domenica 29 novembre 2009

Dave Matthews Band > Big Whiskey And The Groo Grux King #2


Ho pubblicato questa recensione per la prima volta in luglio, ma rileggendola mi rendo conto di aver valorizzato il disco meno dei suoi meriti. Per fortuna sul web gli errori si possono correggere. Se me lo concedete vorrei ripresentarne la versione rivista e corretta:

Viviamo alla periferia dell’Impero. Quanti sono dalle nostre parti a conoscere le band di quel movimento che è nato e prosperato negli anni novanta negli USA suonando trecento sere all’anno nel giro dei college fino ad arrivare agli anfiteatri e che va sotto il nome di Groove? Band che sono arrivate ai vertici delle classifiche di vendita contando solo sul supporto di un pubblico conquistato sul campo e non attraverso i frivoli media, pallidi alias della stampa rock che fu: Dave Matthews Band, Phish, Blues Traveler, Gov’t Mule, la Sheryl Crow degli inizi, e band minori come .moe, Widespread Panic e String Cheese Incident...
A quanto ne so questo Big Whiskey & The Groo Grux King in Italia non è neppure stato stampato. Eppure si tratta di uno dei dischi più attesi e più minuziosamente assemblati di una delle più grandi band del panorama rock mondiale... anzi, come mi piace dire con un pizzico di scherzo, la seconda più grande band al mondo compresi i Rolling Stones (la prima sarebbero i Phish, compresi i Beatles)...
Il concerto di luglio a Lucca, il primo della DMB nel nostro paese, ha fatto ben capire a chi non li conosceva quale sia il potenziale offensivo della band in concerto. Band che ha sempre basato la propria potenza di fuoco sulle originali canzoni di Dave ma anche su una incontenibile sezione ritmica funky ed una grande gioia di suonare.
In studio i dischi hanno al contrario sofferto di un costante calo di ispirazione, dai capolavori di Under The Table And Dreaming (1994) e Before These Crowded Street (1998) prodotti da Steve Lillywhite. Nonostante il recente (2005) Stand Up sia risultato il disco più venduto dei ragazzi è anche indubbiamente il più debole ed annacquato, un dischetto scialbo di pop alla U2, banale negli arrangiamenti e noioso nelle canzoni.
A complicare le cose per la DMB è sopravvenuta anche la scomparsa, nel corso dello scorso anno, del sassofonista LeRoi Moore, detto Grux, a cui questo album è dedicato sin dal titolo. Per questo la band si è rimboccata le maniche e si impegnata con tutte le proprie forze alla creazione di un disco all’altezza della propria fama, sin dalla scelta del produttore (Rob Cavallo -- il produttore ha sempre avuto molto spazio nella genesi dei dischi del gruppo), che nei lunghissimi tempi di registrazione per gli studi di metà degli States, dalla Virginia a Seattle a New Orleans, e della quantità e qualità di collaboratori, e persino nella cura dedicata alla copertina, non solo bella ma anche d’effetto, dedicata al carnevale di New Orleans.

Se negli ultimi dieci anni lo sforzo dei produttori era andato nella “normalizzazione” del suono e degli arrangiamenti della band, nella “banalizzazione” verrebbe da dire, Rob Cavallo recupera tutta la complessità strumentale di cui la band è capace, fino a farne un disco fin troppo grondante di strumenti, orchestra e variazioni. Non sarà per caso che in alcuni brani melodici mi salti alla mente non solo il suono (e la voce) di un musicista apparentemente distante nello spazio e nel tempo come Peter Gabriel, ma addirittura, mutatis mutandis e con una ritmica di altro calibro, dei suoi Genesis dei tempi di The Lamb Lies Down On Broadway. La stessa copertina, curatissima, ricorda certi ceselli dell’era seventies.

Il disco si apre in maniera nostalgica con il sax solo di LeRoi in Grux, per esplodere nel funky di Shake Me Like a Monkey.
Funny The Way It Is costituisce l’esempio della capacità di Dave di scrivere belle canzoni orecchiabili (anche se sul disco ogni canzone porta la firma dell’intera band e non del solo Matthews, a testimonianza dell’importanza costituita dall’intero combo nel processo creativo).
Lying In The Hands Of God è una bella ballata melodica di quelle gabriellane di cui dicevo -- oddio, magari Dave non l’ha mai neanche ascoltato un disco dei Genesis...
Why I Am è un potente funky che fa anche da ballabile singolo del disco. Dal vivo sarà un pezzo da novanta.
Dive In è una melodia dolce, dall’arrangiamento elaborato che si sviluppa nel corso dei suoi quattro minuti. A nessuno ricorda i Genesis?
Spaceman ha un bel un bel bridge. Squirm dimostra quanto elaborati ed orchestrali possono essere i brani della DMB, in un crescendo groove. Alligator Pie è un pezzo swamp un po’ statico. Seven una canzone tipica della band.
Time Bomb è ispirato alle torride ballate delle band hard rock degli anni settanta. Parlo dei Led Zeppelin di Stairway To Heaven. Uno dei brani che mettono in evidenza le doti di Dave come cantante.
My Baby Blue è una bella ballata acustica scritta con la collaborazione dell’amico Tim Reynolds (con cui Dave ha realizzato in passato un paio di dischi per sola chitarra acustica) e You & Me un altro pezzo lento e delicato.
Al pari dei concerti della band il disco, lunghissimo, non vuole ancora finire e un paio di ulteriori pezzi, Write A Song e Corn Bread vengono definiti come bonus songs. Possiamo prenderli come encore, fino all’ultimo tocco di sax.

Big Whiskey and the Groo Grux Band: un disco solare ma anche sofferto che verrà a patti con i suoi fantasmi nel live show. E ci ricorda che la DMB è una macchina da guerra.

☆☆☆☆ (ottimo)
Genere: Groove
Bama Rags, 2009
in breve: il ritorno della grande DMB

da ascoltare con:
Under The Table And Dreaming (1994)
Before These Crowded Street (1998)
Busted Stuff (2002)

fra i migliori album in concerto:
The Central Park Concert (2003) anche in film su DVD
The Gorge (2004)
Live At Piedmont Park (2008)
e tanti altri...

giovedì 26 novembre 2009

Canterbury Tales


Canterbury è una graziosa città di 43.000 abitanti nel Kent, ad una sessantina di miglia da Londra. Si è resa famosa per i Racconti di Canterbury, una raccolta medioevale di racconti in versi, ed in tempi più recenti per essere stata l’epicentro di un singolare e vivace movimento musicale d’avanguardia negli anni a cavallo del 1970.

