giovedì 27 agosto 2009

sulla strada


I'm wheels, I am moving wheels
I am a 1952 Studebaker coupe
I'm wheels, I am moving wheels moving wheels
I am a 1952 Starlite coupe...
Hotel room homesickness on a fresh blue bed
And the longest-ever phone call home...
no sleep no sleep no sleep no sleep
a cityscene I can't explain,
Neal and Jack and me
Absent lovers, absent lovers..."

(King Crimson 1982, Neil and Jack and Me)

Jack Kerouac. Sulla Strada. È il titolo sulla copertina di una pila di Oscar Mondadori che fronteggia su uno scaffale del centro commerciale dove mi sono rifugiato in cerca di aria condizionata e di fast food. (Continua su Blue Motel).

mercoledì 19 agosto 2009

il mio disco dell'estate


Sono in campagna, in Val Trebbia, proprio "a picco" sul fiume. Un modo piacevole di sopravvivere all'estate. Non ho uno stereo, ma ho un accrocchio su cui appoggio l'iPhone che lo collega a un paio di diffusori (ed un subwoofer) della Harman Kardon. Un modo piacevole di sopravvivere alla mancanza della mia discoteca.
Così ho impostato una specie di gioco, qualche cosa alla 10 dischi dell'isola deserta...
Ho deciso di mettere sull'iPhone dieci dischi classici che avevo voglia di riascoltare lungo questa estate afosa. Ecco cosa è saltato fuori:

Bruce Springsteen > Hammersmith Odeon Live 1975
Quale sistema migliore di lavarmi le orecchie dal Greatest Hits Tour della E Street Band (la stessa che è ben rappresentata dal Live In NYC)? Rinunciato al bootleg Winterland 78, ho deciso di recuperare la miglior incisione #2 degli Streeters, quelli energici, romantici ed ingenui arrivati a Londra per conquistare il Vecchio Mondo. Un disco sorprendente, oggi più di allora.

Bob Dylan > Blood On The Tracks (1975)
Che disco mettere di Dylan? Una scelta non facile. Ho considerato i capolavori di Highway 61 e Blonde On Blonde, o magari un classico di ritorno come Slow Train Coming del Dylan nuovo al R&B accompagnato da metà dei Dire Straits. O un Dylan afoso prodotto da Daniel Lanois. O persino un live di tanto tempo fa come At Budokan. Ho shakerato tutti questi elementi e la risposta è venuta da sé: il bollente capolavoro degli anni settanta. Bello oggi come allora.

Bob Seger > Live Bullett (1976)
Avevo scelto Night Moves, il capolavoro del rocker di Detroit e della sua band. Poi mi sono accorto di non averlo in CD (ma perché alla EMI nessuno ha pensato a una ristampa?). Così ho compresso in mp3 la straripante energia della seconda metà di Live Bullett. Praticamente un unico interminabile bis alla Chuck Berry.

Eric Clapton > Hammersmith Odeon Live 1974
Il recente live con Steve Winwood ha riacceso la mia dimenticata passione per slowhand, ma quel doppio, per quanto bello, è decisamente troppo vintage, troppo "too late" per convincermi completamente. Così ho recuperato la mia registrazione live preferita del vecchio Eric, quella della tournée di Ocean Boulevard con la voce femminile di Yvonne Elliman... fa coppia con E.C. Was Here.

Gov't Mule > Halloween 2008
Un modo astuto di ascoltare assieme il rock di Warren Haynes ed il dimenticato fascino dei Pink Floyd d'annata.

Dave Matthews Band > GooGrux King... (2009)
Volevo un paio di album groove. Per DMB ci ho pensato un po' e poi ho realizzato che il disco di quest'anno, più bello ad ogni ascolto, non sfigura davanti a nessuna altra cosa i ragazzi abbiano registrato in passato...

Phish
Scartata l'idea di dover scegliere fra la logorroica produzione live, restava l'indecisione fra un anarchico disco degli inizi, come Rift, o una elegante produzione di Steve Lillywhite. Alla fine ho barato e ho messo sia Billy Breathes che il vicino Farmhouse. Tanto ritmo e tanta energia, meglio del Polase per recuperare le forze...

John Butler Trio > Sunrise Over Sea 2005
Un ignorato piccolo gioiello acustico ed energico assieme di un cantautore di talento dalla lontana Australia. Un songwriting vicino a Dave Matthews con un arrangiamento minimale di chitarra acustica, basso e percussioni. Da scoprire.

Neil Young + Crazy Horse > Ragged Glory + Weld (1990)
La mia accoppiata preferita, in studio e in concerto, del loner canadese e i suoi pistoleri. Dischi mitici che mettono i brividi e che è impossibile smettere di ascoltare. Mi dispiace solo di non aver barato abbastanza da mettere anche il precedente Freedom. Che tris!

