mercoledì 23 giugno 2010

il tempo non significa nulla


Cammino lungo strade polverose
cercando rospi con le corna
tenendomi il sole alle spalle

penso a persone del passato
ricordi che non durano
quando sei giovane e ingenuo

il tempo non significa niente
quando sei giovane nel cuore
e la tua anima arde ancora

ho visto giorni di pioggia
o il sole che non voleva tramontare
per tutta la notte

ho avuto una motocicletta a dieci anni
non ho mai preso eroina
credo di voler vivere
forse farmi una casa un giorno
ma questo non significa che voglio morire...

Time Ain't Nothing (Green On Red - The Killer Inside Me)

lunedì 21 giugno 2010

Tom Petty & Heartbreakers > Mojo


Il nuovo disco di Tom Petty & The Heartbreakers, il sorprendente Mojo, prende origine dalla prima canzone del disco del 2006 (Highway Companion), un blues rock alla Howlin’ Wolf / ZZ Top dal titolo di Saving Grace, e dal disco del 2008, Mudcrutch, un ritorno alle origine, sia di Petty con la sua prima band, che alle radici dell’ispirazione del suo rock.
La crisi creativa è una situazione con cui Tom più volte si è trovato a confrontarsi, sin dai lontani tempi di Southern Accent (1985), quando si racconta che si sia rotto una mano prendendo a pugni il muro per la frustrazione.
Il passaggio, negli anni novanta, dall’etichetta MCA alla Warner Bros segnò anche il passaggio da un rock & roll più vivo ad un sound cantautoriale che per quanto talora di ottima fibra ha progressivamente portato (Wildflowers, Echo) il suono dei dischi della band verso una stasi creativa ed un sound più noioso, un cul de sac ben rappresentato da The Last DJ.
È da Highway Companion, attraverso l’esperienza dei Mudcrutch ed anche dal recupero dell’eredità della band nel percorso della Live Anthology, che Petty e soci cercano ispirazione nelle pulsioni che all’origine li hanno mossi verso l’amore del rock & roll, e con Mojo centrano in pieno il bersaglio.

I sessantacinque minuti del disco ne fanno per lunghezza un doppio LP di una volta, come Blonde On Blonde, White Album, Layla, Exile On Main Street, London Calling, The River; tradizionalmente la summa creativa dell’anima dell’artista. Di tutti i dischi citati Exile è quello che più simboleggia l’ultimo sforzo degli spezzacuori: come Mojo è un disco torrido che procede a tutto vapore viaggiando con l’essenza / la benzina del rock & roll anche a prescindere dalle singole canzoni ma in indivisibile tutto, come fosse un live show.
Mojo è pari ai dischi che più mi hanno divertito nella mia lunga carriera di fruitore del rock & roll. Le canzoni sono fatte di un compatto, robusto tessuto che è cesellato dell’evocativa voce di Tom, dalla sfrenata chitarra solista di Mike Campbell (mai così libero e scatenato) e dal sapiente lavoro di accompagnamento degli altri ragazzi. Un tessuto, una texture, in un cui c’è dentro tutto il rock & roll ma che non si ispira a nessuno in particolare se non al grande lavoro, all’opus magnum, che gli Heartbreakers hanno saputo generare nei trentacinque anni da cui si trovano on the road. Non cito Howlin’ Wolf, né gli Allman o i Dominos perché il rock dei sedici brani è ormai Tom Petty & Heartbreakers al 100%. L’unico nome che potrei fare è quello dei Dire Straits del primo album per l’influenza che spesso hanno sulla chitarra di Campbell.

Chiudo citando a paragone Damn The Torpedoes, Full Moon Fever, The River. Un lavoro di cui non ci dimenticheremo.

★ ★ ★ ★ ½ (entusiasmante)
Genere: ROCK
Reprise, 2010
in breve: un “doppio LP” fatto del tessuto dei capolavori degli anni settanta.

mercoledì 16 giugno 2010

Tom Petty #1


Cosa staremmo facendo oggi se esistessero ancora Elvis, Beatles, Beach Boys, Creedence, Doors? Non ho dubbi: staremmo ascoltando Tom Petty!