Wilde Flowers

La cosa ebbe inizio a metà degli anni sessanta quando giunse in città, proveniente da Parigi, Daevid Allen, un freak australiano appassionato di William Burroughs, Terry Riley, Sun Ra e successivamente Frank Zappa, che aveva suonato in un gruppo jazz. A Canterbury fece amicizia con il figlio del suo affittacamere, un ventenne di nome Robert Wyatt che aveva un gruppo rock con Kevin Ayers, i Wilde Flowers, che non diedero alle stampe alcun disco.

Soft Machine

Nel 1966 Wyatt (batteria e voce), Ayers (voce, chitarra, basso) ed Hugh Hopper (basso) formarono con Allen i Soft Machine, dal nome di un racconto di Burroughs che così chiamava il corpo umano (femminile, a giudicare dalla copertina del secondo album della band), a cui si aggiunse Mike Ratledge all’organo. Il gruppo si trasferì a Londra in piena scena psichedelica dove divenne l’attrazione fissa dello UFO Club assieme ai Pink Floyd.
Syd Barrett e Kevin Ayers erano i due cantanti che si si dividevano i favori del pubblico di quel locale. Nel 1967, nella mitica Summer Of Love, mentre i Pink Floyd registravano Arnold Layne e See Emily Play, i Soft Machine dietro suggerimento del loro manager Giorgio Gomelsky accettarono una scrittura in Costa Azzurra, prendendo casa nella Saint Tropez di Brigitte Bardot. In Francia ebbero un buon successo fino al punto di essere invitati alla TV nazionale ed alla biennale di Parigi. Al rientro in Inghilterra Daevid Allen si vide negare il permesso d’entrata, forse per problemi di visto, o magari per problemi “psichedelici”. Mentre Allen tornava a Parigi per fondare i Gong, gli altri tre accompagnarono la Jimi Hendrix Experience in un tour negli USA nel 1968.
Ai Power Plant di New York registrarono in fretta il loro non memorabile primo album con la produzione di Chas Chandler ed in seguito, dopo aver arruolato il chitarrista Andy Summers (dei futuri Police) ripresero a tenere concerti in Nord America anche con Hendrix. Dal momento che il primo disco, che era stato stampato solo negli USA, non aveva venduto assolutamente niente, alla fine del tour i membri della band si dispersero.
Nel 1969 la ABC, che aveva sotto contratto i Soft Machine, reclamò i diritti contrattuali per un secondo album. Risposero all’appello Wyatt, Ratledge ed Hopper, che registrarono agli Olympic Studios di Londra Volume Two, un folle album di canzoni psichedeliche e dada o, per dirle alla Robert Wyatt, patafisiche.
Il trio fece anche da spalla a Syd Barrett in un paio di pezzi del suo primo album solista, The Madcap Laughs (Harvest 1970) (in No Good Try e Love You).
A questo punto il gruppo entrò in contatto con la scena jazz inglese, incorporando nelle proprie fila il sassofonista Elton Dean. Questa formazione registrò l’album che fece entrare il nome dei Soft Machine nella storia della musica rock: Third, per la CBS. Il disco, doppio con una lunga suite per ognuna delle due facciate, è una delle pietre miliari del jazz rock, ma ancora di più sarà ricordato per la poetica terza facciata, la Moon in June di Robert Wyatt, lungo i quali diciannove minuti la sua ciondolante voce da poeta folle crea un’atmosfera irripetibile, ricca di cambi di tempo e di toccante malinconia. Una canzone che è stata definita uno dei massimi capolavori del rock inglese. Il disco darà fama e leggenda alla band ed a Wyatt, e sarà l’inizio della lunga carriera di un gruppo sempre più jazz rock di cui però, da Four in avanti, Wyatt non farà più parte.

Caravan

L’altra metà dei Wilde Flowers, formata da David Sinclair (tastiere), il cugino Richard Sinclair (voce e basso), Pye Hastings (chitarra) e Richard Coughlan (batteria) prese il nome di Caravan. Nel 1968 firmarono per la americana Verve (la stessa casa discografica dei Velvet Underground) e registrarono l’album d’esordio, estremamente più "facile" dei cugini Soft Machine. L’anno seguente registrarono per l’inglese Decca (la casa discografica dei Rolling Stones) il secondo album, If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You, un disco di soffici canzoni moderatamente orecchiabii che portarono la band addirittura a suonare alla trasmissione televisiva Top Of The Pops.
La Decca decise di costituire una etichetta specifica per il rock underground, la Deram, che nel 1971 stampò il terzo disco In The Land Of Grey And Pink, nella terra del grigio e rosa, in qualche modo ispirato (almeno nella copertina) alla terra di mezzo descritta da Tolkien. L’album non solo costituì il capolavoro dei Caravan ma anche una delle vette della musica progressiva britannica. La chiave di volta è rappresentata dalla lunga suite della seconda facciata, distinta in otto diversi movimenti, in pratica rappresentati da altrettante morbide canzoni dove melodie intriganti e malinconiche si susseguono sostenute dal suono magico delle voci, di tastiere inconfondibili, di echi di fiati e di chitarre. La perfezione stessa dell’idea della musica progressiva.
Al momento l’album non vendette bene e Dave Sinclair, che ne era stato uno dei principali artefici, lasciò la band per unirsi prima alla band di Robert Wyatt e poi per fondare gli Hatfield And The North. I Caravan proseguirono ancora per diversi anni e diversi album, ma nessun lavoro successivo riecheggiò tanta perfezione.

