giovedì 29 ottobre 2009

X-Pensive Winos



Di quando in quando mi capita di avere nostalgia del grande rock britannico, e di una band chiamata Rolling Stones. Una band che ho imparato ad amare nelle mie estati inglesi di teen-ager attraverso un doppio album di culto marchiato Decca, Rolled Gold. C’erano in quell'album i ruvidi Stones R&B degli esordi, quelli di Chuck Berry (C’mon), quelli di Time Is On My Side e Little Red Rooster fino all’inno generazionale di (I Can’t Get No) Satisfaction.
Poi i vellutati Rolling Stones BEAT dalle folte chiome, simboleggiati dal biondo Brian Jones, quelli di Get Off Of My Cloud, As Tears Go By, la demoniaca Paint It Black, Have You Seen Your Mother Baby Standing In The Shadow, Let’s Spend The Night Together fino alle psichedeliche Ruby Tuesday, We Love You e She’s A Rainbow. Stones grandi testimonial di un’epoca ma un gradino dietro ai Beatles.
Infine i miei Stones preferiti, quelli del rock & roll serrato che mi manca di più: da Jumpin’ Jack Flash a Honky Tonk Women, da Sympathy For The Devil a Brown Sugar. Gli Stones che avrebbero creato i capolavori torridi ed oscuri di Sticky Fingers e Exile.
Ancora piacevole da ascoltare sarà It’s Only Rock & Roll (1974), ma quello che ancora non capivamo è che qualche cosa era cambiato, gli Stones si erano arresi e stavano facendo le prove generali di recitazione di sè stessi. La loro musica non era più una ragione di vita ma stava diventando un mestiere. In questo senso avrebbero realizzato il proprio sublime autoritratto con Some Girls, e l'ultima zampata di Miss You, per accontentarsi poi di una perenne ripetizione.

Di solito sono Sticky Fingers ed Exile i dischi che infilo nello stereo quando si fa più acuta la nostalgia per quella band che non c’è più, con la frequente eccezione di un più recente live che amo, quello Stripped del 1995 registrato in un piccolo club, Il Paradiso Club di Amsterdam, attingendo dai sixty di Beggars Banquet e dintorni. Ma ieri ero proprio in astinenza brutta, avevo voglia di RS meno consumati dagli ascolti, come quella volta che piuttosto di niente portai a casa Rarities per ascoltare qualche nota inedita.
Ed ho avuto una illuminazione: ma quel vecchio pirata di Keith Richards non aveva registrato un disco dal vivo per conto proprio alla fine degli anni ottanta?
Come si chiamava la band? X-Pensive Winos, vini pregiati, e c’erano elementi un po’ legendari come il Waddy Watchel di Warren Zevon, e quello strano batterista che è Steve Jordan (Blues Brothers) che continua a scambiarsi di posto con il basso di Charley Drayton, oltre al piano di Ivan Neville dei Neville Brothers e, per restare in tema di New Orleans, una certa Sarah Dash delle Bluebelles.
Cerco nello scatolone con l’adesivo Rolling Stones e saltano fuori addirittura tre CD, inascoltati dall’epoca, fra il 1988 ed il 1992. Il primo è il più famoso, Talk Is Cheap (“parlare non costa niente”), che porta in copertina quell’anello a teschio da Satanik o come si chiamava il fumetto degli anni sessanta… Il disco è del 1988, registrato quasi controvoglia dopo Dirty Works degli Stones (un disco che al momento non sembrava male soprattutto per via di una cover danzabile di Harlem Shuffle, un pezzo che era stato nel repertorio degli Who, ed il reggae di Too Rude. Roba a bassa gradazione alcolica, comunque).
Dopo Dirty Works Mick Jagger si era messo al lavoro sulla propria carriera, roba disco, e Keith aveva messo assieme una band per registrare un film ed un disco su uno show di Chuck Berry a cui qualcuno aveva dato il nome di X-Pensive Winos, appunto.
Il disco con Chuck Berry uscì nel 1987 con il titolo di Hai! Hai! Rock’n’Roll e non è memorabile. Ma siccome Jagger era in tour per conto proprio, Richards si decise a portare quella band in studio per registrare il proprio primo disco solista (il secondo se si considera il singolo Run Rudolph Run (Chuck Berry) b/w The Harder They Come (Jimmy Cliff) del 1978 (si trova su iTunes, ma il retro è Pressure Drop di Toots & The Maytals).


Il primo pezzo di Talk Is Cheap, Big Enough, sembra mettere in evidenza i limiti dell’operazione: sembra la versione dei poveri di Hot Stuff e come e più delle canzoni di quel l’album degli Stones (Black & Blue) pecca un po’ in groove, cioè non va da nessuna parte: le canzoni mettono le carte in tavola nel primo minuto e si trascinano fino al fading.
Ma già dalla seconda canzone, Take It So Hard, ho un sobbalzo: io questa canzone me la ricordo, ed è in odore di classico, come lo sono le successive You Don’t Move Me, Make No Mistake, Rockawile, Locked Away, How I Wish… me le ricordo, e mi sembra di ascoltare outtake di Exile… C’è anche Bobby Keys al sax, c’è Chuck Leavell degli ABB ed un sacco di fiati ovunque.

Se la produzione di Talk Is Cheap non è perfetta, l’antitodo si chiama Live At The Hollywood Palladium December 15, 1988. Con Jagger ancora lontano ed il disco che esce in settembre, Richards decide di portare la band in un breve tour di qualche settimana per la fine dell'anno. La band è in gran spolvero e soprattutto non deve recitare la parte di nessuno: chi aveva mai sentito parlare di X-Pensive Winos?
Ben inteso, si tratta di una band vera e non di session men, le canzoni sono scritte da Richards assieme a Jordan, e l’ambiente live fa benissimo ai ragazzi, che suonano divertendosi davvero e si sente. Rispetto al disco in studio la sezione ritmica è assai più in evidenza e questo fa bene alle canzoni; inoltre tutti o quasi hanno un microfono davanti e i cori sono di aiuto alla voce di Richards, che come cantante lascia a desiderare.
I pezzi sono tutti gli stessi di Talk Is Cheap e suonano come classici alla Exile. Persino un rockettino anni 50 come I Could Have Stood You Up dal vivo diventa un vero spasso. In aggiunta riforzano il menu il reggae di Too Rude, i due classici degli Stones già cantati da Richards, Connection (Between The Buttons) e Happy (Exile, che altro?) oltre ad una una Time Is On My Side cantata da Sarah Dash con troppa enfasi.
Un concerto stupendo, un divertimento totale; per me meglio dei live degli Stones.
Ma con il 1989 gli Stones chiamano e chiusa la vacanza Keith si rinchiude in studio con la vecchia band per registrare Steel Wheels.

Una appendice alla storia arriva nel 1992 con un nuovo disco con gli X-Pensive Winos, prodotto Richards - Jordan - Waddy Watchel e intitolato Main Offender.
Questa volta il suono di studio è perfetto e il mix rende perfettamente la potenza della band e anche la voce di Keith è al suo meglio.
L’album si apre con un tris di rock & roll composto da 999 (funky stones) - Wicked As It Seems (classic stones) - Eileen (che sarà il singolo). Belli anche il reggae di Words Of Wonder, la ballata funky di Yap Yap e la struggente Hate It When You Leave.

