mercoledì 23 settembre 2009

Satisfaction



Ne hanno parlato tutti. Potevo ignorarlo io? Devo dire che la fa sembrare proprio una sua canzone... per esempio da Darkness; tipo Prove It All Night.

By the Way, oggi Bruce Springsteen compie 60 anni. Ricordo quando ne ha compiuti 30, al concerto No Nukes il 23 settembre 1979 dove suonò Stay e il Detroit Medley con la E Street Band e Jackson Browne. Lo conosco da mezza vita (abbondante).

lunedì 21 settembre 2009

Gov't Mule in arrivo in Italia

Segnatelo sull'agenda: in occasione dell'uscita del nuovo disco di studio, By A Thread (26 ottobre 2009), i Gov't Mule saranno in tour per l'Europa per undici concerti. Oltre a Londra, Olanda, Germania, Austria, Danimarca e Belgio il tour passerà per il nostro paese con la data del 12 novembre all'Alcatraz di Milano.

Ci si vede tutti li!

By A Thread (Provogue 2009)

1. Broke Down On The Brazos 6:19
2. Steppin’ Lightly 7:10
3. Railroad Boy 5:03
4. Monday Mourning Meltdown 8:08
5. Gordon James 3:48
6. Any Open Window 4:45
7. Frozen Fear 5:48
8. Forever More 4:17
9. Inside Outside Woman Blues #3 9:04
10. Scenes From A Troubled Mind 7:23
11. World Wake Up 5:54

venerdì 18 settembre 2009

People Who Died


"Those are people who died, died
They were all my friends, and they died" (Jim Carroll)

Piango Willy DeVille, certo uno dei musicisti della mia epoca che più ho amato. Non me la sento di scrivere luoghi comuni, cercherò piuttosto l'articolo che avevo pubblicato sul Mucchio negli anni settanta per ricopiarlo su questo blog.

Piango Jim Carroll, Danny Federici, Joe Zawinul, Rick Wright, Jack Nitsche, LeRoi Moore… tutti gli artisti che andandosene ci ricordano quanti anni sono passati da quando mettavamo da parte i soldi per comprare i vinili e per rimanere a bocca aperta di fronte a tante emozioni inedite. E di quanto anche noi stiamo invecchiando…

giovedì 17 settembre 2009

Ian Hunter > Man Overboard

Beautiful Loser: Ian Hunter è il vero e definitivo perdente del rock & roll. Manca il grande successo da quarant'anni, nonostante sia stato parte prima di quella band britannica di culto dal nome di Mott The Hoople (che ebbe un successo di classifica con il solo All The Young Dudes scritto appositamente da David Bowie) e nonostante poi con la produzione solista sia riuscito nella quadratura del cerchio di fondere il songwriting di Bob Dylan con il rock & roll dei Rolling Stones e con il brit glam dei seventies.
Gli album a cavallo del 1980 sono dei capolavori giocati sul robusto rock inglese (You're Never Alone…), sul rock & roll da stadio (Welcome To The Club), sul punk alla Clash (Short Back'n'sides), sul rock alla E Street Band (All The Good Ones Are Taken).
Poi, negli ultimi vent'anni Hunter ha tenuto un basso profilo con un pugno di lavori meno sofisticati a cui non sono mai mancate splendide ballate, magari un paio per album, come Livin' In A Heart, Red Letter Day, Wash Us Away...
L'ultimo Shrunken Heads del 2007 non mi aveva entusiasmato, un po' lagnoso com'era, ed anche Strings Attached mancava un poco della grinta del rock dell'uomo.
Man Overboard di quest'anno fa capire fin dalla copertina che Ian ha raccolto le forze per la zampata del vecchio leone. Ma non poteva comunque lasciar sospettare un tale gioiello. Intendiamoci, la produzione è sempre di quelle minori, e gli arrangiamenti non sono sofisticati come negli anni dei dischi per la Chrysalis o la Columbia. Ma proprio per questo le canzoni saltano fuori ancora più nude e pure.
Se Great Escape parte con le note giuste, Arms And Legs è già un'affascinante ballata evocativa, giocata su quella voce roca che fa di Hunter un fuoriclasse. Up And Running è rock & roll che scorre, Man Overboard una ballata robusta che si apre con un'armonica dilaniana. Siamo a metà del disco ed il meglio deve ancora arrivare: Girl From The Office è un pezzo folkie che richiama persino Graham Parker; Flowers è una ballata splendida, di quelle che ti fanno cantare a squarciagola il coro accompagnando il cantante; These Feelings è un dolce lento come si scrivevano negli anni settanta; Win It All un piccolo pezzo poetico per voce e pianoforte. Way With Words è il puro miglior Hunter al 100% e ci accompagna ai brividi di River Of Tears, una canzone in cui ci sono gli echi di tutte le ballate del rock che amiamo, da Bob Seger a Graham Parker a Bruce Springsteen.

