giovedì 28 ottobre 2010

Los Lobos


I Los Lobos sono una delle “grandi band” americane, e sicuramente la più grande in servizio attivo (ché l’altra, i Little Feat, senza Lowell George sono adorabili ma non la stessa cosa, e lo stesso si potrebbe dire per i Dead senza l’altrettanto compianto Jerry Garcia). Ma sono anche altro: sono una “grande band” di Los Angeles, che L.A. non è semplicemente America, ma come e più del suo contraltare New York City è un micro(macro)cosmo fatto di una sua gente, una sua cultura, un suo way of living, una sua storia e una sua mitologia.
I Los Lobos sono una band straordinaria, grandi musicisti virtuosi nel proprio strumento ma soprattutto capaci di un grande suono d’insieme, fatto di arrangiamenti più complessi delle altre rock band e di un inconfondibile sapore che riescono a trasmettere non solo alle proprie canzoni ma anche alle cover che diventano indimenticabili, gemme preziose come I Wanna Be Like You di Disney (il libro della giungla), Bertha dei Grateful Dead o Jockey Full Of Burbon di Tom Waits. Nel corso della propria carriera sono stati in grado di distillare un suono lucido fatto tutto assieme di puro rock “americano”, di classici da dance band, di avanguardia sonora marca L.A. in stile Frank Zappa o Tom Waits, senza mai tradire le proprie origini mexicane.

I lupi nascono negli anni settanta come dance band della gente latina di L.A., East LA, quella fetta di città che non vede il mare. Una band di mariachi di virtuosi dello strumento. La loro storia incrocia la nostra quando, all’inizio dell’estate del 1980, il compaesano Tito Larriva li invita a partecipare ad uno show all’Olympic Auditorium a Hollywood. Tito fa parte di un gruppo punk della città, i Plugz. C’è un’aria nuova in città, è in arrivo quello tsunami musicale generato nel 1976 a Londra da band come i Sex Pistols e propagatasi attraverso New York per locali come il CBGB’s (Patti Smith, Television, Mink DeVille, Talking Heads, Blondie...). Quella sera a Hollywood di fronte ad un pubblico di neo punk, i Los Lobos sono stati curiosamente invitati ad aprire ad una band britannica di culto come i Public Image Limited, niente meno che quella del cantante Johnny Lydon alas Rotten. Un unico ma significativo dettaglio: i Lobos suonano folk messicano. Dal primo brano cominciano a piovere oggetti. I musicisti sono incerti sul da farsi, ma cercano di resistere sul palco di quella che hanno vissuto come una occasione importante. I familiari che li hanno seguiti in questa “trasferta” sono in lacrime. Alla fine i ragazzi devono fuggire dal palco prima che qualcuno si faccia male. Un disastro, prevedibile ma non previsto, che però è destinato a segnare il destino della band: David, Louie e gli altri percepiscono la nascita di una nuova scena che li affascina, ed invece di far ritorno a East LA con la coda fra le gambe, iniziano a frequentare Hollywood, locali come il Vex e gli show dei Plugz. La folgorazione avviene quando assistono allo show dei Blasters dei fratelli Phil e Dave Alvin; i lupi fanno amicizia con la band, ne assorbono lo stile (così come sono abituati a fare con le loro influenza latine) e inaugurano una nuova stagione per il proprio sound. Con risultati tanto strabilianti che non solo i Blasters procurano loro un contratto con l’etichetta per cui incidono, la Slash, ma il loro stesso talentuoso sassofonista Steve Berlin decide di lasciare gli Alvin per suonare con David, Cesar, Louie e Conrad.
Dopo l’assaggio di un primo EP “And Now A Time To Dance”, esordiscono alla grande con il LP “How Will The Wolf Survive” nel 1984. È un terremoto, in perfetto stile roots-rock-blasters, ma con i sapori del sound latino. Sui canoni della new wave le canzoni sono gioiellini ispirati ai giorni d’oro del rock & roll (Evangeline, Don’t Worry Baby, I Got Loaded), al sound latino, fino a realizzare con la title track un capolavoro dell’emergente ondata “Americana”.
Al disco faranno eco nel 1987 e nel 1990 By The Light Of The Moon e The Neighborood, un pozzo di musica da letteratura americana dal suono maniacalmente perfetto, storie di frontiera e di common men. I titoli parlano da sé: One Time One Night In America, My Baby’s Gone, River Of Fools, Tears Of God, Down On The Riverbed, Angel Dance, Little John Of God, The Neightborood... fratelli di sangue di Fourth Of July ed Every Night About This Time di Dave Alvin.


