martedì 20 aprile 2010

Massimo Bubola Live in Castiglione


È uscito in sordina il film di Massimo Bubola (il miglior cantante rock italiano) e della sua Eccher Band in concerto a Castiglione delle Stiviere, registrato live il 13 novembre 2009. Come ho raccontato in un altro post, io c’ero.
Il DVD testimonia il mio racconto: “già dall’inizio la serata si preannuncia indimenticabile: la Eccher Band è in piena forma. Come i Magnifici Sette (ben quattro chitarre, la corista, basso e batteria) prendono posto sul palco esplode con La Lunga Ballata dei Luminosi Giorni un suono assolutamente perfetto e potente. Massimo Bubola ha trovato la quadratura del cerchio del Rock Italiano: la sua band non ha nulla da invidiare ai grandi rocker di oltreoceano, gli arrangiamenti non sono mai stati così coinvolgenti, né le canzoni così belle, tanto che paiono nuove di zecca. La band è anche bella da vedere, più degli altri Erika Ardemagni, splendida nel vestito sud americano, ed Enrico Mantovani, che quando imbraccia il mandolino pare un gaucho argentino. La prima parte del concerto è assolutamente Rock & Roll ed è un piacere totale, tanto da ascoltare quanto da guardare. Non ho preso nota della scaletta, per cui vado a spanne nei ricordi, ma la sequenza della Lunga Ballata, Fiume Sand Creek, Corvi, Sto Solo Sanguinando, Marabel (quest’ultima grandissima, lo zenith dello show) è una scala reale. Sono senza fiato. Tanto che quando Massimo dopo Quello Che Non Ho lascia la Fender per la chitarra acustica provo un piccolo dispiacere”.

Il DVD seleziona 21 canzoni fra le più belle suonate quella sera, tutte nell’arrangiamento migliore di sempre, comprese le ballate (Dolce Erica e Capelli Rossi) il siparietto tex mex dedicatto a Garibaldi (Camicie Rosse e Uruguay), il Messico & Nuvole di Senza Famiglia e Encantato Signorina fino all’immancabile Il Cielo d’Irlanda. Immagino che le canzoni usciranno anche in formato CD: questa volta non avrete una scusa per mancare l’appuntamento con il Dylan della musica italiana.

PS: la produzione è perfetta, così come il video e la registrazione sonora. Un unico appunto: perché registrare il concerto in quella bomboniera del Teatro Sociale di Castiglione se poi non lo si riprende mai? Così come non viene mai ripreso il pubblico. Martin (Scorsese) non lo avrebbe fatto.

track list:

la ballata dei luminosi giorni
fiume sand creek
corvi
marabel
quello che non ho
dolce erica
capelli rossi
la sposa del diavolo
ma non ho te
rosso su verde
puoi uccidermi
dostoevskij
niente passa invano
eurialo e niso
camicie rosse
uruguay
blues di re teodorico
doppio lungo addio
senza famiglia
encantado signorina
il cielo d'irlanda

la band

massimo bubola - voce, chitarre, armonica
erika ardemagni - voce
enrico mantovani - chitarre, steel, dobro, mandolino, cori
simone chivilò - chitarre, cori
roberto ortolàn - chitarre, cori
alessandro formenti - basso, cori
moreno marchesìn - drums
daniele moretto - tromba, flicorno
daniele comoglio - sax tenore


Leggi ancora su Massimo Bubola: “Ci vuole un vino di fibra straordinaria per dare il meglio dopo i cinquant’anni. Come Bruce Springsteen con le Seeger Sessions (55 anni) o Dylan con Modern Times (65). Oppure Massimo Bubola, 54 anni, fibra veronese, tanta poesia e tanta musica”. (continua)

giovedì 15 aprile 2010

Jimi Hendrix > Valleys Of Neptune


Quando acquistai il mio primo LP, Jimi Hendrix era già scomparso da 3 anni. In tutto questo tempo non ho mai acquistato un disco postumo del geniale mancino - una discografia parallela che una volta era molto in voga. Il che significa che Valleys Of Neptune è il primo disco “nuovo” di Hendrix che compro in vita mia. L’eccezionale acquisto è stato dettato dal fiuto: forse la bellezza della copertina, forse la rarità - ormai - dell’evento assieme alla scarsa offerta del mercato, ma soprattutto la grande pulizia ed intensità di suono che assale dai primi istanti dell’ascolto.

