mercoledì 24 febbraio 2010

Dave Matthews Band a Milano 22.2.10


Dave Matthews è l’anti rockstar. Si capisce quando, in un austero completo camicia pantaloni grigi, sale sul palco per presentare la band di supporto, i suoi amici Alberta Cross di Brooklin. E anche quando entra in scena con la band con la più grande naturalezza attaccando un pezzo apparentemente tranquillo come The Proudest Monkey.
Ma subito dopo le prime note, quando parte l’accompagnamento del sassofono di Jeff Coffin e della tromba del letteralmente enorme Rashawn Ross ti rendi conto della potenza di fuoco della macchina musicale che hai di fronte.

Dave sembra godersi ogni attimo dello show, come il più divertito dei fan. Non smette per un attimo di ballare e tenere il tempo mentre ascolta rapito gli assolo dei musicisti della band, spesso suonando fronte a fronte con gli altri (magari con la schiena al pubblico), ed arriva a mimare straordinariamente con la voce e con le mani un assolo di sax (o di tromba, o clarinetto, non ricordo…).
La DMB è un pozzo di divertimento, una band che ha saputo gettare un ponte fra il rock delle canzoni, spesso straordinarie, e quello della musica suonata, alla Weather Report per intenderci: non mi sarei stupito se ad un certo punto i ragazzi avessero attaccato Boogie Woogie Waltz. Invece fanno Burning Down The House come fossero la band più funky in città.

L’attacco è strepitoso: dopo i fiati di Proudest Monkey arriva il turno della chitarra elettrica di Tim Reynolds, piccolo (di statura) grandissimo chitarrista. Il suo primo assolo mi strappa un’esclamazione di meraviglia; nella prima parte Dave sarà anche stato il capobanda, ma Tim ne è il front man.
In Satellite, You Might Die Trying, Funny The Way It Is sono scosso dai brividi; il dialogo fra i musicisti mi riporta ad un altro grande show di una big band, quella Seger Session Band di Bruce Springsteen.
Seven calma un po’ le acque ed è un bene: non si poteva reggere tanto ritmo. Il repertorio del recente album Big Whiskey fa la parte del leone; d’altra parte sono così tante le canzoni che avremmo voluto ascoltare che capisco chi segue la band in tour - che di show ne suona a centinaia ogni anno. Un solo concerto non può bastare.
Dopo qualche ispirata canzone di Dave, la big band riparte a pieni giri con il funky di Why I Am, dedicata allo scomparso GrooGrux King LeRoi Moore. Ora la star è il batterista Carter Beauford, che non può essere un uomo ma con ogni evidenza è un replicante, un terminator della batteria: un generatore di ritmo da lasciare senza fiato. Il pubblico (e la band) sono tutti con lui…
Di nuovo brividi alla schiena per la bellissima Dancing Nancies. La danza di Shake Me Like a Monkey e poi Jimi Thing è il pezzo lungo. Boyd Tinsley è l’ “uomo nero” al violino, il diavolo con l’archetto.
Ancora un pezzo corale con Don’t Drink The Water, poi i saluti ed il bis con un immenso Dave solista alla chitarra acustica con la tenera ballata di Baby Blue. Dave ha l’abitudine di intervallare i tour con la band con show acustici in duo con Tim Reynolds. È un peccato che non abbia pensato ad un paio di serate acustiche anche da noi…

Il gran finale è dedicato ai pezzi corali di Everyday e Ants Marching ed è il tripudio della DMB che amo, la big band in cui si alternano i talenti di tutti i musicisti. Il concerto finisce troppo presto, con tante canzoni non ascoltate. Prima o poi bisognerà ben prendersi le ferie per seguire un pezzo di tournée.