Gong

Nel 1967 Daevid Allen l’hippie, in forza ai primissimi Soft Machine, non era riuscito a far rientro nel Regno Unito. Riprese allora a vivere a Parigi, dove godeva a quel punto di una discreta fama, ed assieme alla fidanzata Gillie Smyth diede vita ad una band assolutamente folle, assolutamente flower power, assolutamente hippie, che prese il nome di Gong. I Gong erano una formazione dall’umorismo zappiano e dai confini musicali assolutamente liberi che si trovarono all’inizio a registrare materiale finito in album di dubbia fama (Magick Brother/Mystic Sister), in colonne sonore (Continental Circus), in dischi a nome di Allen (Bananamoon).
Il primo disco ufficiale del gruppo fu Camembert Electrique per la Virgin nel 1971, e conteneva già tutti gli ingredienti della band: una famiglia di hippie che viveva assieme in comunità con nomi di battaglia al posto di quelli di battesimo, una musica libera e folle ma anche robusta e dotata di una forte ironia, la leggenda di un pianeta invisibile del sistema solare, il pianeta Gong, da cui arrivavano in visita alieni dal nome Pot Head Pixies sulle loro teiere volanti per predicare una filosofia ed una cultura di pace e fratellanza.
I membri della band erano Bert Camembert (Daevid Allen), Shakti Yoni (Gilli Smyth, voce), Bloomido Bad De Grass (Didier Malherbe, grande sassofonista), Submarine Captain (basso), Pip Pyle (fantasioso batterista).
C’erano gli ingredienti giusti per arrivare alla massa critica che nel 1973 avrebbe generato il capolavoro di Flying Teapot. Per importanza musicale, anche se non per influenza, Flying Teapot fu il In The Court Of The Crimson King della scena free. Con l’aggiunta del chitarrista Steve Hillage e di Tim Blake ai sintetizzatori, la band mise assieme un album di sei canzoni assolutamente perfette, melodie orecchiabili suonate con potenza e precisione, una riserva infinita di fantasia e divertimento, con esplosioni e invenzioni sonore nascoste ad ogni angolo ed a ogni curva di una musica e di una storia (quella di Zero The Hero in missione sulla terra per conto del pianeta Gong) assolutamente godibile ed esilarante. Nenie indiane, cantilene, assolo di sax, cambi di tempo, orgasmi, mantra, rock, non manca niente a fare di Flying Teapot un’opera perfetta della generazione freak.
Seguiranno a questo disco gli altri due capitoli della trilogia di Radio Gnome Invisible, una trilogia più teorica che pratica perché già nel secondo capitolo Allen fa un passo indietro lasciando alla band, ed in particolare ai sintetizzatori di Tim Blake campo libero per creare spunti suggestivi che però non si tramutano mai in canzoni finite ed in opere sonore pienamente realizzate. Peccato perché nel frattempo Pyp Pyle era stato sostituito da Pierre Moerlen, uno dei più dotati percussionisti della scena inglese.
Dopo due dischi in discesa Dingo Virgin (alias Bert Camembert alias Daevid Allen) e Shakti Yoni lasciarono i Gong, che dopo momenti di incertezza verranno capitanati da Pierre Moerlen, che assieme al sax di Didier Malherbe ed alla chitarra di Alan Woldsworth (proveniente dai Soft Machine) realizzerà nel 1976 un piccolo capolavoro del jazz rock inglese, Gazeuse!, in qualche modo ispirato dai lavori del giapponese Stomu Yamast’ha ed in particolare da The Man From The East.
Da allora delle incarnazioni dei Gong, anche contemporanee e con i più disparati nomi (per esempio Mother Gong) è impossibile tenere conto fino a che, ai giorni nostri dopo un festival dedicato a tutti i iGong della scena musicale, la band originale si è riunita per dare alla luce un bellissimo 2032, in cui gli alieni del pianeta Gong annunciano il loro ritorno.

Matching Mole

Dopo Third (per la precisione dopo Fourth) dei Soft Machine Robert Wyatt - in disaccordo con gli altri membri che vogliono suonare “serio” jazz rock - lasciò la band per formarne una versione tutta sua. Ancora una volta è importante nella storia della band l’influenza francese, tanto che Wyatt impose alla nuova band, in cui entra a far parte il tastierista David Sinclair esule dai Caravan, il nome in francese della band: Machine Molle. Anzi, ancora meglio: la storpiatura inglese del nome francese, Matching Mole, la talpa ben assortita.
Nonostante le premesse io non trovo creazioni entusiasmanti nei due album della band, il primo omonimo ed il secondo Little Red Record (il dischetto rosso, titolo ispirato al libretto rosso di Mao che andava di moda ai tempi; per inciso Wyatt è comunista dichiarato), un free rock di difficile fruizione basato sull’improvvisazione collettiva. Con l’eccezione della dolce canzone che apre il primo album, O Caroline, un pezzo che tutti dovrebbero ascoltare per la sua poetica bellezza, al pari di tante canzoni successive di Wyatt.

Robert Wyatt

Nel 1972 i Matching Mole si sciolsero perché David Sinclair e Phil Miller (chitarra) se ne andarono per fondare Hatfield And The North. Wyatt si sposterà a Venezia per scrivere le musiche che sarebbero finite nel suo capolavoro Rock Bottom. Ma prima di registrare il disco, il 1 giugno 1973 ad una festa dedicata a Gilli Smyth, Wyatt cadde dal terzo piano fratturandosi una vertebra e rimanendo per sempre confinato su una sedia a rotelle. L’incidente non gli impedì di registrare il proprio capolavoro, Rock Bottom nel 1974, un disco straordinario prodotto da Nick Mason (batterista dei vecchi amici dei tempi dell’UFO Club, i Pink Floyd) che spinge ad un livello ancora più etereo ed impalpabile la musica anticipata in Moon In June.
Nello stesso anno Wyatt entrò anche nella classifica inglese dei 45 giri con una cover di I’m A Believer e registrò una cover di Yesterday Man.
Nel futuro gli sarà impossibile replicare un disco della perfezione cristallina di Rock Bottom, ma spesso e volentieri i dischi di Wyatt conterranno piccole gemme misconosciute che sono state raccolte nell’antologia del 2004 His Greatest Misses. L’ultimo dei suo piccoli grandi capolavori è la cover cantata in italiano di Del Mondo (degli italiani Consorzio Suonatori Indipendenti) su Comicopera del 2007.