Ian Hunter ha siglato un capolavoro fuori tempo massimo, inaspettato persino per i fan più accesi. Sono sicuro che anche questo disco non gli procurerà fama né ricchezza, ma di certo gli rinnoverà tutto il nostro incondizionato amore. Grazie Ian Hunter, per noi sei una SuperStar !

★★★★ (ottimo)
Genere: Rock britannico
New West, 2009
in breve: un robusto disco inglese di ruvide ballate sincere

domenica 13 settembre 2009

Black Crowes > Before The Frost... Until The Freeze



I Black Crowes sono il miglior gruppo di rock & roll attualmente in servizio. I fratelli Chris e Rich Robinson hanno messo assieme il gruppo dal lontano 1984 ed il loro Southern Harmony del 1992 è entrato in più di una classifica dei migliori album di tutti i tempi (è prossimo un big remaster deluxe...). Nello scorso anno questi renegades di Atlanta (Georgia) sono tornati alla ribalta con una formazione nuova fiammante che comprende Luther Dickinson dei North Mississippi All Star alla chitarra e con un album, Warpaint, che rappresenta un manifesto nel suo ispirarsi al magnifico suono dei Rolling Stones di Sticky Fingers, quelli grandi dei primi anni settanta. Quest'anno è già uscito un album doppio dal vivo, Warpaint Live, che comprende da una parte l'intero Warpaint in concerto canzone per canzone, dall'altra un poker di covers d'annata di Eric Clapton con Delaney And Bonnie, Moby Grape e Rolling Stones (da Exile On Main Street, of course).Alla luce del nuovo disco quel Warpaint Live si trova a rappresentare il traghettatore fra gli "Stones" di Warpaint ed il rock americano anni settanta di Before The Frost...
Già l'inusuale (per la band) bucolica copertina rappresenta un richiamo al rock poetico di Neil Young o della Band, ed il contenuto non viaggia molto lontano da questi binari.
I sei ragazzi (più Larry Campbell al banjo ed al fiddle) hanno affittato lo studio di Levon Helm a Woodstock (non lontano da dove Springsteen ha registrato con la Seger Sessions Band) e portato un pubblico di amici hanno registrato dal vivo le canzoni di questo doppio album. Due dischi che si sono trovati divisi nelle due parti Before The Frost... e Until The Freeze, due gradazioni del lungo e freddo inverno.
Before The Frost... contiene undici canzoni molto belle e orecchiabili, che potrebbero essere uscite da qualche disco made in USA a cavallo del 1970. A me fanno pensare a Stephen Stills o a Derek & The Dominos...
Alcuni sostengono che i Crowes siano più fumo che arrosto e più arrangiamenti che canzoni. Io "posso saltare sul tavolo con i miei stivaletti da cowboy" ed affermare che se Before The Frost fosse uscito nel 1971 oggi sarebbe su tutte le enciclopedie del rock, e per me è già un instant classic. Ascolto e riascolto le belle canzoni, da Appaloosa "Appaloosa, take me home, where I can dream my days away" a A Train Still Makes a Lonely Sound, dalla Been A Long Time (Waiting On Love) dal sapore di creedence e dalle chitarre elettriche che si intrecciano per otto minuti, alla beatlesiana And The Band Played On alla dolce ballata di Last Place That Love Lives.
Il secondo disco, gemello del primo, intitolato ...Until The Frost, ha la stessa bucolica copertina ma coperta di neve. Sono altre nove canzoni tratte dalle stesse session a Woodstock, ma accomunate dalla chiave country. Until The Frost è il Sweetheart Of The Rodeo dei Black Crowes. Si apre con un lungo e ipnotico raga in sapore folk blues dal titolo Aimless Peacock, che nella versione in vinile apre lo show. E poi altre otto belle ballate fra cui un titolo proprio di Stephen Stills, So Many Times.

Un lavoro notevole, godibile e divertentissimo. E questo per me dovrebbe essere il rock & roll.