Alla fine Carter Beauford lancia le bacchette e siccome il karma non è acqua una arriva proprio nelle mani del vostro affezionatissimo cronista, che ne ha ricavato la foto d’apertura.

setlist:

Proudest Monkey 

Satellite

You Might Die Trying 

Funny The Way It Is

Seven

Squirm 

Crash (Into Me) 

So Damn Lucky 

Lying In the Hands of God

Why I Am 

Dancing Nancies 

Shake Me Like a Monkey 

Jimi Thing 

Burning Down The House

You and Me 

Don’t Drink the Water 



Baby Blue

Everyday 

Ants Marching

martedì 23 febbraio 2010

le canzoni di Dave Matthews (Band)


Remember Two Things (Bama Rags 1993)

Ants Marching / Tripping Billies / Recently / Satellite / One Sweet World / The Song That Jane Likes / Minarets / Seek Up / I’ll Back You Up / Christmas Song

Recently (Bama Rags 1994)

Recently / Dancing Nancies / Warehouse / All Along The Watchtower (Bob Dylan) / Halloween

Under The Table And Dreaming (RCA 1994)

The Best Of What’s Around / What Would You Say / Satellite / Rhyme & Reason / Typical Situation / Dancing Nancies / Ants Marching / Lover Lay Down / Jimi Thing / Warehouse / Pay For What You Get / #34

Crash (RCA 1996)

So Much To Say / Two Step / Crash Into Me / Too Much / #41 / Say Goodbye / Drive In Drive Out / Let You Down / Lie In Our Graves / Cry Freedom / Tripping Billies / Proudest Monkey

Before These Crowded Streets (RCA 1998)

Pantala Naga Pampa > Rapunzel / The Last Stop / Don’t Drink The Water / Stay (Wasting Time) / Halloween / The Stone / Crush / The Dreaming Tree / Pig

Everyday (RCA 2001)

I Did It / When The World Ends / The Space Between / Dreams Of Our Fathers / So Right / If I Had It All / What You Are / Angel / Fool To Think / Sleep To Dream Her / Mother Father / Everyday

Busted Stuff (RCA 2002)

Busted Stuff / Grey Street / Where Are You Going / You Never Know / Captain / Raven / Grace Is Gone / Kit Kat Jam / Digging A Ditch / Big Eyed Fish / Bartender

Some Devil (RCA 2003)

Dodo / So Damn Lucky / Gravedigger / Some Devil / Trouble / Grey Blue Eyes / Save Me / Stay or Leave / An’ Another Thing / Oh / Baby / Up and Away / Too High / Gravedigger (acoustic)

Stand Up (RCA 2005)

Dreamgirl / Old Dirt Hill (Bring That Beat Back) / Stand Up (For It) / American Baby Intro > American Baby / Smooth Rider / Everybody Wake Up (Our Finest Hour Arrives) / Out of My Hands / Hello Again / Louisiana Bayou / Stolen Away on 55th & 3rd / You Might Die Trying / Steady as We Go / Hunger for the Great Light

Big Whiskey and the GrooGrux King (RCA 2009)

Grux > Shake Me Like A Monkey / Funny The Way It Is / Lying in the Hands of God / Why I Am / Dive In / Spaceman / Squirm / Alligator Pie / Seven / Time Bomb / Baby Blue / You And Me / Write A SOng / Corn Bread

sabato 20 febbraio 2010

Belli e dal vivo: Dave Matthews Band a Lucca 2009


È dagli anni novanta che Dave Matthews Band è il numero uno dei gruppi rock americani. In Italia erano un segreto ben conservato almeno fino al concerto di Lucca del 5 luglio 2009. Ci voleva un concerto straordinario per conquistare un pubblico che non ha avuto la possibilità di crescere con la band per trecento show all’anno dall’esordio battendo i club universitari fino alle arene naturali (come Red Rocks o il Central Park) ed anche se per DMB lo straordinario è ordinaria amministrazione, pare che lo show di Lucca sia stato così sopra le righe che è stato scelto per testimoniare il tour europeo nel box Europe 2009 (stampato per ora solo negli USA ma reperibile d’importazione - come accadeva una volta).

La DMB è una band unica nel suo genere. Un grande cantante con la voce che avrebbe Sting se sapesse cantare, e con ballate assolutamente originali (mi viene da descriverlo come l’equivalente delle canzoni di Lucio Battisti nella musica leggera italiana dei primi anni settanta); una sezione ritmica che è la definizione stessa del groove; e poi una big band bianca e nera di violino, sax, tromba e la chitarra elettrica dell’eterno ospite Tim Reynolds.
La musica di DMB è l’araba fenice della musica totale: la forma canzone, l’improvvisazione delle jam band, il funky di James Brown, il R&B dei Temptations, il jazz dei gruppi fusion, la delicatezza dei gruppi romantici degli anni settanta.
Tutto questo è nel mixer dei 3 CD registrati a Lucca in Piazza Napoleone; registrati oltretutto perfettamente con una dinamica che simula la presenza della band sul tappeto di casa.