Hatfield And The North

Si formarono nel 1972 dai fuoriusciti Matching Mole Dave Sinclair (tastiere) e Phil Miller (chitarra), il cugino Richard Sinclair (voce e basso dei Caravan) e Pip Pyle dai Gong. Dave Sinclair abbandonò il progetto prima di registrare il primo disco e fu sostituito alle tastiere da Dave Stewart degli Egg.
Con il loro suono etereo e sognante, i vocalizzi femminili dei cori, le lunghe improvvisazioni che nulla concedono al virtuosismo, i due dischi degli Hatfield (per la Virgin, l'omonimo nel 1973 e The Rotters' Club nel 74) costituiscono i figli naturali della suite di Nine Feet Underground dei Caravan, anche se più negli affascinanti spunti che nella realizzazione globale.

National Health

Troppo fuori da ogni logica commerciale, gli Hatfield si sciolsero dopo il secondo disco, per risorgere nel 1975 come National Health, un gruppo d'avanguardia ancora più radicale. I membri furono ancora Dave Stewart all'organo, il tastierista Alan Gowen dei Gilgamesh (un gruppo minore di jazz rock di Canterbury), Pip Pyle alla batteria (in un primo momento il batterista fu Bill Bruford dei King Crimson ma se ne andò presto) e Phil Miller alle chitarre. La band ebbe il coraggio di portare in costante tour il suono di Canterbury senza alcun compromesso in piena epoca punk.
Incisero due dischi: l'omonimo National Health nel '77 e Of Queues and Cures del '78.

Henry Cow

Tecnicamente sono di Cambridge, ma la loro musica si sposa molto bene con quella della scena di Canterbury. Gruppo di avanguardia decisamente free, ruotano attorno alla leadership del chitarrista, violinista, multistrumentista Fred Frith. Il primo disco è Leg End (gioco di parole con Legend) del 1973, straordinario prodotto di free rock perfettamente bilanciato attorno ad otto brani fra cui spiccano l’ottimo Nirvana For Mice e la lunga Nine Funeral Of The Citizien King.
Gli album successivi sono sulla falsa riga ma sempre più basati sull’improvvisazione e piuttosto duri, anche da digerire, nonostante la indiscutibile bellezza. Fanno eccezione. perché di più facile fruizione, le due collaborazioni con il gruppo d’avanguardia degli Slapp Happy, un gruppo ispirato al cabaret tedesco alla Bertol Brecht / Kurt Weill in cui spicca la voce della cantante Dagmar Krause. Assieme Henry Cow e Slapp Happy realizzeranno due ottimi dischi, Desperate Straights e In Praise of Learning, entrambi nel 1975.

Kevin Ayers

Fuoriuscito dai primissimi Soft Machine (con cui aveva diviso gli onori dell'UFO Club con Syd Barrett) già nel 1968 dopo un tour con Jimi Hendrix, al pari di Barrett firmò per la Harvest per intraprendere una carriera solista, accompagnato da una backing band nominata Whole World di cui erano bassista Mike Oldfield e tastierista David Bedford.
Ayers registrò una serie di godibili ciondolanti dischi di canzoni oblique e psichedeliche, sempre farcite da un forte humor britannico, ispirate in buona parte da Barrett, senza mai arrivare a creare un capolavoro ma infilando gemme ovunque.
Il disco più compiuto e senz'altro il più accessibile è rappresentato dalla prima facciata di The Confessions Of Dr. Dream (Island 1974) che sulla seconda facciata contiene invece una suite in cui ospita la voce di Nico (Velvet Underground). Da avere è June 1, 1974, registrato in concerto al Rainbow Theatre di Londra con i compagni di scuderia John Cale, Nico e Brian Eno (che cantano i loro pezzi sulla prima facciata, lasciando ad Ayers la seconda) accompagnati da Robert Wyatt e Mike Oldfield, oltre che un potente Ollie Halsall (Patto, Boxer) alla chitarra elettrica. Successivamente Ayers continuò a lavorare solo saltuariamente, dal suo buen ritiro da vecchio hippie in Costa Azzurra ed a Formentera.

Steve Hillage

Uno dei chitarristi elettrici più importanti della scena di Canterbury, arrivava dal gruppo di avanguardia degli Egg (in cui aveva militato anche Dave Stewart) ed approdò ai Gong per Flying Teapot, dove si fidanzò con la sua compagna per la vita Bambaloni Yoni alias Miquette Giraudy. Dopo che Daevid Allen abbandonò il gruppo gli fu offerta dalla Virgin la leadership della band; Hillage preferì una carriera solista che partì sulle note freak dei Gong (Fish Rising, Virgin 1975), un fantasioso manifesto psichedelico del Flower Power. Passò per L (1975) prodotto da Todd Rundgren, in cui recuperava la forma canzone con belle cover delle canzoni psichedeliche Hurdy Gurdy Man di Donovan e It's All Too Much di George Harrison. Abbracciò infine con Motivation Radio (1977) l'elettronica (in quella occasione collaborando con T.O.N.T.O. Expading Headband) che l'avrebbe condotto negli anni alla musica ambient dance di System 7. Con la Steve Hillage Band si sarebbe riavvicinato al mondo dei Gong, con cui partecipò al comeback di 2032 in cui portò in dote la propria esperienza e passione per i ritmi elettronici.

Hugh Hopper

Bassista fusion, fu un Wilde Flower degli inizi, un Soft Machine fino a Four, un East Wind con Stomu Yamash'ta per suonare poi con il gruppo jazz rock Isotope, Gilgamesh, Carla Bley Band. Il suo basso si sente anche nel disco d'esordio di Syd Barrett.

Dave Sinclair

Straordinario tastierista romantico dal suono inconfondibile, fu uno dei pilastri del suono di Canterbury con: Wilde Flowers, Caravan, Matching Mole, i primi Hatfield and the North, Polite Force, Camel.

Richard Sinclair

Cugino di Dave, fu cantante, bassista e chitarrista con Wilde Flowers, Caravan, Hatfield And The North, Camel. Inconfondibile la sua morbida voce, divenuta un trade mark del suono di Canterbury.

Dave Stewart

Tastierista con Uriel/Egg, Hatfield And The North, National Health. Più sperimentale dell'omonimo Sinclair.

