sabato 30 gennaio 2010

Initiation


La porta di ingresso alla casa di ogni musicista è necessariamente rappresentata per tutti dall'acquisto di un primo album. A volte si è trattato l'ultimo album uscito ed adocchiato in vetrina, a volte di un disco notoriamente di culto, o del consiglio di un amico o di un recensore fidato; o magari persino di un disco acquistato quasi per caso. A volte un amico che ci presta un disco da ascoltare a casa o ce ne fa una copia (soprattutto ai tempi delle C90).

La prima volta che ho "visto" Van Morrison è stato al cinema, ospite di The Band a suonare una indiavolata Caravan con quella gambetta che scalciava per aria. Si poteva non amarlo? La sequenza di acquisto che ne seguì fu The Last Waltz, poi Wavelenght (il suo album del momento che mi sembrò bellissimo) e subito dopo il doppio live It's Too Late To Stop Now alla ricerca di una verisone di Caravan ancora più lunga. Ero allora studente e la decisione di fare un acquisto non era banale come può esserlo oggi.

È facile innamorarsi del disco che per primo ci fa conoscere un grande artista, anche se poi salta fuori che è tutt'altro il migliore della sua carriera. Senza aver sentito di meglio, gli elementi di fascino per noi ancora inediti ci irretiscono senza possibilità di confronto e spesso ci lasciano un debole per un lavoro che gli altri non giudicano con la stessa benevolenza. Il mio primo disco dei Byrds fu, per motivi anagrafici, McGuinn Clark and Hillman del 1978. È un disco mieloso e senza spina dorsale, ma io non conoscevo quelle armonie vocali e quel jingle jangle e mi affascinò. Almeno fino a che non ebbi modo di ascoltare i Byrds veri, passando prima per i dischi di Roger McGuinn via Tom Petty & The Heartbreakers.
Dylan è sempre stato un pezzo da novanta, ma non tutti i rocker anglofili degli anni settanta ne avevano fatto un mito. Conoscevo naturalmente le sue canzoni più famose, ed avevo sentito Before The Flood e Hurricane. Ma il giorno che Dylan divenne un artista mio fu quando uscì, comprai, portai e casa e misi sul piatto Street Legal, con quella fighissima copertina. Da allora divenni fan di zio Bob. Scoprire l’opus magnum del suo lavoro e l’incredibile songbook rappresentato dai suoi dischi degli anni sessanta fu un'opera che venne molto tempo dopo, con grande attenzione e grande piacere.
Non è detto che l'amore sia sempre a prima vista. Io avrei da confessare più di un artista che sarebbe diventato uno dei miei cult, ma che all'inizio mi lasciò indifferente. Per esempio, Murder Ballads di Nick Cave non mi convinse. Oggi amo quell'uomo. Dei Phish, una delle mie band preferite degli utimi quindici anni, misi in vendita il doppio A Live One, perché non mi ci riuscivo a sintonizzare. Lasciai registrato da qualche parte i brani Stash e Gumbo, e quando tempo dopo riascoltandoli mi misi a ballare, dovetti riacquistare non solo il Live ma anche tutti i dischi di studio che i quattro avevano dato alle stampe fino a quel momento.

Avrei anche delle storie di grandi album scoperti per caso: Tom Petty & Heartbreakers per la copertina (in realtà avevo letto la recensione di Fabio Nosotti); Graham Parker & The Rumors Heat Treatment; Metro (con Duncan Brown); Meat Loaf (ma è un grande album? temo non più); Mink DeVille Return To Magenta... fra quelli che ricordo.

Rispondere alla richiesta di fare il nome di un disco di un artista non è difficile: di solito consigliamo il nostro preferito; a volte quello che è universalmente giudicato una pietra miliare; a volte di vecchie band quello che ha resistito meglio all'usura del tempo. Se un ragazzo mi chiedesse che disco acquistare dei Beatles consiglierei senza troppe esitazioni il grande Abbey Road, il più "moderno" dei loro dischi (ok, sto barando, lo consiglierei anche perché è comunque il mio preferito, e guarda caso il primo dei loro dischi che ho acquistato).
A volte consigliamo soppesando il gusto musicale di chi domanda. Per esempio dei Pink Floyd potrei rispondere Piper At The Gates, o Ummagumma, o Atom Heart Mother o Wish You Were Here a seconda di chi mi chiede il consiglio.