Ma non è a quei dischi che la band deve la propria popolarità, che travalica i confini stessi del territorio delle rock band, ma all’incisione di una sera, la cover di La Bamba, il primo hit latino dei giorni dell’american graffiti di quel Ritchie Valens che conobbe una fama istantanea con quello e poco più per sparire in un incidente aereo assieme a Buddy Holly “the day that music died” - il giorno che la musica morì. I Los Lobos saranno il pezzo forte delle colonna sonora del film su Valens, La Bamba, e come lo sfortunato artista latino conosceranno, in virtù della magica forza di quel singolo, un successo planetario dalla sera alla mattina nell’anno di grazia 1987. Forse anche in virtù di quel successo si sentono autorizzati a registrare per il pubblico mondiale un disco di folk latino uscito nel 1988 con il titolo La Pistola Y El Corazon. Inoltre parteciperanno negli anni a innumerevoli colonne sonore, complice anche la localizzazione geografica in Hollywood, fra cui The Mambo Kings (Beautiful Maria Of My Soul) e Desperado (The Mariachi).
Negli anni novanta avrebbero potuto continuare sulla falsariga del perfetto The Neightborood, ma l’incontro con il produttore Mitchell Froom spinge la band ad un passo diverso. Kiko, l’album del 1992, nasce da un’ispirazione quasi onirica, fatto più di improvvisazione che di arrangiamenti super-perfezionati. Canzoni strane, oblique, diverse, surrealiste, forse vagamente ispirate dal lavoro di Tom Waits (un altro mito della città) per la Island Records. Nonostante sfiori la sperimentazione, Kiko conosce un grande successo di critica e di pubblico e, grazie a canzoni come la dolce title track, diventa uno degli highlight della produzione della band, ed il primo di una trilogia che comprenderà, dal ‘96 al ‘99, Colossal Head e This Time. In più la produzione dei Lobos si frammenterà in un fiume di side projects, soundtracks e comparsate quasi sempre di eccellente livello, che è un vero peccato che la band non abbia inserito nei propri lavori ufficiali, ma che fortunatamente sono stati raccolti nell’indispensabile cofanetto della Rhino: El Cancionero Mas y Mas. Fra le altre cose sono da sottolineare il progetto dei Latin Playboys (David Hidalgo e Louie Perez con Mitchell Froom e Tchad Blake), il lavoro solista di Cesar Rosas, i Los Super Seven (grande fascino!) e le infinite cover, dai Beatles (Tomorrow Never Knows) ai Dead (la citata Bertha), Johnny Thunders, Richard Thompson, Doc Pomus...
Conclusa l’esperienza con la Slash (ormai totalmente assorbita da Warner Bros), la band firma con la Hollywood Records della Disney, con cui incide nel 2002 Good Morning Aztlàn, un disco che vuole essere un ritorno alle sonorità del classic rock, con hit R&B del calibro di Hearts Of Stone e cumbia come Maria Christina.
