mercoledì 26 maggio 2010

La Musica Ribelle




Al liceo c’era questo compagno, che aveva incrociato la nostra vita solo perché ripetente, senza mai legare troppo a fondo con noi ma conquistandosi il rispetto di tutti perché guidava l’auto e cavalcava una Gilera grigia: come usava all’ora senza casco ma protetto da un paio di immancabili occhiali neri. Sull’auto aveva un mangianastri sempre acceso, e ricordo bene tre cassette (forse le uniche): Lynyrd Skynyrd con Sweet Home Alabama, Misterious Traveller di Weather Report (il disco di American Tango) e Sugo di Eugenio Finardi. Abbastanza per essere un figo.
Finardi in verità lo conoscevo già, almeno di nome, per averlo visto ad una trasmissione tv del tardo pomeriggio (della quale invece il nome ho dimenticato), la stessa in cui avevo sentito per la prima volta anche Edoardo Bennato cantare Un Giorno Credi.

Finardi imbracciava una chitarra elettrica nel set dello scompartimento di un treno e cantava: “Se solo avessi un Kawasaki allora si che mi farei tutte le donne che vorrei. Ma siccome un Kawasaki non ce l' ho solo resterò (but until I get old I'll just be singing my rock & roll)”.
Ecco finalmente un cantante rock italiano in cui valeva la pena di identificarsi.
(Il Kawasaki allora il Mach 3, tricilindrico a due tempi, la moto più potente del mercato e ribattezzata bara volante per le modeste doti di ciclistica. Già allora io amavo più il fascino della potenza, e le preferivo di gran lunga la mitica Honda Four. Non ebbi mai comunque né l’una né l’altra).

Eugenio Finardi, 1975, Non gettate alcun oggetto dai finestrini.
Alberto Camerini alla chitarra, Hug Bullen al basso, Walter Calloni alla batteria, Lucio Fabbri al violino. Massimo Villa alla produzione. Un sound straordinario: funky al limite del fusion, sporco e vitale come i Weather Report che suonano le canzoni dei Rolling Stones ed una grande voce ricca di personalità. Il sound milanese, un ritmo bicilindrico fra la Harley Davidson e la Guzzi (altro che Kawasaki), da allora perduto e mai più ritrovato.
Dopo Se solo avessi, Quando stai per cominciare, una ballata contro i servizio militare di leva (che fra l’altro avrei fatto negli anni ottanta proprio a Milano e per inciso fu uno degli anni più belli della mia vita, ma io facevo le visite di leva a Pagano).
La storia della mente, un’altra ballata con il sax, che traghetta all’inno di Saluteremo il signor padrone, un pezzo folk tramutato in un trascinante rock & roll, una cosa allora mai udita prima.
Taking It Easy è una ballata dolce in inglese che evoca la west coast, l’immagine che allora si aveva del confine della fuga.
Caramba, una canzone acustica per i carabinieri in quegli anni di piombo: “Hai ventidue anni come me, ma chi te lo fa fare il gioco di chi si serve di te per continuar la repressione di chi non ti ha lasciato scelte, di chi non ti ha mai dato niente…”
Chiude un disco già perfettamente grande e maturo, un disco già perfetto, la dolcissima Afghanistan. Il disco più rock mai inciso in italiano.

Tanto talento non poteva sfuggire alla nostra generazione, e quando un anno dopo con Sugo l’inno di Saluteremo si trasformerà in quello di La Musica Ribelle, Eugenio diviene la star del rock alternativo.
“…da qualche tempo è difficile scappare, c'è qualcosa nell'aria che non si può ignorare, è dolce, ma forte e non ti molla mai, è un'onda che cresce e ti segue ovunque vai: è la musica, la musica ribelle che ti vibra nelle ossa che ti entra nella pelle che ti dice di uscire che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare”. Sweet Home Alabama.
Il suono è sempre il funky milanese, e a gli ex compagni di band (il Pacco) si associano i musicisti della mitica band degli Area, Patrizio Fariselli, Paolo Tofani e Ares Tavolazzi. Con gli Area condivide anche l’etichetta, la Cramps con il verde faccione di Frankenstein, e di conseguenza l’arte grafiche delle copertine, le più belle in Italia. L’album si intitola Sugo e per me rimane il simbolo dell’Italia degli anni settanta.
Il secondo brano è la Radio, un arrangiamento country & western per uno stacchetto che diventa l’inno delle radio libere:
“Quando son solo in casa e solo devo restare per finire un lavoro o perché ho il raffreddore c’è qualcosa di molto facile che io posso fare: è accendere la radio e mettermi ad ascoltare. Amo la radio perché arriva dalla gente entra nelle case e ci parla direttamente e se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente”.
Quasar è uno stacchetto fusion con il sax di Claudio Pascoli, della potenza di un American Tango.
Soldi è un rock & roll rotondo: “c’è chi per soldi venderebbe anche sua madre, c’è chi la lira se la fa dar da suo padre, c’è chi per soldi farebbe qualsiasi cosa, c’è chi li sposa! Ma se soldi tu non hai, niente soldi tu farai”.
Dovrebbero far studiare a scuola il Finardi del mid-seventies tanto è attuale e per svegliare un po’ questa generazione cresciuta dalla tv.

