lunedì 27 dicembre 2010

Little Italy


Raccontavo, parlando di Alan Sorrenti, di quella straordinaria stagione attraversata dalla musica italiana nella prima metà degli anni settanta. Se fino ad allora la musica beat era stata solo scimmiottata dalle band locali, banalizzandola a livello di musica leggera, all’inizio dei settanta la cultura rock varcava finalmente le Alpi. I nostri musicisti erano ispirati dai King Crimson (PFM, Banco e tutta la quintalata di band prog mediterranee), da Bob Dylan (De Gregori, Edoardo Bennato), dall’elettronica (Battiato), e da tutta quanta la rivoluzione del rock, dai Napoli Centrale e Alan Sorrenti a Eugenio Finardi, Area e Perigeo. La voglia di rock era tanta, tanto di suonarlo che di ascoltarlo, e per un certo numero di anni tutto questo movimento fu molto popolare e persino ben ripagato commercialmente dal pubblico. Furono probabilmente determinanti le radio libere che spuntavano come funghi in ogni centro, grande o piccolo della penisola, come l’esistenza di un controcultura dotata di stampa (Muzak, Gong, ma persino il più popolare Ciao 2001) e di una industria musicale più rilassata e più legata alla passione che al business. Chi avrebbe potuto immaginare che le radio libere si sarebbero trasformate nelle vuote radio private di oggi e che l’industria dell’entertainment sarebbe diventata preda delle tragiche e sorde multinazionali di oggi?
Questa premessa per raccontare che esiste ancora una scena musicale rock italiana, magari più ispirata a Bruce Springsteen che ai King Crimson o i Weather Report, ma che si sostiene soltanto su una enorme inestinguibile passione senza avere una possibilità di un ritorno commerciale, per la mancanza totale di canali di comunicazione, ostaggio del mostro dell’industria della pubblicità. Si ha sentore dell’esistenza di musicisti rock nostrani a navigare per MySpace o FaceBook, o a leggere le pagine dedicate di qualche fanzine, ma poi chi può davvero ascoltarli se nessuno li trasmette? Come può un ragazzo andare a cercare una canzone di Francesco Lucarelli o dei Cheap Wine se nessuno gliel’ha fatta ascoltare ed amare?
Non che io abbia una conoscenza profonda di quell’universo musicale degli italiani nati al di qua dell’oceano ma che si sentono culturalmente di NYC, di Austin, di Los Angeles; insomma, un’Italia rock anglofona che da parte mia mi piace battezzare Little Italy. Però di recente ho messo le unghie su alcuni CD veramente belli di cui voglio raccontare in questo post, e credetemi, vi sto facendo un favore. Dischi suonati e registrati benissimo, con grande passione e con grande perizia, con belle canzoni e bei racconti, che non posso fare a meno di includere nei miei preferiti dell’anno. Magari non originali, ma era forse originale il blues che band britanniche come Stones, Animals e Them (sì, lo so che sono di Belfast) ci hanno insegnato ad amare? Ho effettuato un test: ho fatto ascoltare alcune di queste canzoni agli amici, presentandole come il nuovo album di Willie Nile o, a seconda, degli Eagles, e tutti quanti hanno drizzato le orecchie: “bella davvero, davvero in gran forma”… Farò lo stesso con i miei dodici lettori, proponendovi qualche titolo da scaricare da iTunes per 0.99 cent. Se lo farete, è molto probabile che poi andrete a cercare l’intero CD…