Ci sono artisti di cui esiste a furor di popolo un capolavoro, altri che non è così facile mettere a fuoco con un solo disco. Per esempio, se dei Traffic ascolti John Barleycorn hai sentito il meglio del meglio. Ma Bob Dylan, mica lo puoi liquidare, né tanto meno comprendere nello spazio di un solo vinile. È ben vero che esistono le antologie, ma una raccolta dei greatest hits non è mai al livello di un album fatto e finito, a meno che non stiamo parlando di qualche poppettaro a basso peso specifico. Magari si può fare un’eccezione per uno di quei box della Rhino, tipo Los Lobos, Little Feat, Weather Report. Ma il disco vero è un’altra cosa.
Ci sono grande artisti dalla lunga storia discografica di cui esiste comunque un punto di ingresso privilegiato, come Live Dead per i Grateful Dead o Live Bullet per Bob Seger o The River per Bruce Springsteen. Ma con Dylan, Phish, Dave Matthews Band, Peter Hammill, Todd Rundgren per esempio, come la mettiamo?

Per questo mi sono inventato una nuova rubrica dal titolo Initiation, inziazione. Il punto di ingresso per artisti ad alto peso specifico di cui volevate domandare ma che non avete mai avuto il coraggio di fare. Prossimamente sul nostro blog. Si accettano richeste.

E già che siamo qui, nei commenti volete lasciare qualcuno dei primi album dei vostri musicisti preferiti?

martedì 26 gennaio 2010

La Rossa


…la tua vicinanza ed il tuo profumo, La Rossa dalla testa ai piedi

io non so quello che dico
, ma penso che tu lo capisca

presto il muro della diga cederà, presto l'acqua scorrerà

La Rossa, mi conosci, tu mi leggi come se io fossi trasparente

anche se so che non te la posso fare in nessun modo ...

anche se significa che metterai fine la mia storia

scambierei tutti i discorsi intelligenti, gli scherzi, il fumo e le battute,
tutte le conversazioni di mezzanotte, l'amicizia, tutte le parole e tutti i viaggi

per il calore del tuo corpo, 
il tocco più vivo delle tue labbra.



Prendimi, prendimi adesso e stringimi forte

fino in fondo all'oceano del tuo corpo

lasciami come un relitto sulla riva,

e lasciami li disteso per sempre

Annegami, annegami e portami sotto

fino alla tua nuda fame

sacrificami all'altare della notte

dammi la vita!

(Peter Hammill)


Well, brunettes are fine, man

Blondes are fun

But, when it comes to getting the dirty job done,

I'll take a red-headed woman, a red-headed woman

It takes a red-headed woman to get a dirty job done



amico, le brunette sono belle

le bionde sono divertenti

ma quando il gioco si fa duro ci vuole una rossa...

(Bruce Springsteen)

ndr: nota come il doppio senso di "to get a dirty job done" sia reso dal doppio senso di "quando il gioco si fa duro" ;-)

domenica 24 gennaio 2010

Peter Hammill > Over


Dopo Boatman's Call di Nick Cave, un altro grande disco di un grande artista che canta il dolore di un grande amore che finisce. Anno 1977, il disco è Over, “finito”, l'artista è Peter Hammill, un musicista che c'è chi considera il genio musicale del XX secolo. La storia: Alice, la compagna di sette anni, lo ha lasciato. Peter ci mette un po' ad elaborare il lutto, scrive un paio di canzoni che finiscono su un disco della sua band, i Van Der Graaf Generator: La Rossa (un riferimento alla regina rossa di cuore di Alice nel paese delle meraviglie, forse la stessa Alice in un gioco di specchi) e My Room (Waiting For Wonderland), nella mia stanza aspettando il paese delle meraviglie. Quando la tensione si allenta Peter decide che è il momento di dedicare un intero disco al suo amore perduto. Un disco di musica che sarà più semplice ed accessibile di tutto quanto ha composto fino ad ora, di testi che rinunciano alla metafora ed al gioco di parole per cantare in parole lineari quello che è accaduto al suo cuore.

Lo stile di Peter Hammill è lirico e questo disco è melodrammatico, lasciando fluire i sentimenti forti come la musica di un'orchestra, realizzando in questo senso il lavoro perfetto in cui realizzarsi.