La ballata per piano di Ninnananna e poi Sulla Strada, sulla vita on the road della band in stile California, con un anno di anticipo su Running On Empty.
Voglio, un R&B con il ritmo di un diesel: “voglio abitare in una casa di legno costruita con le mie mani così come viene senza un angolo retto con un telescopio in un buco sul tetto, e voglio un figlio che mi faccia ricordare quanto é importante giocare, e voglio che lui cresca in un paese di pace dove si ascolta quel che la gente dice, dove si sia capaci di capire quando è il momento di cambiare cambiare”. Suggerisce nulla?

Oggi ho imparato a volare, la CIA (addirittura un reggae: “la CIA ci spia, sotto gli occhi della polizia”) e la Paura del domani (“spesso sembra quasi impossibile che qualcosa possa cambiare, ma se ci si mette in tanti ci si potrà riuscire, in fondo che altra scelta c'è bisognerà pur provare”) su un violino e percussioni chiudono l’altro disco italiano più rock di sempre.

L’anno successivo quando esce Diesel, Finardi è una star, e per qualche motivo fa un downgrade, una brusca sterzata verso una forma canzone più convenzionale.
Tutto subito, Scuola, Zucchero, Non è nel cuore “sono solo canzonette” e la band è lasciata libera di esprimere la potenza di fuoco del proprio suono funky & fusion solo nell’omonima Diesel, il ritmo del motore del sound milanese che però va spegnendosi: “diesel è il ritmo della vita, è la giusta propulsione per la nuova situazione, e diesel è il ritmo delle cose, è la nuova propulsione della nuova situazione, giusta propulsione per la nuova situazione”.

Non a caso per il disco successivo, Blitz del 1977, la band è addirittura licenziata, per essere sostituita dai Crisalide. Un disco più convenzionale da cantautore, sia pure con la conferma della facilità di Eugenio di scrivere canzoni orecchiabili con la bella Extraterrestre.

Il sound milanese, il Finardi rock ed il periodo Cramps trovano il loro epilogo in Roccando Rollando del 1978, non brutto ma un po’ sintetico (un po’ come il suono dei dischi Led Zeppelin o Pink Floyd fine settanta), con un paio solo di canzoni d’ascoltare: il nuovo hit di 15 Bambini e la ballata di Legalizzatela.

È arrivata la new wave ed un periodo è finito, con esso anche il Finardi degli anni settanta. Il prossimo disco uscirà nella Milano da bere e sarà molto più leggero e tutto sommato non più interessante per il popolo del rock.
L’ho incrociato di nuovo in questi giorni mettendo le mani sul cofanetto low cost della Universal con i 5 CD Cramps con le copertine originali in cartone. È ancora molto bello da ascoltare e più attuale che mai in questi anni di crisi (economica e di valori, democratici anche). Ci vorrebbe di nuovo un Finardi militante. E piace anche a mia figlia.


Non gettate alcun oggetto dai finestrini (Cramps, 1975) ★★★★★
Sugo (Cramps, 1976) ★★★★★
Diesel (Cramps, 1977) ★★★
Blitz (Cramps, 1978) ★★
Roccando rollando (Cramps, 1979) ★★★

