lunedì 10 gennaio 2011

Keith Richards > Life


Non nutro molta simpatia per le autobiografie dei musicisti rock & roll, per due buoni motivi. Il primo è che, come sanno quelli che hanno avuto la ventura di intervistare un musicista, spesso non è che abbiano poi molte cose da dire, e che l'artista che ha scritto qualche canzone importante nella tua vita si rivela spesso essere una star viziata, idiota ed assolutamente antipatica. Il secondo motivo è che le autobiografie in realtà non le scrivono gli artisti, ma pennivendoli americani specializzati nel genere, assolutamente estranei alle gioie del rock come alla conoscenza dei dischi del musicista che si limitano ad intervistare per poi estrarne le informazioni che nel loro manuale ritengono possano interessare al pubblico glamour delle riviste patinate. Eliminate tutte le noiose informazioni musicali si concentrano ad inserire cliché e luoghi comuni degne di una rock star, seguendo rigorosamente uno schema prefabbricato. Insomma, se c’è una cosa capace di ammosciarti l’amore per un musicista, questa è una autobiografia.
Per questo motivo avevo semplicemente preso la decisione di ignorare questo Life, autobiografia del chitarrista ritmico che ha contribuito a inventare la nostra musica. Anche il coro di recensioni positive non mi aveva colpito più di tanto: si sa che i recensori nostrani non hanno bisogno di leggere un libro per esprimerne il proprio parere.
Se non che, non solo Feltrinelli ha deciso di correre il rischio di tradurre il libro in italiano, ma lo ha anche spinto commercialmente al punto di piazzarne piramidi di copie nelle librerie. Così, inciampando in una pila di libri oggi, una domani, alla fine ho ceduto e ne ho portato uno alla cassa. Il tomo è notevole, passa le cinquecento pagine, ma non ci ho messo più di quattro o cinque sere per succhiarne la linfa. Dolcissima.
Perché nonostante anche Keith (anzi, Keef, come ormai lo chiamo confidenzialmente) abbia goduto dell’aiuto di un giornalista (ma almeno di uno che ha amato gli Stones nella Swingin’ London) il suo libro è una testimonianza precisa, puntuale e sincera della storia della più grande rock & roll band al mondo. Non so cosa potrebbe ricavarne dalla lettura chi inciampasse nel libro senza conoscere da vicino la storia ed i lavori della band - che non vengono divulgati in modo esplicito - ma per un fan le parole chiave sono proprio “testimonianza” e “puntuale”. Perché davvero anche per Keef le migliori canzoni degli Stones sono le migliori anche per lui (normalmente c’è da rabbrividire a chiedere ad un musicista quali siano i propri dischi preferiti), e perché davvero ti rendi conto come un disco che è stato registrato con passione è poi un disco buono. mentre uno rabberciato in crisi da dipendenza, in lite , o solo per rispettare una scadenza, è un pessimo disco. I conti tornano senza eccezioni e senza sconti nel torrente di parole del chitarrista. Che non si tira indietro a citare fatti e nomi, anche i più imbarazzanti o offensivi, non si risparmia mai un giudizio, anche feroce, persino nei confronti dei propri idoli; per esempio Chuck Berry, così tirchio da non avere una band e farsi accompagnare da turnisti di terz’ordine. O verso i propri stessi dischi, come Their Satanic, registrato solo per imitare Sgt. Pepper dei Beatles.
In queste cinquecento pagine Keef, doppiata la tappa non troppo interessante dell’infanzia, ci racconta, a partire dall’incontro fatale con Mick Jagger alla stazione di Dartford nel 1961, del perché e il percome dietro ad ogni vicenda, come noi la conoscevamo, dei Rolling Stones. Racconta di come il primo leader della band (e quello che sottopose ad audizione Keith e Mick) fu in realtà Ian Stewart, il pianista boogie. Racconta del rapporto con Brian Jones, a cui non risparmia certo critiche per il solo fatto che sia morto, che si considerava leader della band e fu messo in disparte a partire dal momento in cui i magnifici due (i “glimmer twins”) si scoprirono capaci di scrivere canzoni, e della sua discesa agli inferi (la caricatura di sé stesso, scrive Keith) fino al giorno in cui Keith arrivò a soffiargli la ragazza, quella Anita Pallenberg che sarebbe diventata la compagna più importante della sua vita. Enorme rispetto invece per Stu (Ian Stewart, il pianista) e ancor più per Charlie Watts, alla cui batteria Keith attribuisce la paternità del sound degli Stones al pari della sua chitarra ritmica (il cui sound risente del fatto che con essa Keith cercava di suonare anche la parte dei fiati). Più sofferto il rapporto con Mick, molto a lungo il suo migliore amico, ma poi trasformato in rock star e “molto molto cambiato”, fino allo scontro definito “la terza guerra mondiale” ed al rapporto diplomatico infine stabilitosi fra i due quando Jagger si accorse che non era Michael Jackson (in cui aveva cercato di trasformarsi allontanandosi dalla band, definita “una pietra al collo”) e Keith dopo aver registrato un ottimo album con gli X-pensive Winos si rese conto che quella che la gente voleva comprare erano i dischi dei Rolling Stones.
Non c’è diplomazia nel racconto di Keef, né rispetto per nessuna “autorità”, ma c’è invece molto amore per il blues, per il rock, per la musica, per la band e le sue canzoni, a cui dedica una gran parte del testo, compresi consigli di accordatura, purtroppo incomprensibili a chi come me non ha mai imparato a suonare uno strumento. Amore anche per i musicisti, con cui il chitarrista riesce a creare un rapporto ottimale in studio ma spesso anche nella vita - e qui vanno citati Gram Parsons (amicizia a prima vista) e Bobby Keys.
Anche secondo Keith il periodo migliore della band è quello della produzione di Jimmy Miller (con l’eccezione di Goats Head Soup in cui il produttore era troppo drogato per combinare alcunché). Come disse una volta Jagger (ma questo sul libro non c’è), Miller arrivò come un leone e se ne andò come un coglione…
E la canzone migliore: Jumpin Jack Flash. Some Girls è visto come una specie di resurrezione, una risposta della band al sound della new wave. Racconta anche della Jamaica, ma stranamente tralascia di citare Peter Tosh, che registrò per l’etichetta degli Stones e con loro cantò il singolo Don’t Look Back.
A proposito di droghe, uno spazio massiccio è dedicato allo sprofondare nella dipendenza di eroina da Exile in avanti, e non a caso da qui gli album non vengono quasi più citati: perché da quel momento l’eroina aveva preso possesso della vita del chitarrista assai più della musica e il baricentro della band passò a Mick, almeno fino al momento in cui il cantante non cercò di disfarsene. Gli ultimi anni corrono alla svelta e con un rapporto sempre più sfuocato con i dischi, il che è coerente con la loro qualità.