Shake Me Like A Monkey ci fa capire che il paragone con le registrazioni di studio è improponibile. L’ho letto una volta e lo scrivo io oggi: è come paragonare un triplano fokker ad uno space shuttle. You Might Die Trying è puro soul. Funny The Way It Is, The Dreaming Tree e Gravedigger mi rievocano persino i chiaroscuri del Peter Gabriel di Musical Box.
"Long before these crowded streets
Here stood my dreaming tree.
Below it he would sit
For hours at a time
Now progress takes away
What forever took to find
And now he's falling hard
He feels the falling dark
How he longs to be
Beneath his dreaming tree”

“Gravedigger
When you dig my grave
Could you make it shallow
So that I can feel the rain
Gravedigger...”

So Damn Lucky è una ballata dolce con un ritmo che fa tum tum come un cuore che batte:
“Oh my God, wait and see
What will soon become of me?
This frozen heart
Screaming wheels
Does that screaming come from me?
I'm dizzy from all this spinning”

Everyday è un inno che rinasce di fronte al pubblico.
Crash Into Me è un soul del XXI secolo.

Se vi fosse concesso di ascoltare un solo pezzo della band, dovreste scegliere i ventun minuti di #41. Ogni resistenza è futile nei confronti dell’entusiasmante groove della musica, degli assolo jazzati, di un batterista che reinventa i tempi del ritmo, di una voce che accarezza i timpani.
“I won't tell you to stay
Remember when I used to play for
All of the loneliness that nobody notices now
I'm begging slow I'm coming here
Only waiting I wanted to stay
I wanted to play,
I wanted to love you
I'm only this far”

Gli arrangiamenti sono ricchi, gli strumenti e gli incastri precisi come rasoi, l’energia sul rosso: l’ensemble è la versione moderna in rock della big band di Duke Ellington negli anni ’30.
E non finisce mai, non finisce mai: Lying In The Hands Of God, Jimi Thing, Ants Marching, Dive In, Two Step fino all’ultimo bis di Pantala Naga Pampa > Rapunzel.

Lo show di DMB è testimoniato da una infinità di ottimi album ufficiali, da The Central Park Concert a The Gorge, Weekend On The Rocks, Live At Piedmont Park… in tutto i live ufficiali sono almeno 10 più 16 volumi di Live Trax. Europe 2009 Live In Lucca è fra tutti il mio preferito ed ha preso nella mia discoteca un posto speciale a fianco di Bob Seger Live Bullet, Bruce Springsteen Winterland 78, Lou Reed RnR Animal, Little Feat Waiting For Columbus.
Di più c’è solo vederlo dal vivo. Esserci. E anche qui alla periferia dell’impero non siamo più esclusi.

lunedì 15 febbraio 2010

Bob Seger blue collar rock


Bob Seger è l’unico rock & roller degli anni settanta a competere seriamente con Bruce Springsteen e con i Rolling Stones per voce, potenza e bellezza delle canzoni.
Nato nel Michigan nel 1945, non era neppure maggiorenne quando cominciò a suonare nel giro delle bande professioniste di Detroit - the Motor Town - la città della Motown e dei futuri Stooges ed MC5.
Fu a metà degli anni sessanta che Seger incontrò il suo mentore Punch Andrews che gli propose di scrivere un pezzo per una band di nome Underdogs. Il pezzo non ebbe successo ma Seger decise di ri-registrarlo egli stesso: il singolo si chiamava East Side Story e fece il numero 3 nelle classifiche di vendita locali di Detroit. Punch divenne il suo manager e Seger incise altri singoli, fra cui una Heavy Music che risultò il singolo più venduto in città nel 1967.
Seger a Detroit era già un local hero con il suo rock & roll viscerale che ne faceva un rocker della classe operaia, dei truck drivers, della workin' class. Non a caso uno dei mezzi più diffusi per vendere i suoi dischi fu rappresentato a lungo dalle cassette stereo 8, quelle cartucce che si infilavano nelle autoradio delle auto e dei camion americani.
Va dato atto a Seger che la sua musica fu sempre il rock & roll e che non si sarebbe mai piegato a diluire con il country le proprie canzoni per compiacere il suo pubblico.

