quando hai deciso di scendere? quando hai cominciato a vedere nero?”

La sequenza di raga attorcigliati in un sudario di Soldier’s Song, Blessed e Awakening è impressionante. La canzone del soldato gioca con cambi di scena fra il soldato al fronte e la sua famiglia a casa:
“Ho incontrato il nemico oggi / baby porta il bambino a giocare fuori / il nemico ha colpito due dei miei / baby porta il bambino alla giostra / perché sono in questo posto dimenticato da dio? / baby lava il viso del bambino / perché mi hai mandato a combattere qui? / baby bacia la mia foto e spegni la luce”.

Blessed è una preghiera agnostica su come le cose dovrebbero andare:
“Siamo stati benedetti dal povero che ha detto che il paradiso è a portata di mano / siamo stati benedetti dalla ragazza che vende le rose che ci mostra come vivere / siamo stati benedetti dal cieco che vede per miglia e miglia / siamo stati benedetti dalla madre che ha dato alla luce il figlio / siamo stati benedetti dal prigioniero che sapeva come essere libero / siamo stati benedetti dall’uomo senza casa che ci ha indicato la via di casa nostra…”

Awekening è un raga orientaleggiante che cresce fino all’esplosione finale come una canzone dei Doors:
“Al risveglio mi scrollerò di dosso i dispiaceri / per me ci saranno solo coppie, sette e nove / al risveglio, al risveglio ti amerò per sempre e ti darò il mio bacio”

Sweet Love una canzone dolce e orecchiabile.

Ugly Truth è una splendida apologia della fuga:
“Lascia tuo marito, lascia tua moglie / continua a correre tutta la vita / brucia i ponti e brucia gli amici…”

Convince Me ha il respiro di una preghiera, fra le sciabolate di una chitarra elettrica:
“Per favore, per favore, convincimi / fai in modo che abbia un senso, che tutto andrà molto meglio”

L’album si dovrebbe fermare nell’immobile e agghiacciante tensione di Awekening. Invece Lucinda preferisce sciogliere la tensione nel valzer di Kiss Like Your Kiss:
“Non ci sarà mai più una primavera così perfetta, non vedremo più un giallo così, l’erba non sarà più così verde, e non ci sarà mai un bacio come il tuo”.

Il rock è ancora capace di generare capolavori

rating del recensore: ★★★★½ (entusiasmante)
Genere: rock
UMG, 2011
in breve: Rock & Roll Never Forgets

lunedì 14 marzo 2011

Cowboy Junkies > Demons


Latent, febbraio 2011

Wrong Piano
Flirted With You All My Life
See You Around
Betty Lonely
Square Room
Ladle
Supernatural
West Of Rome
Strange Language
We Hovered With Short Wings
When The Bottom Fell Out

canzoni di Vic Chesnutt
registrato alla Clubhouse di Toronto (Canada) da:

Margo Timmins: voce
Michael Timmins: chitarra, voce
Peter Timmins: batteria e percussioni
Alan Anton: basso

con:
Joby Baker: piano e tastiere
Jeff Bird: mandolino
Dave Henry: violoncello
Tania Elizabeth: fiddle
Aaron Goldstein: chitarra solista su (2)
...