venerdì 21 maggio 2010

secondo ascolto


Negli anni settanta si diceva che se un disco piace al primo ascolto non è un disco buono.
In effetti c’erano (ci sono) dischi che al primo ascolto risultano spiazzanti e incomprensibili, e che hanno bisogno di essere assimilati per essere capiti e per conquistarci. Le cose migliori vengono fuori alla distanza.
Mi viene da pensare ai dischi dei Soft Machine, o magari a quelli di Peter Hammill: quando mi capita(va) di ascoltarne uno nuovo, penso sempre che è mal riuscito e che non è all’altezza degli altri. Poi, ascolto dopo ascolto, si materializzano dal nulla sfumature a tutta prima non colte, si creano passaggi emozionanti che certamente prima erano assenti, le musiche si fanno orecchiabili, le voci si fanno calde e comunicative, spuntano le canzoni.
Certo, con l’esperienza abbiamo imparato ad annusare un buon disco sin dalle prime note, ma un disco che piace subito è un disco scontato, già sentito, privo di elementi di novità e che corre il rischio di essere poco longevo. Al contrario più di una volta mi è successo di dischi che sarebbero i miei “preferiti dell’isola deserta” all’inizio mi deludessero al punto da renderli al negoziante. Penso, quando uscì, a A Live One dei Phish, per esempio, oltre ad altri che non confesserei mai.

La musica importante non è come il cinema o molta letteratura: non è fatta per una sola lettura. E difficilmente si può apprezzare davvero la musica scaricata dalla rete, senza copertina, senza note, senza un supporto fisico da manipolare. I dischi sono cose da studiare: ascoltarli superficialmente è un torto che si fa a chi ha buttato sangue sudore e lacrime per scrivere le canzoni e registrarle, ed è un torto che si fa a noi che rinunciamo ad ascoltarli davvero. Mi è successo di sentire una gran bella canzone, magari in un film o alla radio, e scoprire che non mi ero quasi accorto che fosse in uno dei dischi della mia collezione.
A volte ne compriamo troppi, a volte si tratta di novità che in quel momento non abbiamo davvero voglia di ascoltare, a volte non ne abbiamo il tempo. Non credo si possa ascoltare più di un tot di musica nuova e certamente non ogni novità del mercato.

Qualche cosa di simile vale per le recensioni. Non sono mai riuscito a scrivere una recensione ascoltando le canzoni in anteprima su una cassetta: penso ad un pezzo divertente ma per niente centrato che scrissi sui Wallflowers di Bringin Back The Horse, che invece si rivelò nel tempo il capolavoro degli anni novanta. Addirittura credo che per scrivere una recensione attendibile un disco vada pagato. Troppo facile trovare del buono in canzoni che non ci sono costate niente.
E andrebbe recensito una seconda volta una stagione dopo: sarebbero molti i capolavori a perdere stelle come gli alberi le foglie.

mercoledì 19 maggio 2010

anni novanta


le mie dieci band preferite degli anni novanta:

Wallflowers - Phish - Dave Matthews Band - Jayhawks - Blues Traveler - Nick Cave - Calvin Russel - Spin Doctors - Sheryl Crow - ...

i miei dieci dischi preferiti degli anni novanta:

Wallflowers > Bringing Down The Horse
Nick Cave > The Boatman's Call
Dave Matthews Band > Before These Crowded Streets
Neil Young + Crazy Horse > Ragged Glory
Willy De Ville > Backstreets Of Desire
Steve Earle > El Corazon
Lyle Lovett > Step Inside This House
Calvin Russel > Sounds From The Fourth World
Mary Gauthier > Drag Queens in Limousines
Tom Petty > Into The Great Wide Open
John Campbell > One Believer
Jayhawks > Hollywood Town Hall
Rod Stewart > Unplugged and seated
Chris Isaak > San Francisco Days
Daniel Lanois > For The Beauty Of Wynona
Hothouse Flowers > Songs From The Rain
Nick Lowe > The Impossible Bird
Blues Traveler > Four
Sheryl Crow
Fabrizio De André > Anime Salve
John Popper > Zygote
Lloyd Cole > Don’t Get Weird On Me Babe
Roger McGuinn > Back From Rio
Spin Doctors > Pocket Full of Kryptonite
Johnny Rivers > Last Train To Memphis
Steve Hackett > The Tokio Tapes
...