Su consiglio di Punch, Seger mise assieme una band chiamata Bob Seger System che fra il 1969 ed il 1970 registrò tre album per la Capitol Records, tutti di successo nell’area di Detroit. I tre album si intitolano Ramblin’ Gambin’ Man, Noah e Mongrel e non ho mai avuto la fortuna di ascoltarli, con l’eccezione naturalmente di Ramblin' Gamblin' Man la canzone che fu il suo primo successo nazionale facendo il numero 17 nelle classifiche dei 45 giri ed entrando in pianta stabile nel suo repertorio futuro.
Frustrato dal non essere riuscito a bissare questo successo nel 1971, dopo un album acustico intitolato Brand New Morning Seger lasciò la Capitol per incidere con una etichetta creata allo scopo dal suo manager Punch Andrews, la Palladium che riuscì ad avere un contratto di distribuzione dalla Reprise.
Per la Palladium Seger registrò un ottimo ruvido selvaggio album di rock & roll americano inzuppato nelle Gibson elettriche e nel soul della motor town, sostenuto da un groove alla Little Richard e da una sporca roca e robusta voce. L’album si intitolava Smokin OP’s, che in gergo significa fumarsi le sigarette degli altri, metafora del fatto che si trattava di un album composto da nove effervescenti cover, suddivise fra rock & roll e ballate, da Who Do You Love di Bo Diddley e Love The One You’re With di Stephen Stills a If You Were A Carpenter del delicato Tim Hardin e Hummin’ Bird di Leon Russel. Ancora lo sfrenato rock & roll di Let It Rock di Chuck Berry (l’artista al quale, assieme a Van Morrison, Bob Seger deve di più in fatto di ispirazione), Turn On Your Love Light (lo stesso R&B che Pig Pen cantava con i Grateful Dead), una Someday, ballata di proprio conio che anticipava la vena romantica del futuro, ed un remake del proprio vecchio successo di Detroit di Heavy Music.
Il disco centra l’obbiettivo di testimoniare il torrido e leggendario suono live di Seger, un rock robusto delle chitarre in questa occasione colorato anche dalle note liquide di un Hammond in forte evidenza nel missaggio e da una sezione ritmica rinforzata da tre percussionisti.
Smoking OPs è a tutt’oggi uno dei capolavori di Seger e del rock di Detroit.


Nel 1973 l’album fu bissato da un Back In ’72 che proponeva una più forte quota di pezzi firmati da Seger stesso. Back In 72 è un disco prodotto con poco mestriere ma con un concentrato di rock al 100%. Una robusta band, che comprende cori soul femminili e persino la ben evidente chitarra di JJ Cale, apre con una versione di Midnight Rambler degli Allman Brothers Band, tanto per chiarire subito di che pasta sia fatto il disco.
Poi la ballata romantica di So I Wrote You A Song, in una alternanza rock & roll e lenti che sarebbe diventato il marchio di fabbrica dei dischi di Seger.
Stealer di Paul Rodgers e Andy Fraser per accendere il soul, e poi Rosalie, un pezzo 100% Rolling Stones alla Jumpin’ Jack Flash.
Turn The Pages è una delle coinvolgenti ballate che sarebbero entrate a far parte del repertorio di Bob, sottolineata da un sax lancinante. Una storia on the road che descrive la vita ad alta gradazione rock di una band come quella di Seger:

“sulla lunga e solitaria strada ad est di Omaha
ascolti i motori cantare la loro vecchia canzone
e pensi alla donna o alla ragazza che hai conosciuto la sera prima
ma i tuoi pensieri si perdono presto
quando viaggi da 16 ore
e non hai più molta voglia di viaggiare…
eccomi qui, di nuovo sulla strada
e rieccomi sul palco
rieccomi a far la star ancora una volta
rieccomi a girare pagina…

entri in un ristorante che trovi sulla strada
e senti gli occhi su di te mentre ancora tremi dal freddo
fai finta che non ti dia fastidio, ma hai voglia di esplodere
i soliti vecchi cliché
è un uomo o è una donna?
e loro sono sempre in troppi
per reagire…
e poi rieccomi, di nuovo sulla strada
ed eccomi sul palco
rieccomi a far la star ancora una volta
rieccomi a girare pagina…