Il brano di apertura, come spesso accade nei dischi di PH, è differente da tutto il resto, un rock elettrico che potrebbe essere tratto dal precedente, punk, Nadir’s Big Chance. Crying Wolf, gridare al lupo.

“Piangere come se il dolore dovesse essere un piacere

piangere come se la rabbia dovesse essere vendetta

piangere come se il dolore fosse un tesoro

ed il tuo tesoro ti ha trovato, alla fine”


Autumn bara, perché parla del dolore di essere abbandonato dai figli, nell'autunno della vita, ben lontano dall'età del Peter Hammill di allora.

“Così eccoci qui soli, i figli sono cresciuti e sono andati via

a vivere la loro vita, dicono

mi sembra tutto così strano

ora siamo rimasti in una casa vuota

dal nido tutti gli uccelli sono volati in cieli stranieri

noi siamo messi da parte, non serviamo più

dopo aver dato ai nostri figli la nostra giovinezza e tutta la nostra vita

ci abbiamo provato

mi domando quanto tempo passerà prima che

questa canzone sia cantata dai nostri figli e dalle nostre figlie”

Una tensione sonora altissima, per una voce che gioca fra toni bassi e acuti su un tappeto di pianoforte e di orchestra.


Time Heals, il tempo guarisce, è un bellissimo pezzo di piano su un tema musicale che varia lungo il cantato.

“La prima volta che l'ho vista mi sono detto 'scommetto che è lei'

stavo parlando da solo, al solito

col passare del tempo i nostri passi si sono intrecciati, le linee non scritte

e ho cercato un modo di tenere tutto al sicuro

nella commedia - che produzione!

nei giorni sempre più dentro

mi tieni stretto ma mi allontani

lontano da te - divento un martire

perché il dolore e l'amore vanno mano nella mano

e mano nella mano vai tu con il tuo amico

tu sei sua e io sono tuo non ne posso evadere”


Alice (letting go) è un brano, per chitarra, estremamente sincero e lineare. Documentaristico. Puoi vedere PH mentre ne scrive i testi.

“A cosa servono le canzoni in ogni caso?

non sono che esercizi in solitudine

avrei dovuto essere pronto ad oggi

ho sempre pregato che tu non te ne andassi

ed immagino di aver sempre saputo che lo avresti fatto”


This Side Of The Looking-Glass è la realizzazione del disco e forse dell'intero PH come artista. È un melodramma cantato con tutta l'energia espressiva della voce accompagnato solo da una orchestra tempestosa. Il titolo è un richiamo al secondo libro di Alice di Lewis Carroll.

"le stelle nel cielo brillano ancora su di me

come sarebbero da amare se tu fossi con me

ma tu hai attraversato lo specchio

e mi hai lasciato solo a passare queste notti

sono perso, sono instupidito, sono cieco

sono ubriaco di tristezza, annegato dalla follia

l'onda mi travolge, lo specchio mi respinge

l'eco della tua risata attraversa lo specchio

ed io sono solo

nessuna amicizia, nessun conforto, nessun futuro, nessuna casa

il passato si ferma con me

tu sei tutto l'amore che io abbia mai conosciuto

e senza di te io non sono altro che vuoto e silenzioso

rifletto (su) quello che ho perso

ti ho lasciata scappare troppo presto

riesci a sentirmi? questa è la mia canzone

sto morendo; te ne sei andata"


Betrayed è una ballata per chitarra e violino dai toni “non credo più nulla al mondo”. On Tuesdays She Used To Do Yoga, di martedì lei faceva yoga, un pezzo cupo per chitarra con la voce in eco; Lost And Found, oggetti smarriti è il brano che chiude Over con una melodia dolce e, come dice PH, con una nota di spirito.