When I write about Cowboy Junkies and Vic Chesnutt I don’t really know what I’m saying…
Dei Cowboy Junkies ho solo due dischi, e sulla copertina di entrambi compare la parola Trinity. Di Vic Chesnutt dischi non ne ho, però in uno di quei due dischi dei Cowboy Junkies canta una canzone. Dei Junkies so che sono una band indie canadese, sulla scena dai tardi anni ottanta, con un piccolo seguito di culto al di fuori del loro paese, noti soprattutto per i due citati episodi delle Trinity Session. Formati da tre fratelli, la bella Margo Timmins alla voce, Michael alla chitarra (produzione e di solito autore delle canzoni), Peter alla batteria e l’amico Alan Anton al basso, più un Jeff Bird presente in tutti i dischi ma dato sempre per ospite.
Vic Chesnutt invece è un artista maledetto, cantautore acustico della Georgia, per la precisione di Athens (come i Drive-By Truckers). Paraplegico dai 18 anni a causa di un incidente stradale, suonava la chitarra acustica da una sedia a rotelle. Ha registrato sedici album dal 1990, senza successo di classifica ma creandosi una fama come “artista degli artisti”, fama rinforzata da un album tributo ad opera di artisti del mainstream come R.E.M., Joe Henry, Madonna, Indigo Girls… Si è tolto la vita nella notte di Natale del 2009 con un’overdose di farmaci.
Fra i CJ e VC c’erano un’amicizia ed una condivisione artistica. Nell’autunno del 2006 Vic ha collaborato alla registrazione del disco Trinity Revisited dei Cowboy Junkies, e nacque allora l’idea di un album assieme. La morte impedì la realizzazione del progetto, ma solo in parte, perché nello scorso anno la band entrò in studio con una scaletta di canzoni di Vic da incidere, con cui realizzarono questo Demons (un titolo quanto mai calzante).
Il disco è bellissimo. Innanzi tutto come tutti i dischi che una volta si rispettavano, ha una grande canzone orecchiabile a fare da ideale singolo: in questo caso è I Flirted With You All My Life, “ho flirtato con te tutta la mia vita”, parole con cui pare l’autore non si riferisse ad una ragazza ma al suicidio, o alla morte. A dispetto del tema angoscioso, la canzone è straordinariamente bella e gode di un arrangiamento azzeccato, costruito sul delicato incastro della chitarra e delle tastiere su un tappeto ritmico da metronomo, e con una voce femminile dalle sfumature soul.
Non ho un’idea precisa di come suonino i dischi di Vic, da quanto ho sentito direi delicatamente acustici e con una voce sgangherata. I Cowboy Junkies non alterano la delicatezza degli arrangiamenti ma li cesellano con tocchi preziosi con la ritmica, la chitarra, le tastiere ed in un’occasione anche con una splendida sezione di fiati che porta alla mente i lavori del grande Van Morrison (When The Bottom Fell Out). Le canzoni hanno una forte personalità: See You Around, un lento con un crescendo soul che svetta nel coro: “non ho tempo per le dolcezze, o meglio non ci sono tagliato, ma ci vediamo in giro, ci vediamo in giro…”. La cupa Betty Lonely, Betty la solitaria, la cui storia la profonda voce di Margo Timmins incide come un tatuaggio sulla pelle, mentre i cori creano un’atmosfera malinconica e decadente alla Nick Cave. Square Room, una stanza quadrata, è immobile e stupita come lo sono spesso le canzoni della band, con quel groove che sviluppa la tensione che rende vivo questo disco. Ladie è un raga ipnotico ritmato dal basso e dalla batteria.
We Hovered With Short Wings, ci alzammo in volo con ali corte, è un lento magico dallo sfondo intenso. Wrong Piano è un bell’inno.
La citata When The Bottom Fell Out, introdotta da alcune parole di Vic ad un pubblici divertito, è un troppo breve soul lento alla Van Morrison.
Leggo che Demons è uno dei dischi migliori dei Cowboy Junkies e paradossalmente forse il migliore di Vic Chesnutt. Di sicuro è un disco magico, malinconico e pieno di piacere al tempo stesso.

★★★★ (memorabile)
Genere: indie
Latent, 2011
in breve: canzoni molto belle e malinconiche