★★★★ (ottimo)
Genere: Rock Americano
Silver Arrow, 2009
in breve: evocative ballate nello stile dei primi anni settanta

da ascoltare con:
Gov't Mule > The Deep End 1 e 2

mercoledì 9 settembre 2009

John Fogerty > The Blue Ridge Rangers Rides Again


Avevo pensato di iniziare questa recensione scrivendo che "questo ragazzo del '45 di San Francisco mise in classifica fra il 1969 e il 1970 con la sua band, i Creedence Clearwater Revival, una dozzina di pezzi di puro rock & roll in quella che era l'era della psichedelica e della musica west cost. Definendo con pezzi come Proud Mary il paradigma stesso della musica bijou, e rescrivendo il rock & roll con Born On The Bajou, Green River, Bad Moon Rising (forse la mia canzone preferita di tutti i tempi), Lodi, Down On The Corner, Fortunate Son, Travelin' Band, Up Around The Bend, Hey Tonite, Molina… e ballate come Who'll Stop The Rain e Have You Ever Seen The Rain"...
Pensavo poi di aggiungere un rapido excursus sulla sua produzione solista, una decina di album dal 1973 al 2007, sottolineando che il primo (oscuro) album del 1973 si presentava a nome di un fantomatico gruppo country, The Blue Ridge Ridgers.
E da qui l'aggancio al nuovo album, quel Blue Ridge Rangers Ride Again che di nuovo propone un repertorio country assieme ad un pugno di celebri amici.

Poi ho ascoltato il disco e a tutta prima ci sono rimasto ma
le: chi stavo ascoltando, i Good Old Boys del film Blues Brothers?
Poi il disco, quando entra nelle orecchie, non è male e non è neanche tanto diverso dal resto della produzione di Fogerty, non fosse che per le slide guitars, per il violino country e per il fatto che i brani non escono dalla penna del nostro ma sono cover. Il suono pulito e squillante da juke-box più che la tradizione honky tonk mi porta alla mente i britannici Rockpile di Dave Edmunds e Nick Lowe, ragazzi che ai loro tempi i Creedence devono averli amato molto.
Fra i brani più divertenti Paradise di John Prine che apre il disco, Garden Party con Don Henley, I Don't Care e I'll Be There (ditemi se non sembrano i Rockpile!).
When Will I Be Loved con Bruce Springsteen è una canzoncina degli Everly Brothers che proprio non riesco a digerire, mentre Change Of The Weather è identica all'originale apparso su Eye Of The Zombie, e proprio per questo un po' fuori posto.

Insomma, it's only rock & roll (ehm… country?) ma John Fogerty è una vita che se lo sente ripetere.

★★½ (abbastanza divertente)
Genere: Country tradizionale
Verve, 2009
in breve: John Fogerty in versione Good Ol' Boys nei momenti migliori ricorda i Rockpile di Dave Edmunds e Nick Lowe.

da ascoltare con:
Creedence Clearwater Revival > Cosmo's Factory (1970)
John Fogerty > Centerfield (1985)
John Fogerty > Premonition (1998)
Nick Lowe > Labour Of Lust (1979)

domenica 6 settembre 2009

Big Sur


Saturday night at the diner. No, non sono a Los Angeles, e a pensarci non è neppure sabato. Sono nel basso lodigiano a mangiare messicano con un caro amico fotografo di scena, reduce dagli onori di un film di successo. Si è fatto tardi e i bicchieri di birra si sono accumulati. Lui va a dormire, io preferisco farmi quattro passi per il paese, un po' per relax postprandiale, un po' perché sono nel mood giusto e non ho ancora voglia di andare a letto. Un piccolo non brutto paese della bassa, c'è in giro la classica fauna di provincia: ragazzotti in crisi puberale a perder tempo schiamazzando, vecchi che discutono seduti al bar della cooperativa, qualche ragazzina con le gambe lunghe (o corte, a seconda dei casi) in giro con giovani compagni brufolosi.
Un castello, le strade acciottolate... insomma normale amministrazione se non fosse che mi accorgo di percepire nell'aria, tanto chiara quanto improbabile, la vibrazione della batteria e del basso dei Creedence Clearwater Revival, mentre sento una voce lontana urlare "run through the jungle... run through the jungle...". Cerco di localizzare il suono ma incappo in vicoli ciechi, giardini chiusi, strade che mi conducono verso la campagna. Ma la vibrazione non cessa: i Jefferson Airplane? Jackson Browne? Pare che l'intera West Coast si sia data appuntamento sul cielo sopra Maleo - anche se sembro l'unico nella fauna di annoiati tiratardi a percepirla.
Faccio un lungo giro che invece di portarmi lontano mi rivela finalmente l'ingresso di un Parco, dove sono evidenti le luci di un piccolo palco. Mentre un chitarrista sta dando il meglio di sé, e avrebbe potuto tranquillamente fare la sua figura a Monterey, sparuti gruppetti di persone chiacchierano fra di loro se non addirittura si allontanano anziché farsi sotto il palco.
Una cantante con una splendida voce (ed un altrettanto splendido corpo direi, fasciato in un abitino nero) sta convincendo il pubblico che ha bisogno d'amore "I need somebody to love, I need somebody to love!". Il suono è perfetto, la batteria - cruccio dei gruppi amatoriali - è un treno. Insomma, non sono sicuro di quello che sto vivendo. Mentre mi faccio sotto il palco (sono l'unico ad ascoltare la musica rimanendo in piedi) mi rendo conto che lo show volge alla fine, siamo ai bis. La cantante sorseggia un calice di vino bianco e riparte, per l'ultima volta, con la raccomandazione: "love the one you're with!". Qualche applauso ed il concerto è definitivamente finito. Sono arrivato troppo tardi.
Mi avvicino: "Siete bravissimi, come vi chiamate?" "Big Sur". Ah, ecco.
Faccio ritorno all'auto cantando dentro di me le ultime due canzoni, non troppo sicuro, anche per l'ora, di essere sveglio o già in sogno. I perditempo sono ancora in giro a spintonarsi, e le ragazzine barcollano sui loro trampoli: perché non hanno approfittato del concerto, perché non hanno dato un senso alla propria serata? Certa gente non merita niente.