“Sono libero alla fine

sono innamorato alla fine

sono agli oggetti smarriti”


(metti il tuo vestito rosso bambina, perché stasera usciamo

metti le scarpe con il tacco alto, questa sera andrà tutto bene)

martedì 19 gennaio 2010

Nick Cave & The Bad Seeds > The Boatman's Call


Lo confesso: con Nick Cave non è stato per me un amore a prima vista. Gli ho ronzato attorno a lungo, sospettoso, forse per un malinteso preconcetto: a vederlo Nick mi era parso una sorta di Willy DeVille, ma naturalmente non lo era, e dunque… Ricordo addirittura di aver polemizzato su un suo disco, Murder Ballads, che mi era parso troppo plasticoso. Ma quando uscì The Boatman's Call, nel 1997, non ci fu più storia: fu amore vero, per il disco che è diventato uno dei miei dischi "dell'isola deserta", e per il grande Nick Cave. Forse perché in quel disco non c'erano più trucchi: Nick soffriva per la fine di una grande storia d'amore, e in quelle canzoni mostrava il suo cuore e la sua sofferenza senza filtri, senza cerone, senza altri scopi che quello di cantare l'ancestrale canto dell'anima.

The Boatman's Call è un disco semplice, essenziale, immediato. Suonato acustico, al pianoforte, con arrangiamenti minimi e con la rara partecipazione della band. Un disco lirico, rassegnato ed ovviamente immensamente malinconico. Le note si riducono a pochi tocchi sui tasti bianchi e neri del piano, una sorta di malinconica cantilena, i testi, sempre letterari nella tradizione di Nick, più immediati e senza metafore.

Io non credo in un Dio interventista
ma se lo facessi dolcezza mi metterei sulle ginocchia
e gli chiederei di non intervenire su di te
di non toccare un capello della tua testa
di lasciarti come sei
e se proprio sentisse di dover dirigerti
di dirigerti fra le mie braccia

Non ci sono filler: le dodici classiche canzoni del disco sono tutte parti dolcissime del canto dolente ma al tempo rassegnato e malinconico di un cuore spezzato.

In People Ain't No Good, la gente non è buona, Nick chiede all'amante perduta di mandare una dozzina di gigli bianchi al loro amore defunto.

Nella liturgica Bropton's Oratory canta:
"vorrei anch'io essere fatto di pietra / nessun Dio nel cielo, nessun diavolo nel mare poteva mettermi in ginocchio come hai fatto tu";
bissata da There Is A Kingdom:
"come un uccello che canta al sole in un'alba così buia, altrettanto forte è il mio amore per te".

Canzoni in cui l'amore sacro e l'amore profano sembra confondersi in delirio.
(Are You) The One I've Been Waiting For, dolente nella sua magnifica orecchiabilità: "c'era un uomo che diceva cose meravigliose, anche se non l'ho mai incontrato / disse chi cerca trova, bussate e vi sarà aperto. / Sei tu quella che ho sempre atteso?"

Where Do We Go Now But Nowhere, "dove andiamo adesso se non da nessuna parte", è la mia canzone preferita, un cupo lento che la potenza delle sole parole è sufficiente a far sembrare un carnevale caraibico. Il ricordo di un carnevale a New Orleans:

"In un albergo coloniale abbiamo scopato fino all'alba,
e poi fino a notte ancora,
il sole sorge e tramonta,
ruotando all'infinito senza andare da nessuna parte;
la gattina che giocava e mi faceva le fusa in grembo
ora mi graffia sul viso con le unghie di un orso,
ti porgo l'altra guancia e tu la colpisci…"

West Country Girl è uno splendido country notturno e depresso.

Black Air è cantata solo su un harmonium, come una confessione:
"l'altra notte i miei baci sono andati a dei capelli neri / nel mio letto, la mia amante, i suoi capelli avevano il nero della mezzanotte / e il suo mistero stava nei capelli neri / ed i suoi capelli neri incorniciavano un viso felice fatto a cuore".

Idiot Prayer è scandita dal ritmo cupo di una batteria:
"mi stanno portando giù, amica mia,
e mentre mi conducono verso la mia fine devo dirti adieau?
O ti rivedrò presto?
Se quello che dicono è vero ci reincontreremo presto, io e te.
Questa preghiera è per te, amore mio, spedita sulle ali di una colomba.
Una preghiera idiota di parole vuote,
l'amore è cosa per gli uccelli,
noi abbiamo quello che ci meritiamo, mia piccola colomba di neve,
stanne pur certa".

Far From Me si consuma sulle note di un organo che suona più gioioso del testo:
"per te sono nato e per te sono cresciuto / per te ho vissuto e per te morirò / per te sto morendo adesso perché tu eri la mia piccola e pazza amante / in un mondo dove ognuno fotte l'altro tu sei così lontana da me".