Il 2004 è l’anno del progetto double face di The Ride / Ride This, il primo dedicato ad una versione patinata dei propri hit con ospiti di lusso come Elvis Costello su Matter Of Time e Mavis Staples su Someday (ma gli originali sono meglio). Il secondo un mini album di cover, in cui brilla solo Jockey Full Of Burbon, che però da solo vale il disco, un super Waits come nemmeno Waits è mai riuscito ad interpretare sé stesso.
Un lavoro ambizioso è The Town And The City, del 2006, che vorrebbe essere un film sonoro dedicato a East L.A., ma che nei fatti risulta un album strano, in cui la band sembra rinunciare alla godibile complessità dei propri arrangiamenti per sostituirla con un immobile, crepuscolare minimalismo che alla fine è troppo poco per il pubblico.
Per il seguito dovremo aspettare fino ad oggi, se si escludono un disco dal vivo, Live At The Fillmore, a mio giudizio non adeguato a rappresentare il gruppo, e un disco dedicato alle musiche dei film Disney che conclude il contratto con la Hollywood.
Il disco di quest’anno, per un’etichetta indipendente, si intitola Tin Can Trust e non ha avuto tutto il successo che avrebbe meritato, perché è un disco di grande fattura, un po’ quello che Town and the City avrebbe voluto essere e non fu. È quasi un peccato che la band sia così rigorosa e non faccia quel poco di più che le permetterebbe di catturare un pubblico più vasto (qualcuno ha detto Santana? Vedi Supernatural oppure il John Lee Hooker di Healer - in Dimples lo accompagnavano proprio i Lobos...).
Tin Can Trust si apre con la stessa atmosfera “stupefatta” di Town and the City, con brani dedicati alla gente di East LA, come Burn It Down e On Main Street. Yo Canto al solito è una bella cumbia, Jupiter Or The Moon un tragico, drammatico brano con echi psichedelici che, sarà la suggestione del titolo, a tratti mi porta alla mente i Pink Floyd del periodo cosmico di Saucerful Of Secrets. Do The Murray spariglia le carte, con un cross over fra la chitarra di Jimi Hendrix e quei brani strumentali “surf” fra Apache e le colonne sonore di Tarantino. Segue un solare R&B, All My Bridges Burning, che in un disco “normale” avrebbe aperto il lavoro. Bellissima la sequenza del rock lucido e muscoloso della cover dei Grateful Dead di West LA Fadeaway e The Lady And The Rose. I Lobos non fanno mistero di sentirsi in qualche modo i successori naturali della leggenda dei Dead, ed anch’io li vivo in questo modo. The Band > Grateful Dead > Little Feat > Blasters > Los Lobos...
Mujer Ingrata è una mazurka di cui avrei potuto fare a meno, e 27 Spanishes è l’onirica conclusione dell’ultimo lavoro dell’ultima Great American Band.
The Last Great American Band. Ladies and Gentleman: Los Lobos del East de Los Angeles!