venerdì 4 settembre 2009

anni rock #2


Scriveva qualche tempo fa l'amico Paolo Vites sul suo blog The Red River Shore: "ascoltare un disco solo per la voglia di farlo e non perché obbligato a farlo"...
Paolo è un critico musicale professionista, io sono sempre stato un dilettante, ma capisco esattamente quello che vuol dire perché avverto sempre più spesso lo stesso desiderio.
Scrivevo negli anni settanta e per un po' degli ottanta su Il Mucchio Selvaggio, quello vero; ho scritto in seguito sul bel Feedback e poi su internet da una decina di anni abbondanti. Non è un lavoro, nessuno mi costringe ad ascoltare e recensire un disco, non ci guadagno soldi; però la mia conformazione mentale è ormai quella: non riesco a fare a meno di ascoltare un disco che so che dovrei conoscere, come non posso fare a meno di ascoltare un disco con un orecchio critico, e non posso fare a meno di conoscere ogni disco che devo citare.

Spesso infilando un CD nuovo nel lettore mi viene da pensare: "come vorrei ascoltare e basta queste canzoni, senza decidere se sono belle o meno e senza pensare di dovere mettere a fuoco le mie impressioni sul blog, magari anche in tempi brevi (perché il bello di internet è che è istantaneo - se ne parli sei mesi dopo che internet è?)"

Mi piacerebbe ascoltare una canzone come è uscita dall'anima dell'artista senza la barriera di un filtro critico, come fa la maggior parte delle persone la fuori. Ma è più forte di me, non riesco ad ascoltare e basta né a tenere per me le emozioni che una canzone mi da senza volerle condividere con gli altri.
Oggi sto ascoltando i nuovi Ian Hunter, Black Crowes e Peter Hammill, li trovo bellissimi e mi dispiacerebbe non raccontarlo ai miei tre lettori. Magari vorrei salire in moto per scappare subito in collina, ma andrà invece a finire che perderò un paio di ore per scriverne; peggio ancora, passerò del tempo ad analizzarli al microscopio perché non posso scrivere che mi piacciono e stop.

Oggi è uscito anche il nuovo Fogerty. Vorrei semplicemente fregarmene per comprarlo solo quando avrò consumato di ascolti il disco dei Black Crowes (si fa per dire -- ricordate i Long Playing e la puntina del giradischi?). Invece so che sto per presentarmi in negozio perché non vedo l'ora di ascoltarlo, quel John Fogerty.

Temo che questo faccia la differenza fra la degustazione e l'alcolismo.

mercoledì 2 settembre 2009

anni rock


Come se non soffrissi già abbastanza di penuria di tempo, ho messo in piedi due nuovi progetti sotto forma di blog: Anni Rock, in cui con l'aiuto della memoria e quello prezioso del web (Wikipedia e Scaruffi sopra il resto) cerco di ricostruire una cronologia degli album della nostra musica, dal 1955 ai giorni nostri. Partito come una semplice lista di uscite discografiche, le più significative (almeno secondo il mio gusto e il mio parere: le liste costituiscono anche una specie di classifica, con la speranza che si accenda un dibattito al proposito) sto pensando di aggiungere anche una sorta di nota anno per anno. Un impegno non piccolo ma senz'altro piacevole (per me).
Come appendice ho voluto aggiungere anche un sito della memoria personale, riportando le copertine e gli indici di quella che è stata, nel bene e nel male, la madre di tutte le riviste rock italiane, quella che ha fatto conoscere decine di grandi artisti a tutti noi, cioè Il Mucchio Selvaggio degli anni settanta. La limitazione è quella di non poter riportare gli articoli per intero, ma credo che per molti sarà comunque una piacevole (ri)scoperta.

Cosi poco tempo e tante cose da fare...