Purtoppo l’avventura dei Winos si fermerà qui. Per ora, almeno.

mercoledì 28 ottobre 2009

anni rock #4


Su Anni Rock un anonimo amico mi ha segnalato un sito straordinario che non conoscevo (dopo tutto ogni giorno dovremmo imparare qualche cosa di nuovo, non è così?). Il sito si chiama Rate Your Music ed è un incredibile data base di tutti i dischi stampati fino ad ora, copertine, recensioni, band e tutto il resto.
Devo confessare che un po' mi è dispiaciuto perché un simile tesoro sminuisce di molto il mio più approssimativo lavoro con Anni Rock (per non dire che lo vanifica) e certamente lo banalizza, perché d'ora in avanti non dovrei fare altro che limitarmi a copiare quelle pagine. Però ho deciso di non interrompere comunque il lavoro su quel blog: cercherò di personalizzare le mie liste di dischi farcendole al massimo con la mia esperienza personale. Dopo tutto non solo ho ascoltato, ma possiedo la gran parte dei dischi che cito in quelle pagine (e naturalmente tutti quelli di cui parlo in queste pagine). Happy trails.

martedì 27 ottobre 2009

dieci dischi di Canterbury


Soft Machine > Third (1970)
Caravan
> In The Land Of Grey And Pink (1971)
Gong > Flying Teapot (1973)
Henry Cow > Leg-end (1973)
Hatfield And The North (1973)
Robert Wyatt > Rock Bottom (1974)
Kevin Ayers > June 1, 1974 (1974)
Steve Hillage > L (1976)
Gong > Gazeuse (1978)
National Health > Of Queues And Cures (1978)

giovedì 22 ottobre 2009

Mink DeVille




“Altissimo, sottile, spigoloso, camicia di lamé, cravattino sottile, giacca resa lucida dall'uso, ciuffo da rocker ma capelli impietosamente lunghi, sguardo latino, portamento burini, serramanico certamente nascosto nello stivaletto di tartaruga, pronto a scintillare alla luce dei lampioni della notte newyorchese, Willie è il tipo che avresti paura a fissare negli occhi ad incrociarlo per una via deserta. Un junkie, uno spacciatore, un protettore di battone da poco, un piccolo bandito a suo modo elegante, sicuramente il boss dell'isolato, l'infedele boyfriend della Rosalita più bella. Depravato ed in cerca del riscatto sociale dietro ad easy money. E' il Little Richard dei giorni nostri: il più sporco, il più bugiardo, il più vanitoso.”

(Blue Bottazzi 1985)

Fra i ’50 ed i ’60 è stata scritta metà dei classici del rock. È la differenza di fondo fra i rockers di allora ed i punkers dei giorni nostri. Gente come Chuck Berry, “The Killer” Jerry Lee Lewis, Little Richard, per citare i Re, ci ha lasciato Tuttifrutti, Long Tall Sally, Good Golly Miss Molly, Maybellene, Johnny B. Goode, Carol, Little Queenie, Whole Lotta Shakin'. Ed Elvis Heartbreak Hotel, All Shook Up, Baby Let's Playhouse, Jailhouse Rock, Blue Suede Shoes, Love Me Tender ed un altro centinaio solo fra le più famose. A tutt'oggi non c’è garage band che non abbia qualcuno di questi pezzi in repertorio, non c’è dilettante che non impari su di esse il primo assolo di chitarra, non c’è pubblico che non ruggisca in concerto quando uno di questi hit arriva per il bis. Perché (come diceva Elwood Blues presentando Green Onions) questi sono i nostri Bach, i nostri Brahams, i nostri Beethoven.
C'è qualcuno che oltre ad interpretare questa roba dal vivo, sta ancora scrivendo, proprio mentre io scrivo e voi leggete, canzoni da infilare alla voce classici?
Qualcuno c’è a scrivere ancora i suoi rock nella roccia. Uno, non ne dubitiamo, è il Boss, Bruce Springsteen, e basta citare Fire, o The Fever, Hungry Heart, Point Blank, Johnny 99.... Un altro è il nostro amico Willy, che disco dopo disco sta creando una serie di classici da sbalordire, ed è di questi che vogliamo raccontare. A guardarlo dalle copertine, parlo di Cabretta e Return To Magenta, ho sempre creduto di assomigliare un po' a Willie. Sapete, quella identificazione che si sviluppa a volte fra il fan ed il r'n'r hero. Somigliargli fisicamente, voglio dire, a parte i gusti indubbiamente in comune, a giudicare i suoi remake di Crystals, Moon Martin, le sue atmosfere soul da N.Y.C. Serenade, e l'impostazione vocale alla Lou Reed. Quando poi me lo sono trovato davanti ho sperato davvero che non fosse così. Il critico rock Mauro Zambellini lo ha definito “uno strano miscuglio fra un gitano, un moschettiere del re e Salvator Dalì”. Baffetti, orecchini, sguardo da junkie, gatto blu tatuato sul braccio, movimenti molli ed eleganti, il suo sorriso ha qualche cosa di molto particolare. E non si tratta solo di personalità e di fascino, che pure indubbiamente non gli fanno difetto, quanto di uno sconcertante collage di denti bianchi e denti d'oro, che il nostro si fa mettere per sfizio ogni volta che gli avanza un po' di contante.
Willy è nato nella Lower East Side di Manhattan, nel cuore povero di New York City, una sorta di pianeta a se stante nel cosmo degli States, un frenetico e sovrappopolato mondo che odora di portoricani, neri, rithm & blues e musica latina. Un mondo particolare dove crescere, fra asfalto e cemento, grattacieli e scale di sicurezza, teppisti e piccoli boss.
Non a caso Willie non si sente americano: “I'm not American, I'm Newyorker: non sono americano, sono di New York!” . Una condizione difficilmente comprensibile per chi non è vissuto in quella giungla artificiale, in quel microcosmo che nello spazio di pochi chilometri raccoglie gente proveniente da tutto il mondo. Musicalmente Willy si è fatto di rock & roll e di soul, jazz e blues. Artisti che vengono spesso citati parlando con lui sono Gene Vincent, Otis Redding, Ben E. King, Charlie Parker. E naturalmente anche Billie Hollyday. La sua carriera musicale è stata come la sua vita: tutt'altro che liscia. Quando Willie si è messo in testa di diventare un rock & roller, non c'era nessuno disposto a rischiare una lira sulla sua musica, e ben pochi erano in effetti disponibili ad ascoltarlo. Erano gli anni del rock progressivo, del jazz rock, o al massimo del country, del rock blues, dell'hard rock.
Niente da fare per un latino come Willie, che non avendo particolari impegni in America decise di dare un'occhiata alla vecchia Europa, in particolare all'Inghilterra, all'epoca - come oggi - particolarmente di moda.
Ma la sua occasione lo aspettava a New York, sotto la forma dell'ondata punk. Tornato in patria, mise in piedi un ottimo gruppo rock sotto l'esotico nome di Mink DeVille, e come i migliori gruppi di quegli anni trovò un suo spazio, anche economico, in un ex locale di country music, il CBGB's, dove il proprietario, tal Mr. Hilly Kristal, aveva naso a sufficienza per intuire cosa stesse per capitare alla baracca del rock. Al CBGB's si esibiva per pochi dollari gente come i Ramones (la vera cult band del posto), i Blondie di Deborah Harris, i Television di Tom Verlaine, i Talkin' Heads, e gente meno fortunata come gli italo americani Tuff Darts, gli Shirts, i Miamis. I Mink DeVille divennero un numero fisso del locale, con un repertorio affascinante, come Willie ama definirlo 'un pachuco' di soul, r&r, musica latina.
Ed, aggiungo io, punk e rock newyorchese, quello di Lou Reed e le New York Dolls. Willie non lo ammette, ma il suo modo di cantare agli inizi era fortemente ispirato a Reed, specie nella ricerca dei toni bassi, della voce cavernosa.
Il primo classico fu Cadillac Moon, una ballata dalla struttura molto semplice, che la voce ed il cuore di Willie rendono evocativa e sognante. Una ballata elettrica sulla New York di “tutte le notti fino a che non arriva la luce / a fare le cose che si fanno solo al buio".
Un riff ispirato ai migliori Rolling Stones, un po' cantato, un po' recitato, un po' masticato. Un esordio di gran classe. La prima incisione dei DeVille fu in “Live At CBGB's”, un doppio live con tre canzoni della band, Cadillac Moon, Let Me Dream If I Want You, Change It Comes, ballate, reggae ed un pizzico di pachuco. Dalla incisione i ragazzi di Willie ricavarono 150 dollari, ma pure l'interessamento della Capitol EMI, alla ricerca di bands per l'emergente catalogo punk, che era ormai esploso nelle classifiche con Ramones e Sex Pistols. Anche Jack Nitzsche, mitico collaboratore di Phil Spector nei '60, era attirato dal sound di Willie, non tanto per l'aspetto punk, quanto per l'anima soul che quelle canzoni emanavano.
Jack fu il produttore ed il vero artefice del primo album, Cabretta, il primo di una sorprendente serie di gioielli: registrato velocemente, con un suono molto naturale e con Jack impegnato soprattutto a limare tutte le asperità del suono del gruppo. Già con questo album fanno la comparsa i primi classici di Willie. Quello che sarà il più famoso, non usciva dalla penna dell'artista, ma di un biondo occhialuto che in quegli anni rischiava di diventare il Buddy Holly della situazione, Mr. Moon Martin himself, un ragazzo con molto rock & roll nelle orecchie (Beach Boys, Creedence, Beatles) ed una facilità naturale a scrivere hits. Nitzsche lo aveva conosciuto ai tempi della produzione della ex Mamas & Papas, Michelle Phillips, a cui John (Moon) aveva collaborato come chitarrista e compositore.
Beh, per tornare a noi, il pezzo si chiamava Cadillac Walk, il passo della Cadillac, ed è una vera potenza, niente da invidiare ad un originale di Jerry Lee Lewis. Nella versione di Willie il “passo della Cadillac” diventa un boogie tirato e sporco come la notte nell'East Side, su questa Rita che
“se ne va in giro quando sale la luna e scende il sole / ha le fiamme nel sangue ed il fuoco nel respiro / ed una rosa tatuata sulla coscia / she drives my my young blood wild / my baby's got the Cadillac Walk / mi tira pazzo / la mia piccola cammina come una Cadillac...”