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lunedì 25 ottobre 2010

Alan Sorrenti > Aria (1972)



Erano tempi più audaci. Non so se perché lo fossero davvero o perché io fossi un adolescente in procinto di affacciarmi alla vita. Certo che allora cinema e musica erano considerate arte e non un mestiere come un altro: una band tedesca registrava un disco di musica elettronica sperimentale, una etichetta londinese la metteva sotto contratto e la BBC lo trasmetteva alla radio senza farsi pensiero che non fossero canzonette. Ed il pubblico mandava il disco di musica elettronica in classifica. Erano gli anni in cui Jorodowski o Pasolini potevano girare film che la gente andava a vedere al cinema. La gente era "persone" e non "target" del marketing, e le riviste si scrivevano per i lettori e non per i pubblicitari.
Fu il magico periodo in cui le inquietudini della nostra adolescenza esplodevano all’unisono di quelle dell’adolescenza della società stessa (prima che una generazione che voleva cambiare il mondo si riciclasse in capezzoni).
Erano i primi anni settanta, quelli di Grateful Dead e Pink Floyd. Quelli di Pop Off, il rock del mediterraneo. 
Fra le altre città, Napoli era un ribollire di energia, un melting pot di musica del mediterraneo e della musica rock e jazz della radio dei soldati americani. Alan Sorrenti, Saint Just, i Bennato, NCCP, Napoli Centrale di James Senese. Il miglior disco di quella scena uscì nel 1972 ad opera di un ragazzo napoletano di buona famiglia di mamma gallese, che riuscì a farsi firmare un contratto dalla stessa etichetta Harvest dei Pink Floyd e di Kevin Ayers.
Aria è un disco che oggi sarebbe impensabile: ispirato al Tim Buckley più sperimentale ma anche dal Van Morrison di Astral Weeks come dai Pink Floyd di Meddle, sviluppa tutta la prima facciata del vinile lungo un’unica eterea e onirica suite, dove da una nebbia d’aurora compaiono, rimbalzano e spariscono delicati strumenti come una chitarra acustica - che detta il ritmo del pezzo - un flauto, una chitarra classica vagamente spagnoleggiante, un violino (niente meno che del grande Jean Luc Ponty, allora un mito con Frank Zappa e la Mahavishnu Orchestra), le soffici percussioni di Toni Esposito, e i fiati - tromba e trombone - mentre la voce incantata di Alan solleva in arditi ghirigori sonori la melodia. Flower power, figli dei fiori, venti minuti, prima dissolti, poi organizzati dal ritmo della chitarra e delle percussioni e infine esplosi nella melodia di mellotron del finale.
Un brano toccante ancora oggi, anzi, più bello oggi di allora perché siamo in totale astinenza di una musica così.
Sul lato due una canzone, Vorrei Incontrarti, acustica e delicata, i cui testi riportano irresistibilmente al pensiero di quegli anni: “vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica , vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India”.
Quasi a farne da contraltare, alla “canzone” fa seguito Un Fiume Tranquillo, un ciondolante, folle, psichedelico brano barrettiano dalle liriche bucoliche.
Chiude tanto disco La Mia Mente, un pezzo lirico introdotto dall’archetto di un contrabbasso e sostenuto da una tromba e da un sint.
L’anno successivo il disco sarebbe stato bissato da “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto”. Poi una pausa di crisi creativa, dettata probabilmente dall’aver ormai pienamente realizzato il proprio lavoro, ed un singolo, la cover del classico napoletano Dicitincello Vuje (“ti voglio bene, ti voglio bene assai...”) che forse per caso suggerisce ad Alan la strada per il successo commerciale. Dalle stelle alle stalle, il figlio delle stelle si ricicla con una musica leggera e dance, tormentone di un paio di stagioni balneari per poi tornare nell’oblio definitivamente. Assieme all’epopea del sound partenopeo.

mercoledì 13 ottobre 2010

Neil Young > Le Noise


Neil Young non ha mai difettato di coraggio. Da quarant’anni avrebbe potuto far karaoke con After the Gold Rush ed Harvest, e invece ogni volta si reinventa senza paura di sfiorare il confine dell’avanguardia sonora del rock. Lo ha fatto innumerevoli volte nella sua carriera, da quando con Rust Never Sleep ha dichiarato il suo amore per la new wave, o quando negli anni ottanta con la produzione per la Geffen Records per cui ha inciso dischi ora di rock & roll elettronico, ora di rock’a’billy o jazz fino a che si è visto strappare il contratto. E ancora con i coraggiosi dischi elettrici con i Crazy Horse negli anni novanta. Negli anni duemila potrebbe fare il pensionato di lusso corteggiando i fan riciclando i greatest hits ed invece mette assieme un disco estremo come Le Noise, rock al calor bianco per chitarra elettrica distorta e voce. Questo significa produrre arte e non canzoncine per MTV e Hollywood.

