mercoledì 31 marzo 2010

British Do It Better (all of them)


Animals - Joan Armatrading - Brian Auger - Kevin Ayers - Syd Barrett - The Beatles - Jeff Beck - Blind Faith - Blues Band - Graham Bond - David Bowie - Eric Burdon - Caravan - Eric Clapton - Clash - Joe Cocker - Lloyd Cole + Commotions - Colosseum - Elvis Costello - Kevin Coyne - Cream - Brendan Croker - Cure - Deep Purple - Dire Straits - Donovan - Dr Feelgood - Nick Drake - Ian Dury & Blockheads - Eddie & the Hot Rods - Dave Edmunds - ELO - EL&P - Brian Eno - Eurythmics - Faces - Fairport Convention - Marianne Faithfull - Family - Lee Fardon - Flamin’ Groovies - Fleetwood Mac - Free - Peter Gabriel - Genesis - Gentle Giant - Gong - Peter Green - Peter Hammill - Roy Harper - George Harrison - Hatfield and the North - Henry Cow - Steve Hillage - Nicky Hopkins - Humble Pie - Ian Hunter - Inmates - Jackson Heights - Joe Jackson - Jam - Jethro Tull - Elton John - Mickey Jupp - King Crimson - Kinks - Alexis Korner - Led Zeppelin - John Lennon - Lindsfare - Nick Lowe - Madness - Manfred Mann - Mark + Almond - Marillion - John Martyn - Dave Mason - John Mayall + Bluesbreakers - Paul McCartney - Moody Blues - Mott The Hoople - Nice - Nine Below Zero - Mike Oldfield - Robert Palmer - Graham Parker - Pink Floyd - Police - Prefab Sprout - Pretenders - Pretty Things - Procol Harum - Chris Rea - Rolling Stones - Mick Ronson - Roxy Music - Sex Pistols - Smiths - Soft Machine - Specials - Dusty Springfield - Ringo Starr - Cat Stevens - Rod Stewart - Strawbs - Ten Years After - Richard and Linda Thompson - Traffic - Van Der Graaf Generator - The Who - Robert Wyatt - Yardbirds - Yes

martedì 30 marzo 2010

God Save The Queen (British Do It Better)


Nel Regno Unito lo fanno meglio:

Rolling Stones
Who
Kinks
David Bowie
Dr. Feelgood
Sex Pistols
Nick Lowe
Dave Edmunds
Rockpile
Ian Dury
Clash
Mickey Jupp
Elvis Costello
Joe Jackson...

bisognerà scriverne, di ognuno.

sabato 27 marzo 2010

Graham Parker #2 la discografia



The Rumour

Howlin’ Wind - 1976 - ★ ★ ★ ★ ½
Heat Treatment - 1976 - ★ ★ ★ ★ ★
Stick To Me - 1977 - ★ ★ ★ ★
The Parkerilla - Live - 1978 - ★ ★ ★ ★ ★
Squeezing Out Sparks - 1979 - ★ ★ ★ ★
The Up Escalator - 1980 - ★ ★ ★

Una band per cui sono stati scomodati paragoni con The Band e Rolling Stones (assieme); un cantante per cui si è citato Van Morrison e Bruce Springsteen. Il padrino di Elvis Costello e Joe Jackson. Dischi che sono classici tanto della new wave quanto del soul bianco inglese.

interlude

Another Grey Area - 1982 - ★ ★ ½
The Real Macaw - 1983 - ★ ★ ★ ★
Steady Nerves - 1985 - ★

Il primo disco senza l'accompagnamento dei Rumour è registrato bene ed ha un bel suono (firmato Jack Douglas), molto aggiornato ai tempi, ma ha un problema: sono belle solo le tre canzoni, Temporary Beauty, una ballatona soul, Another Grey Area e No More Excuses. Per il resto sono filler.
Andrà molto meglio con The Real Macaw, un album santaneggiante che vede il ritorno di Brinsley Schwarz, con brani esotici come You Can’t Take Love For Granted e Glass Jaw ed il solito carico di asciutto rock e la ballata di Last Couple On The Dance Floor (“siamo l’ultima coppia sulla pista da ballo”).
Per Steady Nerves lascia la Arista, firma con la Elektra, si trasferisce a vivere a NYC e inaugura un gruppo nuovo di zecca, gli Shot, solo per mettere assieme il peggior album della propria carriera. Solo una canzone è da recuperare, il bel lento di Wake Up (Next To Me), addolcito dal sax di Louis Cortellezzi.
I tre dischi vendono comunque bene, soprattutto Steady Nerves che sarà il suo unico TOP 40 americano.