Insomma, se per voi i Rolling Stones sono poco più di un’entità astratta immagino che il contenuto di questo libro vi direbbe poco, ma se siete cresciuti a pane e satisfaction allora degusterete anche voi con grande piacere questo Life di Keith Richards…

venerdì 7 gennaio 2011

Best of 2010


Tom Petty + Heartbreakers > Mojo
Peter Wolf > Midnight Souvenir
Mary Gauthier > The Foundling
Ron Wood > I Feel Like Playing
Neil Young > Le Noise
Black Crowes > Croweology
Los Lobos > Tin Can Trust
Roky Erickson > True Love Cast Out All Evil
Graham Parker > Imaginary Television
Lorenzo Bertocchini > Uncertain, Texas
Francesco Lucarelli > Find The Light
Antonio Zirilli > Trying To Get Out
Cheap Wine > Stay Alive

best songs:

Ron Wood : Why You Wanna Go And Do A Thing Like That For
Bruce Springsteen + Ray Davies : Better Things
Neil Young : Love and War
Lorenzo Bertocchini : You, Last Clean Shirt
Francesco Lucarelli : Pictures On The Wall
Antonio Zirilli : Growing Up

(le spiegazioni sono in arrivo...)

sabato 1 gennaio 2011

Mary Gauthier > The Foundling


La mia recensione di The Foundlin di Mary Gauthier è il mio racconto di Natale, il mio racconto di capodanno, il mio racconto per l’anno nuovo. Per questo lo pubblico alle 0:00 del 31 dicembre.