E subito dopo un twist da favola, latino fin nel titolo, Spanish Stroll, un altro punto fermo nella carriera ed il primo single di successo. Quando ho sentito per la prima volta questa canzone, con la storia di Rose, e sorella Sue, e tutto il resto, mi sono detto “Lou Reed ha rifatto il colpo gobbo!”. Dopo Sweet Jane, volevo dire. Ed ancora, Can't Do Without It, un super lento alla Crazy Love (Van Morrison), un soul con gli Immortals a fare da coro.
Un esordio al fulmicotone, che se pure non gli ha dato vendite da star, ha creato alla band un vero seguito nell'ambiente degli addetti ai lavori ed in paesi come la Francia e l'Italia, dove il background dell'uomo non può sfuggire. A questo va aggiunto un live show che i nati della nostra generazione hanno rischiato di vivere solo attraverso il racconto dei sopravvissuti, tipo Chuck Berry (nei suoi anni migliori, naturalmente) che cavalca la chitarra con il passo dell'oca. The “duck walk”, resuscitato dal nostro nel gran finale dello show, sulla musica di Lipstick Traces, tracce di rossetto. La band all'epoca era composta da musicisti di notevole calibro, un chitarrista dal nome che è tutto un programma, Louis X (Erlanger), un bassista dall'aria (e le generalità) latine, Ruben Siquenza, Thomas Allen Jr. alla batteria, Bobby Leonards, pianista in occhialini da orbo, e soprattutto un sassofonista dal nome di Steve Douglas, di Presleyana memoria. Una band la cui potenza diventa esplicita la seconda volta che Jack porta i ragazzi in sala di registrazione, ovviamente a N.Y.C..
Return To Magenta” è un disco più compatto del precedente, pervaso quasi del Phil Spector's wall of sound, il muro del suono. Strumenti precisi e puliti, suono duro ed aggressivo, tocchi d'orchestra e di fiati, momenti d'apertura lirica da West Side Story. Return To Magenta, accolto con entusiasmo da chi aveva amato Cabretta, non è però certo un disco commerciale, a differenza di quello che speravano i manager della Capitol. Di qui i primi scazzi fra il nostro ed i discografici, l'uno sempre più indirizzato verso il suo pachuco di soul, amenità latine e cajun, gli altri disorientati ed alla ricerca di un “sano” hard rocker da classifica. La frattura è imminente ed il colpo di grazia lo da Willie stesso trasferendosi nell'amata Parigi con Steve Douglas e qualche fedelissimo come Louis “X”, per registrare parte dell'album successivo, il progetto più ambizioso del nostro amico.
L'album prende il titolo di Le Chat Bleu, la gattino che Willie e la sua mitica compagna Tootsie (in copertina) hanno tatuato sul deltoide. I due anni d'attesa, il suono straordinario, il carico degli arrangiamenti carichi di atmosfere francesi (o piuttosto alla New Orleans?), insolitamente mischiati alle durezze di un rock & roll assai tosto, ed il comportamento ambiguo della casa discografica, ne fanno un cult record. I responsabili della Capitol americana infatti rifiutano di stampare il disco perchè lo considerano invendibile (!!!), e liberano dagli affanni del contratto questo nigger. Viceversa i responasabili della EMI francese, rapiti dalla bellezza del gatto blu, lo stampano nel loro paese. Con il risultato che fra gli appassionati di tutto il mondo, compresi USA ed Italia, “Le Chat Bleu” diventa il disco import più richiesto dell'anno, costringendo la Capitol a tornare sui propri passi ed a stamparlo tardivamente. Il destino dei dischi troppo belli.
Nella copertina interna Willie stringe un ellepi di Gene Vincent. Sul vinile trovano posto due dei suoi classici più potenti, due r'n'r durissimi, Savoir Faire e Lipstick Traces, la seconda ben nota a chiunque abbia avuto la fortuna di assistere ad un concerto della band:
“ogni sigaretta che fumo, ogni bicchiere in cui bevo / tracce di rossetto / ovunque guardo, ovunque tocco / tracce di rossetto / dove sei andata, perchè mi hai lasciato con tracce di rossetto? / non posso stare alzato, non posso andare a dormire, non posso sopportare questi segni / tracce di rossetto!”
“Me ne stavo all'angolo della strada a guardare le ragazze passare / quando arriva lei, e guarda dalla mia parte / la devo fare mia... ha stile, ha gusto, ha un viso stupendo, ha Savoir Faire / non ha bisogno di trucchi, ha un bell'aspetto, ha Savoir Faire!!!”
Poi un cajun infuocato, Mazurka, ed un rifacimento di Bad Boy, finito nella colonna sonora di un film ad alto potenziale rock, “Breathless” (All'Ultimo Respiro, con una Valerie Kaprinski da mordere).
Poi lenti innamorati, Just To Walk That Little Girl Home “non c’è niente che non farei pur di accompagnare a casa quella ragazzina... ”, ed un finale sognante, Heaven Stood Still. E' il capolavoro, ed il primo grosso successo di Willie, sia pure solo a livello di pubblico scelto. Ma appena terminate le registrazioni, le cose non avevano un aspetto così roseo: il disco non si stampava, quello che era rimasto della band si sciolse definitivamente e Willie si trovò a spasso confortato solo dall'amore di Tootsie. Jack Nitzsche aveva intanto ricevuto da William Friedklin (l'Esorcista) l'incarico di preparare la colonna sonora per “Cruising”, un film giallo ambientato nel mondo degli omosessuali s/m di New York, gente poco raccomandabile vestita di cuoio e coperta di tatuaggi, la cui attività affettiva principale pare essere il 'fist-fucking', ed ho il pudore di non tradurre.
Jack aveva radunato punkers come Rough Trade, Germs, Cripples, Madelyn Von Ritz (When I Close My Eyes I See Blood, quando chiudo gli occhi vedo sangue...), più aristi come John Hiatt e Mutiny. Willie fu la ciliegina di quelle registrazioni, con tre pezzi “serramanico” inseriti molto bene anche nel film.
Dopo di che, spinto dal successo di Le Chat Bleu, si rimbccò le maniche per rimettere in piedi la band. Partendo dal tastierista (e fisarmonicista) Kenny Margolis, che già aveva partecipato al gatto blù, Willie si imbattè in una serie di ceffi dai nomi di Ricky Borgia, Louis Cortellezzi, Joey Vasta e Tommy Price. Una band impomatata ed imbrillantinata da far invidia a casadei, giacche e camicie variopinte da jazzista nero: una band da passare alla storia.
Gli show ripresero a New York, come ai tempi del CBGB's, ma con un'altra esperienza alle spalle ed un altro seguito di pubblico. Vuole la leggenda che al Trax di N.Y.C. sia venuto a sbirciare niente meno che Mr. Ameth Ertegun, il boss della Atlantic in persona. Sapete, la casa discografica di Otis Redding, Aretha Franklin, Booker T, Wilson Pickett, Sam & Dave e, last but not least, i Blues Brothers. Ad un simile presidente non poteva sfuggire la carica soul della band, e Willie si è ritrovato con un contratto con i fiocchi. Sono giorni felici: grandi show, grandi album, grandi canzoni.