Hendrix è stato l’eroe nel tempio (e nel tempo) degli eroi. Il numero uno della Summer of Love, la psichedelica stagione del 1967. Il chitarrista che ha fatto cadere la mandibola a Eric “God” Clapton. Valleys Of Neptune è una scala reale di splendide incisioni registrate nel corso del 1969 in preparazione del quarto, mai realizzato, album degli Experience, quelli nuovi con Billy Cox al basso al posto di Noel Redding - che è ancora comunque presente in più di un brano. Alla batteria ovviamente l’incandescente Mitch Mitchell.
La qualità sonora delle incisioni è assolutamente perfetta e la forma di Hendrix è sul tutto vapore. I brani sono registrati in presa diretta e la mancanza di produzione li rende particolarmente potenti e svincolati dal loro tempo - cioè perfettamente attuali anche ai giorni nostri.
Hendrix è un fiume in piena: dalle prime note di ogni brano la sua personalità è straripante, e tutto il rock che ascoltiamo quotidianamente viene spazzato come una diga dall’incontenibile corrente del suo talento. La spontaneità delle incisioni mette a nudo senza filtri le doti della sua chitarra, come fosse la tromba di Miles Davis, che il grande maestro registrava in presa diretta in due o al massimo tre takes.
La band lo asseconda in un entusiasmante groove e non si può non restare a bocca aperta di fronte a canzoni che più sono essenziali più ci mettono in contatto con il suo nudo talento.
Non ci sono trucchi e ricette qui, solo l'abilità e la personalità del cuoco al 100%.

Non c’è il disco di un suo celebrato successore che possa reggere il confronto, dal grande Steve Ray Vaughan a Popa Chubby, da Jimmy Page a Warren Haynes. E allora come si fa a non amare il nuovo disco di JH: musica dell’anima senza diluente, come in un disco jazz.
Personalmente l’ho infilato nello stereo dell’auto e non lo tolgo più.

★ ★ ★ ★ ★ (in giro non si può ascoltare di meglio)
Genere: Hendrix
Sony, 2010
in breve: il nudo talento di Hendrix in tutto il suo splendore, con l’accompagnamento dagli Experience.

la discografia ufficiale:
Jimi Hendrix Experience:
Are You Experienced (1967)
Axis: Bold as Love (1967)
Electric Ladyland (1968)
Band of Gypsys:
Band of Gypsys (1970, dal vivo)

martedì 6 aprile 2010

Graham Parker > Imaginary Television


Concludevo l’ultimo post su Graham Parker con le parole: “Se non conoscete quest’uomo, state perdendovi uno dei pezzi migliori del rock inglese”.
Uno dei più grandi rocker britannici dal 1976, anno di uscita dei suoi primi due album con i Rumour, Howlin Wind e Heat Treatment, quel mix di R&B, new wave, ballate, humour britannico che lo avrebbe seguito per tutta la carriera.
Nonostante sia un musicista di DNA assolutamente londinese, già in Stick To Me, il disco del 1977, si lasciava ispirare dal fascino dell’America e della New York City Serenade di Bruce Springsteen, con canzoni dal titolo New York Shuffle e The Heat In Harlem.
Il disco del 1980, The Up Escalator, è prodotto da Jimmy Yovine e con la collaborazione di Bruce Springsteen, ed infine dal 1985, l’anno del successo americano di Steady Nerves, si sposta a vivere oltreoceano nella big apple.
L’influenza degli USA non è così evidente nei suoi glory days, da The Mona Lisa’s Sister al picchia duro Human Soul di ispirazione Who al doppio (LP) di Struck By Lighting, che per quanto dylaniano sia resta un disco apolide - quanto lo diventerà invece nella produzione indie tutta per etichette americane come la Razor & Blade o la Bloodshot di Chicago.
Non so dove viva ora Parker, immagino a NYC visto che si fa accompagnare spesso e volentieri dal gruppo newyorchese dei Figgs, anche se io lo immagino di più a fare spesa in T short e braghe corte in un piccolo store open all night di Los Angeles, con un look trasandato alla Drugo Lebowsky.