Mary Gauthier è un’orfanella. Nata a New Orleans nel 1962, senza conoscere la madre, abbandonata di fronte a qualche portone, fu adottata da una coppia cattolica, esperienza che le insegnò ad odiare tanto la religione quanto le coppie. Ragazza difficile, lesbica, a 15 anni beveva e si drogava; a 18 anni festeggiò il raggiungimento della maggiore età in gattabuia. Ma alla fine Mary riuscì a non andare a fondo, dopo tutto. Frequentò un corso di cucina e aprì un ristorante cajun sulla east coast, che chiamò Dixie Kitchen. Dopo essere stata arrestata per guida in stato di ebbrezza decise di ripulirsi e di smettere anche di bere (troppo). Scrisse la prima canzone a 35 anni. La sua vita e la sua arte sono inestricabilmente legate. Mary è una cantante autobiografica, e le sue canzoni cantano della propria esperienza e della propria vita (fu Italo Calvino che scrisse “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che venga poi scoperto”).
Nel 1997 pubblicò il primo LP, di musica country, che intitolò come il ristorante: Dixie Kitchen (cucina del sud). Ristorante che vendette per finanziare il secondo disco, Drag Queens in Limousines. Il suono era essenziale, la voce dolente e tagliente, come una lama che si apra una strada per portarti le parole direttamente dentro il cuore. Il disco comprende alcune delle sue canzoni più belle, come la title track, Our Lady Of The Shooting Star o I Drink. Roba grezza e ruvida come un bourbon invecchiato, roba da portare alla mente i vecchi dischi di Tom Waits per la Asylum, canzoni che se le ascolti senza provare un brivido nella schiena vuol dire che al posto del cuore hai un sasso.

“i pesci nuotano, gli uccelli cantano, i padri gridano, le madri piangono, io bevo” (I drink)

Negli anni successivi scriverà i propri capolavori, come Filth and Fire e Mercy Now (il mio preferito, un must). Between Daylight and Dark del 2007 fu prodotto da Joe Henry nel tentativo di ampliare la base commerciale di Mary, ma finì per ripulire troppo il suono di una così cattiva ragazza.
The Foundling (l’orfanella), il disco di quest’anno, è un disco importante. Intanto è un disco letterario; una specie di opera a tema, una sorta di romanzo sul tema. In secondo luogo è autobiografico: Mary esorcizza il dolore di essere cresciuta senza l’amore e senza l’abbraccio di una famiglia mettendo in musica la propria storia e le proprie cicatrici. Infine per non correre il rischio di patinare eccessivamente il tessuto ruvido delle proprie canzoni ha l’idea di suonare assieme ad una grande band “americana”, new.folk o alt.country o no.depression, insomma qualche cosa vagamente di moda nei circuiti alternativi. Si tratta dei Cowboy Junkies, quelli di Trinity Sessions.
Il risultato è grandioso, il solo errore è forse stato quello di proporre un disco tanto poetico, nudo e dark all’inizio dell’estate: la musica di Mary è uggiosa, autunnale, invernale, da ascoltare di notte davanti al camino con un Jack Daniels nel bicchiere. Io stesso che amo fortemente la cantante ho tenuto il disco per mesi di fianco allo stereo senza ascoltarlo; ma quando le foglie degli alberi sono diventate rosse per poi cadere è diventato il mio accompagnamento preferito nelle notti solitarie.
The Foundling lo ascolti come leggeresti una novella di Dickens, ma arrivato alla fine lo riascolti, e poi lo riascolti di nuovo, quando sei da solo, fuori tira un vento gelido ed anche il tuo cuore spezzato cigola per la malinconia.
In qualche modo è gemello di un altro disco autobiografico di questo 2010, quel True Love Cast Out All Evil di Roky Erickson, che è però meno lucido di questo.


“per tutti i ragazzi e le ragazze senza padre e senza madre
per tutti i piccoli girovaghi che non smettono mai di cercare
per tutti gli stranieri sulla terra che si sono persi
come possono sapere che non c’è un modo e non c’è mai stato?
come possono sapere che non ci sono mai stati padri e madri
ma solo piccoli cercatori come loro?”