Lasciatemi raccontare la storia dal principio. Non so cosa mi abbia spinto a portarmi a casa quell’ Heartbreakers che mi sono trovato davanti, perfettamente sconosciuto, in uno scaffale di un negozio di dischi, dove una scritta adesiva recitava “punk”. Parlo del tardo ’76, avevo comprato Leave Home dei Ramones e mi rimaneva qualche cosa nel portafogli. Mi capita davanti questo biondino con lo sguardo da bandito, occhi grigi, giubbotto di pelle nero e cartuccciera di traverso sul petto. E poco sopra un logo incredibile: una Gibson Firebird, quella a V di Johnny Winter, che trapassa un bel cuore rosso. All’epoca tutte le novità odoravano di punk e non andava niente affatto male. Questi avevano anche un tastierista ed i testi parlavano di rock & roll (Anything that R’n’R), di blues (Hometown Blues), di ragazze americane (American Girl). Non me ne vogliano i Ramones, ma sul piatto del mio stereo non c’è stata praticamente competizione: Heartbreakers era una bomba atomica!
Mi piaceva il punk perchè stava riportando sui dischi il calore delle chitarre elettriche, il ritmo della batteria, soprattutto il taglio delle canzoni a 45 giri. Il punk di allora, dico. “Heartbreakers” dava all’improviso di più: c’era il fascino del suono sixty di gruppi nati per il rock & roll come i vecchi Creedence, c’era il profumo jingle jangle degli hit dei Byrds, il suono acido della psichedelia, un po’ di Rolling Stones e Who, c’era questo cantante dalla voce incredibile, acuta e sottile, quella personalità che era mancata ad anni di rock & roll. Quel marchio di fabbrica delle canzoni che sentivi due volte alla radio quando avevi quindici anni e ti restavano nelle orecchie per una vita. Sopra ogni altra cosa, c’erano questi due grandi hit, “Breakdown” ed “American Girl”. “American Girl” riporta alle chitarre ed ai cori di Mc. Guinn & Co., ed è come se uscisse di nuovo Mr. Tambourine Man o Turn Turn Turn. Come dice Elliott Murphy, “...those where the times!”. La canzone è piaciuta così tanto anche a Roger Mc. Guinn stesso, che l’ha voluta rifare sul proprio album “Thunderbyrd”. “Home Town Blues” non è poi un blues, ma quasi è meglio così. Fra le altre canzoni le più note sono diventate Anything That Rock’n’Roll, Strangered In The Night e Luna. Una ottima band, un ottimo disco. Ciò nonostante l’etichetta Shelter (di Leon Russell) riuscì, per colpa di una distribuzione approssimativa, a privare il disco di un successo che era davvero difficile mancare.

Il contratto con l’etichetta era l’eredità di un vecchio contratto che Petty aveva firmato assieme al chitarrista Mike Campbell ed il tastierista Benmont Tench, a nome Mudcrutch, un gruppo che dalla Florida - terra di origine del nostro eroe - si era spinto in cerca di successo al mitico west, Los Angeles. La musica dei primi Heartbreakers risente di questi inizi, cioè di una band che suonava nei club e nei college, a livello locale, gli hit dei sixties, con una predilezione per Beatles e Stones. Prima di separarsi i Mudcrutch hanno realizzato parecchi nastri con Danny Cordell, vecchia volpe del mondo del rock, collaboratore di Joe Cocker (with a little help...), Move, Procol Harum, Moody Blues, ed in seguito produttore dei primi album degli Heartbreakers.

Uscito il primo album, le prime notizie discogragiche sulla band arrivano l’anno seguente con un promo stampato su una sola facciata, “Official Live Bootleg", registrato a Boston in occasione dell’ultima tappa del tour del ’76. Le canzoni comprendono una cover di Chuck Berry (Jaguar & Thunderbyrd), Fooled Again e la sognante Luna, dal primo album, più un lungo inedito semi improvvisato (Dog On The Run), un pezzo con cui si respira l’aria di quei selvaggi intermezzi strumentali che sanno di John Cipollina (Quicksilver) o Spirit. E nell’edizione inglese la quasi acustica The Wild One Forever.
Il secondo lp ufficiale di Tom Petty uscì solo nel ’78, “You’re Gonna Get It", che sfacciatamente significa ’lo prenderai’. Ed infatti l’ho preso. Stesso produttore, stessa etichetta, replica molto da vicino il suono del primo album. Gli hit questa volta si chiamano Too Much Ain’t Enough e I Need To Know, due canzoni alla Who, con un riff di chitarra elettrica dell’ottimo Campbell e la batteria furiosa di Stan Linch. Sapete, di quelle canzoni che portano alle stelle qualsiasi concerto e che si concludono con una sforbiciata di gambe alla Townshend. Alle altre canzoni piace avere il taglio della ballata, spesso su una chitarra ritmica a 12 corde, ed il piano e l’organo assieme alla maniera della E Street Band. I pezzi lenti sono Magnolia e Listen To Her Heart (il singolo dell’album), i r’n’r When The Time Comes e Baby’s A Rock’n’roller. Non è buono come il primo album, ma contiene alcune ottime canzoni.