Glory Days

The Mona Lisa’s Sister - 1988 - ★ ★ ★ ★ ★
Human Soul - 1989 - ★ ★ ★ ★ ★
Live! Alone in America - 1989 - ★ ★ ★ ½
Struck by Lightning - 1991 - ★ ★ ★ ★ ★
Burning Questions - 1992 - ★ ★ ★
Live Alone! Discovering Japan - 1993 - ★ ★ ★ ½

Parker firma per la Demon e realizza a sorpresa i migliori album della sua carriera. La “sorella di Mona Lisa” è un ritorno inaspettato, con il partner Brinsley Schwarz, un disco maturo, essenziale ed asciutto di ballate con un forte sapore acustico, fra cui spicca una grande cover di Cupid di Sam Cooke. Un anno dopo Human Soul è, ancora inaspettatamente, un formidabile disco di rock picchiato alla Who, con una seconda facciata tutta in medley a realizzare la Quadrophenia della nuova generazione. Forse il mio preferito, fra tutti.
Live! Alone In America è un unplugged soul in cui trova spazio un altra cover di Sam Cooke, A Change Is Gonna Come.
Struck By Lighting è il Blonde On Blonde della nuova generazione: un doppio LP con una serie di ballate dylaniane che sembra non finire mai.

Chiude questo periodo di ispirazione un album “normale” di belle canzoni, Burning Questions, ed un secondo unplugged registrato in Japan.

the indie years

12 Haunted Episodes - 1995
Live From New York - 1996 - ★ ★ ★
Acid Bubblegum - 1996 - ★ ★ ★ ½
Deepcut To Nowhere - 2001 - ★ ★ ½
Your Country - 2004 - ★ ★ ★
Songs of No Consequence - 2005 - ★ ★ ★ ½
Don’t Tell Columbus - 2007 - ★ ★ ★ ½

Dalla seconda metà degli anni novanta Graham Parker esce dai radar dei media e resta per la prima volta senza contratto (dopo aver girovagato fra tutte le major). Nei nuovi album, più diluite ci sono ancora passione e belle canzoni, quello che manca è spesso una produzione adeguata, per dischi registrati a volte in pochi giorni.
Acid Bubblegum per la Razor & Tie è grezzo e vivace e contiene ottime canzoni come Sharpening Axes, Impenetrable, She Never Let Me Down e The Girl At The End Of The Pier, la storia di un suicidio.
Deepcut To Nowhere è un bello sforzo penalizzato dall’assenza di canzoni memorabili. Però si apre alla grande con Dark Days e If It Ever Stops Raining. Nel frattempo GP ha firmato per la Evangeline.
Your Country è un disco roots americano, country quanto potesse esserlo Nashville Skyline. Registrato alla svelta, contiene almeno un pezzo entusiasmante, Queen Of Compromise, ed un paio di altri brani da antologia, compresa una cover di Sugaree dei Grateful Dead. In un pezzo duetta persino con Lucinda Williams.
Il disco migliore del periodo indie è Songs Of No Consequences registrato con una band newyorchese, i Figgs, con cui d’ora in avanti collaborerà spesso. Le canzoni sono belle e l’energia c’è tutta: manca solo un produttore per realizzare un capolavoro. Mi domando cosa avrebbe fatto Nick Lowe di un hit selvaggio come Bad Chardonney.
Don’t Tell Columbus, per la Bloodshot, è il disco che riesce nell'intento di riportare GP all’attenzione del suo pubblico, grazie a qualche ottima canzone come I Discovered America, England’s Latest Clown e Bullet Of Redemption.

back to roots

Imaginary Television - ★ ★ ★ ½ 

Dopo venti anni di America Imaginary Television è il disco che riporta GP al suono della vecchia Inghilterra, addirittura al suono del Beat, dei Sixties e dei Kinks. Anche il tema del disco è un po’ da Ray Davies, una stazione televisiva immaginaria. Assieme ai Rumour sarebbe stato un Heat Treatment pt II. Ma ne riparliamo nella recensione… talento da vendere, comunque.