Il primo lavoro per la Atlantic è “Coup De Grace”, nel 1981, il più sincero ed immediato degli album di questo zingaro. Maybe Tomorrow, One Good Reason e Love Me (Like You Did Before), sono i nuovi great hits da aggiungere alla serie.

“Sei così bella mentre mi passi accanto questa mattina / ed io sarei orgoglioso se tu ti lasciassi accompagnare a spasso per la città / Hey Pretty Thing, guarda dalla mia parte, dimmi / se c’è una speranza di iniziare una storia d'amore dimmelo / sento che il mio cuore si mette a battere / ed il sole illumina la strada / se non posso amarti stanotte, può darsi domani?” (Maybe Tomorrow).

Il tour europeo comprende una data a Milano, e tre notti all'Olympia di Parigi, a coronare un antico sogno. Al tour non fece seguito un live ufficiale, ma un paio di bootleg, tra cui l'ottimo doppio “Live Concert”, registrato il 13 dicembre ’82 al Pavillion di New York City. Willie dal vivo è un'esperienza da vivere. Introdotto dallo strascicato sax di Harlem Nocturne (una cover dei Viscounts), Willie sale sul palco come un vero principe. Saranno due ore di rock & roll, dall'inizio cool di Slowdance, Can't Live Without It e You Better Move On, al finale incandescente a passo d'oca a cavallo della Gibson su Lipstick Traces e Spanish Stroll, fino all'ultimo dei bis, la lunga Easy Street, con il coro che saluta “...so long, ...so long” .

Agli ultimi mesi dell’83 risale l'uscita del successivo capitolo per la Atlantic, l'enfatico Where Angels Fear To Tread, dove gli angeli hanno paura di passeggiare. E’ un DeVille che si autocelebra, in pieno trip soul, che crede di essere Billie Hollyday in persona. Un disco volutamente ripulito di ogni durezza, arrangiato e suonato con l'energia delle grandi occasioni, dei grandi spettacoli, quale “Angels...” aspira essere. In diversi episodi il sogno si concretizza, prende forma attraverso canzoni appassionate per Romeo e Giulietta, zuccherosi dolci messicani, epici twist lenti ritmati dal battito di un cuore latino, fiumi di lacrime e tramonto di luna:
“E' un giorno triste, e vorrei poter dire che quella nei miei occhi è pioggia / vorrei trovare le parole per dirti come sto dentro / così avvicinati ed ascoltami, ogni parola è un battito del mio cuore....” .
Sopra ogni altra cosa una grande danza latina, Demasiado Corazon:
“Ogni mattina sono a pezzi / ogni giorno mi sento morire / ogni notte mi faccio più debole / ogni notte piango / fuori per la città mi scorrono lacrime sul viso....” .

Non tutto il disco è sullo stesso livello, ma quando la band intona un rock & roll... “Dietro l'angolo splende la mia stella / ha vestiti carini ed una macchina graziosa / ma io sono nei casini per come si sono messe le cose / perchè so che non dovreì andare oltre l'angolo... / mi dicono tutti che doveri scordarmela, che dovrei starmene al mio posto / ma c’è qualcosa dentro che mi dice: la farò mia! / Dietro l'angolo, giù per la strada / c’è un angelo che devo incontrare / presto renderà completa la mia vita / devo andare perchè l'amore è proprio là, dietro l'angolo” (Around The Corner).

“La mia ragazzina è davvero forte / l'unica al mondo che potrebbe spezzarmi il cuore... / sto in pensiero per te baby, va tutto bene? / sto in pensiero per te, ti senti sola stanotte? / e se ti fossi vicino, ti starei stringendo forte!” (Are You Lonely Tonight?).

Il tour di Angels è il più caldo ed entusiasmante nella storia della band, ed il concerto del 6 giugno ’84 al Teatro Tenda lo testimonia. Ma qualche cosa si mette di traverso all'idea di realizzare finalmente l'atteso live. DeVille rompe (di nuovo) con la sua etichetta, colpevole a suo dire di non spingerlo nel modo dovuto, e la Atlantic esprime il proprio dispiacere per la perdita dell'artista facendo uscire il mini lp “Every Song Is A Beat Of My Heart”, con Harlem Nocturne, una versione live di Maybe Tomorrow e la cover di Stand By Me di Ben E. King, uscita in precedenza solo come singolo.
“Quando scende la notte / e tutto attorno è buio / e la luna è la sola luce che si vede / io non avrò paura / non avrò paura finchè tu sarai al mio fianco / Se il cielo che stiamo guardando dovesse cadere / e la montagna franasse nel mare / io non piangeri, no, non verserei lacrime / fino a che tu sarai al mio fianco” .

C’è aria di rinnovamento per Willie, che pare essere alle soglie del grande successo. Nuova etichetta, la Polydor, che si appresta ad investire cifre sostanziose sull'artista, nuova fidanzata, quella Lisa che prende nella sua vita il posto dell'amata Tootsie, che divideva il suo destino da che i due erano alla tenera età di nove anni. Nuovo anche il look. Lisa non appariva un gran che soddisfatta dell'immagine pubblica di Willie, e tanto meno dei suoi vizi privati, e con lei il nostro amico avrebbe perso l'abitudine alla chimica ed alle polverine, e guai ora a parlarne. Ma c’è una canzone di Tom Waits che recita “...ammetto di non essere un angelo / ammetto di non essere un santo / ma se esorcizzo i miei diavoli : anche i miei angeli potrebbero lasciarmi...” (Please Call Me Baby, 1974).