La title track è degna del migliore Tom Waits di una volta, prima che diventasse una star di Hollywood, su un malinconico giro folk sostenuto da fisarmonica e violino:
“un orfanello che cerca casa vaga nel buio e cammina da solo / un bambino non desiderato, non amato e non benedetto lasciato su una porta come ospite sgradito, un’ombra tremante, un bimbo senza nome”

Mama Here, Mama Gone:
“la mamma è qui, la mamma è andata… fino a che le braccia del bimbo smettono di cercarla”

Goodbye è uno dei pezzi migliori della Gauthier, un country vivace già sentito su Filth and Fire:
“nata una figlia bastarda a New Orleans, da una donna che non ho mai conosciuto, non so se mi abbia mai abbracciata, quello che so è che mi ha abbandonata; sono passata come un fulmine, sono passata come la pioggia, sono passata da sotto, ‘Addio’ dovrebbe essere il mio cognome…”

Sideshow è un pezzo rag ispirato allo standard The Midnight Special: “sono una cantante allo spettacolino, è un posto dove vanno gli orfani, lontano dalle luci principali, un posto difficile da trovare nelle notti buie…” Un altro tassello della autobiografia, che racconta perché a Mary piace cantare “per quelli che hanno un dolore, per quelli che stanno solo cercando di non prendere la pioggia, perché una canzone assolata ti aiuta per un po’, ma è difficile fischiettare a lungo, troppe canzoni allegre mi lasciano triste sola e depressa”

Un altro lento triste è Blood is Blood: “il sangue è sangue, e non si lava via…”

March 11, 1962 (la data di nascita di Mary) è un talking blues ipnotico in cui Mary rievoca la telefonata fatta alla madre vera, ritrovata assumendo un investigatore; madre che rifiutò comunque di incontrarla anche in quell’occasione.
“ciao, sono Mary, 11 marzo 1962. Mi ci sono voluti 500 dollari e quarant’anni per trovarti. So che è quasi Natale, non voglio farti piangere; mi chiedi perché ti ho chiamata, ma io non lo so. Pronto, pronto, dimmi qualche cosa, non lasciarmi al telefono in questo modo, se c’è una cosa giusta da dire in questo momento io non so quale sia, questa è la cosa più difficile che io abbia mai fatto, sono terrorizzata. Tu dici che io sono un segreto che nessuno conosce, e che in questo momento non puoi parlare, devi davvero riattaccare. Vorresti che le cose fossero andate diversamente , ma non sai come e non ci puoi fare nulla ora… sapevo di essere una bugia, non chiedermi perché ti ho chiamata, non lo so”.

Una canzone tatuata così profondamente che quando nelle interviste gliene domandano Mary ricaccia a fatica le lacrime in gola.

Walk In The Water è un pezzo immobile, stupito: “il vendo gelido soffia nel cielo grigio e sordo, camminerò nell’acqua fino a che il mio cappello galleggerà…”

Sweet Words (parole dolci) è una delicata ballata: “certe persone non sanno amare davvero, non conoscono il significato delle parole dolci che pronunciano, altre persone non riescono ad accorgersene, non sapevo di essere di quelle. Io non credo ai miei occhi, non credo alle mie orecchie, non credo al mio cuore, mi ha mentito per troppi anni…”

The Orphan King è un country lento con un coro a due voci: “mi madre mi ha abbracciato una volta e poi mi ha detto addio, ma io credo ancora nell’amore; non è mai tornata e io non so perché, ma io credo ancora nell’amore. Saluta il Re Orfano, che sorride con una smorfia, supereroe del dolore, come Mosè e Batman e James Dean…”

Il lavoro si chiude sulle note agrodolci di una grande ballata folk mid-tempo, con parole che potrebbero essere di speranza come di rassegnazione o perfino di resa: “ho mostrato i pugni davanti alla rabbia di mio padre, ho maledetto la tristezza di mia madre, ma in ogni casa ho cercato la mia, mi sono bagnata in un fiume di tristezza, l’ondata di melma stagnante infuria, il sapore del fiato amaro, le linee sconnesse dell’autostrada dove anime come le nostre sono gettate… ci passo sopra, ci passo sopra, domani potrei essermene andata, selvaggiamente mi attacco ad un altro giorno rubato…”