lunedì 17 maggio 2010

Premiata Forneria Marconi


“Fino ai giorni del progressive la musica rock aveva intaccato pochissimo la superficie della cultura musicale italiana. Se il rock & roll aveva goduto di qualche popolarità era stato soprattutto per mezzo della “traduzione” di artisti leggeri come Adriano Celentano, e anche se negli anni sessanta i nomi di Beatles e Rolling Stones erano noti, i dischi originali inglesi ed americani nel nostro paese erano pressoché introvabili; tutto il Beat arrivava riflesso nei 45 giri dei gruppi “Bit” nostrani, che banalizzavano le melodie più orecchiabili in chiave leggera.
La rivoluzione della musica Rock (che allora chiamavamo però Pop, probabilmente da Pop Art) arrivò per la prima volta di prima mano ad opera dei gruppi prog: King Crimson, Genesis, Van Der Graaf Generator, EL&P, Pink Floyd, così come conobbero un notevole successo il jazz rock di Weather Report e la musica elettronica di Tangerine Dream.
Addirittura gruppi come i Genesis di Peter Gabriel, i VDGG di Peter Hammill ed i Gentle Giant ebbero un successo di massa prima nel nostro paese che in patria. Cosa che si sarebbe ripetuta, in chiave minore, una generazione dopo con i Porcupine Tree. Forse questa sintonia del pubblico italiano con il progressive sinfonico può trovare una spiegazione nella nostra cultura di melodramma, opera ed operetta.
Non solo gli italiani amavano il rock progressivo, ma ne diventarono primi attori, prima con gruppi allevati oltremanica come The Trip di Joe Vescovi, poi esportando in Inghilterra, in USA, in Giappone i nostri gruppi più belli come Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Perigeo”. (Anni Rock, Progressive Italiano - continua)

La più celebre in assoluto delle band italiane è (stata) la Premiata Forneria Marconi, che ebbe un seguito che dura a tutt’oggi non solo in Italia, ma anche negli USA, in Giappone, nel Regno Unito. Molti amati benché si sussurri abbiano qualche problema di simpatia - che non saprei confermare perché non li ho conosciuti di persona, e dal vivo negli anni settanta li ho visti solo una volta ad un concerto un po’ tirato via in fretta e furia a Stradella, ma bisogna ammettere che il pubblico non è che meritasse troppo… perché in realtà è proprio nel live show che va cercata l’eccellenza di una band che ha saputo lasciare la propria impronta nel mondo del rock.

Quando arrivò la marea della musica prog in Italia la PFM era pronta: non si trattava di dilettanti allo sbaraglio, ma di una band di professionisti che (con il nome di Quelli) avevano esperienza come session man, compreso del Faber che avevano accompagnato in La Buona Novella. Con l’arrivo di Mauro Pagani al violino elettrico e al flauto (strumenti esotici per una rock band), la band di Franco Mussida (chitarre), Flavio Premoli (tastiere), Franz Di Cioccio (drums) e Giorgio Piazza (basso) era al completo, pronta per l’esperienza di traghettare la musica italiana dal “bit” al “prog”. Con un repertorio di King Crimson e Jethro Tull (che si può ascoltare nell’official bootleg series, volume uno) si misero al lavoro nel 1972 a Storia di un Minuto (per la Numero Uno di Battisti), un album molto amato dove gli elementi della canzone italiana in stile mogol / battisti dalla prima facciata si sporcano viaggiando verso la seconda di elementi d’avangardia musicale come nella bella La Carrozza di Hans. Non mancano contaminazioni che oggi definiremmo world come in È Festa (Celebration) che allora erano però inesplorate. E se Celebration oggi può suonare un po’ naive allora fu uno degli elementi determinanti il successo della band: ricordo che all’uscita da scuola andavamo ad ascoltarcela su un juke-box, prendendo confidenza con una musica più “grande” di quella a cui eravamo abituati.
Se Storia di un Minuto piace, Per un Amico del 1973 conquista. La band è matura, le canzoni non hanno nulla da invidiare alle band di moda come Genesis, Gentle Giant, Jethro Tull, manca ormai solo un tocco d’arte nella produzione. Che arriverà puntuale quando a Greg Lake capita di assistere ad un concerto romano della band. Lake è all’apice del successo con gli EL&P e sta cercando band di talento per la sua neonata etichetta Manticore. Con un atto di coraggio fa firmare la band italiana, che si trova a reincidere (in parte) Per un Amico per la sapiente regia di Pete Sinfield - fuoriuscito dai King Crimson - che scrive per la band anche i testi in lingua inglese. L’album si intitola Photos Of Ghost ed è un capolavoro della musica progressive, senza nessun complesso di inferiorità rispetto al meglio della musica inglese ma anche senza nessun debito: non ci sono citazioni nelle canzoni della PFM, ma un suono già maturo e personale.
I brani sono dei classici, soffici, eterei, vivaci, versioni inglesi del meglio della band: River Of Life, Photos Of Ghosts, Old Rain, Celebration.