Se non conoscete quest’uomo, state perdendovi uno dei pezzi migliori del rock inglese.

giovedì 25 marzo 2010

Beatles For Sale


“Questo è il quarto album dei quattro. Please Please Me, With The Beatles, Hard Day’s Night. Sono tre. Adesso… Beatles For Sale. Non che i ragazzi siano in vendita. Il denaro fa rumore, ma non così tanto. Però tu puoi comprare questo album - e probabilmente lo hai già fatto, a meno che stia solo curiosando ed in questo caso cerca di non lasciare ditate su questa copertina. Quando una generazione di bambini radioattivi con il sigaro che fanno pic-nic su Saturno ti chiederà dei Beatles (“Li conoscevi davvero?”), non cercare di spiegare dei capelli lunghi e delle urla! Fai sentire loro qualche pezzo di questo album e capirà di cosa stiamo parlando. I bambini dell’anno 2000 riceveranno dalla musica lo stesso senso di benessere e di calore che ne ricaviamo noi oggi. Perché la magia dei Beatles è, io credo, senza tempo e senza età. Ha infranto i confini e le barriere. Ha eliminato le differenze di razza, età e classe. È adorata dal mondo… Questo è un vero disco del 1964, più o meno il migliore al mondo del suo genere. Il migliore album fino ad ora, dicono John, Paul, George e Ringo”.
(Derek Taylor, dal retro di copertina di Beatles For Sale, Parlophone 1964).

I ragazzi del 2000 non fanno picnic su Saturno ma sì, ricordano ed apprezzano la musica senza tempo e senza età dei Beatles. Quello che Derek Taylor non sapeva è che i capelli sarebbero diventati molto più lunghi, e che i Beatles, pur essendo già i rivoluzionari portavoce di una generazione e la miccia del Big Bang del Rock, avrebbero cominciato a far sul serio solo l’anno successivo, il 1965, in un crescendo rossiniano che include ben altro che il mediocre Beatles For Sale: Help > Rubber Soul > Revolver > Sgt Pepper > (Magical Mistery Tour) > White Album > Abbey Road!

Dischi che consiglio, in questo esatto ordine, ad ogni ragazzo del 2000. E se proprio non vi interessa, ascoltatevi almeno la seconda facciata (si fa per dire) di Abbey Road. All we need is love. Still.

domenica 21 marzo 2010

Graham Parker #1


Porta magliette colorate a girocollo, giacche di velluto e jeans scoloriti, occhiali a lenti sfumate, e gli piacerebbe avere i capelli impomatati all’indietro ma quelli lo tradiscono e si arricciano. Si chiama Graham Parker, è il più grande musicista inglese e non ha mai avuto un disco primo in classifica… (Il Mucchio Selvaggio #37, gennaio 1981)