Amo Le Noise (il titolo è un gioco di parole con il cognome del produttore, l’enigmatico Daniel Lenois, già corresponsabile del capolavoro di Dylan Oh Mercy del 1989 e di lavori solisti di fascino come For The Beauty Of Wynona - 1993). Un disco che mischia ispirazioni diverse come Hey Hey My My (“rock & roll will never die, the king is gone but is not forgotten, this is the story of a johnny rotten”) i citati dischi elettrici con i Crazy Horse (Ragged Glory e Weld), la ballata di Eldorado, la ipnotica colonna sonora colonna di Dead Man con Johnny Depp cowboy e Gary Farmer sciamano indiano.
Le Noise potrebbe riportare al bellissimo Ragged Glory, se non fosse che al posto della band non c’è altro che la nuda chitarra elettrica (o acustica) in echi e distorta, e la sua voce filtrata dalla mano sapiente di David -- oltre ad una copertina in bianco e nero ed in negativo che un po’ Dead Man richiama. Le Noise è un disco che parla d’amore, ma in modo diverso dalle canzonette.
I primi tre brani si infiltrano l’uno nell’altro quasi senza soluzione di continuo né cambiamenti di stile per dodici minuti.
Walk With Me: “faccio questo viaggio e non voglio camminare solo; cammina con me, mostrami una luce, sento il tuo amore…”
Sign Of Love: “è un segno d’amore, quando ti ho vista per la prima volta, tu eri una ragazza ed io un uomo, quando la musica suonava ti ho guardata ballare, era un segno dell’amore…”
Someone’s Gonna Rescue: “ti ho vista immobile, ti ho vista chiamare, qualcuno ti salverà prima che tu cada…”

Alla “suite dell’amore” segue una delle più belle ballate acustiche di Young, Love and War, amore e guerra, un pezzo pacifista degli anni zero: “ho visto un sacco di giovani uomini andare in guerra e lasciare un sacco di giovani spose ad aspettarli. Le ho viste cercare di spiegare ai loro figli e ho visto un sacco di loro non riuscirci. Hanno cercato di spiegare perché perché il papà non tornerà mai più a casa…”

Angry World di nuovo sfodera la chitarra elettrica in eco: “alcuni vedono la vita come una promessa tradita, alcuni vedono la vita come una lotta senza sosta. Sì, è un mondo arrabbiato ma tutto andrà bene…”
The Hitchhiker è un’altra ballata elettrica di fascino, un diario di bordo dove l’autostoppista è il cantante in prima persona, che racconta la propria biografia facendo l’inventario delle droghe che ha incontrato sul cammino, dalle anfetamine al Valium, dall’erba alla cocaina, su un tappeto sonoro alla Cortez The Killer.
Peaceful Valley Boulevard è l’altra ballata acustica, di sette minuti, su un tema nostalgico e ambientalista: “un bambino è nato e si è domandato il perché”
Le Noise si chiude alla ottava canzone con Rumblin’, un malinconico e criptico feedback sonoro.

Dunque i dischi registrati come arte e non come prodotti sono merce rara ma esistono ancora; Neil Young è un grande artista e Le Noise è il mio disco dell’anno. Mi piacerebbe che Neil lo portasse in tour con la band come in Weld. Il materiale c’è tutto.

★ ★ ★ ★ ½ (entusiasmante)
Genere: folk elettrico
Reprise, 2010
in breve: poesia psichedelica per chitarra elettrica e voce.

lunedì 11 ottobre 2010

John Fogerty > Centerfield


Mauro Zambellini recensisce sullo Zambo's Place la ristampa del XXV anniversario di Centerfield, forse il miglior album solista di John Fogerty. Per l'occasione ho estratto dalla polvere la recensione, forse ingenua ma sicuramente sincera, che pubblicai in quel 1985 sulla fanzine Texas Tears:

« A dieci anni precisi dall’ultimo LP solista, quello di Rockin’ All Over The World e di Almost Saturday Night, l’amato leader del miglior gruppo r & r di tutti i tempi, i Creedence Clearwater Revival, si ripresenta al mondo con un nuovo disco. Se Born In The USA di Springsteen proponeva l’immagine a stelle e strisce, gli autentici genuini bluejeans (come direbbe Elwood Blues, alias Dan Aykroyd) ed il berretto da baseball, Centerfield ripropone altrettanti simboli di una americanità genuina al 100%, sotto forma di giocatori di baseball, cowboy, indiani, pompieri e poliziotti, aviatori e biplani, trottole e biglie colorate, ed una vecchia radio sicuramente sintonizzata su Wolfman Jack.
Titoli come “Il vecchio uomo sulla strada” (Harry Dean Stanton?), “Ragazze Rock & Roll”, “Quel lungo treno da Memphis” la raccontano lunga sui contenuti del suo album. Per molti versi potreste prendere Centerfield come il nuovo disco dei Creedence. Con tanto di un nuovo hit, R&R Girls, ad aggiungersi ai tanti del passato. Apparentemente gli arrangiamenti non sembrano affatto interessati ad essere nel 1985, o nel ’75, o nel ’65. Ma letto con attenzione salta fuori un respiro largo e tranquillo da uomo fatto e la profonda consapevolezza delle proprie radici, spesso una struggente malinconia al posto della foga delle canzoni di 15 anni fa.
Il momento top è raggiunto dalla sequenza di R&R Girls, Big Train e I Saw It On TV. R&R Girls riporta irresistibilmente ad I’m Going Down del Boss, che potrebbe inserire la canzone nel proprio repertorio.
Big Train è una ballata country “…Quando ero giovane passavo i miei giorni d’estate a giocare sui binari, il suono delle ruote sull’acciaio mi portava via… quel lungo treno do Memphis ora se ne è andato, andato, andato. ..”.
I Saw It On TV è un tema triste cantato sull’aria di Who’ll Stop The Rain, e chiunque abbia un cuore r’n’r se lo sente stringere nel petto: “…abbiamo visto quel giovane uomo di Boston far vela verso la nuova frontiera e abbiamo visto il sogno morire a Dallas, hanno sepolto l’innocenza quell’anno…e so che è vero, così vero perché l’ho visto alla TV”.

La speranza è che Jonn non si faccia attendere altri dieci anni per donarci emozioni come queste, perché se fino a ieri avevamo un Boss, oggi ce ne sono due! »

mercoledì 6 ottobre 2010

Lloyd Cole > Broken Record

Lloyd Cole è un cantautore britannico che ebbe un successo istantaneo nel 1984 con Rattlesnakes assieme alla sua band dei Commotions. Un delicato ma straordinario disco di quelle dolci canzoni di un genere che conobbe il vertice proprio con Rattlesnakes e con Steve McQueen dei Prefab Sprout l’anno successivo (ci posso mettere anche gli Smiths, o la band di Morissey è troppo dark per essere accostata agli altri due?).
Da allora Cole non ha combinato molto, se non il fatto di lasciare la madre patria per diventare americano e farsi una famiglia sulla east coast, in Massachussets. Non si può tacere anche un album del 1991, Don’t Get Weird On Me Babe, suonato con l’ausilio di un’orchestra e che comprende un paio di capolavori: Butterfly e Half Of Everything.
Con il passare degli anni il budget di Cole si deve essere ristretto e suonare spesso senza una band deve essere diventata più una necessità che una scelta.
Broken Record è una delle cose migliori della sua carriera, ma sia detto subito che quello che manca rispetto ai Commotions è per l’appunto una vera band anziché l’accompagnamento di pur volenterosi session man.
Disco “americano” registrato in America, è organizzato fin dalla copertina come un Long Playing di una volta, con tanto di lato 1 e lato 2, quando era usanza aprire il primo lato con la canzone più significativa ed il secondo con la più orecchiabile.
Canzoni dolci e delicate, da cantautore, con la bella voce profonda che però non va mai sopra le righe, risulta un mix di radici britanniche e folk rock americano, per capirci con echi alla Jayhawks come con elementi sognanti alla Chris Isaak se non esplicitamente alla Leonard Cohen. Vogliamo citare anche Lee Fardon?
La scelta è quella di non osare mai più di tanto e di creare un continuum piacevole come un massaggio sul collo, ma senza spingersi a carezze più osè.
Like A Broken Record, che apre il disco e gli da il nome, è graziosa, ma le cose più belle arrivano stranamente mano a mano che si prosegue nel disco, e sono concentrate soprattutto sulla “seconda facciata”.
La prima si chiude con una delicata If I Were A Song decisamente ispirata a Leonard Cohen:
“Would you still cry when I played?
would you still turn to me for the pain
if I were just a song?
could a song, just a song break you down?”