Il primo del lotto si chiama Lorenzo Bertocchini e la sua band sono gli Apple Pirates. Beh, se canti in inglese e la tua band si chiama Pirates, perché non stuzzicare il pubblico proponendoti come… Lawrence Bertocchini? Dunque, Lawrence non è un pivello di primo pelo; è on the road da un po’ di tempo, ha inciso altri dischi prima di questo Uncertain, Texas, ha suonato a New York anche a fianco di grandi artisti come il citato Willie Nile. Parlo di lui per primo perché bisogna concedergli un grande talento per il songwriting; le canzoni di Lorenzo sono belle, orecchiabili, rockin and rollin’, come quelle dei migliori cantautori d’oltreoceano. Il paragone che mi viene più calzante è con le orecchiabili piccole grandi gemme di Steve Forbert - se ricordate canzoni come Romeo’s Tune (o the Oil Song) allora sapete di cosa parlo. Everybody e Last Clean Shirt (l’ultima camicia pulita) sono un piacere, piccoli trascinanti hit che acchiappano subito l’attenzione; per di più la band e gli arrangiamenti sono niente meno che perfetti, roba d’una volta, tipo i recenti dischi di Ronnie Wood o Peter Wolf. Super rock & roll romantico, alla E Street Band che ascoltavamo sui solchi di The River.
You è il brano più orecchiabile e dolce del disco, un pezzo che se lo senti alla radio non puoi fare a meno di scriverti il nome ed andarlo a cercare dal tuo spacciatore di CD. Una canzone di cui Steve Forbert ha perso lo stampo, introdotto da un sax alla Big Man o alla Cortellezzi, con una band in ghingheri e grande spolvero. Se non l’ascoltate vi perdete qualche cosa. Blue, beh, lo prendo come una dedica, una ballata crepuscolare densa di romanticismo. Il disco è lunghissimo, ben quindici pezzi. L’atmosfera è quella, va dalla ballata orecchiabile alla citazione alle band dei primi sixty, le stesse delle cui cover vivevano Bruce Springsteen, Miami Steve e Southside Johnny nei club di Asbury Park. Pezzi come San Secondo hanno una melodia così appiccicosa che ti trovi a canticchiarla sotto la doccia. Una delle mie preferite è la stravagante My Serenade, che parte come un pezzo surf strumentale di quelli che piacerebbero a Quentin Tarantino, ma in cui la voce di Lorenzo si introduce come in un talking blues di Bob Dylan, recitando per la bellezza di otto o nove minuti la storia del suo amore, fino a svettare in un omaggio a Obama, De Niro, Gattuso, Spike Lee… e alla dedica finale a Danny Federici. La prima volta che l’ho ascoltata mi ha dato i brividi: grande Uncertain, Texas! La voce è bella e ferma, l’accento ottimo, i testi non li ho fatti ascoltare ad un americano ma mi sembrano plausibili, anche se l’anima di Lorenzo è quella di un trovatore medioevale che dedica sonetti alla propria perfetta dama immacolata. Bruce, Leonard Cohen, la country music e la vita ci hanno insegnato che purtroppo l’amore non è un affare così semplice.

Il numero due è Francesco Lucarelli, anzi, Frankie Lucarelli di Little Italy. Il suo Find The Light è un piccolo grande gioiello di cui non mi disferò mai, come i dischi più cari che ho incontrato in tutti questi anni. Frank non si ispira all'east ma alla west coast degli anni settanta, ed il suo lavoro mi ha portato alla mente il crepuscolare disco di Jack Tempchin che ho amato alle soglie del 1980. Nove canzoni, 38 minuti, come un vinile. Il brano da scaricare è Pictures On The Wall: se ci avessero scritto su “Eagles” avrebbe venduto dieci milioni di copie! Bello, orecchiabile, dolce, romantico, struggente, con i cori alla Eagles, alla Jackson Browne, alla CSNY, una canzone da ascoltare per lasciarsi andare anche ad una lacrima; con me funziona così. Tutto il disco è di quella pasta: Mr. Sunshine non potrebbe essere di fratellino Jackson Browne quando ancora scriveva belle canzoni? E la voce dei cori non è proprio quella di Graham Nash? Una di quelle canzoni che con altri tre amici cercavamo sulla radio attraversando l’America in auto da parte a parte sintonizzandoci sui canali country. Stranger In This Land è una bella cover, Good Day è struggente, con un grande coro, After The Twilight tira persino dalle parti di Van Morrison, Fat City è un duetto con Louise Capuani.
Un disco da portare in auto, infilare nel lettore ed ascoltare e riascoltare on the road senza sentire la necessità di cambiarlo per molto tempo. Per sognare la nostra west coast dell’anima.

Antonio, o meglio Tony Zirilli & The Blastwaves, è più un rocker tosto dalle parti del Greenwich Village di oggi, alla Willie Nile o Joe d’Urso o magari John Eddie. Il disco si intitola Trying To Get Out, il brano con cui si apre It’s Still So Hard To Be A Saint In The City: dichiarare le proprie intenzioni più di così non si può. Grande il piano, che rincorre Roy Bittan. I primi pezzi sono rock & roll d’effetto, ma un po’ convenzionali; il disco decolla davvero più avanti, quando il led del player segna 5, con One Big Lie (bye bye Sally), in duetto con Joe d’Urso allo stesso modo con cui il boss potrebbe duettare con Southside Johnny. Siamo in pieno campo delle citazioni (“bye bye Sally, Sally bye bye”), ma l’effetto c’è. Bella anche l’armonica.
Have I The Right è un pezzo serramanico alla Clash, con Willie Nile ospite. Flamsbana parla di treni, e alla fine è una travolgente versione di This Land Is My Land, ma quanto ci si diverte ad ascoltarla. Si può non ballarla?
Run Through The Rain, bellissima, è il 45 giri. Ancora citazioni e ricordi in comune: la chitarra sa di Love Hurts (Gram Parson), il refrain di Sweet Home Alabama, il pezzo è tutto da ballare.
Song For The Lonely la prendo per me. At Dusk un intermezzo alla Ry Cooder (Paris Texas) per introdurre Tacarigua de Mamporal, un pezzo affascinante con un coro sudamericano. I’ll Be There è puro rock romantico per piano e voce. Bello.