lunedì 7 marzo 2011

Drive-By Truckers > Go-Go Boots


Per un rocker dei ’70 (vale a dire: un fruitore della musica rock di quegli anni), gli anni 2000 sono stati una faticaccia. Una faticaccia trovare qualche band che entusiasmi da inserire fra i propri beniamini. Negli anni novanta la cosa mi era riuscita senza fatica con Phish, Dave Matthews Band, Blues Traveler. A cui aggiungere i primi eccitanti passi di band minori come Sheryl Crow, Spin Doctor, Popa Chubby. Il sound southern / west coast dei Jayhawks. E naturalmente l’inno irripetibile ed irripetuto di Bringing Back The Horse dei Wallflowers di Jakob Dylan, lo zenit dei miei anni novanta.
Ma negli anni duemila, di chi ti innamori? Usciti di scena i Phish (ritornati poi solo per autocitarsi), rimasta la DMB efficace solo nel live show, chi vai a scovare? I Gov’t Mule, autori con The Deep End 1/2 del nostalgico capolavoro di esordio del decennio, poi di dischi capaci di infiammarmi solo per un paio di settimane, e di show registrati, con una qualità che si alterna fra il sublime e il noioso.
E poi? Calexico? Ryan Adams? Lucinda Williams? Mary Gauthier? Black Crowes mk II? Drive-By Truckers?
Questi Drive-by Truckers sono una band piuttosto singolare. Sudisti della Georgia (di Athens, come quella jam band, i Widespread Panic, e come il cantautore Vic Chesnutt), il chitarrista Patterson Hood è il figlio del bassista della Muscle Shoals Rythm Section, come dire un pezzo di storia della musica americana. La MSRS è la in-house band dei famosi Muscle Shoals Studios, dove andavano ad incidere i bei nomi della Atlantic/Stax: Wilson Pickett, Aretha Franklin, Percy Sledge, Staples Singers… avete presente When A Man Loves A Woman? Ma anche Rolling Stones (Sticky Fingers), Bob Seger (Night Moves) e persino Willie DeVille, sia pure per il suo disco meno ispirato (Sportin Life) e infiniti altri fra cui Rod Stewart e Joe Cocker. Leon Russell diede alla band il soprannome di The Swampers che sopravvive fra i versi di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd.
Pur ispirandosi ai temi della mitologia dell’American Sound, come nel lunghissimo Southern Rock Opera, o The Dirty South dedicato alla Sun Records di Sam Phillips, o facendo da backin’ band a una leggenda vivente come Booker T Jones (quello di Green Onions, non so se mi spiego), i Drive-By Truckers fanno altra musica, per una generazione più giovane. Partiti da essere una rock’n’roll band vagamente ‘American Rolling Stones’ (o ‘American Faces’) alla Lynyrd Skynyrd, hanno finito per inglobare suoni di ballate delicate alla Neil Young o di ballate maledette e murder songs lontane parenti dei Violent Femmes di Halloweed Ground.
Avevo già apprezzato la band, specie nell’album Brighter Than Creation’s Dark, dark e swampy alla Zagor; o in Live From Austin Texas concentrato sulle ballate morbide, a tratti perfettamente a fuoco, in altri più persi nella noia. Ma mai avevo sentito i Drive-By Truckers come una “mia band speciale” fino a questo Go-Go Boots. Intanto, per la prima volta questo disco dei DBT l’ho atteso da prima che fosse dato alle stampe. Perché avevo sentito in anteprima il singolo, come ai bei tempi, quando l’uscita del 45 giri precedeva, anche in classifica, quella del 33. Il singolo in oggetto è una splendida cover di un R&B di un altro mito della cotton belt, Everybody Needs Love di Eddie Hilton, ubriacone instabile cantante soul bianco dalla voce nera, chitarrista della citata Muscle Shoals Rythm Section, amico dei fratelli Allman e venerato dai D-B Truckers. Everybody Needs Love nella versione della band è una canzone di quelle che si ascoltano senza sosta, una volta dopo l’altra, esattamente come quando compravo i dischi singoli a 45 giri e li riascoltavo sul giradischi per giornate intere.
Ma anche il resto del disco non delude di certo. Messa la parte l’atmosfera messianica e dark, le canzoni del disco sono perlopiù dolci e intime con un mood rilassato e laid back come, mutatis mutandis, un disco di Mark Knopfler o magari il primo dei Dire Straits. Parlo di canzoni come Assholes, The Fireplace Poker o The Tanksgiving Filter. Anche Pulaski è perfettamente country-Knopfler. Qua e la si inseriscono, anzi si innestano, tracce ispirate dalla tournée con Tom Petty & The Heartbreakers: Go-Go Boots e la bella Used To Be A Cop potrebbero essere tratte pari pari da Mojo. Sapori tex come il robusto country rock di Cartoon Gold e The Weakest Man che ascoltate al buio potresti attribuire ad artisti come Willie Nelson. E lo spin rock di I Believe, vivace cantilena indie; e la voce femminile di Shonna Tucker su Dancin’ Rickie e Where’s Eddie (cover di Hinton). Ottimi anche gli arrangiamenti e il bel tocco dei musicisti, fra cui il fascinoso Hammond B3 di Jay Gonzalez.