Phil Miller

Chitarrista con Matching Mole, Hatfield and the North, National Health.

Mike Ratledge

Tastierista di estrazione jazz, fondò i Soft Machine di cui fu membro fisso fino al 1976.

Pye Hastings

Chitarrista con i Caravan, fratello di Jimmy Hastings.

Jimmy Hastings

Sassofonista, clarinettista e flauto con Soft Machine, Hatfield And The North, National Health.

Mike Oldfield

È l'autore di uno dei dischi d'avanguardia inglese di maggior successo di tutti i tempi, Tubular Bells (Virgin 1973) in cui per la durata di due facciate suona senza soluzione di continuità tutti gli strumenti in una bucolica sinfonia romantica dagli echi folk e classici evocando paesaggi inglesi. Fu il primo ed unico disco underground a rimanere al primo posto della classifica inglese per un anno, spianando la strada ad altri gruppi d'avanguardia come i Tangerine Dream e facendo la fortuna di Virgin Records. Fra i lavori successivi non dovrebbero essere dimenticati Ommadawn (Virgin 1975) più compatto del precedente, e Tubular Bells II (WEA 1992) in cui Oldfield ripulisce l'originale in chiave new age con ottimi risultati.

Pip Pyle

Energico batterista con i Gong, Hatfield and the North and National Health. Morì a Parigi nel 2006.

Pierre Moerlen

Grandissimo percussionista francese in qualche modo ispirato dal lavoro di Stomu Yamash'ta, lavorò con i Gong di cui divenne per un certo periodo anche il leader. Da non trascurare Gazeuse! (Virgin 1977). Morì a Strasburgo nel 2005.


dischi irrinunciabili:

Soft Machine > Third (1970)
Caravan > In The Land Of Grey And Pink (1971)
Gong > Flying Teapot (1973)
Mike Oldfield > Tubular Bells (1973)
Robert Wyatt > Rock Bottom (1974)
Kevin Ayers > June 1, 1974 (1974)
Gong > Gazeuse (1978)

solo un po' meno irrinunciabili:

Henry Cow > Leg-end (1973)
Hatfield And The North (1973)
Henry Cow Slapp Happy > Desperate Straights (1975)
Steve Hillage > Fish Rising (1975)
Mike Oldfield > Ommadawn (1975)
National Health > Of Queues And Cures (1978)

martedì 24 novembre 2009

Juke-box tour


dagli show di Bruce Springsteen & E Street Band, settembre - ottobre - novembre 2009

album interi, dalla prima all'ultima canzone:
Greetings From Asbury Park
The Wild The Innocent And The E Street Shuffle
Born To Run
Darkness On The Edge Of Town
The River
Born In The USA

canzoni speciali:
Spirit In The Night
Seeds
All Or Nothin' At All (first since 1992)
Jole Blon
Hard Times
Cover Me
Johnny 99
Be True
So Young & In Love
Then She Kissed Me
(I Can't Get No) Satisfaction
Ramrod
Double Shot of My Baby's Love
Detroit Medley
No Surrender
I'm Going Down
Youngstown
Good Lovin
The Wanderer
Bobby Jean
Wrecking Ball
Meeting Across The River
E Street Shuffle
American Land (with Willie Nile)
Dancin' In The Dark (with Willie Nile)
Hard Times (with Willie Nile)
Jailhouse Rock
Jersey Girl
It's Hard to Be a Saint in the City
Twist and Shout
Tougher Than The Rest
The Last Time (Rolling Stones)
Seven Nights To Rock
Seaside Bar Song (first time since 1973)
Little Bit O'Soul
The Fever
Because The Night
This Hard Land
Thundercrack
What Love Can Do (first time played)
When You Walk In The Room (first since 1976)
I Wanna Marry You (first since 1981)
All Shook Up
(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher
Loose Ends
Save The Last Dance For Me
For You
Roll Over Beethoven
Surprise Surprise
Pink Cadillac
I Fought The Law
Can't Help Falling in Love
Red Headed Woman
Living Proof
Trapped
Ring of Fire
Restless Nights

venerdì 20 novembre 2009

In The Court Of The Crimson King



Nati come il gruppo rock progressivo sinfonico per definizione, i King Crimson sono riusciti nel tempo a costruirsi la fama di essere la più intellettuale rock band al mondo, grazie (o colpa) anche del carattere senza compromessi del leader Robert Fripp.

mark I: i Crimson sinfonici

I King Crimson nacquero ufficialmente il 13 gennaio del 1969 sotto una buona stella, guadagnandosi nel giro di pochi mesi una fama che resterà inossidabile ai giorni nostri. Voluti da Robert Fripp, chitarrista dalla disposizione sperimentale ed opposto speculare dall'immagine del chitarrista rock degli anni sessanta, la singolare combinazione di talenti capaci di tanto esordio era composta da:
- Mike Giles, batterista dal suono fantasioso e delicato, ex compagno di Fripp nell'esperimento dei Giles Giles & Fripp;
- Pete Sinfield, visionario poeta responsabile della visione e del nome della formazione, oltre che del light show;
- Ian McDonald, eclettico talento strumentale del gruppo;
- Greg Lake, arrogante front man dalla bella voce melodica, capace di produzione pulita e incisiva (che confermerà in produzioni future come Lucky Man, From The Beginning e Still You Turn Me On). I suoi difetti, che ne mineranno la carriera: il cattivo gusto e la mancanza di controllo su sé stesso.