Però Graham Parker ha appena realizzato il disco più inglese della sua carriera dal 1976 di Heat Treatment: il sangue non è acqua. La storia di Imaginary TV nasce dalla richiesta di una televisione di registrare un jingle per una serie televisiva. GP è pagato, registra un demo di due minuti e lo invia, ma con sua sorpresa gli viene rifiutato. L’incidente sembra chiuso, ma la stessa emittente dopo un po’ di tempo gli ripete la stessa richiesta per un diverso programma. GP registra un jingle anche questa volta, di un minuto scarso. Ed anche questa volta non viene accettato. Questa volta però le balle gli girano, e riprese le melodie dei due pezzi GP ci crea due canzoni complete e finite; anzi, già che c’è ne scrive altre nove, tutte dedicate al mondo degli show televisivi. Completa l’opera con un finto libretto, iTV, per una emittente televisiva immaginaria per cui si inventa altrettante sit-com, ed ecco realizzato il suo novo album.
Purtroppo il libretto che riassume le trame prende il posto dei testi, per cui non capisco bene di cosa cantino le undici canzoni del disco, ma una cosa la posso affermare con certezza: sono canzoni bellissime, il cui comun denominatore è l’orecchiabilità. Ognuna delle canzoni ha un riff orecchiabile, ear-catching come dicono gli americani, e sono niente di meno che deliziose da ascoltare e da cantare in coro. Gli arrangiamenti sono sapienti e perfetti, caldi nel mischiare la chitarra ritmica acustica al suono liquido dell’organo, e brevi tocchi di chitarra elettrica solista su un ritmo sempre vivace e mai invadente. Aggiungete la bella voce di GP, lo humor britannico, il beat up-tempo ed il risultato è un capolavoro alla Village Preservation Society o Arthur dei grandissimi Kinks, la band più inglese di tutti i tempi.

Imaginary Television dura solo 35 minuti come i long playing in vinile dell’epoca classica, e le 11 canzoni si lasciano ascoltare all’infinito come quando i giradischi avevano l’opzione di repeat automatico con il braccetto che risaliva dopo il crick crak dell’ultimo solco per posarsi per magia di nuovo all’inizio del disco.
Io non faccio altro, e da quando lo possiedo non lo alterno se non con Kinks, Who o i vecchi dischi di GP con i Rumour.
Uno dei dischi più belli della mia collezione (e posso salire con i miei stivaletti da cow-boy sul tavolino di Mick Jagger per gridarlo). Fatevi un regalo: ascoltatelo.

Weather Report - 3:28
Broken Skin - 4:17
It's My Party (But I Won't Cry) - 2:36
Bring Me A Heart Again - 1:59
Showgun - 3:37
Always Greener - 2:47
See Things My Way - 2:31
You're Not Where You Think You Are - 4:46
Head On Straight - 3:00
More Questions Than Answer - 2:36
1st Responder - 3:11

★ ★ ★ ½ (un gran bel lavoro alla anni sessanta, per chi ha orecchie per intendere)
Genere: Rock britannico
Bloodshot, 2010
in breve: un perfetto disco di undici canzoni deliziose ritagliate in modo sapiente come in un capolavoro dei Kinks.

altri link: Graham Parker story numero uno e due.

P.S.: se GP ha un TV immaginaria, io ho una stazione radio libera altrettanto di fantasia. Potete ascoltarla qui.

sabato 3 aprile 2010

ma dici a me?


“L’hai visto Taxi Driver?”, chiese Bobby.

“Certo”, disse Clarence. “Chi non l’ha visto?”.

“Bene”, fece Bobby “Hai presente la scena che faccio a un certo punto?”

“Quale scena?”, domandò Clarence.

“La scena dello specchio”, disse Bobby. “‘Ma dici a me?’”
“Ah, cazzo, certo. Come no. ‘Dici a me? Non ci sono che io qui’”, fece Clarence, pentendosi di aver appena fatto un’imitazione di Robert De Niro di fronte a Robert De Niro.

“Esatto”, fece Bobby. “L’ho rubata”.

“L’hai rubata?”, disse Clarence.


Bobby fece il suo tipico cenno col capo alla Robert De Niro.

“Non è originale”, disse. “L’ho rubata di sana pianta”.

“A chi?”, domandò Clarence.

“A Bruce”, disse Bobby.

“Il mio Bruce?” disse Clarence.