…più tardi nella notte
ancora sveglio nel tuo letto
con gli amplificatori che ti ronzano nelle orecchie
fumi l’ultima sigaretta del giorno
e ripensi a quello che lei ti ha detto…”

Poi ancora uno splendido rock & roll, Back In 72, ed una energica cover soul di Van Morrison, I’ve Been Working. Un album splendido che da pieno gas al motore.

Nel 1974 è il turno di Seven, ancora rock e ballate con Get Out Of Denver, un rock & roll alla Chuck Berry che diventerà uno standard delle garage band, e UMC (Upper Middle Class) un altro successo locale. Bob Seger è un eroe locale e tutti nel Michigan conoscono i suoi show mentre nel resto degli USA è solo uno che ha avuto un singolo di successo anni prima.


Punch gli consiglia di mettere assieme una band alla nitroglicerina: la Silver Bullet Band, un gruppo chitarra basso batteria sax che darebbe filo da torcere alla E Street Band.
Più rudi, più rock, più truck drivers e meno dylaniani dei ragazzi del New Jersey. Bob Seger & The Silver Bullet Band firmano di nuova per una major, la Capitol Records, e si mettono al lavoro per l’album dell’assalto finale. Anche se Bob preferirà comunque registrarne gran parte usando invece della sua potente band i session man del Muscle Shoals Rhythm Section, limitando ai suoi la registrazione di una incredibilmente potente Nutbush City Limits, mentre tutto il resto suonerà più morbido e radiofonico.
Beautiful Loser è una ballate veloce destinata a diventare leggendaria

“Vuole sognare come un giovane
ed essere saggio come un vecchio
vuole essere a casa e sicuro
e vivere come un marinaio nel mare…
bellissimo perdente
dove cadrai?
quando capirai che non si può avere tutto?”

Black Night è un rock potente, Katmandu un pezzo che è impossibile non ballare, Jody Girl una grande ballata romantica. Travelin’ Man un altro dei futuri classici di Seger. Nutbush City Limits, di Tina Turner, dimostra che i Silver Bullet sono la band più rock in città. Ed è proprio in città, a Detroit, che Bob Seger & The Silver Bullet Band sono gli eroi più popolari, mentre negli USA l’album sfiora solo la 43esima posizione in classifica.

È l’ora di testimoniare che nessuna band suona come la Silver Bullet Band, e Seger convince la Capitol a stampare un doppio album dal vivo con lo show registrato il 4 e 5 settembre 1975 alla Cobo Hall di Detroit.

“Ho letto su Rolling Stones che Detroit è il miglior pubblico rock & roll del mondo. Merda! Io lo so da dieci anni!!!”