Un tris vincente di dischi che sarebbe un peccato non ascoltare, perché c’è dentro il rock che amiamo, nel modo in cui lo amiamo, suonato e cantato meglio che dalle band americane.

Un tris che potrei rendere un poker calando un altro disco da Little Italy: This Man, del grande Sergio Marazzi (già autore di No Man’s Land con i Blue Bonnets). Un disco più intimo e privato, che veleggia dalle parti di The Ghost Of Tom Joad e di Darkness On The Edge Of Town. Non è divertente come gli altri, ma è molto intenso (magari un po’ monotono), anche perché Sergio ha scritto le canzoni sulla propria pelle, cantando la dura esperienza della separazione, che lui ha vissuto allora e che io stesso vivo oggi mentre lo ascolto, e per questo forse lo sento vicino. Anzi, già che siamo sull’argomento, mi accorgo sto indossando una camicia di flanella e sono seduto su un divano di pelle esattamente come è ritratto lui sulla copertina. Vorrà dire qualcosa… La canzone che mi piace si intitola It’s Got To Be A Land. Ma tutte le 12 canzoni sono le storie di quest’uomo:

“ti guardo mentre ridi nel sonno
riempiendo tutta la mia casa di campane d’angelo
dipingi il mio giorno con i colori della tua anima
vorrei che non finisse mai”

“un giorno senza la tua grazia
è una sconfinata distesa di sabbia
un giorno senza il tuo viso
è un vagare in una terra straniera
un giorno senza il tuo amore
è questo uomo senza una casa
è un giorno orrendo, un giorno senza te”

Ascoltateli, magari su iTunes o MySpace o sul loro sito. Qualche cosa salterà fuori. Fatemelo sapere.

i brani da assaggiare:
Lorenzo Bertocchini: You (Uncertain, Texas)
Francesco Lucarelli: Pictures On The Wall (Find The Light)
Antonio Zirilli: Run Through The Rain (Trying To Get Out) o Growing Up (For You)

martedì 21 dicembre 2010

Boom Boom



Ho sempre desiderato un album R&B da Bruce Springsteen and the E Street Band. Roba come Boom Boom e War...


domenica 12 dicembre 2010

The Promise


Non avevo davvero voglia del cofanetto di Darkness On The Edge Of Town quando è uscito, in questi giorni, in occasione del 32ennale del disco (si vede che la preparazione ha preso un paio d’anni di troppo; non dovremmo festeggiare The River di questi giorni?). Avrei preferito guardare avanti che rimpiangere il mio passato, di questi tempi. Ma naturalmente avrei dovuto sapere che ogni resistenza è inutile, ed infatti alla fine ho ascoltato / guardato un sacco il contenuto del box.
Innanzi tutto una parola contro i box lussuosi da 100 euro, roba per cinquantenni rimbolsiti; ed infatti li compro tutti, con la sola eccezione del box dell’aniversario degli Allman che costa come uno stipendio - e mi fa specie della ABB.

Darkness On The Edge Of Town: fu il primo album che comprai di Bruce (Born To Run lo avevo su cassetta, ma non lo avevo “fatto mio”); sia pure in quell’anno di dischi così eccitanti, fu uno shock e fece di me un fan della musica di Bruce. Anche se a dirla tutta quello che fece di me un cult follower delle canzoni di Springsteen più ancora dello straordinario album fu la tournée, a cui non assistetti direttamente ma per tramite di quel bootleg epocale che fu Winterland 78, la definitiva insuperabile ed insuperata celebrazione del rock & roll, il disco che fece di un musicista un mito.
Ecco, il cofanetto contiene un film (di cui non avevo sospetto): un intero show, in Texas, della band, fotocopia dello show al Winterland con l’identica scaletta (solo alcuni dialoghi sono più brevi). Lo avessi visto all’epoca questo film sarei morto e resuscitato, ma anche oggi l’impatto è devastante: vedere con gli occhi il film che in così tanti e tanti e tanti e tanti ascolti avevo immaginato solo nella mia fantasia è stato un’esperienza onirica. Vedere i ragazzi freschi e selvaggi, Bruce e Big Man, l’energia da giovane Jake LaMotta, e tutto quello che accadeva sul palco e che un po’ alla volta non sarebbe più successo è stato travolgente. E la sequenza che segue il jingle natalizio di Santa Claus Is Coming To Town, cioè The Fever > Fire > Candy’s Room > Because The Night > Point Blank > Mona > Backstreets > Rosalita > Detroit Medley > Quarter To Three è la cosa migliore che abbia ascoltato in tutta la mia vita. Ciò rende il cofanetto piuttosto speciale ai miei occhi.