“Il Boss”, disse Bobby. “Il signor Springsteen”.

Clarence ci rimuginò su per un minuto. Bobby lo osservava. Poi Clarence si ricordò.

“Ah, sì…”, esclamò.

“L’ha fatto in concerto”, disse Bobby. “A un certo punto c’è il pubblico completamente in delirio. Sono tutti in piedi a urlare a squarciagola, a chiamarlo per nome, e lui si ferma sotto la luce di un riflettore, posa lo sguardo su quella massa di gente urlante, e senza scomporsi di un millimetro fa: ‘Ma dite a me?’. Poi si guarda intorno, per assicurarsi che non ci sia nessun altro, e ripete la domanda. ‘Ma dite a me? A me? Con chi state parlando? Dite a me?’. Geniale, cazzo”.
Clarence lo fissò per un po’ e fece un largo sorriso.
“Che figlio di puttana”, esclamò.

“Ma dici a me?”, rispose Bobby.




Dall’autobiografia di Clarence Clemons, sassofonista della E street band, “Big Man. Storie vere & racconti incredibili”. In libreria, edito da Arcana editrice. Traduzione di Giuseppe Marano.

giovedì 1 aprile 2010

2000/2010: the fake empire of rock'n'roll


di Marco Denti

Questi primi dieci anni del 2000 potrebbero essere riassunti in cinque dischi dell’anno apocalittico come in un prologo in cui comincia e si spiega tutto quello che accadrà. Le tensione cupe e metalliche dei Gov’t Mule di Life Before Insanity, quasi un presagio sonoro di quello che succederà nella realtà un anno dopo, la svolta dei Radiohead di Kid A, una delle novità più eclatanti e irrangiungibili della musica moderna, le romanticissime ballate di Ryan Adams in Heartbreaker e il poliedrico Trascendental Blues di Steve Earle, vertice di una trilogia (con I Feel Alright e El Corazon) tra le più intelligenti e acute mai viste nella storia del rock’n’roll. Il capolavoro per le rock’n’roll band che non ne vogliono sapere di tornare a casa è però Kids in Philly dei Marah, grande e strambo gruppo che sfodera un entusiasmo e un passione che sembrano azzerare tutto e ricominciare daccapo. Nel 2000 si poteva farlo, nel 2001 è già troppo tardi.

Per me il disco del 2001 è Streets Of New York di Willie Nile (che in realtà è del 2006) perché nessuno come lui ha saputo raccontare la macabra realtà di quei giorni e degli anni a venire con Cell Phone Ringing (In The Pockets Of The Dead), un titolo che mette i brividi solo a scriverlo. Questa è la storia del 2001, ma il sound è ancora quello dei Radiohead di Amnesiac (mentre lo stavo ascoltando ancora, ieri pomeriggio, è partita una lampadina del mio soggiorno e faceva un ronzio che ci stava alla perfezione). Il riflesso della ferocia del 2001 si riverbera nella malinconia e nella profondità di Nick Cave and the Bad Seeds, No More Shall We Part (per me il suo disco più bello insieme a Let Love In, che sarebbe stato bene in questi anni), nella sorpresa di Gillian Welch di Time (The Revelator) e nel capolavoro assoluto di Natalie Merchant, Motherland, (per me il/la numero uno), un disco che è stato e sarà una pietra miliare per la musica, e in particolare per il folk.

Nel 2002 metto Yankee Hotel Foxtrot: non è il mio disco preferito degli Wilco (che comunque sono la rock’n’roll band in assoluto di questi dieci anni), ma è quello che, per la sua storia, per come è stato fatto, per dove è finito e per come è uscito rende l’idea della confusione in cui viviamo. Ci metto anche Folklore dei 16 Horsepower perché la versione di Alone & Forsaken di Hank Williams e Bruce Springsteen, The Rising perché l’ho sentito all’infinito e perché credo sia stato (con tutti i suoi difetti, anche) la migliore risposta del rock’n’roll a questi anni. Forse non è un caso che da lì, complisce anche lo sviluppo della rete e la digitalizzazione della musica, molte barriere (se non tutte) sono cadute e il rock’n’roll ha ritrovato una sua dignità, un suo coraggio e anche una sua forza. Basta ascoltare Lucinda, Williams con World Without Tears (ma direi anche il seguente Live@Fillmore) o le dolci ballate di Rainy Day Music dei The Jayhawks o la schiera di songwriter in continua evoluzione, e cito il più sperimentale Joe Henry con il fantastico e “cinematografico” 
Tiny Voices e Jeff Black,
 B-sides & confessions vol.1, un disco “minore” destinato a restare nel tempo.