Pub Rock: Brinsley Schwarz, Dr Feelgood, Mickey Jupp + Legend, Kilburn & The High Roads (Ian Dury & The Blockheads), da ultimi all’alba del punk anche Eddie & The Hot Rods…
Graham Parker nasce in questa pentola ribollente di rock & roll. Più magro e nervoso di oggi, raccontano dei suoi primi anni di una vita turbolenta, di una grigia divisa da mod, una carriera musicale nello skiffle. All’inizio del 1975 di giorno si guadagna da vivere come benzinaio, di sera canta di fronte ad uno striminzito pubblico. Una sera un tal Dave Robinson lo ascolta e gli propone di registrare qualche cosa al suo piccolo studio, l’Hope & Anchor. Parker ha bisogno di un gruppo e Dave conosce gente. I Brinsley Schwarz si sono sciolti da poco e da li arrivano Bob Andrews, tastierista alla Garth Hudson (The Band) e Brinsley Schwarz, grande ed elegante chitarra solista. Basso e batteria vengono dai Bontemps Roule ed il chitarrista ritmico dai Ducks Deluxe. Il nome della band? Ci vuole un po’ di rumore per scuotere il pubblico, ed è quello che Graham ha intenzione di fare: The Rumour.
Una prima incisione, la ballata Between You And Me, è così bella che viene trasmessa a Radio London e gli procura il contratto con la Phonogram. Il produttore sarà Nick Lowe, che darà una vena power-pop a Howlin Wind, un album di vivace soul bianco sul quale compare già la metà dei suoi classici: White Honey, Gypsy Blood, Back To Schooldays, Lady Doctor (“I got a lady doctor, she cure my pain for free…”), Don’t Ask Me Questions. Non passa che qualche mese e Parker torna in studio per un secondo album R&B ancora più bello, perché più tosto, con più fiati e più ritmo: Heat Treatment, il Moondance della nuova ondata. Sulle due facciate trova posto l’altra metà dei classici di Parker: Black Honey, Back Door Love, Fool’s Gold, Heat Treatment e tutte le altre. Parker elimina gli assolo, taglia i silenzi, compatta gli strumenti attorno alla musica. Canta di corsa su ritmi spezzati r&b, caraibici, reggae, accenni di twist e rock & roll. È il suo capolavoro ed un classico della musica inglese di quegli anni incredibili.
Nemmeno il tempo di un terzo album (Stick To Me) che fa da contraltare alla New York City Serenade della E Street Band (Parker verrà considerato a lungo lo Springsteen inglese) ed esce il doppio che testimonia lo scatenato live show dei Rumour e riassume tutti i loro classici: Parkerilla, con una copertina in verticale come Blonde On Blonde, tre facciate di concerto ed una di remake dance di Hey Lord Don’t Ask Me Question!
È il grande momento di Graham Parker & The Rumour e lo testimonia nel 1979 il successo di classifica - finalmente - di Squeezing Out Sparks, un album affilato come un rasoio, prodotto niente meno che da Jack Nitzsche (compromesso nella new wave anche dai due splendidi dischi d’esordio newyorchesi dei Mink DeVille), dove i fiati e gli arrangiamenti più soul vengono messi da parte per un urgente ed elettrico suono new wave.
Parker sente che il suo momento è arrivato. Non ha un carattere facile (come non ce l’ha Willie DeVille), molla la casa discografica colpevole ai suoi occhi di non spingerlo abbastanza negli USA e firma con la Arista (la nuova etichetta di Clive Davis che ha già messo sotto contratto anche Patti Smith, Lou Reed, Iggy Pop, Willie Nile e Ian Dury). Arista decide di farne il Boss d’oltremanica e gli fa produrre il nuovo disco da Jimmy Iovine, allora il produttore dalle mani d’oro di Tom Petty (Damn The Torpedoes), Dire Straits (Making Movies), Patti Smith (Easter) e Bob Seger. Ci sono problemi anche con la band, i grandissimi Rumour, che infatti se ne andranno ad accompagnare Garland Jeffreys nella tournée di Escape Artist testimoniata da Rock’n’roll Adult (due dischi magnifici). Alle registrazioni di una canzone del disco di Graham Parker, Endless Night, partecipa anche Bruce Springsteen, che dichiara che GP & The Rumour sono l’unico show per il quale pagherebbe il biglietto di ingresso. Alle tastiere al posto di Bob Andrews ci sono Nicky Hopkins e Roy Bittan. Ma per la prima volta l’album non si guadagna le lodi di pubblico e critica, forse per la troppa pulizia imposta da Iovine. Graham Parker non è un artista da west coast, ma devo dire che ho riascoltato il disco di recente e le canzoni mi sembrano molto buone e l’energia non gli fa difetto. Forse nel 1980 eravamo viziati da troppa ottima musica. In ogni caso le vendite non sono entusiasmanti e come se non bastasse Parker resta senza band. Sarà solo la prima di una inesauribile serie di difficoltà a cui la sua futura carriera andrà incontro.