L'album si chiude con Green Eyes, un brano nero come la pece, giocato su un piano ubriaco, una chitarra messicana ed una fisarmonica:
"baciami ancora / baciami ancora e baciami / infila le tue mani fredde sotto la mia camicia / a questo vecchio stronzo inutile con la sua figa scintillante non importa di farsi male / occhi verdi, occhi verdi".

Da allora io e Nick siamo così, ed ho imparato ad amare il suo romantico punk di prima e le sue canzoni letterarie di poi. Ma il mio disco preferito è sempre rimasto il cupo, tragico e rassegnato richiamo del barcaiolo.

domenica 17 gennaio 2010

Peter Hammill > This Side Of The Looking Glass


le stelle nel cielo brillano ancora su di me
come sarebbero da amare se tu fossi con me
ma tu hai attraversato lo specchio
e mi hai lasciato solo a passare queste notti

sono perso, sono instupidito, sono cieco
sono ubriaco di tristezza, annegato dalla follia
l'onda mi travolge, lo specchio mi respinge
l'eco della tua risata attraversa lo specchio
ed io sono solo

nessuna amicizia, nessun conforto, nessun futuro, nessuna casa
il passato si ferma con me
tu sei tutto l'amore che io abbia mai conosciuto
e senza di te io non sono altro che vuoto e silenzioso
rifletto (su) quello che ho perso
ti ho lasciata scappare troppo presto

riesci a sentirmi? questa è la mia canzone
sto morendo; te ne sei andata

(Peter Hammill 1977)

venerdì 15 gennaio 2010

Chris Rea > The Mention Of Your Name


il tempo passa, e ogni lacrima asciuga
e le notti da solo diventano stranamente accettate
e mentre gli anni passano, come dice la vecchia canzone
il dolore con il tempo se ne va, non può durare per sempre
ma poi un amico da stupido fa il tuo nome

giorni di sole, notti ebbre
tu che sorridi e mi dici che va tutto bene
com'è fredda, fredda la pioggia a sentir nominare il tuo nome
perdonami per favore
se stringo le spalle per non mettere a disagio gli amici
non è che invecchiando sia diventato più freddo
sono diventato bravo a nascondere
quello che sento senza confidarmi
ma è sempre lo stesso
quando sento fare il tuo nome

(Chris Rea, 1991)

mercoledì 13 gennaio 2010

Nick Cave > People Ain't No Good


la gente non è buona
questo si sa
puoi guardare dove vuoi: la gente non è buona

ci sposammo sotto i ciliegi
ci votammo l'un l'altro sotto i fiori
mentre i fiori scendevano
per la strada e per i campi

manda al nostro amore dodici gigli bianchi
manda al nostro amore una bara di legno

rispedisci al nostro amore tutte le lettere
una valentina di sangue
lascia piangere sul nostro amore tutti gli amanti abbandonati
che la gente non è affatto buona

non credo che siano cattivi nel cuore
possono confortarti, ci provano persino
ti curano quando sei ammalato
ti seppelliscono quando sei morto
ti starebbero vicini se potessero
ma sono balle
la gente non è buona

(Nick Cave 1997)

Kick Out The Jams


Ho visto il box degli show del Beacon Theatre del quarantesimo anniversario degli Allman Brothers Band. È di legno come una bara e costa 600 euro. Uno stipendio. E allora mi domando se a volte non veneriamo il tipo di persona sbagliato.

Dice bene Mauro Zambellini: “il rock dovrebbe essere venduto a prezzi popolari… (oggi) sembra divenuto un genere per liberi professionisti affermati”.

E allora vorrei che metteste sul piatto il grande Kick Out The Jams degli MC5 di Detroit ed ascoltaste ancora una volta l’infuocata introduzione a Ramblin On Rose:

"Brothers and sisters, I wanna hear of revolution out there. Brohers and sisters, the time has come for each and everyone of you to decide whether you are gonna be the problem or whether you are gonna be the solution. You must choose brothers. It takes five seconds to realize that it is time to move, it's time to get down with it. Are you ready to testify ? I give you a testimonium: The MC5!"

lunedì 11 gennaio 2010

Chris Rea > Tell Me There's A Heaven


La ragazzina mi ha chiesto:
“cosa sono quelle cose che vedo ogni sera
quando torno a casa da scuola
e mamma mi chiama per il te;
ogni notte un bambino muore
ogni notte una mamma piange
perché certi uomini fanno ciò che fanno
rendere le persone nere e tristi;
il nonno dice che sono felici ora
siedono con Dio in Paradiso…