I cinque suonano al festival di Reading, al Rainbow e alla BBC al famoso John Peel’s Show. Sembra un sogno per una band che era partita con una cover di 20th Century Schizoid Man. Ma ancora non è nulla: se i primi concerti inglesi trovano la stampa un po’ tiepida sul fatto che una band italiana canti con accento italiano testi inglesi, arriva la notizia che il disco è entrato in classifica addirittura negli USA, dove la band non era ancora neppure stata. Si serrano i ranghi, Franz Di Cioccio che è uno dei migliori batteristi della scena internazionale decide di rendere perfetta la sezione ritmica assoldando il bassista Patrick Dijvas della formazione d’avanguardia degli Area, la band di Demetrio Stratos, quelli di Luglio Agosto Settembre (Nero).
Con il nome accorciato in PFM entrano in studio per un nuovo album, registrato per il mercato italiano (L’Isola di Niente, con la copertina verde) e anglofono (The World Became The World, copertina blu). Il suono è sin troppo solido, tanto da risultare monolitico specie nei dieci minuti introduttivi di The Mountain con una produzione che tiene troppo a freno l’improvvisazione (che è un po’ la cifra stilistica della band) anche dove la musica lo suggerisce, come per esempio ne La Via Lumière. Ma alcuni spunti sono buoni, come la bellissima La Luna Nuova sorretta da una bella collaborazione tastiere / violino, nella jazzata Is My Face On Straight e nella delicata ballata di Dolcissima Maria (che però perde cantata in inglese come Just Look Away). Versione inglese che gode di una reinventata e potente Impressioni di Settembre ribattezzata The World Became The World.

La band salpa alla conquista degli USA con uno straordinario show testimoniato da un Live In The USA registrato a NYC, dall’official bootleg e da ripescaggi antologici. Non solo la band non ha nulla da invidiare alle band inglesi, ma risulta addirittura più spigliata dal vivo sperimentando coraggiosamente senza paura di improvvisare e reinventare i brani dei dischi. Non solo ci sono (nei concerti) grandi versioni di Dove Quando e La Carrozza di Hans, ma Is My Face On Straight offre l'occasione per le improvvisazioni jazzate di Premoli, mentre nasce un lungo brano nuovo, Altaloma Nine Till Five, dove Mussida travalica i generi creando un climax da Allman Brothers Band.
La PFM è la prima delle jam band, e non suonerà così strano che vent’anni dopo il tastierista dei Phish citi la PFM come una delle ispirazioni della grande band americana.

Sono i "Glory Days" ma ai ragazzi ancora non basta. Se gli inglesi si lamentano dell’accento della Premiata, la band risponde arruolando il cantante anglofono Bernardo Lanzetti, degli Acqua Fragile che avevano firmato proprio per l’etichetta della PFM (senza fare un grande affare come band, evidentemente). A questo punto la PFM non deve più nemmeno invidiare il cantante dei Genesis, Peter Gabriel, a cui Bernardo viene accostato per stile, assieme a Roger Chapman dei Family.
Il nuovo album dovrà rappresentare lo sbarco definitivo in terra americana, ma la band decide di farlo cantando liriche anti-americane: Chocolate Kings, dove l’America è chiamata "Big Fat mama" e gli americani "re di cioccolata". Cosa che li metterà in rotta di collisione con Sinfield e li costringerà ad autoprodursi i testi. Chocolate Kings è un album non privo di fascino, ma forse un po’ affrettato. Se l’incastro vocale di Lanzetti risulta perfetto, non tutte le canzoni sono perfette: Harlequin, dal fascino delicato alla Genesis, l’energica Chocolate Kings e la bella Out On The Roundabout (quando l’ho riascoltata dopo trent’anni ero convinto che fossero i Gentle Giant di Free Hand). Invece che negli USA l'album entrò nelle charts inglesi e divenne un disco molto apprezzato in Giappone, portando la band in un tour ormai planetario.