Live Bullet è uno dei più caldi e coinvolgenti album rock & roll di tutti i tempi, diviso in una prima parte che comprende tutte le grandi canzoni di Seger, ed una seconda che è in pratica un unico, interminabile medley alla Chuck Berry composto da Ramblin' Gamblin' Man > Heavy Music > Katmandu > Lookin' Back > Get out of Denver > Let It Rock. Qualche cosa che non riuscirà ad eguagliare neanche la E Street band del Detroit Medley. Gli Stati Uniti si accorgono di questo capolavoro del rock & roll e il disco comincia a vendere bene, anche se Seger racconta una sera la band suonò per un pubblico di 80.000 persona a Detroit, mentre la sera successiva a Chicago non se ne contavano neanche di mille.
Comprendendo che il proprio momento stava arrivando Seger entrò di nuovo in sala di registrazione con alcune delle migliori canzoni di sempre. La splendida ballata up-tempo di Night Moves, Rock & Roll Never Forgets, Sunspot Baby e la ballata radiofonica di Mainstreet. Tutti i pezzi andarono in radio ed in classifica, e l’album Night Moves vendette sei milioni di copie facendo di Seger l’eroe nazionale del rock & roll. Non solo: il suo successo si trascinò in classifica Live Bullet, che arrivò a cinque milioni di copie, cinque dischi di platino che ne fecero uno dei dieci album live più venduti di tempi, e persino Beautiful Loser che arrivò a due milioni di copie vendute.
Anche se era il primo disco a riportare in copertina la dicitura Bob Seger & The Silver Bullet Band, per metà era ancora registrato con la MSRS, per lo scorno dei suoi. Inoltre il disco, per quanto ottimo, è un po’ più morbido e radiofonico del suono che la Silver Bullet Band era in grado di generare, ed ascoltato con le orecchie di oggi il missaggio manca un po’ di evidenza nella sezione ritmica. L’album è piuttosto corto, nove canzoni per una mezzoretta, e Seger entrò subito in studio per dargli un seguito, molto simile ed altrettanto bello, Stranger In Town del 1978, con Hollywood Nights, Still The Same, Old Time Rock and Roll, Till It Shines, Ain’t Got No Money, We’ve Got Tonight, Brave Strangers e The Final Famous Scene. Un fasto, le canzoni migliori di Bob, anche se ancora una volta un po’ lucidate ed ammorbidite per la radio, ed infatti di nuovo un enorme successo di classifica.

Per il pubblico Seger è il nome nuovo, ma per l’artista i dischi sulle spalle sono più di dieci ed ora che la tensione di sfondare si è allentata la fatica comincia a farsi sentire.
Da questo momento il meglio dell’eroe del blue collar rock sarà dietro le spalle.

Ci vogliono due anni per un nuovo disco, che arriva sul mercato con una grande copertina e con una forte attesa. Ci sono ancora canzoni molto buone, come la ballata di Against The Wind, il rock & roll Betty Lou's Gettin' Out Tonight, il rolling di Fire Lake, la ballata di You'll Accomp'ny Me. Però le cromature sono un po’ troppo lucidate ed il suono decisamente mainstrem. Infatti sarà il primo numero 1 della classifica di Bob Seger e l’album che scalza The Wall dei Pink Floyd.

Il successivo doppio Nine Tonight vorrà bissare l’energia di Live Bullet senza riuscirci (i lupi non sono più affamati), mentre il successivo The Distance del 1982 sarà prodotto da Jimmy Iovine con un suono decisamente troppo Eagles per i miei gusti. Ricordo che vendetti la mia copia dopo qualche ascolto.
Il chitarrista Drew Abbott aveva abbandonato, stanco dell’abitudine di Seger di dividersi fra Silver Bullet e MSRS, ed anche Seger avvertiva la stanchezza. Gli album successivi si faranno sempre più radi, e nonostante qualche buona ballata qua e la, saranno appesantiti da un troppo ricco sound anni ottanta, non senza qualche maledetto sintetizzatore.
Like A Rock sarà usato per una pubblicità televisiva della Chevy. I brani che ancora godo sono It’s You, Somewhere Tonight, The Fire Inside ed una grande cover di New Coat Of Paint di Tom Waits. Un po’ poco nell'arco di dieci anni.

Greatest Hits del 1994 sarà l’album più venduto della decade. C’è da segnalare una bella versione di C’est La Vie di Chuck Berry (la stessa canzone usata da Tarantino in Pulp Fiction per la danza di John Travolta ed Uma Thurman) e una ballata, In Your Time, dedicata al figlio.
It’s A Mystery del 1995 è pessimo e si salva sì e no solo By The River.
Dopo altri dieci anni esce Face The Promise che a Zambo è piaciuto ma in cui io non ho riconosciuto il grande rocker che amo di Smoking OPs, Back In 72 e Beautiful Loser.


discografia:

1968 : Ramblin' Gamblin' Man
1969 : Noah
1970 : Mongrel
1971 : Brand New Morning
1972 : Smokin' O.P.'s *****
1973 : Back in '72 ****
1974 : Seven ****
1975 : Beautiful Loser *****
1976 : Live Bullet *****(*)
1976 : Night Moves *****
1978 : Stranger In Town *****
1980 : Against The Wind ****
1981 : Nine Tonight
1982 : The Distance
1986 : Like A Rock
1991 : The Fire Inside
1994 : Greatest Hits
1995 : It's A Mistery
2003 : Greatest Hits 2
2006 : Face The Promise

domenica 7 febbraio 2010

Daniele Tenca > Blues For The Working Class



Un inizio d’anno ricco per i dischi made in italy, con i Barnetti Bros, Zagor di Romano Graziani e Blues For The Working Class di Daniele Tenca.
Momento ricco anche per Daniele, ex frontman dei milanesi Badlands (nome ispirato dalla canzone di Bruce Springsteen) che oltre al disco nuovo ha capitalizzato anche uno show al Light Of Day Benefit di New York City al fianco dei propri eroi.

Blues For The Working Class è, come suggerisce il titolo, un disco blues, o meglio: un disco bluesy, blues dell’anima con il ritmo pigro e la malinconia del bajou. Un boogie lento e sinuoso, dai toni spesso acustici, che ti ipnotizza e ti sintonizza su New Orleans.
È sorprendente il talento con cui Daniele ha messo assieme i testi, complessi e perfettamente incastrati nelle canzoni, tutte sue tranne due cover, entrambe dalle parti di Springsteen.
Cold Confort, che apre l’album aprendo il gas, sa di blues bianco del sud anni sessanta, dalle parti di Paul Butterfield Blues Band.
Il secondo pezzo, The Plant, è un affilato working blues acustico di sorprendente bellezza e con un cantato di grande talento, due minuti e quarantadue secondi che odorano di standard.
Flowers At The Gates ricorda invece lo swamp rock di Tony Joe White.
Il pezzo più familiare è ovviamente la cover di Eyes On The Prize, standard già ripreso da Springsteen nelle Seegers Sessions, che qui gode dell’aiuto delle voci piene di Cesare Basile e di Mario Severini (Gang) e del liquido suono di un bell’organo Hammond B3.
L’ “altro” pezzo di Springsteen è Factory da Darkness On The Edge Of Town a cui però tocca un arrangiamento da blues maledetto che richiama a sua volta un altro pezzo del Boss, A Night With The Jersey Devil.
Fra blues acustici e swamp rock un po’ laid-back, si fanno notare anche l’armonica di Andy J. Forest e la chitarra elettrica in This Working Day Will Be Fine.

Un disco blues italiano non è un articolo che la gente fa la coda per acquistare, ma il mio consiglio è di cercare di ascoltare almeno The Plant, ne vale la pena, ed Eyes On The Prize. Dal sito di Tenca potete scaricare gratuitamente il pezzo He’s Working, al momento l’unico in vendita su iTunes.