…dimmi che c’è un cielo, dimmi che è vero
dimmi che c’è una ragione per quello che vedo
dimmi che c’è un cielo dove tutta quella gente va
dimmi che adesso sono felici,
papà dimmelo”

così le dico che è vero
che c’è un posto per me e te
dove i bimbi affamati sorridono e dicono che non vorrebbero che le cose andassero diversamente

ditemi che c'è un cielo
non ditelo a quella ragazzina
ditelo a me
ditemi che c’è un cielo

(Chris Rea 1989)

sabato 9 gennaio 2010

Radio Libere


Fino al 1976 in Italia non esistevano emittenti radio in alternativa alla RAI. Per una volta tanto non era una singolarità nostra: il recente film I Love Radio Rock racconta proprio la storia di Radio Caroline, una emittente “pirata” che per trasmettere sul suolo britannico (la patria del liberalismo) doveva farlo da una nave fuori dalle acque territoriali.
Quando le stazioni radio furono liberate dalla Corte Costituzionale nacquero come funghi migliaia di emittenti in ogni città e in ogni paese, con ai microfoni ogni sorta di entusiasti disk jockey, come è raccontato in un altro film, Radio Freccia. Le radio allora non si chiamavano ancora "private" ma Radio Libere e questo sottolinea bene la portata di quella che fu vissuta come una vera rivoluzione specialmente dagli amanti della musica rock (che poi allora erano tutti quanti i giovani). Eugenio Finardi, quando era qualcuno dedicò una bella canzone alle radio libere… “amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente…”

Posso dire: io c’ero. Nel 1976 avevo 18 anni, già una certa collezione di dischi d’importazione e diversi viaggi in Inghilterra alle spalle: un curriculum perfetto per condurre un programma ad una radio libera. Ricordo uno studio splendido (l’unico bello studio che avrei visto in una stazione radio) nell’attico di un hotel ai bordi della città. Mettevo i dischi e parlavo al microfono guardando dalla finestra le auto correre sulla strada. L’impressione era di parlare proprio alle persone su quelle auto. Usai diverse sigle musicali, le ricordo tutte: Hallogallo dei Neu! (per un programma che chiamavo infatti Hallogallo), Dizzy Lizzy dei Can, Expresso dei Gong, più tardi In Shades di Tom Waits e Green Onions dei Booker T & MGs.
Poi le radio divennero “private” e la cosa smise di essere bella e divertente.
Vivendo alla periferia dell’impero non ebbi mai l’opportunità di condurre un programma radio vero e serio, tipo Rai Stereonotte, ma presi l’abitudine di preparare cassette a tema agli amici come si trattasse di una trasmissione radio che chiamavo Classic Radio One, con sigle come Birdland o Grateful Dawg.

Magari per gioco in qualche post futuro di questo blog mi inventerò qualche scaletta per una trasmissione notturna: “Ore 21:30, buonasera a tutti, qui è Blue Bottazzi ai microfoni di Classic Radio One, per una serata di sana e solida musica rock…”

giovedì 7 gennaio 2010

Porcupine Tree > The Incident

I Porcupine Tree sono una band inglese degli anni novanta nata per gioco dalla fantasia di Steve Wilson (un ragazzo del '67 nato per caso anche lui nell'Inghilterra del sud). Nati all'inizio come "mitica" quanto "immaginaria" formazione psichedelica nella fantasia dello stesso Steve, iniziarono a prendere una forma sonora testimoniabile su cassette distribuite in modo amatoriale, fino ad arrivare al disco vero nel 1991 con On The Sunday Of Life e a diventare infine una band in carne ed ossa nel 1993 con l'arrivo del tastierista Richard Barbieri. La musica dell'immaginario della band si ispira ai Pink Floyd degli anni settanta, specie quelli elettrici di Wish You Were Here / Animals, ma molto anche alle band psichedeliche tedesche sul tipo di Can, Faust e Neu! Un po' per bravura, un po' per desiderio di un certo pubblico di questo tipo di musica (all'epoca quanto mai fuori moda) i PT ebbero un certo seguito anche e soprattutto in Italia, tanto che il primo (e unico?) disco dal vivo, Coma Divine, fu registrato in concerto al Club Frontiera di Roma nell'estate del 1977.