Di solito si dice che “Damn The Torpedoes” sia il miglior disco di Petty e dei suoi uomini, e checchè sia possibile, i miei album del cuore restano i primi due, poveri, scalognati e formidabili. Comunque Torpedoes, l’album del 1979, è uno splendido album, ed è quello che ha fatto di un povero ragazzo in una rock & roll band, una star di prima grandezza. Ci sono molte cose che accomunano questo periodo di Tom all’immagine di Bruce Springsteen di “Darkness On The Edge Of Town”. Per esempio, subito dopo “You’re Gonna Get It", Petty si accorse di essere rimasto incastrato nel contratto che aveva firmato con Cordell. Pare infatti che in cambio di 10.000 dollari già intascati e spesi, il nostro amico avesse venduto al produttore la totalità dei propri diritti d’autore. Intanto la Shelter era stata venduta alla MCA e Petty si trovava nella condizione di dover preparare per la nuova casa un nuovo album da cui già sapeva non avrebbe potuto guadagnare un gran che. Fu allora che prese la decisione di dichiarare bancarotta per sottrarsi a questa specie di fregatura. Come finiscono le questioni legali nel music business non è mai una cosa chiara, fatto sta che Cordell, che si vedeva sfuggire di mano l’affare della propria vita, si lasciò convincere a trovare un accordo. Dal canto suo Petty accettò di rimanere alla MCA, ma come artista di punta di una nuova etichetta che la casa discografica fondava sul nome di una canzone di Springsteen, “Backstreet", e la strada per il successo fu definitivamente spianata. Come produttore fu chiamato il Re Mida del rock americano, l’emergente (con prepotenza) Jimmy Iovine.
Il suono di Torpedoes è molto bello: pieno, pulito, molto rock, un muro del suono senza sviolinate e sdolcinature. British Rock, Byrds e psichedelia sono sacrificati a favore della nuova musa Springsteen, come si sente esplicitamente in “Refugee", e di nascosto in tutto il resto del disco. D’altra parte Jovine veniva proprio dalla co-produzione di “Born To Run” di Springsteen. Don’t Do Me Like That è il singolo californiano, non ricorda esattamente i Beach Boys ma può risultare in effetti un ottimo 45 giri da spiaggia e macchina scoperta. Tutte le canzoni hanno una personalità precisa e non c’è un solo momento di stasi. “Bambina, anche i perdenti conservano un po’ di orgoglio / a volte diventano fortunati...” (Even The Losers).
Nonostante non siano inclusi nella busta i testi di Petty sono molto più curati del solito, come se a reazione delle esperienze negative attraversate a causa della vicenda legale, Petty cercasse sfogo nel dipingere di temi più seri le proprie canzoni. Il mio pezzo preferito di Torpedoes forse è Louisiana Rain, un pezzo country rock elettrico che si stacca decisamente dalla compattezza del resto del disco.
Petty in concerto non solo mantiene intatto il proprio fascino al 100%, ma raggiunge spesso risultati superiori a quelli in studio, mischiando a sorpresa ai propri hit più robusti, classici del r&r e del soul come Don’t Bring Me Down (Animals), I Fought The Law, o quella Cry To Me che si può ascoltare su No Nukes.
Chi si è dimenticato della scena in “Animal House” del Toga Party con il buon- povero- grande Bluto/John Belushi che fa l’epilettico seguendo la musica di Otis? Il pezzo era Shout (Isley Brothers) e Petty ne offre una lunga versione molto personale come ultimissimo bis degli show, anche dopo Too Much Ain’t Enough. Breakdown viene presentata allungata e con un nervoso monologo alla Mick Jagger, e poi Dog On The Run (assai più ricca sui bootleg - magari col titolo di Uptown - che sul citato “Official Bootleg"), I Need To Know, American Girl, e naturalmente i pezzi di Damn The Torpedoes.