Cosa che ispirò il lavoro successivo, Jet Lag, di una band ormai in pianta stabile in California. Racconta Lanzetti che si trovava in tour in ogni latitudine soffrendo di jet-lag, trovandosi sveglio a vagare in città sconosciute in piena notte, si domandava se oltre ad un disturbo legato al fuso orario esista anche un jet lag culturale in questo mondo globalizzato. Fantasticando di una tournée alla velocità per cui l’uomo è stato creato, cioè muovendosi per il mondo a piedi. Quando registrano Jet Lag in California, Mauro Pagani aveva lasciato la band alla ricerca della propria identità culturale, ed era stato sostituito dall’americano Greg Bloch. È ormai il 1977, i Sex Pistols e i Clash incidono dischi e non sono più i tempi per le band progressive. L’esperienza in concerto della PFM è enorme: i sei hanno suonato con band dai Beach Boys agli ZZ Top, da Santana agli ABB, e anche con musicisti "totali" come Frank Zappa e Jaco Pastorius, espandendo quella tendenza all’improvvisazione ed alla musica totale che già faceva parte del proprio DNA.
Jet Lag si rivelerà un disco sorprendente, forse il migliore di tutta la serie, ma sono in pochi ad accorgersene. La band traghetta nel disco in studio tutta la propria capacità di suonare dal vivo, inventare, improvvisare, mettendo assieme una musica totale che incorpora elementi di fusion, di rock, canzoni, improvvisazioni, musica world, con il funky di una sezione ritmica entusiasmante…

Bello, ma in pochi hanno voglia di ascoltarlo. Inoltre i ragazzi sono stanchi dell’avventura internazionale e cominciano a sentire nostalgia di casa. Purtroppo al ritorno in patria prenderanno la decisione di archiviare questo straordinario periodo musicale, che coincide con le loro incisioni per l’etichetta Manticore (che, oltre tutto, chiude i battenti) e si ripiegheranno in un ritorno alla forma canzone, un po’ d’autore e un po’ leggera, uscendo dalle mappe del pubblico del rock.
Nel 2002 pubblicheranno un album doppio dal vivo registrato in Giappone con i pezzi degli anni settanta e con una chicca speciale, una canzone cantata da Peter Hammill (Sea Of Memory), e un paio di anni dopo replicheranno a Siena con Mauro Pagani. Però in nessuno dei due album sembrano particolarmente convinti e i torridi concerti sono un ricordo del passato.


Storia di un minuto (Numero Uno, 1972) ★★★½
Per un amico (Numero Uno, 1972) ★★★★
Photos of Ghosts (Manticore, 1973) ★★★★★
L'isola di niente (Numero Uno, 1974) ★★★
The World Became the World (Manticore 1974) ★★★
Live In USA / Cook (Numero Uno, Manticore 1975) ★★★★★
Chocolate Kings (Numero Uno, Manticore 1975) ★★★
Live At University Of Nottingham, 1976 (Esoteric) ★★★★
Jet Lag (Zoo 1977) ★★★★

antologia con inediti:
River Of Life (Esoteric 2009) ★★★★★

Esoteric ha ristampato fra il 2009 ed il 2010 l’intero catalogo internazionale Manticore con note di Ernesto De Pascale e con molti inediti dal vivo e chicche, ed una antologia doppia assolutamente perfetta dal titolo River Of Life. Fateci un pensiero.

sabato 15 maggio 2010

Blog & supplementi


Volevo solo ricordare dell'esistenza dei supplementi al BB BEAT.
Anni Rock è il sito che raccoglie le migliori uscite discografiche dagli inizi del rock & roll ai giorni nostri, con il contributo di un manipolo di generosi lettori. Siamo arrivati al 1983: Infidels, All The Good Ones Are Taken e No Fiction, per capirci. Fino al 1990 penso di potercela fare, poi mi servirà davvero aiuto.
Sito parallelo è quello sul Mucchio Selvaggio degli anni Settanta, che poi arriverà fino ai primi ottanta, che è un occasione di festa della memoria collettiva perché siamo in molti ad essere cresciuti musicalmente scrivendo o leggendo il vecchio Mucchio. Anche qui mi serve un aiuto: lo scan del primo numero del Buscadero, che non trovo più.

Poi c’è PH VDGG, il sito dedicato all’analisi del lavoro (immenso - in tutti i sensi) di uno degli artisti musicali più importanti dell’avanguardia inglese, Peter Hammill, perché è giusto fare un po’ di evangelismo ad un artista che ci dona tante emozioni ma che è ancora oggetto di culto per (troppo) pochi.
(Magari una volta portato a termine PH si potrà partire con un nuovo artista).
Un supplemento minore è Radio Radio (One) che vuole parlare di radio libere ma che per il momento ha il difetto di essere… muto.
Già che ci sono segnalo le grafiche psichedeliche di Silver Surfing, dedicato all’iconografia del rock.