Per me la chiave di lettura della musica della band di Wilson e Barbieri è rimasto, almeno fino ad oggi, il Gioco: una musica di atmosfera e di un certo impatto emotivo perfetta nella maniera ma anche basata talvolta più sugli arrangiamenti che sulla sostanza, anche a causa del peccato originale di una logorrea che porta l'autore a produrre in continuazione dozzine e dozzine di pezzi, una gran quantità di album molto lunghi (non di rado doppi CD) oltre ad un imprecisato numero di progetti satellite. La stessa logorrea che è comune a molte successive band neo-prog che al confronto fanno impallidire l'accusa di arroganza sonora di band dell'epoca come EL&P e Yes.
Ma intendiamoci, io non definirei affatto progressive la musica dei Porcupine Tree, quanto piuttosto Art Rock, parente stretta delle emozioni sonore di band coeve come gli acclamati Radiohead, che richiamano spesso soprattutto nello stile delle voci, mentre ne rendono più complessa, profonda e colorata la partitura musicale.
Nella carriera dei PT non sono mancati i lavori da evidenziare, in una pioggia di ristampe, remix ed antologie. Per esempio il pinkfloydiano fantascientifico Stupid Deam; il delicato Lightbulb Sun che contiene due belle canzoni ispirate all'universo sonoro di Syd Barrett - How Is Your Life Today e She Moved On; il remix teutonico di Voyage 34; (al limite il doppio antologico Stars Die, The Delerium Years 91 97).

The Incident non si discosta dai lavori precedenti dei Porcupine Tree, ma in qualche modo ne sottolinea e ne esalta le caratteristiche sonore al punto da rappresentarne quasi una ricapitolazione del manifesto sonoro. Si tratta infatti di un doppio CD, dove il primo dischetto è costituito addirittura da una unica suite della bella lunghezza di un'ora ed un quarto, costituita da quattordici tracce sonore molto omogenee dove da una compatta trama sonora di fondo sorgono in continuazione intuizioni sonore, cori, belle chitarre elettriche ed acustiche, dolcetti sonori insomma che mai concedono uno sviluppo ed un climax finale. Un gioco niente affatto disprezzabile dove si rincorrono le occasioni di alzare le orecchie su deliziose scoperte e tracce di gioielli. In una di queste tracce, Time Flies, Steve si lascia andare all'autobiografia:

I was born in '67
the year of Sgt. Pepper
and Are You Experienced

Into a suburban heaven
yeah it should've been forever
it all seems to make so much sense

But after a while
you realize time flies
And the best thing that you can do
is take whatever comes to you

Per chi è insaziabile il secondo dischetto contiene un supplemento di quattro canzoni che aggiungono un po' di varietà al lavoro pur senza tradirne il suono.
Più da ascoltare che da giudicare questi Porcupine Tree. In ogni caso è forse il miglior disco di una delle migliori band Art Rock del decennio (scorso) assieme ai citati Radiohead.

PS: Steve Wilson non manca di fan autorevoli, se Mr. Fripp in persona lo ha incaricato del remix dei primi dischi dei suoi King Crimson per l'edizione del quarantesimo anniversario. E non si può dire che non abbia fatto un ottimo lavoro.

★ ★ ★ (buono)
Genere: Art Rock
Roadrunner, 2009
in breve: fantascientifico; forse il miglior album della formazione inglese

venerdì 1 gennaio 2010

best of 2009


Fuori concorso:

Tom Petty & The Heartbreakers The Live Anthology è un concentrato di 47 pezzi di puro rock dall'ultima grande rock band americana. Il rock come lo intendiamo noi e come piace a noi. Fuori concorso perché le incisioni partono dal 1980 e si fermano al 2007.

Il disco dell'anno:

Per quanti sforzi abbia fatto, per quanto abbia ascoltato e riascoltato, non ho un disco dell'anno. Ho molti dischi dell'anno tutti pari, tutti a quattro stelle. Il 2009 è stato un anno a quattro stelle.