Fra questo e l’album successivo passano due anni, di preparativi sudati di un suono adeguato all’aspettativa che la band era ormai stata in gradi di creare.
“Hard Promises", l’album del ’81, in realtà di hard (duro) ha solo il titolo. Fino dalle prime note ti accorgi che il suono è morbido e quasi dolce ed è la 12 corde a farla da padrona. Il disco corre nella direzione tracciata dall’ultima track di Torpedoes, Louisiana Rain, una specie di country rock molto californiano, abbastanza adulto da potersi rifare al suono degli Heartbreakers stessi più che dei Byrds. Ma fra i solchi più che Gram Parson e Terry Allen, si specchiano le piscine di Beverly Hills, e band come i Fleetwood Mac. “Fare un album di successo non risolve tutti i tuoi problemi personali, anzi può crearti dei problemi esso stesso, come crearti confusione. L’idea di questo album - Promises - è di toccare tutto questo: la confusione, la tristezza, la felicità. Abbiamo anche voluto muoverci in una direzione in cui non stiamo stati in precedenza. Io credo che noi abbiamo creato un suono Heartbreakers, ma siamo anche in grado di cambiare. Quello che facciamo adesso non è Anything That Rock’n’Roll. Ci sono più ballate, e io credo anche migliori liriche degli album precedenti. Abbiamo voluto aprirci e sperimentare nuovi stili musicali”.
Promises è un album più morbido ed orecchiabile, più immediato dei precedenti, e questo è certo intenzionale. Ma non c’è niente che non vada in canzoni come Letting You Go, A Thing About You, The Criminal Kind, Something Big.
Tre brani sono poi francamente grandi: The Waiting, che è stato anche l’hit dell’album. “L’attesa è la parte più dura / ogni giorno ricevi una cartolina nuova / puoi prenderla con fiducia, puoi prenderla con passione, l’attesa è la parte più dura”. Un pezzo parente stretto di Louisiana Rain.
Poi A Woman In Love: “Lei mi ha riso in faccia, mi ha detto addio, mi ha detto non pensarci / puoi diventare pazzo, tutto può accadere e tutto può finire / non tentare di lottare, non tentare di salvarmi... / è una donna innamorata, e sta per infrangersi il cuore / non se ne vuole rendere conto, è una donna innamorata, ma non di me....” , un lento scritto a due mani con Campbell, con un bello spunto strumentale destinato ad allungarsi in concerto con l’assolo di chitarra.
Insider, di cui Tom racconta: “avevo scritto Insider per l’album solo di Stevie Nicks (Fleetwood Mac). Quando venne a cantarla in studio lasciammo la mia voce su un canale della cuffia perchè lei potesse sentire la melodia, ma mentre cantava ci accorgemmo che la canzone doveva essere proprio così, a due voci. Suonava davvero bene. Ho sempre amato i duetti vocali, tipo Gram Parson - Emmylou Harris, o George Jones - Tammy Wynette. Alla fine decidemmo di aggiungere la canzone all’album. In cambio lei volle un’altra canzone, “Stop Draggin’ My Heart Around” (Belladonna) che avevo scritto con Campbell per gli Heartbreakers”.
Fra proprio Insider a dare il titolo all’album, da un verso tratto dal testo. “Se vendi otto milioni di dischi ogni nuovo disco deve essere il migliore: sta arrivando anche per noi questo tipo di pressione”.
Non mi pare che questo tipo di pressione abbia fatto particolarmente a Petty. E’ certo che da allora, dal grande successo di Torpedoes, il suo approccio al rock si è fatto per anni meno spontaneo, più calcolato, ed in definitiva anche più paranoico, nella ricerca del suono perfetto, della canzone da classifica, della canzone nuova a tutti i costi. Non è una leggenda che si sia fratturato una mano prendendo a pugni la parete dello studio di registrazione, durante la preparazione di un album, frustrato di non riuscire a ricavare il suono di cui era alla ricerca.
(Blue Bottazzi, più o meno 1983)


martedì 8 giugno 2010

rock & roll never forgets

Una coppia di album che riscalda il cuore e tranquillizza sulla salute del rock & roll.