Infine lasciatemelo aggiugere a margine, per me il sito a più alta concentrazione di rock di tutto il web è lo Zambo’s Place, che è sporco di rock & roll come l’officina di un meccanico di una volta era sporca di olio.
Per me lo Zambo’s Place è come Exile On Main Street, con i suoi lunghissimi caldi e rollanti pezzi di chitarre e sassofoni che raccontano di Stones, di Willie Nile, di Bob Seger, di Van Morrison, di Marvin Gaye… dal Tamigi al Mississippi River.

martedì 11 maggio 2010

Barnetti Bros Band > Chupadero


Epopea tex-mex-western in 11 episodi e svariati personaggi:

Vince Barnetti, cantastorie e fuorilegge (Massimo Bubola)
Giovannino Barnetti, cantastorie e fuorilegge (Jono Manson)
Sonny Barnetti, cantastorie e fuorilegge (Massimiliano Larocca)
Billy Barnetti, cantastorie e fuorilegge (Andrea Parodi)
Assunta Barnetti, moglie di Vince (Erika Ardemagni)

e ancora

l’uomo che uccise Liberty Valance (Tom Russell)
Domenico Abbondanza, giovane garibaldino (Chris Barron)
Don Alonso Barrio, El Reverendo de Santa Fe (Terry Allen)

Chupadero, il disco degli italo americani fratelli Barnetti, è un disco di contaminazione, un hot stuff fra musica del border, americana, folk italiano, cantautorato, la cui tesi è dimostrare che non passa poi (troppa) differenza fra le praterie del New Mexico e le colline della Maremma.
Canzoni italiane cantate in inglese, canzoni americane cantate in italiano, chitarre e fisarmoniche, per celebrare eroi e banditi on the road, da Garibaldi a Billy The Kid, da Stefano Pelloni a Hannah Snell, da Dion di Mucci a Girardengo.

Il disco si apre con Camicie Rosse di Massimo Bubola cantato in inglese da Giovannino Barnetti (con Terry Allen e Chris Barron) a cui segue in un gioco di specchi la mitica Pancho & Lefty di Townes Van Zandt cantata in italiano da Billy e Sonny Barnetti.

Bello il nuovo finale per Billy The Kid in Dove Corrono i Cavalli, dove Assunta (*) Barnetti canta la moglie messicana del celebre pistolero. Peccato che poi ne la Ballata di Hannah Snell la parte femminile sia invece cantata da Vince Barnetti anziché, come sarebbe stato più logico, da Assunta.

Il Passator Cortese è una gran ballata folk di Vince, ritrovata anche nel disco di liscio di Massimo Bubola.
Bella la canzone in cui un ispirato Sonny canta di aver visto il brigante Tiburzi con le mani inchiodate ad una pala d’altare.
A questo punto del disco ormai non c’è soluzione di continuo fra la ballata del brigante della maremma e il folk americano di Red Dirty Road di Giovannino Tiburzi.

Mentre l’Angelo del Bronx e Camelia sono le canzoni che si incastrano meno in un melange dove gli ingredienti si fanno tanti; la prima comunque ci sta, c’era una Wilbury Twist anche in Traveling Wilburys Volume 3 (una sorta di prequel a Chupadero messo in scena anni fa da Bob Dylan - George Harrison - Roy Orbison - Tom Petty - Jeff Lynne), mentre la chanson parigina di Camelia con il New Mexico… perdonato perché c’è una “Guzzi che sfreccia lontano”.

Sante Y Girardengo (versione inglese dell’italiana "Il bandito e il campione" già nel repertorio di Francesco de Gregori) cantata (benissimo) da Tom Russel è fra i pezzi migliori dell’album.

Messico & Nuvole è Città di Frontiera di Sonny e Vince.

Insomma i fratelli Barnetti non sono i Los Lobos ma questo disco è delizioso, orecchiabile, evocativo, con un suono lussuoso e sarà una colonna sonora ideale per i momenti conviviali dell’estate 2010 che arriva.

(*) non era più bello Adele Barnetti?

★ ★ ★ ½ (delizioso)
Genere: tex-mex-maremmano
Eccher Music, 2010
in breve: ballate di contaminazione fra musica del border, americana, folk italiano e cantautori.

venerdì 7 maggio 2010

Ian Hunter all'Alcatraz

Una serie di favorevoli circostanze. Prima esce il nuovo disco di Graham Parker che pur registrato a New York è profondamente british e mi riporta ai giorni di London Calling. Tanto che decido di rivedere Londra dopo dieci anni di assenza e detto fatto ecco un week-end che se pure non mi dice molto dal punto di vista musicale mi entusiasma per la vivacità della città, la più bella del mondo.
Ritorno giusto in tempo per leggere la recensione della ristampa di Exile On Main Street a firma Mauro Zambellini, che quando racconta degli Stones si supera e quando parla di Exile ancora di più - e subito dopo mettermi in auto alla volta dell’Alcatraz di Milano per assistere al concerto di un’icona del Brit Sound, il grande Ian Hunter.