Bob Dylan Together Through Life. "È bello che in un mondo che ha così deluso le aspettative, Dylan ci sia ancora". Il sound è quello del Neverending Tour che sta portando avanti da vent'anni. La band è un po' meglio, con ospiti del calibro di Mike Campbell e David Hildago.
Mi piace citare le parole di Mauro Zambellini: "...intenso e romantico, sporcato di fisarmoniche messicane, immediatezza folk e chitarre blues, un disco dolente e quasi sgangherato come i suoi attuali concerti, un lavoro di strada da parte di un artista che è l’essenza intrinseca del rock".
Ma quando invecchia zio Bob?

Black Crowes. Dopo il ritorno alla grande di Warpaint lo scorso anno, quest'anno ci danno dentro con due doppi dal vivo. Il primo Warpaint Live dal sapore dei Rolling Stones di Exiles. Il secondo Before The Frost… Until The Freeze proprio bello, west coast inizio anni settanta, The Band, Stephen Stills… l'unico limite può essere così tanta nostalgia.

Ian Hunter Man Overboard. L'ultimo alfiere del rock britannico, quello di Stones, Faces, Mott The Hoople, Bowie, in un disco particolarmente lucido di canzoni cantate con l'anima.

Gov't Mule By A Thread. Un disco di rock duro delle chitarre fra Led Zeppelin (senza la voce di Plant), Cream e ZZ Top. A tutto volume.

Dave Matthews Band Big Whiskey. Il concerto dell'anno, a Lucca, ed un disco da grande ritorno inferiore solo alle prestazioni della band in concerto, che nessun produttore riesce a testimoniare in studio.

Bruce Springsteen Working On A Dream. Ai fan del live show non è piaciuto, perché non c'è il sound della E Street Band qui dentro. Ma è un disco lirico, "…il canto, bucolico, dello stesso uomo che oggi si sente più vicino al tramonto che all'alba, si siede nel portico della sua casa colonica a Woodstock, guarda le stagioni passare, ricorda gli amici che non ci sono più e canta la malinconica gioia del tramonto". Un disco più da anni sessanta che duemila. Io lo sento mio.

Peter Hammill Thin Air. Un musicista spigoloso che rincorre l'arte con le proprie sofferte canzoni epiche e gotiche. Da amare.

Gong 2032. Il ritorno del free rock, con la formazione originale degli anni settanta.

le nomination:

Porcupine Tree The Incident. Art Rock allo stato dell'arte e probabilmente il capolavoro della formazione inglese.

George Thorogood The Dirty Dozen. Solo sei canzoni nuove per un rock blues solare con tutta l'energia dei giorni della new wave. Per chi ha nostalgia dei vecchi Destroyers ma anche, perché no, dei Clash.

Drive-By Truckers Live From Austin, Tx. Per gli amanti del suono del Buscadero, un disco di canzoni che sanno di Neil Young ma anche un po' di Lynyrd Skynyrd.

Willie Nile House Of A Thousand Guitars. Rock delicato e poetico da NYC.

Van Der Graaf Generator Live At The Paradiso. Un'altra iniezione di VDGG in concerto dopo il recente Real Time.

la canzone:

Il disco di quest'anno di Neil Young non è un capolavoro, ma sarebbe davvero un peccato non ascoltare la malinconica e dolcissima ballata di Light A Candle, una canzone che parla di preparaci a quando non ci saremo più.

la ristampa:

In The Court Of The Crimson King del 40° anniversario con tre o quattro incisioni mai sentite prima. Le ristampe del catalogo Island di Stomu Yamashta. La ristampa di Still di Pete Sinfield che, per chi non lo conosce, sa tanto di Nick Drake e un poco di Donovan.

rivista dell'anno:

Sono soddisfatto. Quest'anno mi sembra di aver fatto un buon lavoro.

fuori tempo massimo:

Madness The Liberty Of Norton Folgate. Un gran disco inglese, dedicato a Londra. Però l'ho scoperto solo nel 2010.

P.S: and the winner is:

Dave Matthews Band Europe 2009, 3 CD dal vivo registrati in concerto in Piazza Napoleone a Lucca. Uno show memorabile, uno dei migliori della band e uno dei grandi dischi dal vivo del rock. Aggiunto dopo tempo massimo perché stampato negli USA alla fine dell'anno e reperito da noi all'inizio del 2010. Ma si tratta pur sempre di un disco del 2009 e di un concerto datato 5 luglio 2009.


PS: tutti questi dischi sono stati recensiti sul blog. Basta cercarli.