So che non tutti i fan di vecchia data hanno apprezzato le atmosfere rilassate di Go-Go Boots, mentre per me al contrario questo è finalmente il disco che mi rende parte della cerchia degli estimatori della band, ed uno dei tre dischi di quest’anno che sto suonando in continuazione e con immenso piacere.
Go-Go Boots è dedicato dalla band alla memoria di Vic Chesnutt. Ma torneremo su Vic parlando del nuovo disco dei Cowboy Junkies, composto interamente di cover di sue composizioni.


★★★★ (memorabile)
Genere: indie
Reprise, 2010
in breve: canzoni molto belle, ideale colonna sonora di una better life

domenica 6 marzo 2011

Peter Hammill


È uscito il nuovo album in studio dei Van Der Graaf Generator, A Grounding In Numbers, l'undicesimo album di studio in 42 anni. Fra un mese la band sarà in tour dalle nostre parti, ed il vostro amato ne sarà testimone.
Dire VDGG ad un vecchio rocker della mia età è come dire Allman Brothers Band: scampoli di un mondo migliore. Quando un paio di anni fa ho deciso di approfondire la mia conoscenza della sterminata discografia di Peter Hammill, ho cercato una guida ai suoi dischi sul web, senza però trovarne una sufficientemente organica e completa (anche se informazioni e siti sui VDGG ad onor del vero non mancano). Allora mi sono deciso a scriverne una io, with a little help from my friends... ne è nato PH VDGG, un work in progress che non è più troppo lontano dall'essere completo. Nell'invitare il lettore a visitarlo, aggiungo un estratto biografico sul suo protagonista...

...è probabile che Peter Hammill sia uno dei musicisti e dei cantanti più geniali della musica del XX (e ormai XXI) secolo. La sua produzione discografica è sterminata, considerato che dal 1969 ha prodotto poco più di un album all'anno, fra i dischi a proprio nome e quelli come leader cantante del gruppo progressive Van Der Graaf Generator. Se i dischi con la band sono i più popolari, sia in termini di approccio musicale che di successo, più complicato e tutt'altro che banale è seguire la traccia della sua complessa opera personale, lungo un percorso che ha sempre sperimentato la comunicazione delle emozioni attraverso la voce e canzoni non banali.
Durante questo lungo cammino Peter non ha mai cercato di aumentare il proprio appeal commerciale né di solleticare il proprio stesso pubblico con musica di genere. Al contrario non ha mai cessato di sperimentare ad ogni tappa creativa, lungo un impervio percorso di ricerca che riguarda tanto le musiche quanto le liriche. La sperimentazione in Peter Hammill non è mai stata fine a sé stessa o alla tecnica musicale, quanto tesa all'espressione delle emozioni e dei sentimenti umani nel teatro dell'esistenza. I toni di Peter Hammill sono spesso oscuri e gotici (non a caso fra le sue opere non manca una Casa degli Usher di Edgar Allan Poe) e i temi sono la vita e la morte, l'amore, il distacco, la perdita, la vecchiaia, la follia, con liriche spesso legate a doppio filo le une alle altre da richiami e giochi di parole.

La voce viene usata come uno strumento, sfruttato per la sua intera estensione, dai toni più bassi a quelli più acuti, con una teatralità tesa a generare un'atmosfera di pathos, mai banale, anche usando l'iterazione, la ripetizione di parole dal forte impatto emotivo. La musica è melodrammatica ed è subalterna al narrato, seguendo, sottolineando, esaltando il cantato come un moderno Monteverdi.

La carriera musicale di PH solista è partita negli anni settanta dallo stile progressive della band, i VDGG, con cui si è spesso necessariamente incrociato, non solo per l'uso degli stessi musicisti, ma a volte degli stessi brani se non proprio incrociando gli album: The Aerosol Grey Machine del 1969 attribuito ai VDGG è in realtà un suo album solista, mentre Fool's Mate di PH è registrato sfruttando pezzi in origine eseguiti dalla band.