(1 - continua)

giovedì 18 marzo 2010

Cronache



Un errore che compiamo ascoltando il disco di un artista, o assistendo ad un live show, è di dimenticarci che quello che ascoltiamo è una persona. Un artista ma anche un uomo qualunque: uno che mangia, dorme, va a fare la spesa, va al cinema comprando il biglietto, uno che litiga con la moglie, uno che conta i soldi per vedere se gli bastano, uno che può essere felice o nella merda. Ho trovato molto significative le parole che Bob Dylan scrive nella sua autobiografia, Chronicles vol. uno, di cui mi piace riportare qualche frammento.

“Avevo fatto diciotto mesi di tournée con Tom Petty & The Heartbreakers. Sarebbe stata l’ultima. Mi sentivo tagliato fuori da ogni forma di ispirazione. Qualunque cosa fosse stata presente all’inizio, era scomparsa o si era raggrinzita. Tom stava dando il meglio di sé e io stavo dando il peggio. Non riuscivo a superare gli ostacoli, tutto era a pezzi. Le mie stesse canzoni mi erano divenute estranee. Non riuscivo a scendere sotto la loro superficie. Il mio momento era passato. Nel mio intimo il mio canto mi risuonava vuoto e io non vedevo l’ora di ritirarmi e piegare le tende. Adesso con Petty si trattava solo di arrivare alla fine del mese, dopo di che avrei detto basta. Ormai ero, come si dice, sulla china discendente. Avevo scritto e inciso tantissime canzoni, ma non ne suonavo molte. Ero in grado di padroneggiarne una ventina o poco più. Le altre erano troppo criptiche, troppo deliberatamente oscure, e io non ero più capace di ricavarci niente di creativo. La tournée con Petty era divisa in parti e durante uno dei tempi morti uno degli organizzatori, Elliot Roberts, mi aveva trovato dei concerti con i Grateful Dead. Siccome avevo bisogno di fare delle prove insieme al gruppo andai a San Rafael a incontrarmi con i Dead. Ero convinto che sarebbe stato facile come saltare la corda... Mi trovavo in una situazione strana e sentivo chiaramente il rumore dei freni che stridevano, Se l’avessi saputo prima forse non avrei nemmeno accettato di fissare quelle date. Quelle canzoni non mi davano nessuna emozione e non immaginavo come avrei potuto cantarle, senza voglia com’ero”.

“Sera dopo sera, era come se avessi messo il pilota automatico. Anche in questa tournée, per quanta folla ci fosse, era Petty che ne attirava la maggior parte. Ormai i miei spettacoli erano una messa in scena, e i rituali mi annoiavano. Anche ai concerti insieme a Petty vedevo le persone nella folla e mi sembravano i cartoni di un tiro a segno, non c’era nessun collegamento tra me e loro…”

(Anch’io ho assistito ad uno di quegli show, e non ho conservato nessun ricordo di Dylan. Anche per noi lui era una sagoma di cartone…)

Bob si riferisce ad uno dei periodi più bui della sua vita artistica, gli anni ottanta, da cui si sarebbe risollevato con il capolavoro di Oh Mercy. Pare non rendersi conto neppure lui che quello fosse un periodo di profonda crisi anche per Tom Petty, che ne uscì proprio grazie ai concerti con Dylan fino a realizzare a sua volta il capolavoro di Full Moon Fever.

Di un altro periodo di crisi, il 1970 (Self Portait e New Morning, i peggiori dischi di zio Bob), Dylan racconta:

“Canzoni con un messaggio? Non ce n’erano. Chi le cercava sarebbe rimasto deluso… Che i miei dischi vendessero ancora era una cosa che sorprendeva perfino me. Forse tra quei solchi c’erano belle canzoni e forse non ce n’erano, chi lo sa, in ogni caso non erano di quelle che ti fanno rimbombare un tremendo tuono in testa. Quelle le conoscevo, e sapevo bene che nessuna delle nuove apparteneva a quella categoria. Non è che non avessi più talento, era solo che non sentivo il vento soffiare a tutta forza. Appoggiato al banco di registrazione ascoltavo uno dei provini. Mi sembrava passabile”.