Ma in questo sacco di Santa Claus c’è dell’altro. Per esempio ci sono i sei vecchietti delle E Street Band che nel 2008 entrano nel Paramount Theatre di Asbury Park per suonare davanti alla macchina da presa una muscolosa e lucida versione dell’intero Darkness dalla prima all’ultima canzone. Personalmente trovo le nuove versioni molto inutili e inferiori, con la sola eccezione della bella Factory che vale la pena di ascoltare.

Poi c’è un terzo DVD, il largamente anticipato film The Making Of Darkness. Come suggerisce il titolo non si tratta del film di The Darkness (qualsiasi cosa potesse significare nella mia fantasia), ma il film su come è stato registrato questo sofferto disco (sofferto come la maggior parte dei lavori di Bruce, che tratta i suoi album come milestones letterari molto più che come raccolte di canzonette). È un genere pericoloso, che spesso non apprezzo: è pericoloso sbirciare dietro le quinte di un capolavoro, come lo è spesso leggere i dettagli di una cosa per noi molto importante, ma il film è alla fine piacevole e anche se non suggerisce nulla su quei tempi aiuta a capire un po’ più da vicino Bruce e gli altri ragazzi.

Infine ci sono i dischi, cioè i CD. Uno è, ci mancherebbe che non ci fosse, Darkness On The Edge Of Town in persona, un crudo nudo capolavoro visionario della periferia dell’America dell’anima, un disco che mi ha accompagnato per anni lasciandosi leggere ogni volta un po’ di più a fondo.
Infine il doppio CD di The Promise, il disco che è in vendita anche separatamente dal box e che il marketing Sony (che ha pagato un capitale il contratto di Bruce e ultimamente cerca di metterlo a reddito) ha presentato un po’ come il disco mancante fra Born To Run e Darkness.
Beh, le 22 canzoni di The Promise non sono il disco mancante; sono alcune delle 70 canzoni (o erano 50?) scritte da Bruce fra il 1975 ed il 1978. Si tratta di canzoni a volte non finite, sono prove che mancano di produzione (e del tocco magico di Chuck Plotkin), sono insomma piccole gemme da bootleg che molti di noi hanno ascoltato all’epoca proprio dai dischi pirata (come The Promise, come Candy’s Boy, come The Way e altre); oppure si tratta di registrazioni decisamente inferiori alle versioni dal vivo, come Fire o Because The Night. Non manca qualche bella scoperta, per esempio come alcune canzoni siano state trattate da Bruce come "spare parts", pezzi di ricambio presi da una canzone non finita per metterla a completarne un’altra, come si farebbe nel mettere a punto un’auto da street illegal o una moto restaurata…
L’altra scoperta è che le prime canzoni scritte dopo Born To Run (all’epoca della rottura con il manager Mike Appel e di conseguenza del fermo forzato delle registrazioni) dovevano far parte di un disco roots di canzoni ispirate al repertorio da juke box delle band all’epoca delle serate danzanti ad Asbury Park, roba tipo Phil Spector, soul di Detroit, rock & roll alla American Graffiti alla Del Shannon o Roy Orbison. Alcune delle registrazioni non presenti su questo doppio CD le abbiamo già ascoltate (meglio) su Tracks, mentre vorrei sottolineare che quel “mancato” disco pop & soul fu poi effettivamente realizzato, sia pure tramite Miami Steve Van Zandt che portò le canzoni agli Asbury Jukes di Southside Johnny. Il disco è splendido, si intitola Hearts Of Stone e non dovrebbe mancare a nessun fan della E Street Band e meno che mai ad ogni acquirente di The Promise.
Per il resto The Promise è un disco gradevole, ma sia chiaro che si tratta di un piatto di stuzzichini per fan e niente affatto un disco fatto e finito.