5 novembre 1948: Peter nasce nel distretto di Ealing a Londra

tardi anni sessanta: studia all’Università di Manchester

1967: inizia ad esibirsi con Chris Judge Smith e Nick Pearne con il nome di Van Der Graaf Generator. Firma per la Mercury.

1969: registra il primo disco, Aerosol Grey Machine, che la casa discografica deciderà di pubblicare come Van Der Graaf Generator.

1970: riformati, i VDGG registrano The Last We Can Do per la Charisma Label di Tony Stratton Smith. La formazione è quella definitiva: High Banton, Nic Potter, Guy Evans e David Jackson.

1971: PH registra Fool's Mate a proprio nome. A ottobre esce Pawn Hearts con i VDGG.

1972: dopo aver conosciuto il successo solo in Belgio ed in Italia, i VDGG si sciolgono dopo tre album. Peter Hammill inizia una carriera solista.

1975: PH raduna i VDGG; registra Nadir’s Big Chance come solista e Godbluff come band.

1977: PH registra il cupo Over il cui tema è la separazione dalla compagna Alice

1978: i VDGG si sciolgono nuovamente, dopo aver perso alcuni membri per strada; PH inaugura lo studio di registrazione casalingo Sofa Sound registrando The Future Now.

1979: PH7 è l’ultimo album di PH per la Charisma Label.

1982: PH forma una band rock a cui da il nome di K Group, con cui registrerà due dischi in studio ed uno in concerto.

1992: PH fonda la sua etichetta Fie! per la quale nel tempo ristamperà tutto il suo repertorio solista registrato dal 1980. Quello precedente è ristampato da Virgin sotto l'etichetta Charisma Label. Il primo album per la Fie! è Fireships.

1996: i VDGG suonano Lemmings alla Union Chapel di Londra.

2003: i VDGG suonano Still Life alla Queen Elizabeth Hall a Londra; nel dicembre PH subisce un infarto miocardico.

2004: i VDGG si riuniscono ufficialmente per registrare Present ed andare in tour.

2009: PH è in perfetta forma, continua a registrare ed è in tour (anche in Italia) sia con i VDGG che come solista.

2011: esce A Grounding In Numbers e i Van Der Graaf Generator, sia pure ridotti a trio, sono una volta di più on the road...

consigli per gli acquisti: voglio ascoltare Peter Hammill, da dove inizio? Over, l'album del 1977, composto da canzoni dedicate ad un amore finito, è un ottimo punto di partenza per ogni tipo di ascoltatore. Per frugare fra la discografia dei VDGG, è bene sapere di cosa stiamo parlando: musica progressiva. Un ottimo spunto può essere dato dal recente live Real Life del 2005.



venerdì 4 marzo 2011

Apatia per il diavolo


Di recente ho letto con molto piacere l’autobiografia Life di Keith Richards. Divertente, ma credetemi non è nulla in confronto ad Apathy For The Devil (memorie degli anni settanta) di Nick Kent. D’accordo, Keith è l’uomo che ha scritto Jumpin Jack Flash mentre Nick era solo un giornalista del New Musical Express, il paragone non si pone - ed è anche ovvio che Nick sappia scrivere meglio. Ma il libro di Nick è la “cosa che racconta di musica” più divertente che abbia mai letto.
Quello che rende straordinario il libro di Nick Kent è che lui era lì: nato nel 1951, è stato un teenager in Inghilterra quando tutto successe, ed ebbe modo di vedere i mostri sacri del rock quando ancora suonavano di fronte ad un pubblico di poche centinaia di persone, se non, come capitò, ad un pubblico di tre spettatori.
Lungi dall’essere tronfio o autoindulgente, testimonia con passione ma anche con la xxx di chi c’era, di chi ha vissuto i giorni del rinascimento della scena rock con i propri occhi e non leggendola o semplicemente ascoltandola attraverso i dischi. Aggiungete che Nick ha uno stile di scrittura godibile, essenziale e scorrevole, ma con la capacità naturale di sintetizzare le cose con quelle frasi ad effetto che possono diventare citazioni o aforismi.