Bob Dylan. Chronicles volume 1. Traduzione di Alessandro Carrera. Universale Economica Feltrinelli.

martedì 16 marzo 2010

Play Some Skynyrd


È il momento di una canzone su mio padre
il momento di una canzone sul mio passato
il momento in cui apro il mio cuore
il verso in cui mi tolgo la maschera
e poi una voce dal fondo grida:

“suona un po’ di Skynyrd
suona un po’ di Petty
suona un po’ di Seger
suona un po’ di Dead
chi diavolo è John Eddie?”

se vuoi suonare in giro
devi suonare un po’ di Skynyrd…


(John Eddie: Play Some Skynyrd, da Who The Hell Is John Eddie - Lost Highway 2003)

domenica 14 marzo 2010

Roses in the rain (beautiful losers #2)


I commenti al post Beautiful Losers hanno dissotterrato una quantità di musicisti che hanno (avuto) un seguito di culto ed un posto speciale nel nostro cuore, ma spesso poca influenza nelle classifiche di vendita. Anche questo seguito vuole realizzarsi più nei commenti che nel testo principale. Lasciatemi dare il la con qualche nascosto disco leggendario che ognuno dovrebbe ascoltare...

Joan Armatrading > Show Some Emotion (A&M 1977) / To The Limit (1978) / How Cruel (1979)
Gary US Bonds > Dedication (EMI 1981) / On The Line (1982)
Jim Carroll > Catholic Boy (Columbia)
Marc Cohn (Atlantic 1991)
Dr Feelgood > Stupidity Live (UA 1976)
Lee Fardon > The God Given Right (Aura 1981)
Del Fuegos > Boston, Mass (Slash 1985) / Smokin’ In The Fields (RCA 1989)
Ian Dury > New Boots And Panties (Stiff 1977)
John Eddie (Columbia 1986)
Fleshtones > Roman Gods (IRS 1981)
Steve Forbert > Jackrabbitt Slim (Nemperor CBS 1979)
Dirk Hamilton > Meet Me At The Crux (Elektra 1978)
Garland Jeffreys > American Boy and Girl (A&M 1979) / Escape Artist (Epic 1980) / Rock’n’Roll Adult (1982) / Don’t Call Me Buckweath (1992)
Tonio K > Life In The Foodchain (Epic 1978)
Greg Kihn > Next Of Kihn (Beserley 1978) / With The Naked Eye (1979)
Lone Justice (Geffen 1985)
Carolyne Mas > Hold On (Phonogram 1980)
Metro (Transatlantic 1977)
Willie Nile (Arista 1980)
George Thorogood > Move It On Over (Rounder 1978)
Warren Zevon > Excitable Boy (Asylum 1978) e tutti gli altri
X > Under The Big Black Sun (Elektra 1982) / See How We Are (1987)

di Graham Parker, Willy DeVille, Ian Hunter, Elliott Murphy molti. Tutti forse.

P.S.: è ovvio che un elenco di questo tipo è infinito. Scrivete solo album a cinque stelle, cioè niente di meno che "capolavori". E ora ricordo che avevo già scritto qualche cosa qui.

giovedì 11 marzo 2010

Beautiful Losers


Del Fuegos
Willy DeVille
John Eddie
Steve Forbert
Dirk Hamilton
Ian Hunter
Garland Jeffreys
Tonio K
Elliott Murphy
Willie Nile
Graham Parker
Gene Vincent
Warren Zevon

chi aggiunge altri nomi? di gente che abbia inciso almeno un capolavoro straordinario e dimenticato...