That’s Alright è il brano radiofonico, Oh Genevieve riporta ai Commotions, Man Overboard è ancora Cohen, ma potrebbe anche essere Fabrizio De André, chansonnier di altri tempi con tanto di fisarmonica; Double Happiness porta alle mente le cose delicate di Chris Isaak.
Un disco delicato che potete lasciar suonare a ripetizione anche con gli ospiti, con una ragazza o mentre fate dell'altro.

★ ★ ★ ½ (bello)
Genere: songwriter
Tapete, 2010
in breve: canzoni delicate piacevoli come un massaggio sul collo.

venerdì 1 ottobre 2010

Ron Wood > I Feel Like Playing


Quando dico che questo disco di Ronnie Wood è semplicemente bellissimo vedo la diffidenza negli occhi dei miei interlocutori. D’altra parte anch’io ero diffidente quando me lo ha detto Zambo. Il motivo è che Ronnie non è certo musicista di primo pelo, è on the road da sempre, prima con i Faces di Rod Stewart - band alla fine di serie B rispetto alle altre della gang - poi chitarra solista degli Stones prendendo il posto di un troppo amato e forse un po’ sopravvalutato Mick Taylor, lasciando a qualche fan il sospetto di essere stato scelto più per l’abitudine di bere con Keith Richards che per altri meriti.
Un low profile che fino ad oggi ha svolto il suo lavoro con professionalità e con umiltà, ma senza mai farsi amare più di tanto. Qualche disco solista gradevole, come Gimmie Some Neck, qualcuno inascoltabile, come Not For Beginners, e qualche bootleg mal registrato con una band virtuale dal nome di New Barbarians.
Però per capire cosa voglio dire scrivendo che "I Feel Like Playing è il miglior disco dei Rolling Stones dal 1978" è sufficiente ascoltare i primi dieci secondi di Why You Wanna Go And Do A Thing Like That For. Provare per credere.
Ronnie ha dimostrato di non essere una spugna solo al pub ma di aver completamente fatta sua la lezione di tutti questi anni di rock & roll per approdare alla maturità artistica alla bella età di sessantadue anni.
Mettete il disco: intanto già il suono è straordinario, l’araba fenice dell’energia dal vivo che non si riesce ad intrappolare in studio. Un suono semplicemente perfetto. E poi scopri che ha una bella voce e che un chitarrista prezioso, anche se è sempre misurato e non si lascia andare ad assoli santaneggianti.
Una confidenza con il rock e con la chitarra che hanno in pochi.
Ma Ronnie è anche un autore: le canzoni sono sue, e sono sicuro che se il citato brano d’apertura fosse opera di Dylan sarebbero fioccate lodi da tutte le parti.
Sweetness My Weakness è un reggae senza compromessi, e Lucky Man una gran bella ballata come quelle che Jagger era capace di cantare una volta.
Un bel blues è I Gotta See con una grande chitarra. Ma come ho potuto non accorgermene in tutti questi anni?
Thing About You è puro rock & roll marca stones… Bella I Don’t Think So, roba da singolo degli stones del 1970… 100% ne potrebbe essere il lato b...
Tutto il disco è godibilissimo, anzi si va facendo via via più crudo e sporco mano a mano che procede verso il finale, per la bella durata di quasi un’ora.
Anche una cover, Spoonful, quella di Willie Dixon, che cita i Cream.

Insomma, voi fate come credete. Io ho un nuovo eroe, si chiama Ronnie Wood ed è on the road dal 1964.


★ ★ ★ ★ (entusiasmante)
Genere: rock & roll inglese
Eagle, 2010
in breve: let it bleed.