L’onda nel 2004 con uno dei primi segnali di risveglio da New York con The Heat di Jesse Malin (ad oggi il suo disco più bello), con l’incantevole accoppiata Ben Harper & Blind Boys Of Alabama di There Will Be A Light e con il magico Dr. John 
Nawlinz di Dis Dat Or Dudda che metterei accanto, per contrasto, a To Tulsa And Back di J. J. Cale.
Uno dei dischi più importanti della prima decade del ventunesimo secolo per me è Chavez Ravine di Ry Cooder. Tutto il disco è costruito e basato su una storia (amara) del ventesimo secolo, ma la forma (un disco che è come un film) è qualcosa di nuovo e di moderno anche se è antica e preziosa nella sua natura. Di contorno ci metto anche il disco più maturo di James McMurtry, Childish Things, e quello del collega e amico Charlie Sexton con 
Cruel and Gentle Things, grandi songwriter che non si smentiscono mai. Un gruppo che dovesse seguire il percorso degli (dei) Wilco non mancherà di sorprenderci sono i National: Alligator è un disco ombroso e bellissimo (che i miei figli mi hanno obbligato ad ascoltare tutti i giorni, ma ci aggiungo anche Boxer del 2007 per avermi prestato un pezzo di titolo, ovvero Fake Empire, la canzone in assoluto del primo decennio del ventunesimo secolo).

Nel 2006 salutiamo il più grande interprete (e chitarrista) africano, Ali Farka Touré con Savane e, a proposito di chitarristi, quel gioiello che è e rimarrà a lungo Songlines di Derek Trucks. Ci metto anche gli Hold Steady con Boys and Girls in America (2006) perché hanno il coraggio di suonare rock’n’roll come se fossero arrivati per primi e Ray LaMontagne che fa lo stesso (dal punto di vista del songwriter) con Till The Sun Turns Black.

Uno dei dischi che più ho amato (e che non smetterei mai di ascoltare) in questo decennio è Join The Parade di Marc Cohn, un disco in cui c’è tutta la storia del rock’n’roll, da Scott Joplin a The Rising. Per il 2007 (e oltre) mi basterebbe quello, ma voglio ricordare almeno Mike Farris (Salvation In Lights), Ryan Bingham (Mescalito) e il bellissimo e importante We'll Never Turn Back di Mavis Staples.

Tra il 2008 e il 2009 credo sia stata l’apoteosi del decennio, un risveglio che sembra aver contagiato tutti da Tracy Chapman che erano venticinque anni che non faceva un disco come Our Bright Future (splendido) o John Mellencamp con Life Death Love and Freedom 
(l’ascolto più bello di tutto il decennio: sbronzo, sdraiato sul pavimento a guardare il cielo, una notte di quest’estate) fino alla grandissima storia dei Mudcrutch. Però voglio metterci anche i giovani e quindi The '59 Sound dei Gaslight Anthem (che mi ha fatto scoprire Fabio Cerbone) e la Gabe Dixon Band (che mi ha fatto scoprire Zambo) che con Disappear contende ai National il primo posto per la canzone del decennio (ma non cominciamo anche con le canzoni, che non finiamo più).

Se guardiamo il mondo oggi non è tanto diverso dal 2000, c’è ancora tutto, bene o male o anche peggio, e ormai la filosofia del rock’n’roll sembra la stessa di quella di Hemingway: è un mondo di merda, ma è l’unico che abbiamo e quindi assunti tutti gli anticorpi e gli antibiotici e le difese immunitarie necessarie a tirare avanti ecco che il rock’n’roll sguscia felice e feroce ancora da dischi di rock’n’roll band nate trent’anni fa (i R.E.M.), vent’anni fa (i Black Crowes) e poco meno di dieci anni fa, i Lucero con 1372 Overton Park (ma ci aggiungerei almeno Rebels, Rogues & Sworn Brothers del 2006). C’è ancora spazio, c’è ancora tempo: keep on rockin’ for a free world.

(Marco Denti 2010)