sabato 6 marzo 2010

Dirk Hamilton in Italy

Alla fine degli anni settanta Dirk Hamilton era un personaggio di culto, ed almeno dalle nostre parti era trattato alla stregua di un Van Morrison, un Bruce Springsteen, uno Warren Zevon. Il botto lo aveva fatto con il bellissimo Meet Me At The Crux del 1978 per la Elektra, uno dei 101 capolavori di tutti i tempi, un disco dove un robusto songwriting si mischia a potenti arrangiamenti alla Van Morrison, per intenderci. Noi appassionati eravamo andati indietro nel tempo per recuperare i suoi due dischi precedenti (per la ABC), fra cui soprattutto notevole Alias I. Nel 1980 il nuovo disco, Thug Of Love, e poi il silenzio calò su Dirk. Quello che non sapevamo è che era stato scaricato dalla casa discografica, e che il disgusto per il music business lo aveva spinto a ritirarsi dalle scene, dedicandosi prima alla frequentazione diurna dei bar e poi a trovarsi un lavoro al di fuori della musica. In qualche modo il nostro paese ha avuto un’importanza nel recupero di DH, perché fu invitato a suonare in Italia dove trovò un contratto per una piccola etichetta indipendente, la Appaloosa Records, per cui avrebbe registrato diversi dischi e prese l’abitudine di suonare in tour estivi modesti ma ricchi di passione, spesso con l’accompagnamento di una band italiana, i bluesmen. Più tardi Dirk avrebbe ripreso ad incidere anche in patria, sia pure per indies, e questo 2010 si è aperto con un tour per la penisola; non per presentare il nuovo disco, ma per festeggiare i trent’anni dell’uscita di Thug Of Love. Un anniversary tour.
Una storia americana, da beautiful loser, come è stata raccontata tante volte dal cinema e dalla letteratura e come avviene ogni giorno nella realtà. Proprio la sera prima del concerto mi era capitato di vedere The Wrestler, e qualche cosa del perdente del film mi viene naturale proiettarlo sul grande (anche fisicamente: 1 metro e 90) Dirk.

Il cinema che ospita i concerto è piuttosto pieno, riempito da un pubblico ansioso di rivivere le emozioni del passato o di conoscere la musica di quello che Marco Denti ha definito, a ragione: “uno dei grandi songwriter americani”. La band ritarda, è persa da qualche parte nella nebbia sul suo furgone, sempre nella migliore tradizione cinematografica americana. I quattro fanno il loro ingresso come i Blues Brothers, dalla porta del cinema ed attraversano il tappeto rosso camminando rapidi verso il palco. Sembrano operai, enormi operai, ed il batterista sembra più un idraulico con tanto di tuta blu. Dei veri blue collar. Scompaiono dietro il palcoscenico e pochi attimi dopo Dirk, in t-shirt nera sotto una camicia stinta, riappare con la chitarra acustica per attaccare il primo pezzo. La canzone deve essere nuova perché non la conosco ma la voce è potente e magnifica. È il vecchio Dirk che affiora dai meandri della memoria. Dopo un paio di pezzi arrivano le prime note già sentite: è Moses & Me, un pezzo on the road tratto da Thug Of Love, che da ora in avanti sarà il protagonista indiscusso del concerto. Si aggiunge anche la band, il suono è pieno e alto, e la voce più che il vecchio Van mi porta irresistibilmente alla mente il rauco Bob Seger, un altro blue collar che però non arriva dalla California ma da Detroit Michigan. Il pezzo successivo è Wholly Bowled Over (Thug Of Love). Ho il disco solo in vinile e probabilmente non lo ascolto da 25 anni, ma i frammenti si incastrano al loro posto. Il suono è più potente e fantasioso che nel vecchio disco, con i brani dilatati ed i frequenti cambiamenti di tempo esaltati. Hamilton è un ottimo chitarrista acustico ed il suo partner alla chitarra elettrica solista (Don Evans della DH Band originale) è in davvero gamba. Anche se la band ha provato pochissimo e la sezione ritmica è un semplice accompagnamento, il lungo pezzo strappa al pubblico un grande applauso di cuore. Non posso credere di ascoltare un mio eroe personale in un ambiente così intimo ed a pochi metri da me. È come se questa sera fossi catapultato a New York City o Malibu anziché perduto alla periferia dell’impero…
Il concerto è decollato e pendiamo tutti dalle labbra - e dalle buffe espressioni - di Dirk. Dirk che mi sa, per descriverlo, di un Bob Seger in mix con il Golfo del Messico di Jimmy Buffett, uno spruzzo di Van Morrison, la mimica di Joe Cocker e i tratti di Fabrizio Bentivoglio. Paragoni a parte è potente e sul palco ha un carisma notevole. Tutti i pezzi di Thug Of Love passano in rassegna, ampliati, allungati, recitati come siparietti, e mi rendo conto che, of course, il tema centrale del Teppista dell’Amore sono proprio l’amore ed il sesso. Due ore, compresi i bis, volano ed al pubblico non bastano. Chiedo Meet Me At The Crux - sarebbe un sogno che si avvera - ma Dirk mi risponde che non hanno provato altri pezzi e che non sono in grado di suonare niente altro. Chiudono con una Out To Unroll che sembra fatta dai Rolling Stones e scompaiono nel backstage.
Rimango un po’ nella sala con una mezza intenzione di conoscere personalmente Dirk. Qualcuno nella presentazione ha citato il Mucchio degli anni settanta e potrei presentarmi. Ma poi decido che per una sola sera è veramente tanto, acquisto la stampa in CD di Meet Me At The Crux e Thug Of Love, oltre al libro Alias I con tutti i testi. Arrivato a casa scopro che si apre con una bella presentazione di Marco Denti. È la mia serata fortunata.