C'è qualche cosa di vero anche per Willie: e l'album per la Polydor, preparato alla grande, lanciato sul mercato con tutte le spinte del caso, addirittura anche nella lussuosa edizione CD, per la prima volta non gira come dovrebbe. Intanto nasce con un tradimento: viene messa temporaneamente da parte la band e per la registrazione di Sportin' Life (1985) vengono utilizzati i session man del Muscle Shoals Rithm Section. Si salva solo Cortellezzi, sassofonista di scintillante talento. Sarebbe un po' come se Mick Jagger registrasse il prossimo album dei Rolling Stones utilizzando i Chicago. Inoltre il disco è registrato in Alabama, e questo per un true newyorker è imperdonabile. Ma il peggio è che su dieci canzoni non c’è neppure un rock & roll. Anche se dalla copertina Willie sogghigna da pappone, mostrando i denti d'oro che gli ornano la bocca, sul disco fa a gara a chi è più “dude” fra lui e Bryan Ferry. Le canzoni, che hanno un suono così pulito che sembrano registrate in uno studio dentistico, si rifanno molto a soul morbidi del passato come Every Word Is A Beat Of My Heart, rincorrendo sogni alla Drifters, ma troppo “cool”. Le sottolineature latine e “pachuco” sono assottigliate al minimo, e c’è da credere che il fatto non sia neanche intenzionale: ci sarà pure un po' di differenza fra il modo di suonare dei Muscle Shoals R. S. e gente che si chiama Ricky Borgia e Kenny Margolis! Nonostante le migliori intenzioni dell'etichetta e del pubblico, “Sportin' Life” è una delusione, inevitabilmente anche come vendite, al punto che è saltata la prevista tournee europea di fine ’85 nel corso della quale, con una formazione allargata a 14 elementi, avrebbe dovuto essere registrato l'atteso album dal vivo, in cui dovevano trovare posto tutti i numerosi hits dei DeVille, più alcune cover di classici soul come Save The Last Dance For Me e Spanish Harlem.

In un'intervista dell’86 Willie dichiarò: “Qualche cosa è andata perduta fra il primo disco e l'ultimo. Non so se per colpa della droga, o delle continue lotte con le case discografiche. Tutto quello che so è che è sparita la scintilla, sono andato fuori strada. Adesso sto disperatamente cercando di rievocare gli stimoli e le emozioni di quando ho incominciato a suonare, quando desideravo più di qualsiasi cosa al mondo far parte di una band. Droghe, avvocati e divorzi si sono portati via una gran fetta della mia vita e della mia carriera” .

Nel 1987 uscirà uno dei dischi migliori di Willy DeVille, Miracle, prodotto da Mark Knopfler. Ma la evidente novità sarà che da quel momento i dischi non sono più accreditati alla band dei Mink DeVille ma a Willy solista. E questa è una storia che racconteremo un'altra volta...

i dischi:

Mink DeVille 

Cabretta - Capitol 1977 - ★ ★ ★ ★
Return To Magenta - Capitol 1978 - ★ ★ ★ ★ ★
Le Chat Bleu - Capitol 1980 - ★ ★ ★ ★ ★

Coup de Grace - Atlantic 1981 - ★ ★ ★ ★ ½
Where Angels Fear To Tread - Atlantic 1983 - ★ ★ ★ ★
Sporting Life - Polydor 1985 - ★ ★

Willy DeVille

Miracle - Polydor 1987 - ★ ★ ★ ★ ★
Victory Mixture - Sky Ranch 1990 - ★ ★ ★ ★ ★
Backstreets Of Desire - FNAC 1992 - ★ ★ ★ ★
Live - FNAC 1993 - ★ ★ ½
Big Easy Fantasy - New Rose 1995 - ★ ★ ★ ★

Loup Garou - EastWest 1995 - ★ ★ ★
Horse Of A Different Color - EastWest 1999 - ★ ★ ½
Acoustic Trio Live In Berlin - Eagle 2002 - ★ ★ ★
Crow Jane Alley - Eagle 2004 - ★ ★
Pistola - Eagle 2008 - ★ ★ ★ ½

martedì 20 ottobre 2009

le band della new wave


Nel 1977 improvvisamente tutto era cambiato sulla scena rock, specie nel vecchio mondo. Le Rock Star erano ormai irrimediabilmente (per quanto provvisoriamente) fuori moda, e a ragazzini imberbi erano tributati onori e acclamazioni. Accadde però un fenomeno singolare: molte delle nuove band sembravano prendere il posto esatto di quelle che le avevano precedute. In qualche modo i figli sostituivano i padri. In un recupero dell'energia delle canzoni di tre minuti, sembrava per esempio che Eddie & The Hot Rods volessero prendere il trono degli Who, o Dr. Feelgood di Rolling Stones.
Proviamo, per gioco, a dare ad ogni nuovo gruppo dei 70 il volto di uno dei 60?

Sex Pistols > Elvis?
Modern Lovers > Velvet Underground
Ramones > Beach Boys
Eddie & The Hot Rods > Who
Jam > Who
Dr. Feelgood > Rolling Stones
Elvis Costello > Buddy Holly, Stax
Nick Lowe Rockpile > Beatles, Motown
Ian Dury + Blockheads > Frank Zappa + Mothers
Clash > ?, Gene Vincent
Ultravox! > Roxy Music
Pretenders > Kinks
Police > Bob Marley
Graham Parker > Springsteen, Dylan
Larry Martin Factory > Lou Reed
Moon Martin > Buddy Holly
Marshall Crenshaw > Buddy Holly
Stray Cats > Gene Vincent
Television > Rolling Stones
Mink DeVille > Chuck Berry, Drifters
Blondie > Dusty Springfield ?
Patti Smith Group > Rolling Stones
Talking Heads > Roxy Music ?
Devo > Kraftwerk
Dire Straits > Eric Clapton
X > Doors
James White > James Brown
Tom Petty + Heartbreakers > Byrds
Blasters > Creedence CR
Jim Carroll > Lou Reed
Iggy Pop > Iggy Stooge

chi ho dimenticato?

domenica 18 ottobre 2009

1986 - 1980 punk singles


1976
Sex Pistols > Anarchy In The UK
Modern Lovers > Roadrunner
Ramones > Blitzkrieg Bop
Dr. Feelgood > Roxette
Blondie > In The Flesh
Damned > New Rose
Vibrators > Pogo Dancing
Nick Lowe > So It Goes
Eddie & The Hot Rods > Live At The Marquee (EP)

1977
Sex Pistols > God Save The Queen
Ian Dury > Sex & Drugs & Rock & Roll
Clash > White Riot
Television > Marquee Moon
Elvis Costello > Alison
Nick Lowe > I Love The Sound Of Breaking Glass
Larry Martin Factory > Sweet Mama Fix
Police > Fall Out
Iggy Pop > China Girl
Iggy Pop > Success / The Passenger
David Bowie > Heroes
Damned > Neat Neat Neat
Jam > In The City
Ramones > I Remember You
Ramones > Sheena Is A Punk Rocker
Blondie > Denis
Devo > (I Can't Get No) Satisfaction
Graham Parker > Hold Back The Night
Talking Heads > Psycho Killer
Tom Robinson Band > 2-4-6-8 Motorway
Mink DeVille > Spanish Stroll
Generation X > Your Generation

1978
Police > Roxanne
Ian Dury + Blockheads > Hit Me With Your Rhythm Stick
Clash > Clash City Rockers
Elvis Costello > Pump It Up
Cure > Killing An Arab
Police > Can't Stand Losing You
Police > So Lonely
Dire Straits > Sultans Of Swing
Siouxie & The Banshees > Honk Kong Garden
Joe Jackson > Is She Really Going Out with Him?
Graham Parker > Hey Lord Don't Ask Me Question
Talking Heads > Take Me To The River
Rachel Sweet > B-A-B-Y
Robert Gordon + Link Wray > Fire