Il primo si intitola Midnight Souvenirs ed è opera di tal Peter Wolf, personaggio di culto dalle parti di Boston Massachusset. Me lo ha presentato Zambo come fece tanti anni fa per un'altra grande band culto di Boston, i Del Fuegos, che questi souvenir di mezzanotte in parte mi evocano. Non che sia un ragazzino questo "Pierino il Lupo": cantante della J.Jeils Band, gruppo che pensavo pop e che scopro ora essere stati nei primi settanta emuli dei primi Stones. Apparentemente non c'è nulla di trascendentale nel disco di Wolf: è solo rock, ma rock come il rock dovrebbe essere ed invece non è quasi mai: belle canzoni, rock, lenti, rithm & blues, cori, sax, tastiere, chitarre. In una frase: tutto quello che amiamo.
MS lo ascolti e lo riascolti senza sosta, in auto, in casa, sull'iPod, ti piace e piace a tutti, fino ad emozionarti. Siamo dalle parti degli Stones di una volta, e mi riporta irresistibilmente ad un periodo d'oro, quello degli anni 80 di band che si ispiravano al rock classico, dai citati Del Fuegos a gente come True Believers & Co. Lo ascolti, lo ami e pensi "I really loved that rock & roll".

Tutti i brani sono notevoli; i miei preferiti sono la ballatona R&B di Don’t Try To Change Her, l’epica The Night Comes Down dedicata al ricordo del grandissimo Willy DeVille, il rock tosto di I Don’t Wanna Know che naviga dalle parti di Petty e Del Fuegos, l’errebi voodoo di Lying Low, i country di Always Asking For You e The Green Fields Of Summer, i lenti di Then It Leaves Us All Behind e There’s Still Time, ed il duetto alla Mick Jagger di Tragedy.

Quasi in contemporanea esce un capolavoro inatteso come True Love Will Cast Out All Evil ed allora pensi davvero di essere tornato alla golden age. Roky Erickson: un nome da antologisti del rock, uno che avevo sentito citare come il cantante di un gruppo psichedelico texano, i 13th Floor Elevator, che non sono parte della psichedelia della summer of love, haight ashbury o UFO club, ma precedenti, quelli della riposta delle band americane alla british invasion, quelli di Nuggets, quelli del 1966. Io i 13th Floor non li ho mai ascoltati, però ho amato vent'anni dopo i Fleshtones.
Comunque Roky Erickson ha alle spalle una storia tragica, fatta di un singolo di successo in California, di LSD, di follia e di ospedali psichiatrici (ricorda la storia di qualcuno?) e di abusi giudiziari nel profondo Texas puritano, lo stesso che assassinò il presidente J F Kennedy. Per uno spinello fu internato in un manicomio criminale assieme a folli assassini.
Ci sono voluti tutti questi anni perché Roky decidesse di raccontare la sua storia e lo fa da "poeta americano", con uno stupendo disco di rock minimale alla Darkness On The Edge Of Town, in cui accompagnato da chitarra basso e batteria ed una slide intrigante evoca storie di giudici, assassini, giovani nei guai e amore che prevale sulla cattiveria.
Un disco di una sorprendente e toccante bellezza, di ballate accorate e calde e di giri di chitarra cattivi come quando canta all'infinito: "io uccido gente tutto il giorno e canto la mia canzone perché sono John uomo di legge".

Un disco che merita di essere raccontato canzone per canzone, ma l'estate è troppo bella per sprecarla a scrivere per cui la recensione si ferma qui, ma voi potete uscire subito, andare dal, vostro spacciatore di dischi e comperare entrambi questi due dischi a cinque stelle. Mi ringrazierete nei commenti. Rock on.


Peter Wolf > Midnight Souvenirs
★ ★ ★ ★ ½ (perfetto)
Genere: rock
Verve, 2010
in breve: un disco rock con chitarre, cori, fiati, ballate e tutto il resto.

Roky Erickson > True Love Will Cast Out All Evil
★ ★ ★ ★ (toccante)
Genere: rock
Chemikal Underground, 2010
in breve: un disco rock struggente e poetico, nudo e crudo come un Darkness On The Edge Of Town.

leggi anche cosa scrivono: Mauro Zambellini