Adesso aspettiamo The River Complete, anche se quello che davvero vorrei vedere è un film sul making di Working On A Dream o Magic, per capire adesso senza dover aspettare di compiere settant’anni...

giovedì 9 dicembre 2010

Bryan Ferry > Olympia


I've forgotten what it was in you that put the need in me… (Maria McKee)
Non ricordo più cosa mi piaceva di Bryan Ferry (Blue Bottazzi)

…lo dico perché Ferry, al di là dell’aspetto pop e dandy, è stato un talento. Per esempio quando nella prima metà degli anni settanta uscirono i primi due dischi dei Roxy Music, con Brian Eno e Ray Manzanera. Erano gli anni della musica progressive e sperimentale, e sicuramente i Roxy erano qualche cosa di mai sentito prima: musica futuribile, pop obliquo dall’outer space, musica da un blade runner che ancora non era stato girato. Furono due dischi che avrebbero generato il lavoro di Brian Eno (con tutto il capitolo dei Talking Heads), più un oscuro e godibile disco new wave ricalcato sul lavoro di quei Roxy, Ultravox! della band di Johnny Fox.
Poi i dischi glam di Ferry, con l’entusiasmante cover di Hard Rain di Dylan (nella sua versione migliore, pari forse solo a quella che lo zio Bob cantava con la Rolling Thunder Revue), e Let’s Stick Together, la “mia sigla” molto a lungo assieme a Pretty Flamingo di Rod Stewart.
Ferry e i Roxy ebbero successo negli anni ottanta con dischi più o meno riusciti di techno dance romantica e decadente, come Flesh and Blood e Avalon.
Tutti dischi però che hanno risentito pesantemente degli anni che passano.
Voglio citare anche un altro grande disco, più recente, di Ferry: Frantic, l’unico che mi possa venir voglia di ascoltare nel nuovo millenio. Metà Roxy moderni e robusti, metà cover con materiale di JJ Cale ma anche e soprattutto due imbattibili Bob Dylan: It’s All Over Now Baby Blue e Don’t Think Twice. Bellissime, fra le migliori cover di zio Bob di tutti i tempi, tanto che spinsero Ferry a provare un intero album dedicato a Dylan, Dylanesque, sfortunatamente ma forse prevedibilmente non all’altezza del resto.

Olympia si presenta con una copertina orrenda kitsch ma - come purtroppo si scopre presto - anche molto onesta: il disco comprende infatti una decina di canzoni che la copertina rappresenta molto bene. I musicisti sono gli ex Roxy ma anche e soprattutto session men di prima scelta e qualche bollito talento come Dave Gilmour. Il disco è un tentativo direi coerente di ricreare atmosfere dance-disco decadenti alla Avalon.
Ma chi puoi mai avere voglia di ascoltare questa roba nel 2010? Non io. A peggiorare il tutto ci sono le versioni di Song To The Siren di Tim Buckley e No Face No Name No Number dei Traffic che suonano blasfeme. Cercherò di riportarlo al negozio.

martedì 7 dicembre 2010

Big Pink


Where in the world è finito Blue Bottazzi? Ci sono ancora, ma sto attraversando una certa fase della mia vita. Sono andato a vivere nella mia personale Big Pink nella mia personale Woodstock, in the country come The Band e come Bruce Springsteen. Sto scrivendo dalla mansarda (un basement al contrario) che mi sono ricavato, ribattezzandola Electric Ladyland, e che sento molto mia: ci sono tappeti, un vecchio divano e una vecchia poltrona di pelle, un impianto hi-fi, un Mac dal grande schermo per vedere i film, ovunque scatole di latta piene di CD ed un abbaino che mi lascia sbirciare una campagna innevata. Se fossi un musicista sarebbe una sala di registrazione, ma siccome non lo sono, la musica mi accontento di ascoltarla; e scrivo. Purtroppo non ho un collegamento adsl per cui mi collego a spizzichi e bocconi con iPad o medioevali chiavette usb di aziende telefoniche dalle attitudini banditesche.
Mentre si avvicina la fine dell’anno mi rendo conto che devo chiudere i conti con Mary Gauthier e con altri dischi di cui non ho ancora parlato, mentre ultimamente ho dedicato il grosso del mio tempo libero al cofanetto di Springsteen, ed ai bei dischi di una little italy poco nota ma straordinaria, quella di musicisti di talento dal nome di Lorenzo Bertocchini, Francesco Lucarelli, Antonio Zirilli, Sergio Marazzi e naturalmente Cheap Wine.
Avessi una radio libera ve li farei ascoltare, ma ne parlerò comunque presto. Facciamo per capodanno?

alcuni fra i post in arrivo:
Darkness On The Edge Of Town
Little Italy
Mary Gauthier > The Foundling
PFM live
The Sound Of Asbury Park
Grateful Dead
rock labels

…avevo anche promesso un Tom Waits di Natale ma non ce la faccio. Dopo tutto I don’t dance for money. Facciamo per San Valentino?