Non ho ancora finito il libro, perché mi forzo di razionarmelo ad un capitolo al giorno (uno per ogni anno dei settanta) per non bruciare il divertimento troppo velocemente. Se mi rimane la voglia rileggo il capitolo (e mi rimane sempre la voglia) o tiro fuori i dischi degli artisti di cui racconta.
Ma ho letto abbastanza per poter affermare che Apathy For The Devil andrebbe insegnato a scuola.

Credo che Arcana non me ne vorrà se riporto qualche frase del primo capitolo. Dopo tutto sto facendo pubblicità gratis, non è così?

“I Beatles non mi hanno mai deluso, e ogni nuova vetta musicale su cui piantavano la loro bandiera lasciava il pubblico pieno di una gioia contagiosa, che ha finito per definire lo spirito stesso del decennio… furono loro e Dylan a spalancare quella porta che aveva precedentemente tenuto rinchiusa la cultura bohémien in club di periferia fumosi e soffocanti, permettendo che fluisse nelle vie della città dove i giovani si riunivano per definire un nuovo tipo di mainstream commerciale…”

“I Rolling Stones non sorridevano mai, ed erano l’esatto opposto degli altri artisti in cartellone. Niente cravattine, niente capelli imbrillantinati e pettinati all’indietro per mettere meglio in mostra la fronte mascolina. I Rolling Stones la fronte non ce l’avevano. Solo capelli, labbra turgide e un’insolenza collettiva senza limiti. Stavano indolenti sul palco a osservare con un disprezzo raggelante la folla mentre accordavano i loro strumenti… erano in forma strepitosa. Brian Jones come suggeritore di spunti musicali non era ancora caduto in disgrazia… il più bello in modo convenzionale, passeggiava avanti e indietro minacciosamente sulla sinistra del palco, mentre Keith, sorta di avanzo di riformatorio con le orecchie a sventola…”

“Nella primavera del 1966 vidi Bob Dylan, con quella che sarebbe poi diventata la Band, durante il suo fondamentale tour elettrico della Gran Bretagna. Tennero un concerto al cinema Capitol di Cardiff…fu la prima volta che osservai gli effetti delle droghe su un altro essere umano. Dylan parlava un sacco tra un pezzo e l’altro e i suoi discorsi erano clamorosamente impacciati. E la musica era così alta che era impossibile da giudicare”.

“Oggi naturalmente Cat Stevens è conosciuto in tutto il mondo come un devoto musulmano che ha abbandonato l’industria musicale e la sua lussuria per dedicare l’esistenza alle sue credenze religiose, ma ai tempi di Tea For The Tillerman intorno a quell’uomo girava più figa che intorno a Frank Sinatra…”

Apathy For The Devil. Arcana Editore. Nick Kent.