Richard & Linda Thompson > I Want To See The Bright Lights Tonight (1974)
Cielo nuvoloso del nord, tende di velluto pesante alle finestre, la versione rock di William Shakespeare. Un mix perfettamente riuscito di evocazioni folk, ballate malinconiche, rock inglese anni settanta e suggestioni letterarie. Un'atmosfera immobile, stranita, evocativa, letteraria, una malinconia struggente, due voci da un altrove fra poesia e balera.
Un rock d'autore che non si fa più.

Rolling Stones > Let It Bleed (1969)
Dopo un intero inverno ad ascoltare Exile On Main Street, ora è la volta di Let It Bleed e Sticky Fingers. Che nostalgia delle band inglesi. It's only rock & roll, but I like it.

Ian Hunter > Man Overboard (2009)
Il beautiful loser del rock inglese, che è stato capace di aggiungere un altro capolavoro alla sua carriera. Inaspettato e davvero bello.

Gong > Flying Teapot (1973)
Volevo un disco di Canterbury. Scartati i troppo polverosi Soft Machine (ma ho messo O Caroline del grande Robert Wyatt), ero orientato per i Caravan. Ma i 22 minuti di Nine Feet Underground mi parevano troppi per un juke box. E così mi sono ricordato dell'effervescente primo capitolo della saga di Radio Gnome: un rock essenziale ma fantasioso, ricco di follia, di invenzione, di jazz non jazz british, di chitarre, sax e un po' di synth. E persino un po' di eros.
Ho rabboccato l'album anche con il jazz di Gazeuse! dei Gong nella versione di Pierre Moerlen.

Peter Hammill > Thin Air (2009)
Ne parleremo presto.

Aggiungere uno spruzzo di ABB, Ryan Adams ("Firecracker"), Ryan Bingham ("Boracho Station"), Beatles ("Let It Be Naked"), Dead, Levon Helm, Wallflowers ("God Says Nothing Back"), Lucinda Williams ("It's A Long Way To The Top"), Robert Wyatt ("O Caroline", "Del Mondo") ed ecco raccontata la colonna sonora della mia estate.

mercoledì 5 agosto 2009

il più grande batterista del rock # 2



Si è chiuso anche il sondaggio sul "più grande" batterista del rock.

Vincitore con un terzo dei voti il mitico Keith Moon, batterista degli Who, picchiatore in overdose di rock & roll. È interessante notare come nel sondaggio sui bassisti fosse risultato al secondo posto, alle spalle di Jaco Pastorius, proprio John Entwistle della stessa band.
Evidentemente The Who hanno lasciato un segno indelebile nel cuore degli appassionati, e confesso che oggi che quello che è rimasto della musica rock sembra essere appannaggio degli americani, mi mancano più che mai le band britanniche.
Se il lettore casuale non dovesse avere dischi degli Who in casa, interrompa all'istante la lettura del blog per infilarsi in un negozio di dischi alla ricerca di Then And Now (ottima raccolta rimasterizzata), Who's Next, Quadrophenia, Live At Leeds...

Al secondo posto Bill Bruford, il virtuoso ed elegante batterista prog inglese degli Yes classici e dei King Crimson (Bill ha in realtà nella sua lunga carriera suonato praticamente con tutti). Il suono dei suoi tamburi è imperdibile in almeno due album, Close To The Edge degli Yes (1972) e Red dei King Crimson (1974).

Sarebbe stato perfetto che il terzo posto toccasse ad un elegante batterista americano che del rock è un pezzo di storia, quel Jim Keltner che ha suonato con tutti i più importanti artisti della nostra musica, da tutti i Beatles a Bob Dylan, Tom Petty, Eric Clapton, Stones, Joe Cocker, Neil Young, Warren Zevon, Elvis Costello ed un migliaio di altri. Soprattutto perché in questa triade perfetta Moon rappresenta il picchiatore R&R, Bruford il virtuoso sperimentale, Keltner il batterista classico perfetto.

Invece a Jim il terzo posto è stato soffiato di poco da un altro picchiatore di mito, John Bonham dei Led Zeppelin.

Fra i "giovani" Carter Beauford (Dave Matthews Band) con il suo 10% dei voti paga la scarsa popolarità della sua band sui nostri lidi e la pochezza dei nostri anni rispetto ai sessanta ed ai settanta; perché di tutti i nomi citati il migliore batterista al mondo è proprio lui. Con il 5% John Fishman dei Pish, altro grande picchiatore funky e groove.

Qualche voto a Terry Bozzio, con i Mothers di Frank Zappa e Stewart Copland dei Police. Pochi a Michael Giles, grande batterista dei primissimi King Crimson che però del rock non ha certo fatto una ragione di vita, e nessun apprezzamento per i mitici Ringo Starr e Charlie Watts. Time Waits For No One...