giovedì 4 febbraio 2010

The Lamb Lies Down On Broadway


Nel 1974 Peter Gabriel decise che il prossimo album dei Genesis sarebbe stato una rock opera. Sapete, quegli album concept popolari negli anni settanta che per la lunghezza di quattro facciate di LP raccontavano una unica omogenea storia. Furono classificate ‘rock opera’ S.F.Sorrow dei Pretty Things, come pure Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire) dei Kinks, e la rock opera più famosa di tutte fu Tommy degli Who (tutti lavori attorno al 1969) che replicarono nel 1973 con Quadrophenia.
Comunque Gabriel decise che aveva bisogno di creare un’opera che avesse anche un forte carattere teatrale. Tutta la musica dei Genesis aveva un’impronta teatrale, romantica, impressionistica, ma si era sviluppata sui binari del progressive sinfonico inglese. I tempi stavano cambiando, e molte delle menti più lucide del prog britannico stavano cercando di sintonizzarsi sulle nuove vibrazioni: Robert Fripp avrebbe sciolto i King Crimson per intraprendere 'the drive to 1981' che lo avrebbe portato ai Discipline; Peter Hammill inventava i Sex Pistols con il suo alter ego Rikki Nadir in Nadir’s Big Chance. Gabriel era inquieto; dopo aver raggiunto il successo di classifica con i Genesis di Selling England By The Pound, una lavoro ortodosso di prog di maniera, si era in qualche modo sentito separato dal resto della band, sia per motivi familiari che lo avevano tenuto per qualche tempo lontano dal lavoro, sia per un’irrequietezza personale sul proprio futuro, che gli aveva fatto considerare persino un futuro da attore. Tornato al lavoro aveva deciso di dover realizzare un’opera che fosse metafora del proprio disagio e l’occasione di portare sul palco un grande spettacolo che rappresentasse il vertice di quello che i Genesis avevano creato sino ad allora. Gli altri quattro stavano già lavorando su un progetto proprio, una versione in musica del Piccolo Principe e Gabriel dovette convincerli persino a riciclare nella nuova idea le musiche già scritte. Il gruppo andò in ritiro alla Headley Orange House e sotto pressione per l’ambizione del progetto, il lavoro fu gestito con compiti piuttosto divisi: da una parte Hackett, Rutheford, Banks e Collins scrivevano e registravano le musiche, mentre in una stanza isolata Gabriel scriveva i testi che raccontano della improbabile storia di un teen-ager portoricano, Rael, che precipita nel sottosuolo per affrontare una serie di incontri psichedelici che dovrebbero essere una ermetica metafora dello stato del cantante.
A dispetto delle premesse il risultato sarebbe stato esaltante. The Lamb Lies Down On Broadway risulterà essere un asciutto e minimale scrigno di invenzioni sonore e musicali, una sequenza ininterrotta di brevi musiche di grande bellezza. Nell’interpretazione di Rael, Gabriel che supera sé stesso nel cantato, con una variazione timbrica ed una recitazione da fare invidia a Roger Daltrey. Cosa significhino i testi delle canzoni personalmente non l’ho mai capito, ma come in ogni lirica quello che conta di più è il suono delle parole e delle frasi che il loro stretto significato, e le frasi che sbucano dal disco sono stupende, come:
"and I’m hovering like a fly, waiting for the windshield on the freeway”
“ku klux klan serve hot soul food and the band plays in the mood”
“there’s Howard Hughes in blue suede shoes, smiling at the majorettes smoking Wiston cigarettes”
“the children play at home with needles and pins”
“cuckoo cocoon have I come too, too soon for you”
“I got sunshine in my stomach”
“the carpet crawlers heed their callers: we’ve got to get in to get out”… e così via.

Anche la band è al meglio, e abbandonato ogni barocchismo del passato Hackett ci da dentro con la chitarra elettrica, Banks passa da un’invenzione all’altra creando momenti di sublime bellezza, Rutheford e Collins supportano con una buona ritmica. La sequenza dei pezzi è incredibile, uno dei migliori lavori del rock inglese degli anni settanta.

Consegnati i nastri e stampato il disco, la band intraprenderà subito un tour mondiale portando lo spettacolo nei teatri. Anche se lo show fu replicato ben 102 volte ci sono testimonianze del fatto che Gabriel già dopo il secondo spettacolo confessò il suo desiderio di abbandonare la band alla fine del tour. Questo può suggerire l’atmosfera che si respirava all’interno del gruppo. Incredibilmente non fu mai ripreso un video dello show. Si racconta di un palco completamente nero e buio su cui venivano proiettate diapositive della storia e dove un Peter Gabriel in veste da Rael o con qualche complicato costume appariva improvvisamente in punti diversi, talvolta anche in più di uno con l’utilizzo di un manichino. Inutile dire che il pubblico era tutto con il front-man che percepiva come l’autore del lavoro - cosa che non era - e come il leader indiscutibile della band.
Il tour terminò all’inizio dell’estate del 1975. Nonostante qualche tentativo non fu mai realizzato alcun film sulla storia. Peter Gabriel forte della fama che si era creato con la band intraprese una carriera solista dove in realtà non raggiunse mai i risultati creativi precedenti, ma nel corso della quale i fan gli perdonarono anche lavori non entusiasmanti. In trentatré anni gli album saranno solo otto, nessuno catalogabile come capolavoro ma talvolta con qualche canzone memorabile. Gli altri quattro si riciclarono in un pop di classifica di forte successo ed ebbero talora anche momenti di qualche pregio, come il lavoro di Collins con la band jazz rock dei Brand X o la band di Steve Hackett con Mel Collins, Ian McDonald, John Wetton e Chester Thompson.

P.S.: se The Lamb non l'avete mai ascoltato, dategli una possibilità. È un disco che vale la pena di spolverare.