1979
Madness > One Step Beyond
Specials > A Message To You Rudy
Clash > I Fought The Law
Ian Dury + Blockheads > Reason To Be Cheerful, pt 3
Nick Lowe > Cruel To Be Kind
Ramones > Rock 'n' Roll High School
Joe Jackson > Sunday Papers
Knack > My Sharona
Lene Lovich > Lucky Numbers
Motels > Total Control
Pretenders > Brass In Pocket

1980
Stray Cats > Runaway Boys
Cure > A Forest
Rockpile > Teacher Teacher
Ramones > Baby, I Love You
Ramones > Do You Remember Rock 'n' Roll Radio?
Jim Carroll > People Who Died
X > Soul Kitchen
Nina Hagen > African Reggae
Joe Jackson > The Harder They Come
Rachel Sweet > Baby, Let's Play House
Germs > Lion Share
Blasters > Marie Marie

1981
Los Lobos > Anselma

1982
Dexys Midnight Runners > The Celtic Soul Brothers
Fleshtones > Roman Gods / Ride Your Pony

venerdì 16 ottobre 2009

Dieci dischi per capire la new wave


UK
Dr. Feelgood > Stupidity (1976)
Sex Pistols > Never Mind The Bollocks (1977)
Ian Dury > New Boots and Panties (1977)
Larry Martin Factory > Early Dawn Flyers And Electric Kids (1977)
Jam > In The City (1977)
Graham Parker > Parkerilla (1978)
Elvis Costello > This Year’s Model (1978)
Joe Jackson > Look Sharp! (1979)
Clash > London Calling (1979)
Nick Lowe > Labour Of Lust (1979)
Police > Reggatta de Blanc (1979)
Specials (1979)
Dexy’s Midnight Runners > Too-Rye-Ay (1982)
Pogues > Red Roses For Me (1984)

USA
Modern Lovers (1976)
Mink DeVille > Cabretta (1977)
Ramones > Leave Home (1977)
Television > Marquee Moon (1977)
Blondie > Plastic Letters (1977)
Talking Heads > More Songs About Buildings and Food (1978)
X > Under The Big Black Sun (1982)
Fleshtones > Roman Gods (1982)
Blasters > Non Fiction (1983)
Los Lobos > How Will The Wolf Survive (1984)


precursori e dintorni:
Stooges (1969)
MC5 > Kick Out The Jams (1969)
New York Dolls (1973)
Patti Smith > Horses (1975)
Peter Hammill > Nadir's Big Chance (1975)
Lou Reed > Street Hassle (1978)

giovedì 15 ottobre 2009

2 in 1


Quando ho visto esposte nel mio negozio di dischi preferiti le ristampe dei primi due Big Star (quelli belli) ho avuto una piccola stretta al cuore. Perché io i due CD li avevo già, ma nella stampa 2 su 1. Due LP (che una volta non duravano più di 35 minuti) su un CD soltanto. Uno scherzo che è già stato fatto più volte nel mondo delle stampe su CD: Soft Machine 1&2, Mink DeVille 1&2, Stomu Yamash'ta 1&2...
Chiamatemi feticista, ma avere due dischi su uno non è la stessa cosa. Intanto la copertina di solito è un abominio. Ma anche i pezzi, già è difficile non avere il lato A separato dal lato B, ma avere tutte quelle canzoni mischiate, che non si sa dove finisce Kevin Ayers e dove inizia Robert Wyatt, non si riesce ad amarlo davvero un disco due in una. È un po' com'era avere una C90 con registrati i due album: quando avevi i soldi andavi a comprarli veri.
Insomma, se sei un feticista hai bisogno della copertina vera. Se non te ne frega niente, allora puoi scaricarle da internet le canzoni…

PS: vendesi un interessante CD con i primi due album dei Big Star di Alex Chilton…

martedì 13 ottobre 2009

Phish > Joy


Sono in molti a considerare i Phish la migliore rock band degli anni novanta, ma gli anni duemila sono stati un discorso diverso, un percorso ad ostacoli che i quattro hanno percorso a corrente alternata. Dal 2000 al 2002 i quattro Phish hanno sospeso la propria frenetica attività, per riprenderla senza il ritmo del decennio precedente fino al 2004, quando il chitarrista Trey Anastasio annunciò lo scioglimento definitivo del gruppo, a suo dire per scansare il rischio di ripetere all'infinito la stessa formula musicale.
Dopo quattro anni passati a sparare invano in varie direzioni musicali senza centrarne nessuna, Anastasio & Co. hanno però pensato bene di riprendere l'attività dei live show ed oggi anche discografica, con quello che si può numerare come il quattordicesimo disco in studio della formazione.
Disco che in perfetta coerenza con le previsioni del leader, ripete calligraficamente la stessa formula musicale dei tredici che l'hanno preceduto.
I Phish sono stati spesso accostati ai Grateful Dead, sia per la potenza del proprio live show che per il seguito di culto dei propri fan, ma anche perché per entrambe le band i dischi di studio rappresentano spesso nulla di più di una base da cui partire per le splendide invenzioni dei torrenziali concerti. Joy rientra perfettamente in questo cliché.
Prodotto da Steve Lillywhite (già produttore di uno dei più riusciti album del gruppo - Billy Breathes, e dei migliori lavori dei cugini della Dave Matthews Band) il disco costituisce lo sforzo, particolarmente di Trey, di creare una pietra miliare nella discografia della band. In particolare il chitarrista si prende l'onere di comporre otto dei dieci brani del disco, lasciando ai compagni le briciole di un paio di pezzi. Il che è abbastanza sorprendente perché gli ultimi anni non hanno visto il leader particolarmente in forma.

I brani che aprono l'album sono orecchiabili ed equilibrati, e costituiscono senz'altro un ottimo materiale da cui partire per il live show. Però traspare che la produzione ha voluto evitare eccessi sonori finendo però per affossare un poco non solo la potenza della sezione ritmica di Fishman e Gordon (la migliore "in città" assieme a Lessard e Beuford - e dovreste sapere di chi sto parlando) ma anche la chitarra solista santaneggiante di Anastasio, che alla fine dovrebbe costituire uno dei punti forti del suono della band. Ci si accorge subito che la vera colonna portante del suono del disco è rappresentato dalle tastiere di Page McConnell e dal dialogo fra il suo organo dal suono liquido e il fraseggio del piano elettrico. Niente da lamentarsi perché Page è un grande quanto misurato tastierista.
Il terzo pezzo, Joy, che da il nome al disco, è un singolo riuscito e molto orecchiabile che farebbe la sua figura in una antologia, fra Free e Farmhouse. I testi sono anche il manifesto del lavoro: "vogliamo che siate felici / non vivete nell'ombra / vogliamo che siate felici / perché questa è anche la vostra canzone".

Il successivo Sugar Stack è una boccata d'aria fresca: il brano di Mike Gordon è una calda canzone avvolgente, parte veramente bella per poi trasformarsi nel coro in uno scherzoso ritmo calipso, come accade di frequente nelle oblique ballate del bassista più folle del mondo. E ci si accorge che è più calda e comunicativa del suono che l'ha preceduta.
Ocelot è un brano dal marchio registrato Phish cento per cento, e sarà un punto fermo in concerto, e lo stesso credo si possa dire per la successiva Kill Devil Falls.
I Been Around è uno scherzoso R&B lento a firma Page McConnell, ma di nuovo un momento caldo, ed allora si comincia ad intuire cosa non convince in un disco così formalmente perfetto: che è un disco che comunica poco, freddo come solo Anastasio riesce ad essere. Va sottolineato che McConnell ha realizzato nel 2007 con molta cura il migliore fra i dischi solisti dei quattro, per la Columbia, con l'aiuto di musicisti come Jim Keltner e Mike Gordon, un caldo impasto di nove canzoni che ripescano tanto dai Phish quanto dal suono morbido di The Band.