martedì 1 marzo 2011

Johnny Winter


Nel 1968 Michael Bloomfield e Al Kooper erano qualche cosa di molto vicino ad essere superstar per il pubblico del rock; il fortunato pubblico dei giorni di Jimi Hendrix, dell’Eric Clapton di Cream, Blind Faith e Derek and the Dominos, il Bob Dylan di Highway 61 e Blonde on Blonde. Bloomfield era il virtuoso chitarrista della Butterfly Blues Band; Al Kooper il leader del primo album dei Blood Sweat and Tears, quelli di I Love You More Than You’ll Ever Know. Assieme i due avevano partecipato alle session di registrazione di Highway 61 Revisited, il capolavoro elettrico di Bob Dylan, quello di Like A Rolling Stone, e con quella canzone Kooper si era creato una reputazione come tastierista. Assieme avevano registrato in due giorni un disco più o meno improvvisato alla maniera dei musicisti jazz, che prese il nome di Supersession e che grazie a strumentali in stato di grazia come Albert’s Shuffle e Stop era diventato nel 1968 un successo di classifica. Il loro show è testimoniato da un live, The Live Adventures of… registrato al Fillmore West di San Francisco nel settembre di quello stesso anno. Nel dicembre Bloomfield e Kooper erano a New York per portare lo show al Fillmore East. Bloomfield aveva una sorpresa per la serata, un ospite speciale che avrebbe avuto un grosso impatto sul pubblico, ma anche su tutta la scena musicale. Uno scatenato chitarrista texano dall’anima nera come il blues del Delta del Mississippi, ma dalla pelle e i lunghi capelli bianchi come l’albino che era: Johnny Winter da Beaumont, Texas.
Winter era un virtuoso della chitarra elettrica, ma anche un bluesman rigoroso ispirato da Muddy Waters e Bobby Blue Bland come da Robert Johnson. Nel giro di una notte, la prima che Winter passava a New York City, il bianco che suonava il blues dei neri era già diventato una leggenda metropolitana. Riuscì a ottenere per sé e la propria band (Tommy Shannon al basso, anni dopo con i Double Trouble di un altro chitarrista texano bianco, Steve Ray Vaughan; ‘Uncle’ John Turner alla batteria; il fratello Edgar Winter alle tastiere e al sax) un lucroso contratto discografico con la Columbia, dopo essere stato corteggiato da tutte le label in città. Entrò in gennaio in studio a Nashville per registrare il primo album e si mise on the road in un interminabile never ending tour, che doveva comprendere il festival di Woodstock.
In realtà Winter non nasceva nel 1969, anno in cui aveva già venticinque anni. Bambino prodigio, suonava con il fratello Edgar dall’età di dieci ed aveva fatto parte di una quantità di band in Texas e registrato una serie di nastri che sarebbero stati editi negli anni del successo. Appassionato di blues elettrico alla Muddy Waters, almeno quanto Edgar lo era di blues urbano e di R&B, non aveva disdegnato il ruolo di side man in gruppi rock e psichedelici.
Il primo album per la Columbia, anno 1969, intitolato semplicemente Johnny Winter, è un capolavoro del blues elettrico bianco, con pezzi rigorosi come When You Got A Good Friend firmato Robert Johnson, Good Morning Little School Girl di Sonny Boy Williamson, niente meno di un gioiello reso in perfetto stile urban grazie al contributo del fratello Edgar, e un poker di pezzi usciti dalla propria penna, come I’m Yours And I’m Hers e il bellissimo e acustico Dallas ispirato all’accordatura aperta di Robert Johnson. Un album perfetto, che negli anni è stato dimenticato dalle cronache del rock & roll ma che non dovrebbe essere ignorato dagli appassionati di blues bianco. Sicuramente la bibbia su cui ha studiato Steve Ray.
Dopo la stampa dell’album, Winter e band si infilarono notte dopo notte in un interminabile tunnel di show dal vivo, che anni dopo il chitarrista evocherà come un juke-box tour, che lo portò in primis a virare il proprio sound verso il rock e in secondo luogo ad abbassare la guardia e lasciare entrare nella propria vita l’eroina, dramma che lo avrebbe portato lentamente alla periferia della creatività e della scena rock. Il seguito al primo disco venne un anno dopo, in pochi giorni liberi dagli show, poche session che vennero riportate per intero in un curioso doppio album registrato per tre facciate (la quarta era bianca), dall’evocativo titolo di Second Winter. Il nuovo disco, pur rimanendo nell’ambito del rock blues, aveva virato fortemente verso il suono di moda, con brani ispirati a Jimi Hendrix (Memory Pain), Cream e Led Zeppelin (The Good Love), e un paio fortemente rock & roll del repertorio di Little Richards. Il picco del disco è probabilmente rappresentato da due grandi cover, Johnny B. Goode di Chuck Berry (una sigla dei live show) e Highway 61 Revisited di Bob Dylan, ma rimane notevole anche tutta la parte finale, una notevole messa a fuoco del suono rock blues texano che avrebbe ispirato il citato Steve Ray Vaughan, con titoli come Hustled Down In Texas o I Hate Everybody. Il Cd è stato ristampato con l’aggiunta di uno show registrato alla Royal Albert Hall nell’aprile del 1970, che sottolinea però la debolezza vocale di Johnny, che nei dischi in studio invece non si coglie.