Non guido volentieri l’auto, ma adoro infilarmi in autostrada al crepuscolo: il tramonto infuocato di un giorno di pioggia di fronte a me, le luci rosse delle poche auto in giro, il CD di Man Overboard ad alto volume sullo stereo, grandi aspettative.
Quando arrivo all’Acatraz sono sorpreso che il pubblico non sia molto (credevo che Hunter avesse molti fan in Italia) ma è comunque di alto livello: incontro addetti ai lavori come Zambo, Fabio Cerbone, Nicola Gervasini, Gianfranco Callieri, Ernesto De Pascale e Renato Cifarelli e musicisti come “Sonny” Larocca e tanti altri che mi scuso di non citare. Ci beviamo una birra in attesa del grande evento.

Che si materializza alle 10:30 precise quando Ian Hunter e i suoi drughi fanno l’ingresso sul piccolo palco. Lui, Ian, boccoli biondi ed immancabili occhiali, così british nell’abbigliamento con tanto di cravatta e gilet. Teppisti i musicisti - la Rant Band - in bombetta, con lo strepitoso chitarrista Mark Bosch che davvero assomiglia a un drugo di Arancia Meccanica.
È subito rock & roll con Once Bitten Twice Shy, il primo brano del primo album solista di Hunter, ed anche il primo hit. Il suono è splendido: Ian ha ancora una delle voci più belle e potenti del rock, roca e vissuta, e la sua personalità è straripante, catalizzando il rockin’ & rollin’ (& stones) della band. Hunter imbraccia una chitarra acustica che caratterizza il suo stile: un crossover tra il brit rock dei Rolling Stones e le ballate robuste del suo amico Bob Dylan. Il brano che segue è il secondo dello stesso album (l’omonimo Ian Hunter del 1975), Who Do You Love. Il suono della band è elettrico ma Hunter tiene forte il timone sulla ballata con le lunghe Rip-Off e Death Of A Nation (Rant) e Soul Of America (Shrunken Heads).
Parte poi la serie di pezzi dall’ultimo Man Overboard (River Of Tears, The Great Escape, Flowers) interrotte solo da una incredibile Rain (Short Back’n Sides) nella versione più bella da sempre, e il medley di 23a Swan Hill / Sweet Angeline (Artful Dodger / Brain Capers).
Il concerto è delizioso, così intimo e sembra incredibile vedere uno dei nostri eroi di sempre sprizzare tanta energia a pochi metri da noi, come se ci trovassimo in un club dell’East Village. Mark Bosch recita allo stesso tempo le parti di Keith Richard e Mick Taylor.

La tensione si impenna con la bella Man Overboard e raggiunge il color bianco con una pazzesca rovente rollante versione di Sweet Jane di Lou Reed (da All The Young Dudes dei Mott The Hoople, la vecchia band di Hunter). Per un attimo ho un deja vu e rivedo i Mink DeVille con Willy che fa il passo dell’oca con la Gibson in Cadillac Walk.
Ma Hunter tiene le redini salde sullo show ed in qualche modo sembra controllare che non decolli troppo in rock a scapito dell’intima atmosfera delle ballate. Si siede al piano e l’atmosfera si fa di nuovo più tranquilla con Up and Running (Man Overboard), Dancin’ On The Moon (Dirty Laundry) ed una versione di Somewhere di West Side Story di cui francamente avrei fatto a meno, mentre si rifiuta di eseguire Standin’ In My Light e Irene Wilde di cui pure accenna un attacco, una sola strofa che in pochi attimi sembra far decollare lo show a livelli da leggenda.

Il rock & roll di Wild East (da You're Never Alone) chiude uno show che sta un po’ frenando, per rilanciarlo in un bis tutto rubato al repertorio dei Mott The Hoople: All The Way From Memphis (Mott), Roll Away The Stone (the Hoople), Saturday Gigs (singolo) e l’immensa All The Young Dudes di David Bowie (All the Young Dudes).
Quando le luci si riaccendono non mi resta che domandarmi: sogno o son desto?


P.S.: The Rant Band è James Mastro (NYC, chitarra e mandolino), Mark Bosch (chitarra elettrica), Andy Burton (tastiere), Paul Page (NYC, basso), Steve Holley (batteria).