Per i Crimson il passaggio dall'anonimato alla fama fu istantaneo, grazie al suono potente e radicalmente nuovo, all'uso sul palco di strumenti come il mellotron e all'inedito spettacolo di luci di Sinfield. Ancora prima che avessero mai tenuto un concerto la cantina dove provarono per tre mesi in cerca del proprio suono divenne affollata di early fans grazie alla sola forza del passa parola. Fra di essi spiccava il boss della Island Records Muff Winwood e quel Barry Godber che avrebbe disegnato la magnifica copertina del disco d’esordio.
Il debutto ufficiale della band avvenne a Londra allo Speakeasy il 9 aprile, e già il 5 luglio i Crimson, senza alcun disco pubblicato furono invitati a suonare a fianco dei Rolling Stones al concerto ad Hyde Park in memoria di Brian Jones, di fronte ad un pubblico di 650.000 persone.
Jimi Hendrix li vide al Revolution Club e li giudicò la miglior band al mondo. John Peel li invitò a suonare alla BBC, circostanza singolare per una band senza dischi.
Il primo album, In The Court Of The Crimson King, uscì in ottobre dopo una lunga gestazione fatta di sedute di incisione inframmezzate ai live show. In un primo momento la band iniziò a registrare un disco per la Decca con il produttore dei Moody Blues, poi i cinque decisero di lasciar perdere per ricominciare da capo ed autoprodursi ai Wessex Studios su un impianto a quattro piste. In qualche giorno di registrazioni nell’arco di un mese produssero un disco talmente perfetto che sarà considerato il punto di partenza di tutto il progressive britannico sinfonico; racconterà Steve Hackett che i Genesis, in occasione della registrazione di Nursery Cryme, appesero la copertina alla parete dello studio per ricordare quale dovesse essere la loro ispirazione.

In The Court Of The Crimson King (An Observation By King Crimson) si tiene in equilibrio per la lunghezza di cinque brani in un perfetto minimalismo che è sintesi di musica romantica, sinfonica, jazz, sperimentazione ed improvvisazione, con una pulizia e precisione sonora senza precedenti negli anni della psichedelia. Mellotron, sassofono, percussioni e il cesello della chitarra acustica tessono un colorato, ricco e caldo quanto essenziale tessuto sonoro ora malinconico, ora impressionista, ora epico, a far da tappeto alla la voce piena di Greg Lake, novello Roy Orbinson del progressive.

Il disco esordì nelle classifiche inglesi al quinto posto. Pete Townshend lo definì un capolavoro. I Crimson attraversarono l’oceano per firmare con la Atlantic per l'edizione americana, e subito si trovarono proiettati in una tournée americana che in pochi giorni li portò nella Top 30. Tanto clamore fu però fatale alla formazione: Mike Giles, disorientato dal rapido successo informò gli amici che intendeva abbandonare il sogno, trascinando con sé Ian McDonald (che probabilmente, ritenendo di essere il leader, mal tollerava la difficile personalità di Robert Fripp). Il 14 dicembre 1969 i King Crimson suonarono il loro ultimo concerto al Fillmore West di San Francisco. Greg Lake, che sognava una carriera da superstar, in quella occasione prese accordi con Keith Emerson dei Nice per i futuri EL&P.

Come una candela che brucia da entrambi i lati sembrava essere arrivata la fine per i Crimson, dopo soli 335 giorni di vita e 70 concerti. Ma Fripp e Sinfield riponevano nella band aspettative troppo grandi per arrendersi. Fatto l'inventario delle energie residue, tornati in patria i due superstiti organizzarono il materiale per un secondo disco e misero assieme una band di accompagnamento chiedendo aiuto ai fratelli Giles per basso e batteria, ed a Greg Lake di prestare la voce per un'ultima volta. Il cantante Gordon Haskell cantò la bella Cadence And Cascade, e a tutti si aggiunse un giovane sassofonista dal radioso futuro dal nome di Mel Collins.
Il secondo disco, In The Wake Of Poseidon (1970), fu impostato come copia in carta carbone del primo, ma senza la stessa squadra il risultato è inevitabilmente debole; sufficiente però a dimostrare al pubblico ed alla stampa che i King Crimson di Robert Fripp sopravviveranno.
La provvisoria band non restò assieme per intraprendere una tournée e Fripp dedicò le sue rinnovate energie alla preparazione del terzo e vero "nuovo" disco utilizzando il giro di musicisti di Mel Collins, il giro dei jazzisti che farà da motore creativo a Lizard (il nuovo disco dei Crimson), di Third (capolavoro dei Soft Machine e del free rock di Canterbury), e di Septober Energy dell'orchestra Centipede di Keith Tippett.

Intanto anche Mike Giles e Ian McDonald entrarono in studio per registrare quello che voleva essere il seguito dei "loro" King Crimson. McDonald & Giles, registrato a lungo e con difficoltà per la mancanza di un produttore del calibro di Greg Lake, si dimostrerà un disco di un certo fascino, al tempo stesso di un progressive fantasioso ed elaborato ma anche ricco di atmosfere sixties alla Beatles, pur facendogli difetto e la pulizia e soprattutto la sintesi degli esordi, una voce adeguata e anche un supporto live, perché McDonald e Giles non riusciranno mai a mettere assieme un vero gruppo. Giles scomparirà dalla scena musicale nonostante l'indubbio talento e McDonald finirà a suonare musica pop di successo con il gruppo dei Foreigner.


Il terzo disco dei King Crimson veri, Lizard (1970), è un bellissimo, esuberante, fantasioso disco di quel "jazz non jazz" tipicamente inglese che diede fama alla scuola di Canterbury. Fripp e Sinfield si avvalsero di collaboratori di rango, come la bella voce di Jon Anderson (Yes), il piano del jazzista Keith Tippett, Robin Miller, Nick Evans e di nuovi collaboratori come il batterista Andy McCulloch e naturalmente Mel Collins.
Ancora una volta la band non arrivò alla prova del concerto, e di nuovo Fripp e Sinfield si concentrarono sulla successiva fatica discografica, mentre le vendite andavano calando inesorabilmente ad ogni appuntamento (ma i dischi non avrebbero mai smesso di vendere nei quarant’anni successivi).

L'impalpabile ed etereo Islands fu il disco del 1971, con l’ennesima nuova band costituita dal cantante Boz Burrell, a cui Fripp insegnò a suonare il basso per l'occasione (dopo aver sottoposto ad audizione decine di bassisti professionisti: tipico di Fripp), Ian Wallace alla batteria e ancora Mel Collins ai fiati.
Il disco si rivelò troppo sussurrato e delicato nell’incisione in vinile e dovette attendere vent'anni ed il remaster su CD per essere apprezzato in tutto la sua pienezza ed il suo valore, nel nebbioso fascino di canzoni come Ladies Of The Road, Sailor's Tale e Islands.
Ma intanto questa formazione era tornata a suonare dal vivo, compresa una tournée negli USA dove registrarono (male) il primo live della loro carriera, Earthbound. Ma al ritorno a casa Robert Fripp, che si sentiva l'unico Crimson della formazione, decise di sciogliere la band, interrompendo per di più il sodalizio con Pete Sinfield, vera anima di questi Crimson sinfonici.