Dopo il tour di Second Winter, Edgar lasciò la band per mettersi in proprio mentre Johnny decise di adeguarsi ancora di più al sound dei seventies facendosi accompagnare dai membri di una band, i MacCoys, che avevano avuto un solo grande hit, Hang On Sloopy. La band prenderà il nome di Johnny Winter And (bisogna ammettere che Winter aveva il tocco per i nomi originali) ma lungi dall’essere una semplice backing back come il nome suggerirebbe, i nuovo arrivati, il chitarrista Rick Derringer in testa, avranno un ruolo determinante nel sound globale. Il brano forte dell’album sarà Rock And Roll Hoochie Koo, scritto proprio da Derringer, mentre di Winter è l’apertura di Guess I’ll Go Away, dal timbro inconfondibilmente hendrixiano. Memorabile la cover di No Time To Live dei Traffic, mentre Ain’t That A Kindness porta alla mente The Band. Di alto livello tutto l’album, legato però strettamente al sound del 1970.
Ancora concerti, abusi, rock ad alto volume ed eroina, verso il collasso psico fisico. Il live show sarà testimoniato da Johnny Winter And Live, registrato al Fillmore East, con pezzi al metallo fuso come Jumpin’ Jack Flash degli Stones, Long Tall Sally e Whole Lotta Shakin’ Going On di Jerry Lee Lewis, Johnny B. Goode e Good Morning Little School Girl. Forse l’album più noto del chitarrista albino, un disco che ai tempi veneravo quasi come Rock’n’roll Animal del Lou Reed elettrico.
Seguì un periodo di riposo, la disintossicazione, ed alcuni album meno a fuoco, fra cui un secondo live.
Del 1976 è un album con il fratello Edgar, Together, dedicato ai successi del R&R degli anni cinquanta, che in qualche modo si potrebbe accostare al mood dei Blues Brothers di pochi anni dopo. Nel 1977 Johnny decise di mettere ordine nella propria creatività. Non voleva più suonare Rock And Roll Hoochie Koo ma tornare all’amore della propria vita, il blues elettrico. Aveva una nuova etichetta, la Blue Sky, una sussidiaria della Epic CBS. Intanto Muddy Waters era tornato all’attenzione del pubblico del rock con l’esibizione nel Last Waltz della Band nel 1976, con una grande versione di Mannish Boy. Johnny riuscì a far firmare lui e la sua band per la Blue Sky e a coronare il sogno di entrare in studio con l’idolo musicale della propria vita per registrare due album strettamente legati: Hard Again a nome Muddy Waters e Nothing But The Blues a proprio nome. La band è la stessa del Last Waltz, nomi dal fascino di Bob Margolin (chitarra), Pinetop Perkins (piano), James Cotton (armonica), Willie ‘Big Eyes’ Smith (batteria). I brani sono Mannish Boy, I Want To Be Loved, I Can’t Be Satisfied per il disco di Waters, e toccanti originali di Winter per il disco a proprio nome, più una Walkin Through The Park di Muddy Waters. Il suono è splendido, elettrico, crudo, potente e asciutto, senza fronzoli. Una delle migliori incisioni di Waters, e anche di Winter, anche se è ovviamente evidente la differenza fra la potente voce baritonale di Muddy Waters, forse la più solida del blues, e quella fragile e urlata di Johnny Winter. Hard Again comporrà un poker di dischi con i successivi I’m Ready e Muddy Mississippi Waters Live, e King Bee, l’ultimo album del grande Waters, che ebbe così la soddisfazione di lasciare la scena da vincente (come Johnny Lee Hooker qualche anno dopo).
Confesso di non aver seguito la carriera di Johnny Winter dopo quegli anni. Mi dicono che abbia inciso molto blues e che abbia avuto problemi di salute, ma che continui ancora ai giorni nostri ad esibirsi sul palco con la propria chitarra elettrica e con i propri brani; non è più troppo in forza e deve suonare seduto su uno sgabello, nessuno del pubblico dei giovani conosce il suo nome ed i vecchi raramente lo citano a fianco di nomi come Jimi Hendrix o Eric Clapton, ma è un peccato, perché questo grande chitarrista albino è stato il più nero di tutti i bluesman bianchi.
Fossi in voi Johnny Winter e Hard Again li andrei ad ascoltare…