I nodi vengono al pettine nei tredici minuti di Time Turns Elastic, la lunga composizione che dovrebbe costituire la pietra angolare del lavoro. Time Turns Elastic vorrebbe essere una arrogante "composizione" di un Anastasio che si prende troppo sul serio. Dopo aver registrato nel passato un noioso lavoro per chitarra e orchestra (Seys De Mayo) che nella sua opinione dovrebbe essere musica classica, lo ha ripetuto quest'anno con una insopportabile registrazione sinfonica che si intitola proprio Time Turn Elastic. Nella versione di questo disco il brano è soprattutto cantato ed è costituito da tante diverse melodie che si inseriscono una dopo l'altra un po' al modo della seconda facciata di Abbey Road o come nei lavori del progressive inglese degli anni settanta. La band ha troppa personalità per poter assomigliare a qualcun altro, ma per intenderci il risultato riporta alla mente un altro gruppo "art rock" americano dei settanta, gli Utopia di Todd Rundgren. Time Turns Elastic partirebbe anche bene con i primi due "movimenti", molto riusciti nel cantato "in and out of focus / time turns elastic…"; dopo di che si perde in non si sa quale interminabile masturbazione sonora, ed allora è difficile resistere a passare oltre. Per continuare il paragone con il prog, pare di essere atterrati sul finale di Tales From Topographic Ocean o di Brian Salad Surgery. Non a caso oltreoceano è stato coniato lo scherzo: Emerson Lake & Phish. Dicono che dal vivo comunque il pezzo sia meglio, con un differente finale strumentale.

Peccato, perché la canzone che chiude l'album è una festosa Twenty Years Later che festeggia i vent'anni trascorsi da Junta, il primo disco ufficiale della band:

"Twenty years later, i'm still upside down
It's a small world, but it's turning real fast
(we're upside down)
It's a new day, and the morning has passed
(turned upside down)
It's a short road, but the mountains aren't tall
(lived upside down)
It's a small world, but we all start out small"

Che dire? Joy è un disco dal grande potenziale ma che non mi convince come dovrebbe, anche se molte cose sono splendide. Quello che manca è il senso della misura, ed in questo la responsabilità è probabilmente del produttore, oltre che di un Trey Anastasio di cui non si intravede la fine della crisi personale. Bisognerà giudicare questi redivivi dal vivo, e spero davvero che passino dalle nostre parti.


★★★ (in definitiva non è male)
Genere: Groove
Jemp Records, 2009
in breve: il ritorno della più grande band degli anni novanta con un disco che non sorprende e non delude, con canzoni che al solito costituiscono la base per le invenzioni del live show.

da ascoltare con:
Phish > A Live One
Phish > New Year's Eve 1995 - Live at Madison Square Garden
Phish > Live in Brooklyn

sabato 10 ottobre 2009

Van Der Graaf Generator > Live At The Paradiso 14:04:07


Ah, l’amour. Da quanti anni il nome di Van Der Graaf Generator è capace di emozionarmi, di evocare sensazioni, atmosfere, malinconie, speranze. Poesia. Amore, appunto.
Per tre volte si è rinnovato la mia relazione con la band di Peter Hammill, David Jackson, Hugh Banton e Guy Evans. La prima negli anni “grigi e rosa” del progressive, quando io ero un adolescente e loro erano eterei come una fiaba, una leggenda, un epico poema in cui perdersi ad ogni lettura. Gli anni di Pawn Hearts, barocchi.
La seconda con i lunghi poemi romantici di Still Life e World Record, ancora negli anni settanta ma con il mondo ormai sbilanciato verso una new wave di sonorità più immediate e rock & roll.
Poi tanti anni di Peter Hammill solista, un artista concettuale troppo complesso per poter essere totalmente seguito, e infine l’inaspettato e straordinario ritorno del 2005 testimoniato dal live Real Time.

Nel bel mezzo di questa rinascita, David Jackson, il sassofonista, abbandona. Un duro colpo, perché nelle atmosfere difficili, angolose, sperimentali dei VDGG il suo caldo sax è spesso il salvagente a cui aggrapparsi per godere del flusso della sinfonia. La band questa volta non ha chiuso i battenti, ma ha deciso di proseguire come trio. Live At The Paradiso ne è la testimonianza, attraverso un concerto al Club Paradiso di Amsterdam datato Aprile 2007.
Anche senza sassofono, cioè con sola voce, chitarra modesta, tastiere e batteria, la formula VDGG continua a funzionare. Musica romantica, atmosfera gotica, arrangiamenti barocchi in un mix dal marchio registrato. Peter Hammill riesce ancora una volta a rapirci, portarci lontano dagli affanni mondani per proiettarci in un mondo di spigolosa poesia e di ardita immaginazione. Anche senza sassofono ritornano i classici dei primi settanta come Lemmings e le immortali note di apertura di Man-erg “The killer lives inside me: yes, I can feel him move / Sometimes he's lightly sleeping in the quiet of his room, but then his eyes will rise and stare through mine / Angels live inside me: I can feel them smile... their presence strokes and soothes the tempest in my mind…”

Assieme a brani della discografia solista come In The Black Room e Gog, brani della trilogia della seconda incarnazione, fra cui The Songwriters Guild, dodici minuti fra i vertici del concerto, declinati addirittura in ritmo reggae. E infine i brani del recente Trisector, A Place To Survive ed Every Blood Emperor.
Peter Hammill ed i VDGG non hanno mai fatto sconti: niente canzoni ruffiane né materiale che si possa trasmettere in radio. Così anche Live At The Paradiso non cerca consensi in un pubblico allargato, né concede ragioni agli anni duemila. Dissonanze, Prog e arrangiamenti complessi ci sono come sempre, e si fanno amare dai cultori di sempre, anche se pure io oggi apprezzo di più i momenti più lirici e musicalmente minimalisti più propri del sound di Hammill.
Chi conosce la band la troverà qui ai consueti livelli. A chi si fosse ingolosito, o solo incuriosito, consiglio piuttosto di partire all’assaggio dell’universo musicale di Peter Hammill da suoi dischi solisti come Over o Love Songs. Piaceranno anche a chi apprezza cantautori come Nick Cave.

★★★★ (ottimo)
Genere: Rock progressivo romantico
Voiceprint, 2009
in breve: l’immortale musica di Peter Hammill & Co. in concerto in formato trio

da ascoltare con:

VDGG > Real Time (il live del 2007)