Pete Sinfield registrerà per la Manticore (la etichetta discografica degli Emerson Lake & Palmer allora all'apice del successo commerciale) il suo disco solista, il bello ed etereo Still (ristampato in CD come Stillusion) con una manciata di canzoni intime e delicate ed un soffice songwriting alla Nick Drake. La mancanza di successo farà purtroppo di questo lavoro un album senza seguito, anche se ne consumerà l'eco nella produzione di quella delicata gemma che fu Photos Of Ghosts degli italiani PFM.

(1-continua) (quando?) 

P.S.: dopo infinite ristampe tutte più o meno definitive, quest'anno sono usciti in edizioni del quarantesimo anniversario le ristampe di In The Court, Lizard e Red, in lussuosi cofanetti di CD e DVD audio. Lizard ha subito un remix significativo, mentre In The Court si presenta con extra track di cui nessun fan del disco può fare a meno: Una lunga Moonchild in edizione integrale, I Talk To The Wind acustica in duo ed una Epitaph strumentale. Una colonna sonora perfetta per il Natale che si avvicina.

domenica 15 novembre 2009

Massimo Bubola & Eccher Band in concerto


Ieri in una serata uggiosa ho diretto il muso dell’auto in autostrada verso Castiglione delle Stiviere, dalle parti del Lago di Garda. Era una serata di gala: Massimo Bubola & Eccher Band registravano al Teatro Sociale il film del proprio show per un DVD che ne lasci la testimonianza.
Già Castiglione si presenta molto bene, ma il Teatro Sociale è addirittura una bomboniera, il posto perfetto per un Last Waltz di casa nostra. Dal mio palco ho una visione perfetta del palcoscenico come del teatro e del pubblico; già dall’inizio la serata si preannuncia indimenticabile.
La Eccher Band si mostrerà in piena forma. Come i Magnifici Sette (ben quattro chitarre, la corista, basso e batteria) prendono posto sul palco esplode con La Lunga Ballata dei Luminosi Giorni un suono assolutamente perfetto e potente. Massimo Bubola ha trovato la quadratura del cerchio del Rock Italiano: la sua band non ha nulla da invidiare ai grandi rocker di oltreoceano, gli arrangiamenti non sono mai stati così coinvolgenti, né le canzoni così belle, tanto che paiono nuove di zecca. La band è anche bella da vedere, più degli altri Erika Ardemagni, splendida nel vestito sud americano, ed Enrico Mantovani, che quando imbraccia il mandolino pare un gaucho argentino.
La prima parte del concerto è assolutamente Rock & Roll ed è un piacere totale, tanto da ascoltare quanto da guardare. Non ho preso nota della scaletta, per cui vado a spanne nei ricordi, ma la sequenza della Lunga Ballata, Fiume Sand Creek, Corvi, Sto Solo Sanguinando, Marabel (quest’ultima grandissima, lo zenith dello show) è una scala reale. Sono senza fiato, bye bye Bruce. Tanto che quando Massimo dopo Quello Che Non Ho lascia la Fender per la chitarra acustica provo un piccolo dispiacere. Non è un concerto normale questo della Eccher Band: per la registrazione del film Bubola intende passare in rassegna tutta la propria carriera. Il suo percorso musicale, direbbe Massimo con una parola a lui cara. Dopo il rock & roll dei giorni nostri, quello della band con il chitarrista Simone Chivilò, arriva la stazione delle ballate.
Dice Massimo che la musica ha un potere enorme: ho i brividi (e, lo confesso, non riesco a non lasciar scivolare una lacrima lungo la guancia) mentre inanella una perfetta sequenza di Dolce Erica e Capelli Rossi, entrambe molto più belle del solito. Dalle ballate si scivola al folk, la musica popolare della Sposa del Diavolo e le canzoni di guerra di Rosso su Verde, una canzone a cui Massimo tiene molto, ma che forse rende meno nello show di quanto avrebbe fatto Una Notte che Pioveva.

La tensione è calata e si sente la necessità di riprendere il ritmo; aspetto con ansia che arrivino Una Chitarra per due canzoni, Cambiano e Tutti quegli anni, i gioielli delle Ballate di Terra & Acqua. Invece il “percorso” suggerisce un nuovo shift verso un Bubola più antico, il cantautore italiano. Davvero bello il siparietto dedicato a Garibaldi con l’aggiunta dei fiati: Camicie Rosse e Uruguay. Bubola parla molto e gli piace presentare le canzoni, però in questo modo rallenta ulteriormente il ritmo; e poi io credo che le canzoni debbano parlare da sé. Spiegarle è come spiegare una barzelletta, se mi si perdona l’irrispettoso paragone.
Arriva la dedica a De André, ma sfortunatamente un po' convenzionale, con le già tanto sentite Andrea e non ricordo quale altra. Perché non approfittare dello splendido recente arrangiamento di Rimini? Anche il messico e nuvole di Encantado Segnorina e Senza Famiglia è troppo “canzone italiana” per non stonare con il Massimo Bubola di oggi, e il blues di Teodorico è difficile da digerire, sembra il cabaret di Enzo Iannacci. In un’occasione Bubola rimprovera il pubblico di essere un po’ freddo, ma è la tensione dello show a questo punto ad essersi dissolta: non è il pubblico, Massimo, è la scaletta che ha raffreddato l’ultima ora del concerto.
Non riesce a riprendere giri nemmeno Il Cielo d’Irlanda senza violino, mentre Doppio Lungo Addio ci ridà calore al cuore. Ancora un po’ di De André ed il concerto dopo tre ore finisce lasciandoci nel miele della prima parte dello show ma con un poco di delusione per tutte le canzoni che non abbiamo ascoltato, ben più belle di alcune scelte male invecchiate.
Ma che si può chiedere di più di una serata così?