venerdì 5 marzo 2010

Graham Parker teaser


Il nuovo disco di Graham Parker è bellissimo. Un lavoro molto british dedicato al mondo della TV (tenendo presente che la TV inglese è la migliore del mondo, a differenza della nostra che è la peggiore senza meno).
Se Heat Treatment era stato il suo disco Van Morrison, Stick To Me il suo disco Springsteen, Human Soul il disco Who e Struck by Lightning il disco Dylan, Imaginary Television è il disco Kinks. Musica rock adulta e matura.
A seguire recensione e almeno un paio di articoli sul grande Parker.

PS: Graham Parker ha anche un blog.

mercoledì 3 marzo 2010

Peter Gabriel > Scratch My Back


Peter Gabriel è un pigro. Detto di uno che ha registrato otto dischi in trentatré anni è lapalissiano, ma effettivamente PG è pigro. Il progetto di Scratch My Back ha preso le mosse sette anni dopo il precedente Up dalla registrazione di una canzone per una serie televisiva: le figlie segnalano a Peter Book Of Love, una bella canzone di un gruppo chiamato The Magnetic Fields e Peter ne ricava una cover orchestrale arrangiata da Nick Ingman. La cosa gli piace e decide di espandere l’idea ad un intero disco. Ancora le figlie scelgono le canzoni dal loro repertorio, meno datato di quello del papà, Peter chiama un arrangiatore della Real World, John Metcalfe, per orchestrare i pezzi e ci aggiunge il cantato, senza tante invenzioni ma con la sua bella voce.
Il suono dei 12 pezzi è minimalista ed essenziale e, come scrivevo, senza troppe invenzioni ma con un fascino notevole e profondo. Cogliere le sfumature degli arrangiamenti e del cantato prende più di un ascolto (e più di due), ma ne vale la pena.
Non che tutte le cover siano perfette, ma alcune sono davvero belle: Heroes non riesco ad apprezzarla, ma la cover ultraminimalista di Boy In The Bubble di Paul Simon, con i tasti del piano che sembrano pioggia, è di forte fascino.
Il mio brano preferito è una canzone nuova di Lou Reed, The Power Of The Heart, il gioiello gabriellano di questo disco come Blood Of Eden lo era di Us.
Tra i pezzi per orchestra, il più riuscito è probabilmente Listening Wind dei Talking Heads, con un gioco di violini alla Street Hassle. Poi i chiaroscuri di My Body Is A Cage degli Arcade Fire e la citata orecchiabile The Book Of Love. Après Moi è drammatica quanto potrebbe esserlo un pezzo di Peter Hammill. Flume e I Think It’s Gonna Rain Today (Randy Newman) fanno la loro figura.

Come al solito si arriva alla fine del disco estasiati da qualche decina di minuti di ottima musica ma anche dal desiderio, frustrato, di voler di più.
Peter Gabriel è un pigro. Ma allora perché non chiedere a Hackett, Banks, Rutheford e Collins di comporre e registrare un po’ di materiale per un album?


★ ★ ★ ★ (ottimo)
Genere: Art Rock
Virgin, 2010
in breve: un minimalista disco d’autore dove la voce è accompagnata solo dal piano o dall’orchestra, su cover che sono totalmente fagocitate da Peter. Di grande atmosfera.