martedì 6 ottobre 2009

George Thorogood And The Destroyers > The Dirty Dozen


Qualcuno li fuori ricorda l'impatto che ebbero alla fine degli anni settanta George Thorogood e i suoi Destroyers del Delaware? In quei formidabili anni di recupero della energia del rock delle origini, nella forma e nella sostanza, Thorogood fu l'artista perfetto per far conoscere lo spirito del blues nel suo senso originale di festa gioiosa, di desiderio, di danza erotica con l'urgenza della new wave e il minimalismo del punk ad una generazione che non aveva gioco forza conosciuto i classici del blues.
Thorogood cantava, recitava e urlava con la sua voce roca gli originali con l'energia di un giovane bluesman e senza l'orpello della presunzione di portare un messaggio culturale, e suonava la slide guitar con l'impeto delle garage band e con la precisione di un chitarrista da crossroad.
I primi due album per la Rounder records, l'omonimo George Thorogood & The Destroyers e Move It On Over, restano due classici senza tempo nella perfetta essenziale pulizia dell'esecuzione e della registrazione. Due dischi dallo stesso impatto emotivo del contemporaneo esordio dei Dire Straits.
Con tutta modestia e sempre presentandosi come nulla di più di un entertainer, di un chitarrista da circuito dei blues club, negli anni immediatamente successivi George ebbe anche occasione di scrivere il proprio classico del blues, Bad To The Bone (un inno utilizzato innumerevoli volte da cinema e televisione) per poi sparire lentamente nell'oblio dei concerti nei piccoli club.
È stata per me una sorpresa trovarmi di fronte alla copertina del nuovo The Dirty Dozen, siglato di nuovo da GT and the Destroyers. Un titolo, "la sporca dozzina", ed una copertina intrigante, hanno smosso in me la voglia di rivivere le emozioni del passato. Il disco segna il ritorno di Thorogood ad una major, la Capitol, ed in realtà è costuituito da solo sei brani nuovi di zecca, il cosiddetto lato 1, mentre il lato 2 pesca sei canzoni negli album che il nostro registrò per la stessa etichetta negli anni ottanta e novanta. Non conosco la vita di Thorogood né so come se la passi alla vigilia dei sessant'anni, all'età cioè che avevano i suoi eroi quando li conobbe. Non so neanche perché abbia registrato solo sei nuove canzoni anziché dodici, se per marketing, necessità o impossibilità di produrre di più.
So che il disco mi ha conquistato, prendendo in breve sul lettore il posto dei dischi che stavo ascoltando. I brani sono come sempre classici di stampa Chess firmati da Willie Dixon, Muddy Waters, Bo Diddley, Howlin Wolf, Chuck Berry… e chi si aspettasse un artista maturo o in vena di nostalgie rimarrà sorpreso: GT sembra possedere ancora l'energia, l'urgenza, la voglia di suonare dei vent'anni, lo spirito della new wave ed ascoltandolo ci si ritrova in un attimo negli anni settanta fra Dr. Feelgood ed Eddie &The Hot Rods.

È anche una lezione: that's what rock & roll is all about. Lasciamo le tristezze alle spalle e torniamo a ballare. In questi giorni lo ascolto più spesso di Dylan.

side 1
Tail Dragger (Willie Dixon)
Drop Down Mama (John Adam Estes)
Run Myself Out Of Town (Wendell Holmes)
Born Lover (McKinley Morganfield aka Muddy Waters)
Twenty Dollar Gig (Mickey Bones)
Let Me Pass (Elias McDaniel aka Bo Diddley)

side 2
Howlin' For My Baby (Willie Dixon, Chester Burnett aka Howlin Wolf)
Highway 49 (Chester Burnett)
Six Days On The Road (Carl Montgomery, Earl Green)
Treat Her Right (Roy Head, Gene Kurtz)
Hello Little Girl (Chuck Berry)
Blue Highway (Nick Gravenites, David Getz)


★★★★ (ottimo)
Genere: Rock Blues, R&R
Capitol, 2009
in breve: il ritorno di un mito del blues bianco

da ascoltare con:
George Thorogood and the Destroyers (Rounder 1977)
Move It On Over (Rounder 1978)
Live (EMI 1986)
The Baddest Of (EMI 1992)

lunedì 5 ottobre 2009

Giant Stadium run



Bruce pensa di essere i Phish: nella sequenza di concerti al Giants Stadium (New Jersey) con la E Street Band sta eseguendo per intero dalla prima all'ultima canzone alcuni suoi album classici.
Il 30 settembre è stata la volta di Born To Run, il 2 ottobre Darkness On The Edge Of Town, il 3 ottobre Born In The USA. Mancano ancora due concerti a concludere l'evento.
Fra le altre canzoni Long Walk Home, American Land con Willie Nile e Jailhouse Rock. Inoltre ha questa nuova bella canzone, Wrecking Ball.



qui trovate le set list

sabato 3 ottobre 2009

anni rock #3


Anni Rock è arrivato al 1969. Il blog non consiste in altro che nell'elenco dei dischi più significativi usciti nell'anno, ma si tratta di nomi, titoli e copertine che bastano per portare alla luce ricordi, emozioni, canzoni che hanno avuto un grande peso nella nostra vita, nella nostra cultura e nel nostro cuore. Sarei tentato di aggiungere una storia per ogni anno, ma al momento il tempo non mi basta: o aggiorno il Blue Bottazzi BEAT o scrivo la brevissima storia del rock.
Mi riprometto di farlo quando la cronologia di Anni Rock sarà infine arrivata ai giorni nostri; allora ripartirò dal 1954 per raccontarne la storia con le mie parole. E magari per allora Anni Rock avrà qualche lettore in più di oggi che viaggia ancora nel crepuscolo del web.

Parallelo corre il progetto Il Mucchio Selvaggio degli anni settanta, per il quale scannerizzo le copertine di quei numeri della rivista, aggiungo il sommario degli articoli e delle recensioni e riporto qualche frase che mi pare significativa, specie riletta con il senno di oggi.
Penso che non mi limiterò ai numeri del Mucchio, ma aggiungerò anche i progetti nati dal Mucchio originale, vale a dire per esempio Rockerilla, il Buscadero e Feedback.

La realizzazione del progetto del Mucchio degli anni settanta ha inevitabilmente comportato che rileggessi alcuni articoli dell'epoca, per la prima volta in questi trent'anni. Che effetto mi hanno fatto? È inutile ricordare l'importanza che la rivista ebbe su tutti noi fruitori di rock di quegli anni indimenticabili. Tutti siamo, nel bene e nel male, figli di quelle recensioni che mandavamo a memoria e dei dischi che andavamo a cercare nei negozi di importazione.
Il Mucchio era un progetto indipendente, nato dalla iniziativa combinata del romano Max Stefani, già direttore di Popster e di Music Box, e di un nucleo di lombardi che girava attorno a Carù Dischi di Gallarate. La stampa "ufficiale" degli anni aveva buon gioco nel considerare minore un giornaletto stampato in bianco e nero con tanta passione ma spesso con meno cognizioni ortografica o talento. I primi numeri sono da questo punto di vista piuttosto ruvidi, ma stupiscono per la conoscenza approfondita che allora molti di quelli che scrivevano avevano di una musica di cui dalle nostre parti non si trovavano neppure i dischi. Il tempo avrebbe poi salvato il Mucchio ed affossato i cosiddetti professionisti della critica musicale, spariti nell'oblio.
Certo il Mucchio fu anche aiutato dalla circostanza di nascere in un momento assolutamente irripetibile per la nostra musica. Se Rolling Stone nacque a San Francisco nel 1967 come la voce ufficiale del movimento hippie, il Mucchio nacque nel 1977 con quell'esplosione del nuovo rock che avrebbe portato nuova linfa almeno per qualche lustro. La rivista giusta al momento giusto.
A leggere le prime recensioni, in verità, ci si domanda se tutti nella redazione compresero la portata della new wave o se se ne concedesse spazio sia perché i dischi comunque c'erano e anche per compiacere i pubblicitari, allora molti attivi.
Ma già dopo una decina di numeri di rodaggio risulta evidente l'amore di chi scrive su quelle pagine per talenti come quello di Willy DeVille, Graham Parker, Dire Straits, Talking Heads; approdano inoltre alla rivista firme in seguito importanti nel giornalismo musicale italiano come quella di Mauro Zambellini, che esordisce raccontando niente di meno che quel concerto londinese del 1977 dei Little Feat che sarebbe stato registrato nel doppio di culto Waiting For Columbus - quando in Italia nessuno conosceva i Little Feat e Lowell George.

Those were the days! Non ci guadagno niente a dedicare il mio tempo a scavare in questo materiale, ma vuoi mettere il divertimento, oltre al piacere di prendere le distanze da questa stupida Italia della seconda repubblichina che mi circonda?