(risposta: Una chitarra per due canzoni, Cambiano, Tutti quegli anni, Era una notte che pioveva, Se questo amore è un treno, Quella Campana, La fontana… l’ultimo Bubola, il migliore, ed un po’ di coraggio di archiviare il passato. Ma il passato faceva necessariamente parte del gioco della serata).

Qualche fotografia qui.

PS: un grazie di cuore alla Eccher Band
Massimo Bubola > voce, chitarra acustica ed elettrica, armonica a bocca
Erika Ardemagni > voce femminile
Simone Chivilò > chitarra elettrica e classica
Enrico Mantovani > dobro, pedal steel, banjo, chitarre
Roberto Ortolan > chitarra elettrica ed acustica
Alessandro Formenti > basso elettrico, contrabbasso
Moreno Marchesin > batteria

venerdì 13 novembre 2009

dieci grandi album dimenticati


Willie Nile > Willie Nile
Animals > Before We Were So Rudely Interrupted
Dr. Feelgood > Stupidity
John Cale > Paris 1919
Garland Jeffreys > Rock'n'Roll Adult
Moon Martin > Shots From A Cold Nightmare
Lee Fardon > The God Given Right
Little Feat > Chinese Work Songs
Lyle Lovett > Step Inside This House
Pete Townshend > Empty Glass
Steve Earle > El Corazon
PFM > Photos Of Ghost
Nick Lowe > Labour Of Lust
Robyn Hitchcock > Groovy Decay
Metro > Metro
Fleshtones > Roman Gods

Ok, me ne sono venuti 16, di getto. Ma i grandi album dimenticati sono ben di più... ne vogliamo ricordare altri nei commenti?

venerdì 6 novembre 2009

Free Rock


Non esiste un genere che ufficialmente si chiami free rock. È un modo con cui mi piace definire una certa musica che non credo potrebbe essere classificata meglio in altro modo. L’aggettivo free, "libero", è preso in prestito da Free Jazz, il modo in cui trombettisti come Ornette Coleman a cavallo del 1960 maltrattavano le regole del jazz, con improvvisazioni libere da regole e spesso anche da melodie, su dischi come Shapes Of Things To Come, Free Jazz o Giant Step di John Coltrane.
Free Rock è un modo di suonare musica rock, libero per definizione, ispirato all’improvvisazione del jazz e spesso anche alla sua sintassi, libero dalla forma canzone e dalle regole più o meno definite di ogni genere musicale.
L’artista a cui associo la definizione di Free Rock negli USA è Frank Zappa, un colto e folle musicista prodigio americano, un po’ musicista serio e un po’ buffone, un po’ rock e un po’ jazz, un po’ chitarrista e un po’ direttore d’orchestra, un po’ ribelle e un po’ padrino, autore di una sterminata discografia oggi riservata ai palati più fini ma un tempo materia anche di classifiche.
Il Free Rock britannico lo associo invece al “jazz non jazz” di Canterbury. Non è un’eresia accostare Frank Zappa al rock di Canterbury. All’inizio degli anni settanta era comune che Zappa si trovasse a suonare in Inghilterra e tipicamente in serate con gruppi progressive.
Canterbury è una cittadina del Kent resa famosa dall’opera letteraria classica Canterbury Tales. Nel mondo del rock si è creata una fama la scuola di Canterbury che nasce da un pugno di musicisti, alcuni dei quali a Canterbury neppure sono nati, che gravitano attorno alla scena creata da un proto-gruppo chiamato Wilde Flowers, poi scisso nei Soft Machine (alfieri prima della scena psichedelica, poi di un sognante rock patafisico ed infine della scena jazz rock inglese) e Caravan (il soffice suono di Canterbury per eccellenza) e ancora in una miriade di schegge più o meno incrociate fra loro come i Matching Mole di Robert Wyatt, i Gong di David Allen, gli Henry Cow di Fred Frith, Egg, Steve Hillage, Mike Oldfield, Kevin Ayers, Hathfield And The North, National Health, Pierre Moerlen, Art Bears, di cui cercheremo di far ordine in un post dedicato.

Il Free Rock, selvaggio, fantasioso, onirico, libero, si è sviluppato in un pugno di anni a cavallo del 1970 e si è esaurito prima del 1975. Fra i gruppi moderni, gli unici a cui potrei associare l’aggettivo Free sono i folli Phish di Trey Anastasio, Mike Gordon, Page McConnell e John Phishman, le cui sognanti canzoni si disperdono spesso in lunghe improvvisazioni dissonanti e sfumate per tempi che nessuno può prevedere, dai minuti a (letteralmente) l’ora, fino a ricostruire la melodia spesso in modo sublime.

da ascoltare (per cominciare):
Frank Zappa: Hot Rats, Roxy & Elsewhere
Caravan: In The Land Of Gray And Pink
Soft Machine: Third
Robert Wyatt: Rock Bottom
Phish: A Live One

lunedì 2 novembre 2009

Prisoner Of Rock & Roll


Ho visto (su YouTube) Bruce Springsteen cantare Satisfaction, l'ho visto cantare All Shook Up, l'ho visto cantare la canzone nuova, Wrecking Ball.
Questo è definitivamente il suo anno. Prima mette fuori un disco romantico e crepuscolare come Working On A Dream, poi lo ignora completamente e porta in un tour che sembra non avere mai fine i suoi greatest hits, inventando ed improvvisando ogni sera un terzo della scaletta, basandosi sulle richieste del suo pubblico, danzando non più solo con la Jersey Girl ma anche con le famiglie che vengono a vedere il suo show.
Bruce ha esorcizzato il lato oscuro del rock & roll, ha sepolto devil & dust e vuole anche esorcizzare la paura di invecchiare e quella di morire, il funerale di Phantom Danny Federici e la malattia di Big Man...
La E Street Band è tornata ad essere la gioiosa bar band degli inizi nei club di Asbury Park. I vecchi fan come me non hanno abbracciato completamente tutta questa voglia di piacere, ma non possono che arrendersi di fronte a tanta gioiosa energia.

Certo, ci si domanda come sarà il 2010.
Bruce proseguirà il suo cammino verso Las Vegas o affronterà la propria creatività per mettere assieme di nuovo dodici canzoni senza barare?